Caracal scappa dal campeggio a Figline Valdarno, una storia illegale già vista

Caracal scappa dal campeggio a Figline Valdarno, una storia illegale già vista

Caracal scappa campeggio Figline

Caracal scappa dal campeggio a Figline Valdarno, ma in Italia non sarebbe mai dovuto esserci. Invece ne sono arrivati ben due al seguito di una turista polacca che ha pensato di portarseli in vacanza, proprio come se fossero dei gatti. In Italia la detenzione di un caracal è per fortuna vietata dalla legge da moltissimi anni, a seguito del decreto sugli animali pericolosi. Questo però non ha impedito alla turista di entrare nel nostro paese e di portare la coppia di felini in un campeggio toscano come se niente fosse.

Cani falchi tigri e trafficanti

Una storia che ha dell’incredibile considerando che un caracal non passa inosservato. Una coppia di linci del deserto, come vengono spesso chiamati i caracal, suscita curiosità essendo vietato da più di vent’anni tenere questi animali. Una vicenda con tante analogie con un episodio seppur senza fuga dell’animale, che era già successo a Milano qualche anno fa. Come raccontiamo con Paola D’Amico nel nostro libro “Cani, falchi, tigri e trafficanti”, dove viene narrata la vicenda giudiziaria di Grum, un caracal che girava a Milano al guinzaglio di una ricca signora bulgara.

Nei paesi dell’Europa dell’Est il caracal e i suoi incroci con il gatto, che danno vita al caracat, sono animali molto richiesti. Costano migliaia di euro e sono diventati uno status symbol per i nuovi ricchi. Animali selvatici che vengono addomesticati, senza per questo diventare domestici, e tenuti come pet, per stupire, per la loro bellezza, per il gusto di avere un pezzo di natura in salotto.

Caracal scappa dal campeggio a Figline, ma sui giornali la notizia stranamente non diventa virale

Il caracal lascia il campeggio scappando dalla custodia della sua padrona il 3 settembre. Inizia a vagare per la zona e solo dopo qualche giorno la padrona informa le autorità della fuga, portando sulle sue tracce i Carabinieri Forestali. Il felino, a cui tutti a questo punto danno la caccia, viene avvistato e catturato solo sei giorni dopo. Nonostante la sua giovane età, essendo un animale selvatico, se la cava benissimo, non finisce sotto le macchine e non torna dalla padrona. Viene recuperato, secondo fonti di stampa, da personale dell’associazione Amici della Terra, che prima lo avvistano e poi riescono a farlo cadere in trappola.

Al momento risulta che l’animale recuperato sia stato messo sotto sequestro e la sua proprietaria denunciata, mentre non si hanno notizie del secondo felino. Che avrebbe dovuto finire anche lui sequestrato e successivamente confiscato, proprio come il caracal fuggito alla proprietaria. Questo prevede la legge: la detenzione è vietata in Italia, come lo sono il commercio e l’introduzione sul nostro territorio. In base al decreto che vieta la detenzione degli animali pericolosi per la sicurezza e l’incolumità pubblica, nei quali sono compresi tutti i felini selvatici.

Lo stesso iter che segnò la sorte del caracal milanese, che però prima fu affidato a un centro, ma poi venne riconsegnato alla proprietaria. Seppur in affidamento giudiziario e con l’obbligo di custodirlo presso l’abitazione . Dopo pochissimo tempo, però, la proprietaria violò le disposizioni del magistrato e lo riportò in Bulgaria, dove la detenzione è purtroppo considerata legale.

Fra poco dovrebbe entrare in vigore il divieto di commercio degli animali selvatici

Il divieta arriverà per gli effetti del regolamento 429/2016 della Comunità Europea, entrato in vigore in Italia solo nel mese di aprile del 2021, a seguito dell’approvazione della legge 53/2021. Che ha riconosciuto come il commercio degli animali selvatici e esotici aumenti le possibilità di trasmissione dei virus. Mancano però i decreti attuativi del regolamento che non sono state ancora emanati dal Governo, che dovrà farlo entro l’aprile del 2022.

