Animali e diritti: le telecamere entrano nei macelli in Spagna, ma restano molte le contraddizioni, proprio come in Italia

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Animali e diritti: telecamere nei macelli obbligatorie in Spagna, che sarà così il primo paese dell’Unione Europea a dotarsi di questo strumento di controllo. Sono diversi anni che in tutta Europa e anche in Italia viene chiesta questa misura di sorveglianza nei macelli. Senza riuscire a ottenere che le molte promesse fatte dalla politica si traducessero in realtà. Il provvedimento varato dal governo spagnolo prevede, finalmente, che le telecamere siano obbligatorie per tutti i macelli, anche i più piccoli e persino in quelli mobili.

Le telecamere dovranno essere installate in ogni luogo ove vi sia presenza di animali vivi, sia per evitare maltrattamenti aggiuntivi che per monitorare i tempi di attesa. Per norma europea gli animali devono essere macellati nel minor tempo possibile. Evitando che una lunga permanenza nelle strutture dei macelli possa essere causa di ulteriori sofferenze. Questo provvedimento costituisce un passo avanti, anche se sottrae sofferenza ma non può risolvere i molti problemi dell’allevamento.

Il traguardo resta sempre quello di poterci liberare dalla dipendenza dalle proteine animali, anche grazie all’arrivo sul mercato della carne coltivata. Un passaggio quest’ultimo che sarà davvero epocale, nel momento che sarà possibile arrivare alla completa sostituzione della carne derivante dall’uccisione di animali. Nel frattempo ogni azione che porti a una riduzione delle sofferenze degli animali negli allevamenti e in tutte le fasi della produzione deve essere comunque accolta con grande soddisfazione. Come la drastica diminuzione dei consumi, per qualsiasi ragione avvenga.

Animali e diritti: con le telecamere nei macelli la Spagna compie un balzo in avanti, ma restano corride e feste religiose

Mentre da una parte la Spagna ha compiuto un grande balzo in avanti, per eliminare inutili sofferenze nei macelli, dall’altra resta al palo sui maltrattamenti agli animali. Dimostrando che una parte del paese è nel futuro, mentre un’altra è ancora ferma a riti medioevali, con feste simili a sacrifici pagani e con la corrida. Un paese con una sensibilità e un’attenzione ai diritti degli animali che marcia a corrente alternata: stessi animali, diritti diversi. Si tutelano quelli destinati al macello e si torturano, con maltrattamenti atroci, le stesse specie nel corso di manifestazioni popolari e feste religiose.

Contraddizioni che appaiono per noi inconcepibili, per la violenza che è insita in manifestazioni come quelle del Toro de la Vega o nelle corride. L’Italia pur essendo ancora molto indietro nell’assicurare una tutela degli animali, spesso anche a causa di inerzie politiche e scarsi controlli, ha infatti da tempo previsto come reato moltissime forme di violenza agite nei confronti degli animali. Certo restano ancora consentite manifestazioni equestri come il Palio di Siena, sempre più contestato, o i circhi, ma la violenza gratuita sugli animali, seppur poco perseguita, è legalmente vietata.

Altro tasto dolente sono le attività come allevamenti, trasporti di animali vivi e macelli dove si dovrebbe fare molto di più, ma quando ci sono in ballo interessi economici le cose cambiano. Nonostante gravissimi fatti di cronaca, basati su inchieste che continuano a svelare reati e maltrattamenti compiuti a danno degli animali. Queste situazioni non sono considerate lecite, semplicemente vengono troppo spesso coperte con omissioni o favoreggiamenti. Situazione ben diversa è quella che accade in Spagna durante le feste religiose dove torturare gli animali è un comportamento considerato normale, giustificabile.

La politica italiana promette di migliorare le condizioni di vita degli animali e di far crescere i loro diritti: solo promesse elettorali?

Probabilmente le promesse, come sempre accade, hanno un elevato tasso di probabilità di restare tali. Animali e clima sono bandiere troppo spesso agitate per raccogliere voti, contando sul fatto che molti amanti degli animali siano, purtroppo, più emotivi che riflessivi. Credendo spesso a chi le promette più grosse, dimenticandosi poi di lavorare davvero per trasformare le promesse in risultati concreti. Così si spacciano disegni di legge come conquiste, ordini del giorno presentati nell’uno o nell’altro ramo del parlamento come vittorie storiche. E nulla cambia mai per davvero, perché in effetti gli animalisti hanno la memoria corta.

