La strage di animali causata dalla pandemia è una tragedia silenziosa, senza riflettori

strage di animali causata dalla pandemia
Una civetta zibetto in un allevamento

In queste settimane è in atto una strage di animali causata dalla pandemia di Covid19 e sta avvenendo in tutto il mondo. Per ragioni molto diverse, ma con alla base sempre il sacrificio di diversi milioni di animali, spesso con metodi brutali. Su questa realtà, che ha differenti motivazioni, si sono volutamente spenti i riflettori. In parte perché tutto ora ruota intorno agli umani, in altra parte perché le industrie delle proteine preferiscono non parlarne. Per non contrariare i clienti.

In Cina il governo ha deciso di indennizzare gli allevatori di fauna destinata al consumo alimentare, per riconvertirli all’allevamento di specie domestiche. Sicuramente meno problematiche per quanto riguarda la possibile trasmissione di virus potenzialmente pericolosi per l’uomo. Come è accaduto per il virus SARS-CoV-19 che, compiendo il salto di specie dal pipistrello è passato all’uomo.

Secondo dati pubblicati dal giornale South China Morning Post l’allevamento di animali selvatici per usi alimentari vale in Cina qualcosa come 74 miliardi di dollari. Una cifra di tutto rispetto se consideriamo che si tratta di un settore molto di nicchia, che però occupa ben 14 milioni di persone. Numeri enormi rapportati a quelli italiani, molto più ridimensionati se vengono parametrati sulla popolazione cinese.

La strage di animali causata dalla pandemia colpirà indiscriminatamente in tutto il mondo dai maiali agli zibetti

Il governo cinese ha proposto di acquistare dagli allevatori gli animali selvatici, in cambio di una contropartita economica. Se infatti è vero che la Cina non ha ancora stabilito un divieto definitivo di allevamento e commercio di questi animali, altrettanto reale è la chiusura dei wet markets di fauna. E recentemente, secondo una notizia pubblicata da ANSA, la provincia di Wuhan ha vietato, per un periodo minimo di 5 anni, la vendita di animali selvatici e la riapertura dei mercati.

Nel frattempo tutti gli animali degli allevamenti da riconvertire saranno abbattuti. Nella provincia di Hunan gli agricoltori saranno pagati 84 dollari per ogni esemplare di istrice o di zibetto che consegneranno alle autorità, per essere avviati alla distruzione. Mentre un chilo di serpenti vale 17 dollari e i ratti del bambù valgono 75 yuan. Mentre chi vorrà allevare animali selvatici per la medicina orientale dovrà munirsi di un’apposita licenza. Eppure proprio dalle civette zibetto era partita, nei primi anni 2000, l’epidemia di SARS che aveva costituito la prova generale di quella in corso.

Ma se ad Oriente gli allevamenti stanno chiudendo e questo sarà solo un bene, risparmiando sofferenze e catture in natura degli animali, impossibile non sottolineare che questo, in un tempo molto breve, comporterà l’uccisione di milioni di animali. E se è vero che sarebbero morti comunque e che venivano allevati in condizioni di gravi privazioni è altrettanto vero quanto il mondo sia ora distratto dai diritti dei più deboli, di chi pagherà a caro prezzo i costi della pandemia.

Le fabbriche di proteine non causeranno minori sofferenze agli animali nel mondo occidentale

Occorre sfatare il mito che in Oriente succedano crudeltà che da noi non capitano. Certo le leggi sono diverse, ma anche il progresso culturale è differente: non ci può essere paragone fra un allevatore europeo rispetto ai contadini delle aree rurali più povere. Vite che calpestano il suolo della Terra nello stesso anno, pur vivendo, in termini di progresso, in secoli diversi. Così succede che anche in Occidente accadano stragi silenziosi, che avvengono nelle fabbriche della carne, lontano dai riflettori ma anche dalle attenzioni delle cronache.

Secondo un articolo pubblicato su The Guardian i produttori di maiali dello Iowa potrebbero dover iniziare a uccidere 700.000 suini a settimana, a causa del blocco dei macelli causato dal’epidemia. Con metodi e destinazioni delle loro carni molto discutibili, sia sotto il profilo della sofferenza animale che etici. La carne, per non far abbassare il prezzo, verrà avviata alla distruzione e non sarà nemmeno cedute alle organizzazioni caritatevoli. Che sotto la presidenza Trump non hanno avuto certo vita facile.

Stessa sorte è già toccata a due milioni di polli, che non potevano essere macellati per rifornire i mercati. E che sono stati uccisi con metodi disumani, come l’uso di schiume a base acquosa per soffocarli o l’interruzione dell’areazione forzata. Metodi che hanno fatto infuriare le associazioni di tutela degli animali come Mercy for Animals, che li hanno giudicati come causa di gravissimi maltrattamenti.

La realtà è che nel mondo si stanno producendo “animali” come se fossero automobili o televisori e non è più possibile arrestare la catena di produzione, senza che questo causi la morte violenta di milioni di animali, che finiranno letteralmente gettati nella spazzatura. Quando la produzione non ha mercato da prodotto si trasforma velocemente in scarto e poco importa ogni altra considerazione.

Per questo diventa importante che l’emergenza sanitaria non faccia scomparire tutto il resto, che diventi un enorme tappeto planetario dove nascondere le peggiori schifezze.