La pandemia dovrebbe averci insegnato la necessità di separare le nostre vite da quelle degli animali selvatici. E il buon senso dovrebbe averci fatto capire che tenere questi animali in casa sia contro la loro indole, sino a poter essere considerato un maltrattamento. Un’idea non condivisa dagli appassionati di animali esotici, che vorrebbero poterli detenere liberamente. Senza chiedersi se siano in grado di offrire condizioni di reale benessere agli animali costretti a vivere nelle loro case.

Se il regolamento trovasse rapida applicazione in tutti i paesi della UE, commercio e detenzione di moltissime specie animali finirebbero. Evitando la prigionia a centinaia di migliaia di animali che sono letteralmente “consumati” ogni anno dal mercato. Un bene per gli animali, ma anche per la salute umana, inutilmente messa a rischio da un traffico insano e pericoloso.

Stop Finning salva gli squali da una morte atroce, ma anche l’equilibrio di mari e oceani

Stop Finning salva gli squali da una morte atroce, ma anche l’equilibrio di mari e oceani

stop finning salva squali

Stop Finning salva gli squali da una morte atroce, ma anche l’equilibrio di mari e oceani che non possono permettersi certamente di perdere questo superpredatore. Gli squali sono vittime di una pesca feroce e sono ricercati soprattutto per le loro pinne. Che sono usate nella cucina orientale e non solo, ma anche in molti preparati della medicina tradizionale. Per questo spesso vengono pescati, issati a bordo, privati delle pinne e rigettati ancora vivi in mare. Una pratica crudele e dannosa.

Cani falchi tigri e trafficanti

Contro questa barbarie, che mette in pericolo la biodiversità di mari e oceani, è stata avviata un’ICE (iniziativa dei cittadini europei). Una petizione che vincola la Commissione Europea a occuparsi del problema e a sottoporlo al Parlamento. Non la solita raccolta firme su una delle tante piattaforme quindi, ma una forma ufficiale di cittadinanza attiva. Dietro l’hashtag #StopFinningEU c’è una coalizione che ha attivato questa iniziativa per salvare gli squali.

stop finning salva squali

Stop Finning salva gli squali se i cittadini europei esercitano i loro diritti

Recentemente un’altra ICE europea ha ottenuto un pieno successo. Grazie all’impegno di tutti i cittadini europei che hanno firmato la petizione #EndTheCageAge. Dal 2027 sarà vietato allevare animali in gabbia negli allevamenti e questo successo migliorerà le condizioni di vita di centinaia di milioni di animali. Ogni anno! Per questo è importante che tutti si attivino per dare voce a questa petizione, che fino ad ora ha raccolto troppo poche firme: solo 247 mila sul milione di sottoscrizioni richieste. Con soltanto due paesi che hanno raggiunto il numero minimo di sottoscrizioni richieste per ogni paese: Francia e Portogallo.

Gli squali stanno a mari e oceani come i lupi a boschi e praterie: sono super predatori utilissimi e necessari per il mantenimento degli equilibri degli ecosistemi marini. La sovrapesca li sta mettendo in serio pericolo in tutti i mari del mondo, ma anche bracconaggio e pesca illegale contribuiscono a questa mattanza. Una firma rappresenta un aiuto concreto per ottenere un cambiamento e ognuno è importante.

Ogni voto conta, ogni cittadino è importante. Per questo è importante la massima condivisione di questa petizione che al momento sta ricevendo meno adesioni del necessario. Forse perché i pesci e i mari non riscuotono la stessa attenzione degli animali e degli ecosistemi delle terre emerse. Invece non perdiamo questa occasione di svolgere un ruolo di cittadinanza attiva e di far sentire la nostra voce!

Cattivi proprietari creano cani aggressivi

Cattivi proprietari creano cani aggressivi

Cattivi proprietari creano cani aggressivi

Cattivi proprietari creano cani aggressivi e questo è un dato di fatto che non può essere smentito. Però anche la sottovalutazione del problema e della sua origine ha un’importanza non secondaria nella mancata prevenzione degli incidenti.

