Parrocchetti contro rondoni: una competizione causata dal commercio degli animali tenuti come pet

parrocchetti contro rondoni

Parrocchetti contro rondoni per la competizione dei siti di nidificazione: entrambe le specie usano le cavità per riprodursi e spesso sono i parrocchetti ad avere la meglio. Un problema che può essere risolto, specie nelle cavità degli edifici usati dai rondoni, riducendo le dimensioni dell’accesso. Una questione che ancora una volta evidenzia il problema del commercio degli animali. Capace di creare molteplici problemi, destinati a ricadere sulla collettività.

Quando una specie alloctona, come i parrocchetti, riesce a acclimatarsi e a riprodursi, creando colonie stabili, il danno è irrimediabile. A nulla servono le soluzioni cruente, che non sono comunque in grado di risolvere, e occorre mettere in campo strategie in grado di limitare la competizione. Come sempre avviene in natura le specie che hanno un tasso più elevato di specializzazione sono quelle a maggior rischio. L’essere animali adattabili aiuta la sopravvivenza e anche la dispersione sul territorio, proprio come è successo per l’essere umano.

I danni creati dal commercio dei pet esotici, unito alla loro introduzione volontaria in ambiente di altre specie, ha creato problematiche impossibili da gestire. In un’operazione dove gli unici a trarne guadagno sono i commercianti, che non hanno mai pagato per questo neppure una tassa di scopo. Che consentisse di avere risorse per limitare i danni che ricadono sull’intera collettività. Un’idea saggia che unita a una stretta molto rigida del commercio avrebbe mitigato il peso di scelte scellerate.

Parrocchetti contro rondoni per la competizione sui nidi, ma siamo stati noi a creare il danno

La lista degli animali alloctoni che si sono riprodotti a causa di liberazioni, volontarie o accidentali, è davvero molto lungao. Un elenco che oramai molti hanno cominciato a conoscere e che in parte proviene proprio dal mercato dei pet. Scoiattoli americani, pesci rossi, parrocchetti dal collare e monaci, testuggini della Florida, in tutte le loro varietà, ma anche procioni, nutrie, pesci siluro, trote alloctone, minilepri, ibis sacri e rane toro. Un bestiario destinato ad allungarsi se non verrà vietato il commercio degli animali esotici.

Eppure, nonostante le evidenze e anche le mattanze, il commercio non si vuole fermare. Devono essere promulgati i decreti legislativi di attuazione della legge 55/2021 che, inizialmente, avrebbero dovuto vietare il commercio degli animali esotici. Non per buon senso, non per etica, ma soltanto per evitare rischi sanitari. Ora però si è creato un movimento trasversale, composto da operatori del settore, politici, veterinari che hanno dato vita al movimento “Esotici ma familiari”, proprio per impedire il divieto di commercio.

Già si parla di una white list o lista positiva, di specie esotiche che potranno continuare a essere detenute e commerciate. Certo si tratterà di animali riprodotti in cattività, meno impattanti sotto l’aspetto sanitario, ma altrettanto pericolosi per l’ambiente. Senza contare, come sempre accade quando ci sono in gioco interessi economici rilevanti, la sofferenza che la prigionia causa a questi animali. Senza voler vedere che i cambiamenti climatici renderanno sempre più ospitali per le specie alloctone determinati territori.

La santa alleanza fra quanti traggono guadagni dai pet sconfiggerà il buon senso e il principio di cautela

La normativa come si diceva parte dai rischi sanitari per la nostra specie, causati da zoonosi che, come abbiamo visto, possono facilmente trasformarsi in pandemie. Su un pianeta dove l’uomo è oramai ovunque e già si parla di decine di migliaia di virus che rischiano di essere stanati. proprio dalle attività umane, rischiando di dare vita a nuove e sconosciute pandemie. La legge non tiene quindi in giusta considerazione gli aspetti legai ai danni collaterali del commercio di animali, rispetto a quelli sanitari.

