Tempi cupi per i lupi, stretti fra bracconaggio e abbattimenti

Tempi cupi per i lupi

Tempi cupi per i lupi, stretti fra bracconaggio e abbattimenti con la certezza di un declassamento alle porte che darà il via libera agli abbattimenti. Provvedimenti che, come scritto più volte, non risolvono e non accontentano nemmeno quelli che li hanno invocati a gran voce. Sulla pelle dei lupi si combatte una battaglia ideologica, politica e elettorale che nulla ha a che vedere con scienza e conoscenza. Allevatori e cacciatori strepitano, vogliono gli abbattimenti dei lupi, e la politica li accontenta perché sono categorie "protette", ma solo dal tornaconto elettorale.

Con l'approvazione della legge di delegazione europea, una norma di recepimento delle direttive europee che ha un percorso blindato, si è quasi chiuso il cerchio. In breve il lupo anche per l'Italia cambierà status di protezione passando da specie "particolarmente protetta" a specie soltanto "protetta". Una differenza dove l'elisione della parola "particolarmente" spalancherà la strada agli abbattimenti legali del superpredatore.

Il cambiamento di status nella Convenzione di Berna consentirà di effettuare analoga operazione nella normativa nazionale, consentendo così abbattimenti che, ad ascoltare il parere di ISPRA, potranno attestarsi sui 150/160 esemplari per anno. Almeno sino a nuovi censimenti che dovranno valutare la consistenza della popolazione, che non dovrà comunque mai essere messa in pericolo. Allo stato attuale non si contesta il fatto che gli abbattimenti possano essere causa di un pericolo per la specie, ma se ne contesta metodo, contesto e necessità. In sintesi gli abbattimenti non sono una necessità scientificamente provata ma una realtà elettoralmente dimostrata: sbatti il mostro in prima pagina e conquisti i voti di chi li vorrebbe estinti.

Sono tempi cupi per i lupi ma non solo per loro: avanza l'ignoranza naturalistica e l'idea che gli uomini possano gestire gli equilibri naturali

Gli studi scientifici dimostrano che gli abbattimenti non risolvono, anzi peggiorano la situazione delle predazioni sugli animali. La destrutturazione dei branchi crea difficoltà ai lupi, che molto spesso anzichè continuare a rivolgere le loro attenzioni sugli ungulati selvatici si vedranno costretti a rivolgere lo sguardo verso prede più facili, meno combattive. Per queste ragioni è dimostrato che le misure di protezione degli animali domestici, come reti e recinzioni elettriche e cani da guardiania, sono molto più efficaci degli abbattimenti.

Un ragionamento strategico corroborato dai fatti, considerando che, nonostante le proteste, le modifiche legislative per arrivare agli abbattimenti dei lupi hanno imboccato corsie preferenziali che si sono aperte nonostante tutto. Per vincere le battaglie non può essere sufficiente né credere di essere dalla parte giusta della storia, nè pensare di avere il sostegno popolare. Specie su temi sui quali far crescere allarmi e paure è un gioco da ragazzi, che richiede poca abilità e molta spegiudicatezza.

La crescita delle conoscenze naturalistiche è fondamentale per la formazione di un'opinione pubblica informata

Fra morti e feriti chiude la caccia

Fra morti e feriti chiude la caccia

Fra morti e feriti chiude la caccia, ma il grande luna-park a disposizione dei cacciatori non chiude mai.

Certo non sarà più possibile andare a caccia di lepri e fagiani, ma restano comunque molte possibilità aperte per chi esercita la caccia delle specie ritenute invasive.

Al 31 dicembre la stagione venatoria aveva già fatto 12 morti e 44 feriti, secondo l'Associazione Vittime della Caccia. Un bilancio di tutto rispetto considerando che 2 morti e 10 feriti non erano neanche cacciatori.

Sono stati utilizzati fiumi di inchiostro per scrivere articoli contro la caccia, contro le scorrerie di persone in armi nelle campagne che dovrebbero essere fruibili a tutti, sugli abbattimenti di specie protette e sugli episodi di vero bracconaggio.

La caccia non è lo strumento di gestione faunstica

Io ritengo però che il punto cardine sul quale concentrarsi sia quello che vede caccia e cacciatori come perno sul quale deve ruotare la gestione della fauna. Con una legge di tutela del nostro capitale naturale che per il 90 per cento si occupa dell'attività venatoria e per un 10 per cento di tutela faunistica.

Un paese, il nostro, dove la parola d'ordine per la gestione faunistica, dai cinghiali alle nutrie, passando per ungulati e lupi, è concepita con un unico sistema: l'abbattimento. Come se avessimo ancora le conoscenze scientifiche di fine '800, quando per studiare gli animali l'unico sistema era sparargli.

Fior di studiosi avevano patenti regie che li autorizzavano a sparare in ogni tempo e in ogni luogo per poter venire in possesso di esemplari da studiare, da catalogare, da imbalsamare. Tempi finiti con l'avvento delle moderne attrezzature fotografiche e di altri sistemi non cruenti.