Si prova sempre una grande tristezza quando cani, di qualsiasi razza, causano la morte di un essere umano e di un bimbo in particolare, per poi finire uccisi durante i tentativi di soccorso. I fatti di cronaca forniscono uno spunto per parlarne ma le considerazioni che seguono non si riferiscono a questo episodio in particolare. Responsabilità e omissioni, se ci sono state, saranno valutate dalla magistratura.

Sono convinto che non ci siano cani aggressivi ma che solo cattivi proprietari creano cani aggressivi. In parte senza rendersene conto in un deficit educativo e di rapporto, altre volte perché esiste una precisa volontà di usare i cani come strumento di intimidazione. Sono due tipologie diverse di situazioni che purtroppo sono l’origine di un problema comune: un cane che può diventare potenzialmente pericoloso, in particolar modo quando di mezzo ci sono bimbi e persone anziane.

Terrier e molossoidi non sono cani per tutti, ma ogni animale di qualsiasi specie, dovrebbe sempre essere gestito con responsabilità

Pitbull e simili non sono per definizione cani pericolosi, anzi, ma hanno caratteristiche peculiari che li rendono con un grande potere offensivo, dovuto in questo caso alla grande forza che possono esercitare con un morso. Per questo devono essere educati e ben socializzati. Evitando di stimolare tutti quei comportamenti che possono causare aggressività o fargli percepire il morso come un gioco.

Ma non è questo il punto che vorrei mettere sotto la lente d’ingrandimento quanto la creazione del binomio potenzialmente dannoso. Che si crea quando cani particolari, come pitbull, amstaff e dogo, ma non solo questi, sono posseduti da persone “particolari”. Che non soltanto non hanno alcuna esperienza ma, peggio, ci tengono ad avere e esibire cani aggressivi.

Quando si dice che il cane finisce con assomigliare al padrone non è che si dica un’eresia. Chi non ha visto un pitbull in mano a un balordello di quartiere, al ragazzino che si atteggia a boss, all’adulto che essendo aggressivo di suo trova bello che lo sia anche il cane? Per arrivare a chi questi cani li vuole solo per intimorire e li usa come armi improprie. Realtà che per fortuna hanno ben compreso anche molti magistrati e gli operatore di polizia.

Un cane richiede tempo e deve essere socializzato da persone capaci, in grado di educare un cane e renderlo equilibrato

Naturalmente chi cerca un cane che possa essere in grado di intimorire non sceglie un chiwawa o un carlino ma punta, diretto, su cani che effettivamente possano incutere paura. Per aspetto (ora con le orecchie lunghe meno) o per fama. Così chi ha un pitbull oppure un dogo ben educato e socializzato è costretto a combattere ogni giorno con i pregiudizi delle persone, gli stessi pregiudizi che invece accrescono l’autostima del balordo.

Queste razze di cani spesso vengono tenute in stato di semi abbandono in giardini di villette o sui balconi, nonostante i reclami dei vicini che spesso hanno più paura dei proprietari che dei cani. In una sorta di terra di nessuno al confine fra una cattiva detenzione e il maltrattamento.

In quell’area grigia che la legge non presidia, dove talvolta i cani vengono lasciati, in stato di semi abbandono, anche sulla scorta di pareri molto concilianti. Dati sul loro benessere da troppi veterinari, pubblici in prevalenza, che affiancano le forze dell’ordine nei controlli.

Quando non bastano o non ci sono sufficienti controlli gli animali sono sempre le prime vittime nonostante le leggende

L’aggressività di un cane non è insita nella sua razza, pur riconoscendo che, come capita agli umani, ci possano essere animali con turbe del comportamento. L’aggressività può nascere anche da maltrattamenti, da privazioni, da assenza di benessere e di socializzazione.

Tutto questo rappresenta l’anamnesi muta di un fenomeno spesso incompreso, troppo spesso tollerato e lasciato immutato. Sino a quando accadono le tragedie e allora, e solo allora, ci si interroga, escono precedenti, segnalazioni rimaste inevase.

Bisogna avere il coraggio di dire una cosa: se ci fosse più attenzione e più prevenzione dei maltrattamenti ci sarebbero meno episodi con protagonisti i cani. Non tutti gli incidenti sono causati da maltrattamenti agli animali, ma non tutti i maltrattamenti sono considerati tali sino a quando non si verifica un incidente. Il classico gatto che si morde la coda, portando poi un cane a mordere invece l’umano di passaggio.

