Finti randagi e adozioni irresponsabili portano al collasso i canili del Nord

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Finti randagi e adozioni irresponsabili portano al collasso i canili del Nord, che non riescono più a far fronte alle richieste. Una realtà che si traduce in riduzione degli spazi per gli animali, difficoltà o impossibilità di trovare una buona adozione e il rischio, concreto, di trascorrere una vita in canile. Sfatando l’idea che mandare cani dal Sud al Nord, senza criterio, sia la soluzione al problema randagismo. Incrinando quel velo di bontà che ha trasformato le “adozioni del cuore”, tanto in voga sui social, in più reali ergastoli per cani complessi.

Intorno al randagismo, da sempre, operano diverse componenti che non sempre sono in grado di assicurare, anche quando sono in buona fede, il benessere dei cani. Esiste poi una componente affaristica e scaltra che ha fatto del randagismo uno strumento di lavoro, grazie agli spostamenti di animali in tutto il territorio della penisola. Trasferimenti che avvengono spesso in condizioni di maltrattamento. su mezzi non autorizzati, da parte di persone note che trafficano senza rispettare le regole.

Le regole per garantire la tracciabilità delle operazioni ci sarebbero ma il condizionale, come sempre, quando si parla di animali, è d’obbligo. Così, da tanti, troppi, anni la nostra penisola è attraversata da furgoni carichi di animali che vengono dal Sud Italia per cercare “ufficialmente” fortuna al Nord! Un viaggio della speranza che alcune volte si concretizza in una buona adozione ma che in altre, troppo spesso, si traduce in una insensata deportazione. Messa in atto da chi ancora crede o racconta che la soluzione al randagismo siano i canili.

Finti randagi e adozioni irresponsabili hanno creato una popolazione canina incarcerata al 41bis, senza ragione

Ai randagi, veri o presunti, in perenne movimento da nord a sud, si aggiungono i cani appartenenti al vasto panorama delle razze “complesse”, presi senza criterio e scaricati senza pietà. Cani scelti perchè di moda oppure per essere usati come strumenti di difesa o di offesa da una vasta platea di scriteriati, che nulla sa di cani ma pensa di poterli governare. Animali senza colpa, con un temperamento importante, che mal si adatta a farli diventare esseri vivente telecomandati. Così finiscono abbandonati nelle aree cani oppure legati alle recinzioni dei rifugi.

Cani rovinati dalla convivenza con gli umani, che difficilmente avranno la speranza di trovare una buona adozione. In maggioranza sono individui destinati a trascorrere l’intera vita in pochi metri quadri di un box, spesso da soli perchè aggressivi. Una pena dentro la pena, una maledizione che spesso porta a interrogarsi se fargli trascorrere una vita da prigionieri, sino all’ultimo rantolo, sia la scelta corretta. Una questione etica che sembra esser meglio nascondere sotto il tappeto perché, in fondo, nessuno vuole sporcarsi le mani con questo argomento.

Cani nati per scelte irresponsabili di chi li custodisce, fatti riprodurre per lucro o per ignoranza. Animali non sterilizzati che possono essere tenuti e fatti figliare senza regole, perché secondo la legge sono un bene, proprio come un automobile o un televisore. Solo il proprietario può scegliere se far riprodurre il suo animale, scaricando poi, se qualcosa va storto, il costo economico della decisione sulla collettività che dovrà mantenerli nelle strutture, mentre la sofferenza resta ai cani, per periodi variabili a seconda del carattere del cane e della capacità di chi gestisce il canile.

Un Sud senza regole e molti interessi che continua a sfornare randagi che finiscono in canili che troppo spesso sono pessimi

Se il randagismo vero nel nord Italia è praticamente scomparso e resta solo il randagismo di ritorno, provocato dalle staffette quando gestite in modo irresponsabile, al Sud non è così. In molte regioni i canili hanno fatturati da centinaia di migliaia di euro e spesso sono in mano a personaggi legati o contigui alla malavita. Un fenomeno che sembra interessare a pochi, che emerge solo quando qualcuno decide di controllare le strutture, che talvolta finiscono sequestrate. Strutture da migliaia di cani, dove i proprietari hanno capito che sono proprio i numeri il loro scudo.