I virus non hanno le gambe, ma gli uomini han messo le ali

virus non hanno le gambe

I virus non hanno le gambe, ma gli uomini han messo le ali e grazie al trasporto aereo hanno reso il mondo davvero piccolo. Dimenticando spesso che in questo modo tutto diventa connesso in tempo reale, anche il trasferimento dei virus da un continente all’altro. L’enorme mondo di qualche secolo fa si è ridotto di dimensioni, e noi siamo aumentati incredibilmente di numero.

La globalizzazione ha trasformato le distanze, il nostro modo di vivere. Ma già prima del suo avvento avevamo iniziato a mettere in atto comportamenti sconsiderati. Violentando l’ambiente, riducendo lo spazio a disposizione degli animali con i quali abbiamo iniziato ad avere rapporti sempre più stretti. Senza preoccuparci di valutare le conseguenze, senza capire che il mondo che una volta era quasi infinito, stava diventando così piccolo da dover cambiare modello di sviluppo.

La pandemia di coronavirus ha dimostrato in tutta la sua tragica evidenza quanto la Terra si sia, metaforicamente, ristretta. Quello che una volta poteva avere un senso, in raffronto alle nostre capacità di spostamento, ora sembra averlo perduto. Il coronavirus è passato dalla Cina all’Europa con una velocità tanto prevedibile quanto del tutto imprevista. Sembra un concetto paradossale, ma non è così: certo che era prevedibile, addirittura inevitabile ma nonostante questo non è successo. Un errore di valutazione planetario.

Conviviamo con i virus da quando il nostro rapporto con gli animali si è fatto più stretto

Addomesticare vacche e buoi, nella notte dei tempi, ci ha messo in contatto con una malattia molto pericolosa: la peste bovina, causata da un virus che nelle sue mutazioni successive è diventato il morbillivirus. Con tutte le conseguenze che questo nuovo ospite ha causato alla nostra specie e non solo. Decisamente altri tempi, altre problematiche, ma anche altra mobilità dei virus, che non hanno mai avuto gambe se non le nostre e quelle degli animali. Oppure le ali degli uccelli.

Mentre lavoravamo per far diventare il mondo sempre più piccolo, rendendolo di fatto un grande condominio, nel quale gli stati potrebbero essere paragonabili alle scale di un complesso residenziale. Cambiando radicalmente il nostro rapporto con animali e ambiente. Passando dall’allevamento operato con metodi da agricoltori agli allevamenti intensivi. Creando così ambienti malsani, pieni di patologie che abbiamo tentato di controllare con uso dissennato di antibiotici. Usando farmaci e sistemi che hanno aumentato le rese al prezzo di grandi sofferenze per gli animali e di enormi danni ambientali.

Abbiamo invaso senza criterio l’ambiente naturale, e in particolare le foreste, distruggendo il polmone verde del pianeta ma anche accorciando le distanze fra uomo e fauna. Che da sempre conviveva con alcuni virus, come nel caso del coronavirus, senza averne un grande pregiudizio. Ma se dovessimo paragonare un virus a un animale potremmo dire che si tratta di una specie opportunista. Capace di fare molto velocemente quello che da sempre cercano di fare, con alterni successi, tutti gli esseri viventi: riprodursi e adattarsi ai cambiamenti.

L’uomo ha la conoscenza, ma la natura ha la potenza di creare sinergie incredibili che gli umani sottovalutano

E così, attraverso l’invasione delle foreste, il più grande bacino di biodiversità del nostro pianeta, l’uomo è entrato in competizione, ma anche in coabitazione, con molte specie selvatiche. Con tutto il loro corredo di virus e di patogeni di vario genere. Realtà che non è solo degli animali non umani, ma rappresenta la replica di quanto accaduto nel Nuovo Mondo all’arrivo dei conquistadores. Che portarono malattie nuove, annientando intere popolazioni, con la trasmissione da uomo a uomo.

Il coronavirus probabilmente deriva dai pipistrelli, che possono essere stati gli involontari vettori del contagio. Così il virus, si è adattato, facendo il salto di specie e trasformandosi in un patogeno dagli effetti devastanti per l’uomo. Questa potrebbe essere la sintesi, che inevitabilmente passa anche dal bushmeat, l’abitudine di mangiare animali selvatici senza controllo e dai wet markets. Luoghi di smercio di carni senza alcun controllo sanitario.

Fatta la sintesi, seppur in modo molto semplificato, quello che resta è una lezione per il futuro, che non deve essere visto come lontano, ma che dovrebbe partire da domani. Cambiando il nostro modo di rapportarci con il pianeta. Comprendendo che quanto sembrava essere un problema solo per gli ambientalisti si è trasformato prima in epidemia e poi in pandemia. Mettendoci in ginocchio con un banale schiocco di dita.

Se vogliamo avere un futuro dobbiamo costruirlo in un modo diverso e, per farlo occorre ripensare, riflettere e rispettare il pianeta

Questa situazione può trasformarsi in un’opportunità, se la sapremo cogliere, oppure può rappresentare l’ultima chiamata, l’ultimo avviso per un cambiamento. Il pianeta senza esseri umani vivrà ugualmente, gli esseri umani se continueranno su questa strada rischieranno di non avere un futuro, sicuramente di non averne uno sereno.

Dobbiamo capire che il pianeta deve essere rispettato e che probabilmente non è più tempo di lasciare la gestione delle risorse naturali in mano ai singoli governi. Serve un governo globale, almeno sotto il profilo ambientale, messo in atto nell’interesse non di questo o quello Stato ma dell’umanità e della biodiversità. Senza ripensare, riflettere e rispettare rischiamo di perdere la scommessa più grande per la nostra specie. Non serve infatti salvare il pianeta, occorre cambiare sistema per salvare il futuro degli uomini.