Sequestrato per maltrattamenti allevamento di cani nelle Marche: ancora una volta i controlli risultano carenti

Sequestrato per maltrattamenti allevamento di cani nelle Marche: ancora una volta i controlli risultano carenti

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E’ stato sequestrato per maltrattamenti un allevamento di cani a Trecastelli, nelle Marche. Il N.I.P.A.F. dei Carabinieri Forestali di Ancona, ha eseguito un sequestro preventivo disposto d’urgenza dalla Procura del capoluogo marchigiano. Il provvedimento è stato già convalidato dal GIP ed è stato eseguito con l’ausilio delle guardie del WWF locale e di altre associazioni.

cani falchi tigri e trafficanti

I militari che hanno operato il sequestro della struttura e degli animali si sono trovati di fronte una situazione di maltrattamento e di degrado. Nell’allevamento, ben conosciuto nella zona, erano presenti più di 850 cani, fra cuccioli e riproduttori tenuti in condizioni di maltrattamento. I cani erano quasi tutti di piccola e taglia, appartenenti alle razze più richieste dal mercato.

Il numero degli animali sequestrati, a questa puppy mill nostrana, rende molto bene l’idea di quanto valga il il mercato dei cuccioli. Ma anche di quanto ci siano carenze nei controlli periodici che dovrebbero essere assicurati dai servizi veterinari pubblici. Considerando che la struttura era ben nota per precedenti episodi, che avevano portato a una drastica ma non rispettata limitazione del numero di cani. Che avrebbero dovuto essere, secondo notizie di stampa, non più di una sessantina.

Come mai viene sequestrato per maltrattamenti un allevamento di cani solo dopo anni di continue violazioni?

I cani oggetto del provvedimento di sequestro sono risultati, in gran numero positivi alla brucellosi del cane. Una zoonosi che potrebbe essere trasmessa anche all’uomo, fortunatamente in pochi casi e con lievi conseguenze. La patologia era stata già rilevata in precedenza all’interno dell’allevamento e per questo erano state emesse delle ordinanze. Evidentemente non rispettate dai titolari, con conseguente pregiudizio per gli animali ma anche con possibili rischi per la salute umana.

Una situazione nota, che peraltro per il numero di animali presenti non poteva passare inosservata. Resta quindi aperta la solita questione relativa ai controlli. Che non hanno fermato in tempo la crescita esponenziale di una struttura che, probabilmente, avrebbe dovuto essere già chiusa da tempo. Consentendo invece la detenzione in condizioni di maltrattamento e la commercializzazione di cuccioli malati.

All’interno dell’abitazione dei proprietari, all’interno dell’allevamento, sono stati rinvenuti ben 270 cuccioli, molti dei quali tenuti in gabbiette da trasporto. Una situazione inaccettabile che ha portato poi alla denuncia di 5 persone, sia per maltrattamento di animali che per il mancato rispetto delle ordinanze. La speranza ora è che la Procura possa svolgere indagini a tutto tondo, per capire cosa non abbia funzionato anche nel meccanismo dei controlli. Un fatto che sicuramente ha consentito ai commercianti di realizzare ingenti quanto illeciti guadagni.

Quando i profitti degli illeciti sono molto alti e le sanzioni per chi maltratta sono molto contenute delinquere è vantaggioso

Da quello che si può sapere l’ipotesi di reato nei confronti degli allevatori è quella di detenzione in condizioni incompatibili, punita dall’articolo 727 del codice penale. Un reato di natura contravvenzionale, che prevede una sanzione esigua, rispetto ai guadagni, e ha soprattutto un tempo di prescrizione più breve di un delitto. Un condizione che molte volte rende inevitabile che i procedimenti si estinguano per intervenuta prescrizione. In un paese come il nostro dove i tempi della giustizia non sono mai brevi. E un reato prescritto fa cadere ogni possibilità d confisca, perché è come se non fosse mai stato commesso.