Continueranno probabilmente a poter essere detenuti e commerciati gli animali che già ora provengono da riproduzioni controllate e non da catture. In questo lungo elenco saranno compresi probabilmente i pappagalli, specie molto amate dal pubblico, ma ad alto tasso di sofferenza quando sono tenute in cattività. Specie intelligenti e adattabili che, con la complicità del clima, potranno tranquillamente vivere e riprodursi alle nostre latitudini, proprio come hanno fatto i parrocchetti. A cui presto potrebbero trovarsi a fare compagnia amazzoni e cocorite, ara e calopsite.

Ma se quello dei pappagalli è un esempio di scuola è evidente che la chiusura del commercio di tutti li animali da gabbia e da terrario sarebbe una scelta responsabile. Non è più accettabile considerare l’esistenza di animali ornamentali, appartenenti a specie non domestiche che vengono “addomesticate” per il nostro piacere. Che corrisponde quasi sempre al loro dispiacere, al quale quasi sempre facciamo soltanto finta di interessarci.


Settanta procioni abbattuti a causa della stupidità umana

Settanta procioni abbattuti

Settanta procioni abbattuti a causa della stupidità umana, che prima li ha fatti importare in Italia, poi li ha liberati in natura. Senza preoccuparsi delle problematiche che avrebbero potuto causare, senza che le amministrazioni se ne occupassero per tempo.

La storia dei procioni dell’Adda è una storia di ordinaria cattiva gestione degli animali da parte degli uomini. Per anni i procioni sono stati importati, per farne pellicce o per essere venduti nei negozi di animali. Fino a quando nel 1996 sono stati considerati animali pericolosi per l’incolumità pubblica.

Qualcuno, chi può dirlo, probabilmente li ha abbandonati nella zona di Fara Gera d’Adda, nel triangolo delle provincie di Monza, Lecco e Como. Una presenza nota da molto tempo, quando gli animali erano pochi e gli interventi di cattura e ricollocazione più gestibili.

Mancano i fondi per catturare i procioni e li si lascia riprodurre

Dalla fine degli anni ’90 si è arrivati al 2016, quando i procioni erano aumentati in modo considerevole. Quando la Regione Lombardia stanzia i fondi per la loro rimozione dall’ambiente. Ma da pochi soggetti il numero si era moltiplicato, rendendo complessa e costosa la loro cattura e collocazione in cattività.

I 60mila euro a quel punto bastavano appena per monitoraggi, catture e soppressioni. Un procione in cattività vive a lungo e la Regione Lombardia non voleva certo pagare i costi della detenzione. Costi che erano lievitati proprio per il mancato intervento iniziale. Che da pochissimi soggetti li ha fatti arrivare ad almeno settanta, visto il numero degli animali abbattuti.

Del resto tutti gli enti coinvolti andavano retribuiti, dall’università a chi si occupa delle catture e della soppressione. Non restavano più soldi e così la via più breve: la soppressione dei procioni. Che nel frattempo erano anche entrati nell’elenco degli animali alloctoni invasivi di rilevanza unionale.

Mancano i centri per il ricovero degli animali e così ucciderli è la via più comoda

Tenere in cattività un animale selvatico può essere una crudeltà, che non sempre si può considerare meglio della morte. Ma ogni animale ha le sue caratteristiche etologiche e non tutti i selvatici sono uguali. I procioni sono animali di taglia piccola, vivono in branco e in recinto spazioso avrebbero potuto trascorrere una vita dignitosa.

Non meravigliosa, ma almeno dignitosa. Senza far passare il messaggio, pessimo, che la scelta sia solo una questione di costi. Se fossero stati abbattuti sessanta cani il web sarebbe insorto, ma per i procioni molti sono più tiepidi. Nonostante questa piccola strage dipenda esclusivamente dalla stupidità umana.

I centri per gli esotici pericolosi sono pochi, i fondi per gli animali mancano sempre, specie quando non ci sono di mezzo i cacciatori. Mentre abbondano i progetti LIFE per l’eradicazione delle specie alloctone, che alimentano un bel settore grazie ai fondi per questi progetti.

Minilepri nel mirino per la completa eradicazione

Minilepri nel mirino

Le minilepri nel mirino dei cacciatori per arrivare alla loro completa eradicazione in quanto ritenute dannose. Dopo essere state deliberatamente immesse sul territorio per soddisfare le “esigenze” dei cacciatori. Senza adottare principi di cautela che avrebbero dovuto impedirne anche la sola importazione.