Una spiegazione più che plausibile di questo comportamento l’ha data Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica nel 2021, parlando di mancati provvedimenti sul clima. Illustrando in una lunga intervista a Repubblica, con concetti semplici, la pochezza della nostra classe politica.

I politici sempre più spesso hanno uno orizzonte di pochi anni, quelli del loro mandato, non intraprendono azioni di lungo termine i cui risultati rischiano di essere inutili per la rielezione. E il clima è uno degli argomenti che ha pagato questa scarsa lungimiranza politica. Però è vero anche che finora gli elettori non si sono fatti molto sentire. Hanno votato anche loro in base ai propri interessi di breve periodo. Dunque la responsabilità è sia dei politici che degli elettori: se questi ultimi non fanno in modo che sia conveniente per i partiti fare una politica climatica, i politici non la attueranno certo in modo spontaneo”.

Elettori e eletti sono quindi corresponsabili sui mancati provvedimenti?

Occorre davvero dividere in modo equanime le responsabilità fra politici e elettori? La risposta non può che essere affermativa, visto che sono proprio gli elettori che hanno fatto avanzare una classe politica spesso incolta, becera e populista. Proprio come accade per i bambini, i politici nel corso di questi decenni hanno continuato a alzare l’asticella delle promesse vuote e non hanno quasi mai dovuto pagarne la colpa. I bambini ai quali si consente troppo diventano maleducati mentre i politici diventano arroganti e fanfaroni. Dimostrando in più una parallela crescita del loro ego e della capacità di banalizzare questioni complesse. Il risultato è di fronte agli occhi di tutti, almeno di chi li tiene aperti.

Siamo noi cittadini che abbiamo consentito alla politica di esprimere il peggio, smettendo di esercitare il controllo sulla delega data. Pensando che se il paese va verso lo sfascio, culturale e economico, sia molto meglio barricarsi nel salotto di casa propria, magari agitandosi soltanto sui social. Una deriva che colpisce duro in Italia e che spesso ha contagiato non solo i partiti ma anche i corpi intermedi. Che sono passati dall’essere un utile stimolo a cercare di inseguire proprio chi dovrebbe essere in grado di rappresentare i cittadini.

Eppure è noto che una società migliore è creata dal livello culturale e dall’educazione civile dei suoi componenti. Per questo lo stimolo a questo processo di crescita, in tema di tutela ambientale e crescita dei diritti animali, dovrebbe essere il primo obiettivo di tutte le realtà sociali che si occupano di operare in questi settori. Invece l’impressione è che, anziché promuovere la crescita culturale che spesso non è compito popolare, sia privilegiata l’attività di raccogliere consensi, di guadagnare visibilità. Un po’ come ha recentemente dimostrato l’improbabile legame fra il WWF e il Jova Beach Party.

Lo Stato si indigna poi getta la spugna con gran dignità

maltrattamenti agli animali nei macelli

Maltrattamenti animali nei macelli ma non solo, visto che è stata aperta un’inchiesta penale sulle condizioni di detenzione degli animali presso l’Istituto Zooprofilattico di Brescia.

Che fra l’altro è il Centro di referenza nazionale per il benessere animale, come riporta in un articolo, davvero inquietante, il Corriere della Sera.

In Francia stanno chiedendo a gran voce che tutte le operazioni che avvengono nel ciclo delle attività di macellazione siano registrate da telecamere.

Per cercare di limitare e sanzionare i maltrattamenti animali nei macelli, che troppo spesso è stato dimostrato che sfuggano a ogni controllo.

In Italia lo Stato si indigna poi getta la spugna con gran dignità, vien da dire utilizzando le parole di Fabrizio De Andrè, considerando che a tante dichiarazioni e promesse fatte nei decenni da ministri e funzionari ben poco è stato davvero fatto per evitare che a un ciclo produttivo già a elevata sofferenza ne sia aggiunta altra solo per trascuratezza, insensibilità, riduzione dei costi e aumento dei profitti.

Ora, paradossalmente, un’inchiesta ha investito proprio la sede di Brescia di quell’istituto di diritto pubblico dove ha sede il Centro di referenza nazionale per il benessere animale: l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia Romagna, che si dovrebbe proprio occupare, fra le altre cose, di indicare procedure e rilasciare pareri sul benessere degli animali.