Nei crimini contro gli animali, commessi da chi esercita attività commerciali, ci si dimentica con frequenza di valutare se il comportamento di chi doveva controllare sia stato corretto. Molto spesso infatti si tende a indagare i responsabili dei maltrattamenti, ma ci si dimentica di altre figure. Che magari avrebbero potuto intervenire con maggior tempestività, evitando sofferenze agli animali. E su questo tornano sempre in gioco i servizi veterinari pubblici, ma anche i veterinari liberi professionisti che hanno, comunque, precisi obblighi in questi casi.

Un’ultima annotazione riguarda sempre anche il numero degli animali coinvolti: più questo cresce e più diventa complessa la gestione di un sequestro. Per questo i controlli dovrebbero essere maggiori in tutti i luoghi ove si allevano animali, per impedire che il loro numero diventi uno scudo che protegge i malfattori. Un’attività concretamente realizzabile se venissero garantiti maggiori mezzi e uomini ai Carabinieri Forestali, che sono purtroppo in numero insufficiente rispetto ai loro compiti e alle necessità.

Contro i cani che non respirano i veterinari britannici chiedono una riflessione alle celebrità che li acquistano

Contro i cani che non respirano i veterinari britannici chiedono una riflessione alle celebrità che li acquistano

cani che non respirano

Per i cani che non respirano veterinari inglesi lanciano la campagna #HealtOverLooks per far conoscere le sofferenze a cui queste razze vanno incontro. Cercando di coinvolgere i personaggi pubblici perché riflettano prima di acquistare questi cani e, soprattutto, non li pubblicizzino. Creando lo spiacevole effetto emulazione che tutti ben conosciamo, he porta le persone a volere lo stesso cane del loro beniamino.

cani falchi tigri e trafficanti

Da sempre i veterinari britannici rappresentano un esempio da seguire per i loro colleghi europei, che sono poco impegnati sul fronte dell’informazione degli acquirenti. Mentre in Gran Bretagna vengono addirittura organizzate campagne alle quali viene chiesto ai cittadini di partecipare per diffonderle. Contribuendo così a rendere anche l’opinione pubblica coinvolta su temi così importanti. Consapevoli che molte volte il parere di un veterinario su un argomento così particolare, ma anche tecnico, sia della massima importanza.

Anche in Italia purtroppo abbiamo molti personaggi noti che comprano queste razze e le pubblicizzano sui loro social. Per questo carlini e bulldog inglesi e francesi sono le razze più richieste, e purtroppo più trafficate. Sommando così i maltrattamenti genetici a quelli derivanti dalle condizioni di allevamento tipiche dei cani della tratta dei cuccioli.

Cani che non respirano e acquirenti che non riflettono: il benessere degli animali viene prima della lor estetica

La prima domanda che una persona dovrebbe farsi quando decide di dividere la sua vita con un animale dovrebbe essere: ma starà bene, potrò fargli fare una buona vita? Ma questo accade in una parte di potenziali custodi di animali non proprio così diffusa. In modo particolare quando il cane viene scelto seguendo esclusivamente criteri estetici, che lo rendono “figo”, invidiabile, desiderato. Una sorta di status symbol.

Sui cani che non respirano occorre che anche in Italia si crei una coalizione che coinvolga tutte le associazioni di protezione e i veterinari, per arrivare a modificare il mercato. Facendo capire che questi cani fanno fatica a vivere, sono davvero belli da morire. E questo non è solo un modo di dire, ma una realtà che riguarda molte razze di animali.

Occorre includere l’allevamento di queste razze nel reato di maltrattamento, seppur genetico, degli animali vietandolo

Quando la comprensione e l’informazione non raggiungono i risultati desiderati occorre cambiare rotta. Trasformando una raccomandazione in un divieto e una forma di allevamento in un reato. Portando a estinzione dolce queste razze e impedendo che possano essere legalmente allevate. Non abbiamo certo necessità di creare sempre nuove forme di maltrattamento per venire incontro alle richieste di un pubblico che non vuole vedere la sofferenza.