Un canile con migliaia di cani diventa difficile da sequestrare, da far amministrare dallo Stato o dal Comune, che dovrebbe farsi carico dei costi economici in attesa del processo. In questo modo sono proprio gli amministratori pubblici che, autorizzandoli, hanno garantito lauti guadagni ai proprietari e una vita di sofferenza per gli ospiti. Che da quei canili usciranno quasi sempre solo nei sacchi neri destinati all’inceneritore. Un errore a cui si cerca di rimediare sulla carta, limitando il numero degli animali per struttura, senza mai renderlo veramente operativo. Basta una recinzione per moltiplicare lo stesso canile in varie strutture differenti, almeno in apparenza.

Discorso analogo anche per le staffette illegali, che sono talmente pubblicizzate sui social da rendere facile organizzare i controlli. Tanto sfacciate da arrivare sempre negli stessi luoghi, contando sull’impunità garantita dal fatto che nessuno vuole mettere sotto sequestro un furgone pieno di cani. Che dovrebbero essere sistemati in strutture già al collasso, a spese dei contribuenti. Così, grazie a questo calcolo, la giostra continua ma i danni si disperdono sul territorio. Con buona pace di chi poteva controllare e non lo ha fatto.

Il randagismo è un fenomeno complesso da gestire, che richiederebbe una visione olistica del problema

Sono tanti gli argomenti da mettere sul tappeto per arrivare a una soluzione del problema: il randagismo non è un nemico invincibile, ma solo un fenomeno multiforme che rende complesso il percorso per arrivare a batterlo. Ma complesso non significa impossibile, a patto che ci sia la reale volontà di arrivare a una soluzione. Perchè il punto è proprio nella complessità, che per definizione non può trovare soluzioni che facciano comodo a tutti. E su questo casca l’asino: il politico spesso non persegue l’interesse collettivo, ma il tornaconto elettorale. Accontentare tutti senza scontentare nessuno. Desiderio impossibile da render concreto.

Intorno al randagismo ruota un mondo che va da chi gestisce i canili ai veterinari, da chi fabbrica alimenti e strutture a quanti vivono grazie alle staffette e alle offerte, senza dimenticare tutta la struttura pubblica che intorno a questo fenomeno ruota. Interessi diffusi e frammentati che cosituiscono il lato economico e pratico, nel quale si intreccia il lato emotivo di un volontariato spesso impreparato, che segue più l’emozione che non la ragione. Salvatori che pensano di aiutare, ma che spesso salvano solo loro stessi, la loro emotività, provocando agli animali. Poi ci sono i volontari attenti e preparati, quelli che subiscono l’assalto da due fronti. Quelli che meritano rispetto per attenzione e preparazione.

Per questa ragione, senza una consapevolezza sociale che porti a gestire gli animali domestici in modo responsabile, diventa un fenomeno complesso e apparentemente irrisolvibile. La gran parte del serbatoio che alimenta il randagismo nasce nelle case dei privati che non controllano le riproduzioni. Le cucciolate indesiderate che, quando non vengono collocate o vendute, finiscono disperse sul territorio alimentando un fenomeno che così si riproduce senza sosta. Per questo occorre studiare azioni capaci di generare sinergie di periodo, per arrivare a chiudere nell’angolo un fenomeno vergognoso, causato irresponsabilmente e gestito malamente. Nel quale la collettività butta un pozzo di soldi mentre troppi si arricchiscono.

Li chiamano spostacani: trasferiscono gli animali senza criterio dal Sud al Nord

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Li chiamano gli spostacani perché trasferiscono gli animali senza criterio da Sud a Nord. Sono personaggi che gravitano intorno al mondo del randagismo. Sono quelli che hanno creato il business della sofferenza, sfruttando la sensibilità di quanti amano gli animali. Bisogna stare però attenti perché la realtà è più complessa e composita di quello che si potrebbe immaginare. Una realtà che si separa fra bene e male, fra corretto e scorretto. Ma anche fra utile e dannoso.

Non tutti quelli che si occupano di trovare un futuro agli animali sono, ovviamente, dei balordi o peggio dei maltrattatori. Non tutti quelli che spostano animali da una parte all’altra dell’Italia o dell’Europa sono da guardare con sospetto. Bisogna però essere in grado di valutare azioni, modalità, intenzioni: questo fa la differenza. Il trasferimento degli animali non è un male in sé, lo diventa in determinate condizioni, quando è causa di danno.