L’inchiesta sullo Zooprofilattico parte da un’altra inchiesta, ma dell’Autorità Nazionale Anti Corruzione (ANAC) che nulla c’entra con il benessere animale ma che indaga su altri vizi umani, legati a concorsi e appalti irregolari. Da questi accertamenti un’ispezione ha accertato pessime condizioni di detenzione di molti animali secondo quanto afferma il Corriere della Sera. Quello che il giornalista non dice, ma che è doveroso sottolineare, è che in casi come questo il numero di funzionari pubblici che dovevano essere per forza a conoscenza di questa situazione di maltrattamenti era sicuramente rilevante, ma nessuno di questi, nella sua funzione di pubblico ufficiale, ha evidentemente scelto di rispettare gli obblighi che la legge gli impone e, presa carta e penna, abbia scritto alla Procura.

Il nostro è un paese poggia su un substrato di corruzione molto spesso purtroppo, ma che è anche sorretto da una catena infinita di connivenze che risulta difficilissima da spezzare, spesso si rompe solo quando proprio non è più possibile far finta di non vedere. In questo modo negli allevamenti intensivi, nei trasporti e nei macelli si consentono ogni tipo di violazioni e questo è oramai un fatto indiscutibile, dimostrato dalle tantissime inchieste di associazioni, magistratura e di qualche organo di controllo. Nel frattempo il nostro Ministero della Salute, la sanità regionale, che indica anche attività e priorità dei servizi veterinari delle ATS o ASL, e molti degli organi di controllo non riescono a tenere sotto controllo una situazione delicata come questa.

Gli animali, ma anche i consumatori per ragioni diverse, si trovano a dover pagare un prezzo altissimo in termini di maltrattamenti che sono costretti a subire, senza avere una protezione reale e costante, ma potendo contare solo su azioni spot che spesso mirano a garantire più controllati e controllori che non a perseguire il minimo benessere animale. Realtà che vivono anche i nostri vicini transalpini visto una montante protesta delle associazioni francesi contro le nefandezze che vengono compiute nei macelli. Ben vengano quindi le telecamere ma da sole non bastano: occorrono meccanismi diversi e maggiori controlli, occorrono persone sensibili e attente, occorrono medici veterinari con la schiena diritta e la voglia di svolgere con coraggio e determinazione il loro mestiere.

Appare di tutta evidenza che il meccanismo dei controlli non funzioni, che la procedura che ha portato i servizi veterinari pubblici a rivestire la posizione di ente che autorizzano un impianto e, nel contempo, di organi che poi vigileranno sul suo funzionamento si è rivelato perdente, inefficace e forse corruttivo. Questo dualismo non è stato in grado di fornire garanzie che si possano tradurre per un minimo benessere degli animali e non in una infinita serie di violenze, troppo spesso conosciute e non represse. Bisogna che lo Stato smetta di indignarsi per poi gettare la spugna, senza alcuna dignità, ma che abbia il coraggio di scardinare meccanismi di potere, ruoli e convenienze che nelle ATS e ASL possono portare solo a mantenere uno stato di cose che ha dimostrato i suoi limiti. Le associazioni per i diritti degli animali devono schierarsi senza paura contro un Ministero che deve smettere di rassicurare sul benessere animale e cominciare a garantirlo sul serio. Il tempo delle parole è finito da un pezzo.

Gli animali non possono essere dichiarati esseri senzienti dal trattato di Lisbona, recepito in Italia e dietro il quale spesso si cerca di nascondere la differenza che passa fra un’affermazione di principio e lo stato dei fatti, per essere nella realtà trattati come se fossero macchine prive di anima, di sofferenza e sensibilità. Bisogna rispettare il loro diritto, inalienabile, di non subire evitabili maltrattamenti solo per profitto o mancata applicazione delle norme.

In questa battaglia si devono schierare tutti i cittadini, vegani, vegetariani o onnivori, perché è un interesse comune la legalità e il rispetto dei diritti degli animali, delle regole ma anche la pretesa che lo Stato garantisca a tutti i diritti riconosciuti dalle normative e anche quelli che dovrebbero essere garantiti dal semplice buonsenso.