David Attenborough fornisce la soluzione raccontando la sua vita sul pianeta

David Attenborough fornisce la soluzione raccontando la sua vita sul pianeta

David Attenborough fornisce soluzione

David Attenborough fornisce la soluzione e lo fa come sempre a suo modo: portandoci dentro il mondo naturale attraverso un documentario. Raccontando in poco più di un’ora, in un film che potrete trovare su Netflix, com’era il pianeta quando ha cominciato a esplorarlo. Ricco di tantissima biodiversità, quella che in meno di un secolo l’umanità ha letteralmente divorato, non conoscendo limiti. A 93 anni suonati questo fantastico divulgatore ci fa capire, con una semplicità davvero incredibile, come abbiamo invaso e semi-distrutto la Terra.

cai falchi tigri e trafficanti

Quest’uomo, incredibile, per vitalità e capacità divulgativa, ci conduce per mano con grande semplicità ed efficacia negli ambienti che esplorava da giovane e in quello che ne rimane oggi. Una landa spesso deserta che l’uomo ha alterato per procurarsi ricchezza senza considerare l’equilibrio. Consumando terra e mari come se si trattasse di risorse infinte, immodificabili dalle aggressioni umane. Pur comprendendo che questo comportamento di rapina avrebbe portato enormi danni a livello ambientale.

Secondo David Attenborough solo il 3% degli animali che vivono ora sulla Terra sono selvatici. Gli altri sono animali d’allevamento. prodotti come machine per uso alimentare e Attenborough non lascia scampo a quest’errore: il pianeta non può sopportare miliardi di grandi carnivori. Dimostrando come un’alimentazione variata e diversa possa essere perfettamente rinnovabile, mentre le nostre abitudini alimentari sono soltanto distruttive.

David Attenborough ci fornisce la soluzione per arrestare i danni dei cambiamenti climatici

In questo docufilm, che trascorre tenendovi letteralmente incollati allo schermo, viene indicata in modo chiaro la soluzione ai problemi. Un diverso modo di produrre risorse, come da tempo fanno gli olandesi in agricoltura, che con uno territorio molto piccolo sono diventati i quarti esportatori di cibo. Ma anche grazie a una dieta diversa e alla rinaturalizzazione dell’ambiente, che non può prescindere da una riduzione della nostra pressione demografica. Raggiungibile in modo dolce, rimodulando il modello di sviluppo e la trasmissione di modelli culturali vincenti.

Vedere un uomo della sua età, così lucido e pieno di entusiasmo, disponibile a spendersi per andare a parlare ai potenti, per cercare di ottenere dei cambiamenti mi ha confermato che il cambiamento è dentro di noi. Che la vita è dentro di noi, con le sue positività e il suo male. Con una specie fatta si (anche) di bastardi senza gloria, ma con un gran numero di persone meravigliose. Capaci di avere la voglia di metterci faccia e fatica per difendere la nostra vita sulla Terra. Certo Attenborough è un gigante, una varietà non così diffusa nella specie umana, ma il mondo è pieno anche di uomini meno “eclatanti”, ma altrettanto disponibili e puri.

Guardare questo docufilm apre gli occhi sulla realtà e il cuore alla speranza, che si chiama equità e cultura

Quando avrete finito di vedere la rinascita ambientale di Chernobyl, avrete capito l’importanza di lasciare che la natura si riprenda una parte dei suoi spazi: la vita sul pianeta è infatti basata sull’armonia, come si trattasse di una enorme orchestra. Non possiamo permetterci di perdere, ancora, nemmeno una delle più insignificanti comparse che creano ogni giorno il meraviglioso spettacolo che il nostro pianeta ci offre. Ogni specie fornisce il suo contributo e lo stesso dovrebbe fare anche ogni essere umano, la specie più intelligente ma purtroppo anche la più avida e numerosa che abita la Terra.

Dobbiamo fare il possibile per uscire dall’Antropocene in cui siamo sprofondati in poco meno di un secolo, per tornare all’Olocene e ai suoi equilibri, che sono stati i più stabili sino alla seconda metà del secolo scorso. Siamo ancora in tempo, non diamoci per vinti, combattiamo per cambiare le cose e per far comprendere che un modello diverso non è un’utopia, ma una realtà.