Ma oggi continuare a credere di poter gestire la fauna a fucilate è un falso storico, un regalo che si vuole fare a un numero sempre più esiguo di cacciatori che, pur essendo molto diminuiti, rappresentano un bagaglio di voti non indifferente. Che aggiunti a quelli dell'indotto (armi, abbigliamento, turismo venatorio e compagnia bella) rappresentano un pacchetto di consensi che ingolosisce la politica.

Politica e caccia hanno solidi legami

Senza contare che la passione venatoria e politica si alleano spesso con la peggior componente di allevatori e agricoltori: quelli convinti da una disinformazione dilagante che solo una pallottola potrà salvare i loro raccolti e i loro animali.

Decenni di abbattimenti, cataste e cataste di animali uccisi con lo scopo dichiarato di gestirli non sono serviti a far comprendere il fallimento di questa impostazione. Una fucilata non ha risolto alcun problema, non lo dicono gli animalisti, lo dice la scienza e lo dicono i dati.

Senza contare i paradossi: bisogna contenere i cinghiali, ma anche i lupi che li cacciano e che sono i loro unici veri selettori. Bisogna sterminare le nutrie, ma anche le volpi che rappresentano uno dei pochi antagonisti naturali. Le volpi predano le nutrie, ma anche i fagiani, le lepri e le starne che i cacciatori liberano per usarle come bersaglio.

Basterebbe seguire un filo logico, senza eccessi, per capire che se da decenni si cacciano i cinghiali senza sosta e continuano a crescere di numero qualcosa, nel metodo, non funziona.

Però è più importante che funzioni il tornaconto elettorale della logica, della volontà di gestire il problema con sistemi efficaci, che non siano quelli che consentono di tenere il luna-park della caccia aperto per tutto l'anno. Con costi che gravano sull'intera comunità senza produrre, per contro, vantaggi economici rilevanti.

Occorre rivedere il concetto di gestione del capitale naturale

Sarebbe davvero tempo di fare delle riflessioni serie, senza dire che il problema sono animalisti e ambientalisti. Il problema, in tutti gli ambiti, è quello di creare falsi nemici e inesistenti vantaggi per poter continuare a fare politiche di basso livello ma di grande impatto, negativo, sull'ambiente ma anche sulla nostra società.

La teoria del nemico, del complotto, del pericolo è quella che nella storia umana ha consentito di fare le peggiori azioni, vestendole e travestendole come inevitabili necessità. In fondo i pregiudizi, lo dicono i risultati elettorali, contano più della realtà.

Caccia libera al cinghiale in Lombardia

Caccia libera al cinghiale in Lombardia

Caccia libera al cinghiale in Lombardia, senza limitazioni, per tutto l'anno, per limitare (senza riuscirci) i danni.

Lo ha stabilito una recente disposizione della Regione che ha autorizzato gli agricoltori/cacciatori a cacciare questi animali per tutto l'anno.

Ma la caccia libera al cinghiale in Lombardia produrrà davvero i risultati sperati o, come sempre accade, rappresenta un maldestro tentativo di agevolare i cacciatori?

Lo ha comunicato l'assessore al'agricoltura Fabio Rolfi, entusiasta del provvedimento che autorizza gli agricoltori a sparare ai cinghiali durante tutto l'anno. Il provvedimento è motivato da 2.807 richieste di danni fatte dagli agricoltori, che hanno portato la regione a sborsare oltre un milione e seicentomila euro in 5 anni. I danni, peraltro non così ingenti , visto che mal contati ammontano a circa 30.000 euro al mese per l'intera Lombardia, andrebbero però posti a carico dei cacciatori. Sono infatti quest ultimi che hanno importato e liberato in ambiente migliaia di esemplari provenienti dai Balcani. Negli scorsi anni, non nell'800! Animali più grossi e prolifici del cinghiale italico, però evidentemente più divertenti da cacciare. Senza chiedersi, ancora una volta, se sarebbe poi stata sufficiente la caccia per contenerne il numero. La risposta, appare evidente, è no e così il cinghiale senza predatori a parte il lupo (ma non va bene nemmeno lui) è cresciuto di numero. Ora la Lombardia ha estratto dal cilindro del prestigiatore non un coniglio ma il rimedio: facciamo cacciare il cinghiale tutto l'anno e risolviamo il problema (falso). Decenni di abbattimenti selettivi non hanno mai né risolto né contenuto il problema: l'unico selecontrollore efficace è il lupo, ma i cacciatori, forse anche per questo, vorrebbero sterminare anche il predatore. Consentendo di cacciare il cinghiale tutto l'anno si creano molteplici e non trascurabili problemi: un disturbo alla fauna durante la stagione riproduttiva, un pericolo per chi va in campagna, considerando che le munizioni a palla asciutta hanno un potenziale offensivo devastante, e non ultimo un aumento di episodi di bracconaggio da parte di persone non autorizzate. Per contro funziona poco anche l'idea avanzata da qualcuno di sterilizzare i cinghiali, che evidentemente non tiene conto di altri fattori negativi come difficoltà esecutiva, costi, problematiche sui branchi e un'inopportuna apertura verso una gestione dissennata della fauna selvatica. Resilienza ambientale, tutela dei predatori, divieto effettivo di detenzione e allevamento di cinghiali potrebbero essere metodi più intelligenti perché la gestione faunistica a colpi di fucile non ha dato alcun successo. E lo dicono i fatti non gli animalisti.  