Sono anni che sui giornali e su vari siti, compresi quelli venatori, si parla di arrivare all’eradicazione della minilepre (Sylvilagus floridanus): un lagomorfo americano, più piccolo della lepre europea ma più adattabile, facilmente allevabile e molto prolifico. Rilasciato in ambiente dai cacciatori, proprio come i cinghiali balcanici, e ora classificato come una pestilenza.

Da anni sono in atto piani di contenimento e di eradicazione, che non possono avere successo, nonostante quanto afferma ISPRA e il mondo universitario collegato ai progetti LIFE europei. Quelli che finanziano ricerche e stanziano fondi non solo per la conservazione, ma anche per arrivare all’impossibile annientamento delle minilepri e di altre specie giudicate invasive.

I piani di eradicazione riguardano molte specie introdotte intenzionalmente dall’uomo in ambiente. Ma con le specie usate per fini venatori i responsabili anziché essere in qualche modo sanzionati sono premiati. Queste specie infatti diventano bersagli sui quali è possibile sparare per tutto l’anno essendo ritenuti animali dannosi. Bersagli viventi di un luna park riservato ai cacciatori, aperto per 365 giorni l’anno.

Minilepri nel mirino, ma con la certezza di non riuscire a eradicarle

Come ho più volte scritto, al di la di ogni considerazione etica su una gestione faunistica che quasi sempre vede il mondo solo attraverso la canna di un fucile, il nodo centrale è l’impossibilità di eradicare una specie. Impossibile che accada per mano umana in un’area continentale vasta, quando questi animali si sono stabilmente insediati e abbiano raggiunto una diffusione capillare.

Non ci si riesce con nutrie, scoiattoli grigi, cinghiali e l’elenco sarebbe ancora molto lungo. Questa eradicazione non riuscirà nemmeno con le minilepri. In compenso si creerà un’ulteriore occasione di divertimento per i cacciatori, che sono i soli responsabili di questa colonizzazione. Un’occasione di svago che costerà la vita di migliaia e migliaia di animali, che costituirà una fonte di disturbo per la fauna. Abbattimenti annunciati che non serviranno a nulla.

Le minilepri saranno così un bersaglio disponibile per 365 giorni l’anno

La gestione della fauna in Italia è fatta come se ci trovassimo in guerra con l’ambiente e i suoi abitanti (leggi qui) e raramente, in percentuale, si attuano sistemi e politiche che non prevedano lo sparo. La politica, ma anche il mondo che gravita intorno alla gestione faunistica, è legato a filo doppio con quello venatorio.

ISPRA propone metodi ecologici alternativi all’abbattimento più per dovere (lo prevedono le normative europee) che non per convinzione, anche perché i metodi ecologici difficilmente danno risultati nell’immediato. L’unico metodo che potrebbe realmente funzionare sarebbe il divieto assoluto di importare sul territorio europeo specie animali alloctone vive, che possano insediarsi con successo. Applicando il principio di precauzione che dovrebbe essere alla base di ogni decisione.

Invece preferiamo essere in perenne guerra con gli animali, dando a pochi cacciatori la possibilità di combinare danno e di averne anche un vantaggio. Continuando su questa strada faremo stragi infinite, riempiendo l’ambiente di tonnellate di piombo, senza ottenere risultati apprezzabili. Uccidendo con grande disinvoltura con la scusa che si tratta di animali alloctoni invasivi.

Tutelare la biodiversità attraverso il mirino del fucile

Tutelare la biodiversità attraverso il mirino del fucile

Tutelare la biodiversità attraverso il mirino del fucile è un’attività incompatibile con il buon senso e altera la percezione corretta dei possibili rimedi, ma non bisogna dirlo a Donald Trump Jr., fotografato con quello che era un bufalo, prima di diventare solo un inutile trofeo.

Difficile sentirsi rassicurati dall’elezione a presidente della prima super potenza planetaria di Donald Trump, sicuramente non un pacifista né un ecologista, con figli che hanno girato i quattro angoli del globo uccidendo ogni tipo di animale, come dimostrano le foto che hanno oramai fatto il giro del web.

