Polli e marketing, le bugie della pubblicità sugli allevamenti intensivi

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Polli e marketing, le bugie della pubblicità alle quali non bisogna credere, come ha dimostrato l’inchiesta di Giulia Innocenzi trasmessa da Report. Scelta per quale occorre sottolineare la correttezza della RAI, che nonostante la Fileni sia un investitore importante, non ha censurato l’inchiesta sull’azienda. Una delle più importanti realtà fra i produttori italiani di polli destinati al consumo, impietosamente messa sotto accusa dalla trasmissione di Sigfrido Ranucci. Chi invece ne esce con le ossa rotte sono purtroppo i polli, ma anche l’azienda e gli organismi di controllo della sanità pubblica.

Il caso di Fileni è solo l’ultimo anello di una lunga catena di abusi che si verificano negli allevamenti intensivi, dove non si parla di singoli episodi di maltrattamento ma di azioni sistematiche. Non episodi di crudeltà costituiti da abusi dei singoli lavoratori, ma decisioni che dipendono dalle catene di comando di queste industrie della carne. Realtà economiche che possono permettersi anche di non rispettare la legge a causa di controlli poco efficaci, di un sistema che tollera anche permanenti carenze strutturali. Ben evidenziate da Report nell’inchiesta che presto diventerà materiale per l’intervento di qualche Procura.

Non bisogna pensare che siano solo i polli o solo Fileni a creare problemi: la realtà sta nel processo produttivo da quando si è trasformato da attività agricola in fabbrica di proteine. Che per definizione deve essere a basso costo, per far fronte a competitor sempre più agguerriti nel dividersi un mercato nel quale la qualità vale commercialmente meno del prezzo, che deve essere basso. Così un pollo da carne impiega per passare da pulcino a spiedino solo 40 giorni, che non possono diventare di più perché i polli non sarebbero più capaci di stare in piedi. La causa? Un petto troppo pesante, molto richiesto dal mercato, che dopo i 40 giorni li farebbe crollare a terra.

Polli e marketing, le bugie della pubblicità, la falsità delle immagini e le operazioni di greenwashing

La pubblicità racconta di polli che vivono come quelli della foto che illustra l’articolo: un falso che non esiste in alcun allevamento intensivo, neppure in quelli bio. Aggravato da una normativa che consente a un produttore di fare pubblicità alla linea bio anche se questa rappresenta una piccola quota della produzione del marchio. In questo modo il consumatore associa quello che, purtroppo, viene considerato solo un prodotto a una bella vita serena, passata all’aria aperta. Una forzatura fatta per nascondere la realtà di sterminati capannoni dove ogni 40 giorni tutti gli animali vengono abbattuti in contemporanea, dopo una vita in condizioni orribili.

Guardando con attenzione le campagne pubblicitarie delle grandi aziende ci si rende conto che il marketing lavora intensamente per modificare la percezione del consumatore. Eliminando gli animali da contesti scomodi, che non li vedano vivere su verdi praterie, per esaltare il solo prodotto. In questo modo il consumatore è portato a farsi meno domande sulla vita dei polli, ma anche sulla qualità di quello che mette sulla tavola. Così, sempre grazie al marketing, finisce che un’azienda come Fileni riesca a diventare sponsor del Jovabeachtour di Lorenzo Cherubini alias Jovanotti. Oggetto di mille critiche dagli ambientalisti anche per questa scelta.

L’azienda Fileni difende il suo operato dicendo che è tutto regolare, fatto secondo normative, senza commettere irregolarità di sorta. Probabilmente la parola fine la scriverà un tribunale, ma a giudicare dall’imbarazzo dimostrato dalle autorità che dovevano controllare sembra proprio che molte cose non andassero per il verso giusto. Le parole hanno sempre un peso, ma le immagini pesano anche di più e sono state viste da milioni di persone. Così, ancora una volta, con l’industria della carne a basso costo finisce alla gogna anche una sanità pubblica che cerca di nascondersi dietro un dito. Quando non sarebbe sufficiente neanche una quinta teatrale a dissimulare uno spettacolo impietoso.

Contro gli allevamenti intensivi i primi a schierarsi sono i cittadini che non li vogliono a casa loro

Secondo la leggenda del mercato i residenti sono grati a chi gli impianta un’industria sotto casa, contribuendo a dare benessere alla comunità. Nella realtà invece le persone si schierano, contestano gli allevamenti, impugnano le autorizzazioni, denunciano le inadempienze, si lamentano per la puzza. Preoccupandosi anche per la loro salute perché secondo gli studi la più probabile nuova pandemia arriverà proprio da una mutazione dell’aviaria. E gli allevamenti intensivi che concentrano centinaia di migliaia di polli, in ambienti angusti, rappresentano il posto ideale per far prosperare i virus.