La gestione della fauna non può essere fatta di abbattimenti

La gestione della fauna non può essere fatta di abbattimenti

La gestione della fauna non può essere fatta di abbattimenti anche se questa scelta può sembrare la più efficace in tempi brevi. La mancanza di strategie di periodo porta alla reiterazione di comportamenti non risolutivi, sgraditi peraltro all'opinione pubblica.

La provincia di Alessandria vuole abbattere ben mille caprioli oltre a quelli che già vengono abbattuti dai cacciatori durante la stagione di caccia, su richiesta degli agricoltori, per presunti danni alle colture e alle vigne in particolare. Ma poi ci son sempre da eliminare anche le nutrie, i cinghiali, i pappagalli, gli scoiattoli grigi e i procioni.

La gestione della fauna è fatta di ripopolamenti di specie che interessano ai cacciatori, come fagiani e starne anche se  salta all'occhio, da subito, che il termine "ripopolamento" è usato senza criterio. Questa selvaggina non tira la fine della stagione venatoria, se no dopo decenni di lanci avremmo i fagiani anche in piazza del Duomo e non è così. Oppure vengono abbattute specie come se non ci fosse un domani, ma nemmeno questo parrebbe funzionare, se no il lupo anziché risalire la dorsale appenninica avrebbe, paradossalmente, dovuto cercare i caprioli al di là dell'Adriatico. Del resto se seguissimo i desiderata di ogni categoria sull'eliminazione di ogni essere vivente che si frappone fra loro e il profitto del lavoro temo che nemmeno gli umani avrebbero un futuro sereno, come peraltro non posseggono un presente sereno. A questo punto devo citare Martin Niemöller che scrisse dei bellissimi versi che ci portano a riflettere su una triste realtà umana:
"Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare".
Voi vi chiederete cosa c'entri questo con gli abbattimenti selettivi? C'entra eccome: così come qualcuno si è convinto che per risolvere i mali del mondo sia necessario eliminare alcune categorie umane, altri si sono convinti che la natura si possa amministrare con le stesse logiche del sottraendo, senza nemmeno pensare di poter creare qualcosa che assomigli a un equilibrio. I famosi metodi ecologici che anche l'Europa raccomanda nella gestione della fauna. Il vero paradosso della gestione faunistica è rappresentato dal fatto che secondo molti, spesso legati al mondo venatorio, i metodi ecologici non funzionano e questo viene detto senza nemmeno attuarli. Peccato però che non funzionino nemmeno gli abbattimenti (leggi qui) e se fossimo in buona fede lo ammetteremmo prima di aver finito animali e cartucce. La provincia di Alessandria e i suoi mille caprioli (ma li avranno fatti censimenti degni di questo nome?) sono uno dei "mille" esempi di come nella realtà non si voglia risolvere un problema, ma solo mitigarlo per tornaconto, a volte economico, a volte politico. Generando così costi enormi ma anche creando lo spazio per avere grandi consensi dal mondo venatorio e da quello agricolo. Con il silenzio assenso della buona scienza e degli istituti preposti alla tutela e alla gestione della fauna. Tante volte, lo dice l'Europa ancora una volta, si parla di incrementare la resilienza ambientale sia per quanto concerne le specie invasive che per mitigare i danni di quelle alloctone. Ma questa raccomandazione è troppo spesso del tutto ignorata e così, per fare un esempio, si caccia la volpe che è il predatore di elezione della nutria, per proteggere i fagiani e altri polli d'allevamento lanciati per i cacciatori. Non lo si può certo definire un progetto intelligente. Se riuscissimo ad avere l'intelligenza di capire che la gestione della natura è un fatto complesso, che non può limitarsi all'abbattimento di una specie senza chiedersi che squilibri comporterà, senza chiedersi se questo non porterà a ottenere l'effetto opposto. Così spesso le popolazioni crescono e si contraggono sul medio periodo, come avviene con i cinghiali. La gestione della fauna non può essere fatta di abbattimenti e non mi si dica poi che questi ragionamenti sono farneticazioni da animalista perché sono solo considerazioni di buon senso. Si accettano più che volentieri opinioni opposte: lo spazio dei commenti è moderato, ma solo per verificare il livello di educazione, mai per bloccare idee diverse.