Negli ambienti che si occupano seriamente di dare un futuro agli animali dei canili li chiamano gli spostacani. Una definizione che fa, da subito, trasparire il giudizio negativo di quanti lavorano con serietà e passione. Che non tollerano quelli che recuperano gli animali, in particolare cani, non si sa come e non si sa dove, fanno post sui social sempre molto strappalacrime e aspettano. Lanciata l’esca emotiva sperano che qualcuno si offra di adottare il cane o il gatto, di pagare per il trasporto, rendendosi disponibile a andare a ritirarli anche in una stazione di servizio o sotto un ponte della tangenziale. Mai presso strutture ufficiali che possano dare garanzie a animali e adottanti.

Con la scusa del “compiere una buona azione” si creano in automatico un mantello di impunità morale, senza andare però poi troppo per il sottile. Fanno viaggiare gli animali peggio che nei carri bestiame, non si preoccupano della promiscuità dei trasporti e dei rischi di contagio. Non mettono molta attenzione nella scelta degli adottanti e, troppo spesso, nemmeno nella verifica delle condizioni di salute dell’adottato. Questo è il miglior metodo per riempire i canili, ma anche per condannare gli animali all’ergastolo.

Li chiamano gli spostacani perché spostano animali senza criterio : cosa succede quando l’adottante non ha possibilità economiche?

Così può succedere che qualcuno, senza grosse possibilità economiche, riceva un animale con gravi patologie, senza avere i mezzi e quindi possibilità di curarle. Ma può anche accadere che un’anziana signora, che aveva creduto di adottare un cane di media taglia e socievole, ne riceva uno di taglia grande, magari con disturbi del comportamento. In poco tempo l’adottante, che pensava di aver aiutato un cane bisognoso e compatibile con la sua vita, viene messo nella condizione di avere bisogno di aiuto, per non avere possibilità di gestire questa adozione improvvisata.

Per fortuna la maggioranza delle associazioni non operano in questo modo, cercando di collocare con attenzione gli animali per dargli un futuro migliore. Senza lucrare, pur chiedendo magari un rimborso, sempre in modo tracciabile con un bonifico su un conto corrente bancario. Associazioni che hanno una sede, che esistono davvero e non solo nel mondo virtuale, che lavorano bene e hanno un’ottima reputazione. Realtà che non consegnerebbero mai un cane in autostrada o sotto un ponte della tangenziale.

Esistono norme per il trasferimento degli animali fra Regioni italiani e occorrerebbe mettere sempre al centro i loro interessi, evitando di stimolare adozioni fatte su base emotiva. Una persona deve riflettere prima di adottare, deve compiere una scelta ponderata perché avere la responsabilità di un animale comporta impegni e costi, non trascurabili. Cercare di impietosire per far adottare casi disperati rischia di creare un effetto boomerang, pericoloso per le persone, pericolosissimo per gli animali.

Le chiamano ancora staffette, ma spesso sono soltanto mestieranti che si improvvisano trasportatori di animali

Tutti i rifugi sono pieni di animali spostati da una parte all’altra dell’Italia, ma poi non voluti da chi li ha adottati. Causando un altro danno al cane o al gatto che viene rifiutato e che, anche nei rifugi del Nord, rischia poi di passare tutta la sua vita dietro le sbarre. Animali tolti senza motivo dalla strada, non socializzati, risultando così difficilmente adottabili, tantopiù da persone inesperte. Molti di questi cani, in particolare non troveranno mai una casa, ma saranno stati utili a qualcuno per creare una fonte di guadagno.

Altri ex randagi, grazie a questi trasportatori, arrivano al Nord per essere poi lasciati nelle aree cani: una telefonata alla Polizia Locale e il gioco è fatto. I cani entreranno nel canile di quel Comune, dopo un periodo di osservazione al sanitario, e da li potrebbero non uscire più. Lontani dagli occhi, lontani dal cuore, per accontentare quanti ancora pensano che il Nord Italia sia il paradiso dei cani, ma non è così.

Per questo li chiamano spostacani in tono dispregiativo, per farli riconoscere da chi lavora nell’esclusivo interesse degli animali. Evitando di far entrare in canile tutti i cani che incontrano sul loro cammino, sapendo quali individui possono effettivamente avere un futuro in famiglia. Non può bastare il cuore se non lo si collega a un ragionamento, se non si stimolano riflessioni in chi dice di volere condividere la sua vita con un animale. Un’ultima nota riguarda i controlli: i punti di arrivo sono noti ma chi deve controllare non c’è quasi mai. Per paura, forse, di trovarsi con qualche decina di animali da dover sequestrare. Con mezzi non autorizzati e persone non iscritte ai registri dei trasportatori.