Jovanotti aveva definito chi lo criticava un eco terrorista, chissà che nel frattempo abbia avuto modo di fare qualche nuova riflessione. Dopo le inchieste di Sabrina Giannini per Indovina chi viene a cena, trasmissione messa in onda sempre dalla RAI, che si è battuta per denunciare quanto poco ecologico fosse il tour. Dopo la trasmissione di Report che ha dato un’immagine non proprio rassicurante del buono e bio! Del resto che un allevamento intensivo stia all’ambiente come Attila alla pace nel mondo è cosa nota. Che però ancora oggi qualcuno cerca di nascondere sotto un tappeto sempre più piccolo.

Difendere i diritti degli animali significa, anche, difendere i diritti dell’uomo perché se non si cambia il paradigma alimentare basato sulle proteine animali non se ne esce. Questa non è più, da tempo, un’esagerazione dei cosiddetti animalisti ma una preoccupazione, oramai diventa un vero e proprio allarme, dell’intero mondo scientifico. Specie quando non messo sotto contratto dalle aziende che ogni anno nel mondo allevano 25 miliardi di polli, tanto per dare un’idea del business.

Produrre 500 milioni di polli come fossero macchine

Produrre 500 milioni di polli come fossero macchine

In italia si fabbricano 500 milioni di polli all’anno secondo una recente inchiesta realizzata dall’associazione Essere Animali. Si fabbricano perché oramai gli allevamenti sono un’industria che sforna animali da mettere nel piatto.

Da 0 a 100 in 40 giorni netti: questo è il tempo che un pulcino appena nato impiega per passare dall’incubatoio all’allevamento e poi alle tavole degli italiani. Un prodotto a rapido accrescimento, allevato in spazi ridotti, a costi ridotti per finire, a prezzi bassi, sui banchi dei supermercati.

Provo a spostare il focus non sul punto se sia legittimo cibarsi di animali, se sia corretto che l’uomo allevi animali al solo scopo di procurarsi proteine, ma sulle sofferenze che vengono inflitte agli animali per un solo motivo: ottimizzare le rese, abbassare i costi e sfornare un prodotto con un prezzo appetibile per il consumatore.

Per fare questo gli ingredienti sono velocità, disinvoltura, farmaci, sofferenze, noia mortale, catene di montaggio e di smontaggio di animali vivi. Già, perché questo è quello che i consumatori non sanno o non vogliono sapere: il pollo che si mettono prima nel carrello e poi nel loro piatto non viene più da tantissimi anni dalla fattoria ma bensì dalla fabbrica. Una fabbrica di polli.

Le fabbriche dei polli e la sorte dei pulcini

Una realtà produttiva che alleva polli da carne e galline ovaiole gettando i maschi, i malformati, i feriti, gli inutili insomma, dentro un tritarifiuti, come fossero spazzatura, ma sono invece animali appena nati. Scarti per la produzione ma esseri viventi nella realtà, prodotti difettati ma capaci di provare dolore. Però sappiamo che la sofferenza costa molto meno, in termini di denaro, di quanto costi l’attenzione, nemica della velocità, del profitto e dell’abbassamento dei costi.

La morte rappresenta il termine di un’esistenza e l’uomo la vede sempre con grande paura, ma in fondo potrebbe temporalmente essere un momento breve rispetto alla sofferenza di una vita come quella di un pollo industriale, dove non esiste un solo attimo di vita che non sia connotato da paure, sofferenze, disagio, impossibilità di avere comportamenti naturali e, fatto da non sottovalutare, di tanta, tantissima noia. Una noia mortale.

Se almeno avessimo il buon cuore di non infliggere sofferenze evitabili, di non sacrificare la nostra umanità al profitto, la vita, oppure la non vita, di moltissimi animali potrebbe essere almeno un poco migliore. Certo l’ideale sarebbe non uccidere, non produrre, non allevare ma questa è una possibilità ancora lontana dall’essere opinione dei più, ma almeno ridurre i consumi, rifiutare i prodotti a più alta sofferenza. Queste sono scelte possibili, sacrifici piccoli con alti risvolti etici.