Ma non è The Donald il fulcro di questo articolo, già sono scorsi fiumi di inchiostro e non solo, prima ancora che si sia insediato e ben poco si potrebbe aggiungere al profilo di un presidente che vede l’ambiente come un nemico da battere e il riscaldamento globale come un’invenzione fatta per danneggiare le imprese americane.

Lo spunto me l’ha invece fornito la vicenda degli ammotraghi presenti nel parco del Beigua, una specie di capra di montagna simile al muflone ma originaria dell’Africa settentrionale, già reintrodotta in Spagna per ragioni legate, neanche a dirlo, alla caccia e arrivate invece nel Beigua a causa di una fuga da una riserva, come indica un articolo de Il Secolo XIX . Ora questi ammotraghi, un gruppetto di 3/4 individui, sono stati messi sotto osservazione da parte dell’ISPRA che deve valutare il da farsi, considerando che secondo le direttive europee le specie alloctone andrebbero rimosse dal territorio.

Trattandosi di 3/4 animali prudenza vorrebbe che venissero individuati, anestetizzati con apposito fucile e portati in un ambiente controllato, prima che si riproducano, che aumentino di numero, che diventino una popolazione da abbattere a fucilate per la gioia dei cacciatori. Questo è proprio il nocciolo del problema: come mai in Italia non si riesce a intervenire con tempestività sin da quando si tratterebbe di catturare solo pochi animali e si aspetta che diventino, invece,  una popolazione consistente? Peraltro 3/4 ammotraghi potrebbero anche essere sterilizzati e reimmessi nel territorio, tanto si tratta di capre di montagna che non fanno danni se contenute numericamente.

A pensare male viene da dire che questi alloctoni di varie specie che sono stati fatte crescere numericamente in modo importante rappresentino poi una preda per i cacciatori nostrani, che nella loro costante attività di supporto alla collettività possano così indossare i panni dei protettori della natura e avere una specie in più sulla quale far fuoco, per giunta durante tutto l’anno: il cosiddetto selecontrollo.

Ma quello che fa specie sono certi ambientalisti, certe associazioni di protezione ambientale, che vorrebbero sterminare anche a fucilate e/o con qualsiasi altro metodo tutti gli animali alloctoni, rei di entrare in competizione con la nostra fauna. Certo la tutela ambientale è prioritaria però bisognerebbe tenere conto anche della realtà, che di fatto impedisce l’eradicazione di buona parte delle specie alloctone quando sono state fatte crescere a dismisura proprio per la politica dell’immobilismo o per l’immobilismo politico, a seconda dei casi. In questo modo una piccolissima colonia di procioni comparsi nella zona dell’alto Adda alla fine degli anni ’90 sono stati lasciati crescere indisturbati, per non affrontare i costi delle catture, e ora che la popolazione si stima essere di almeno un centinaio di soggetti si stanziano fondi per affrontare la presenza di questi animali. Per catturarli? Nossignore, per abbatterli a fucilate.

Scientificamente è provato che una popolazione, numerosa e in grado di adattarsi e riprodursi, non può essere eradicata a fucilate o con altri metodi violenti: non perché lo dicano gli animalisti, come sostengono certuni ambientalisti e il popolo dei cacciatori, ma perchè lo dicono la scienza, gli insuccessi e la mancanza di dinamiche di decrescita delle popolazioni, motivate dalla pressione venatoria. Per indicare i nomi dei responsabili dell’insuccesso degli abbattimenti possiamo tranquillamente parlare di cinghiali, cornacchie grigie, nutrie, parrocchetti, gamberi della Louisiana, scoiattoli grigi e molte altre specie ancora. 

Tutto questo dimostra che tutelare la biodiversità attraverso il mirino del fucile è non solo un tentativo inutile, crudele, insensato ma anche e soprattutto rappresenta un’attività non risolutiva. La soluzione a questa tipologia di problema è possibile solo quando le specie animali che lo originano provengano dal commercio destinato al mercato amatoriale o degli allevamenti per scopo alimentare o per la pellicceria, vietando l’importazione delle specie alloctone che possono ragionevolmente adattarsi ai nostri climi. Nulla si può fare quando le specie esotiche arrivano per migrazione o dispersione causata da vari fattori, che vanno dal raddoppio del canale di Suez al riscaldamento globale.