Gli allevamenti intensivi non sono meno pericolosi dei mercati umidi cinesi

Allevamenti intensivi mercati umidi

Gli allevamenti intensivi non rappresentano un rischio inferiore rispetto ai mercati umidi dell’Oriente. Solo un modello di sfruttamento degli animali diverso, oramai accettato dalla nostra cultura. Che si è abituata a mangiare senza farsi troppe domande, su provenienza e sofferenza, ma nemmeno sulla salubrità di quel che è nel piatto. Questa colpevole distrazione, che non riguarda solo gli animali, ma anche molte delle tematiche ambientali, ha consentito all’industria di ammaestrarci. Di farci diventare dei bravi consumatori.

Ancora oggi la consapevolezza non sembra essere messa al primo posto fra le nostre attività quotidiane, nonostante i mesi difficili della pandemia. E di quelli che ancora dovranno arrivare. Ma noi abbiamo bisogno di consapevolezza e informazione più di quanto possa essere importante il vaccino contro il virus. Le pandemie passano, ma se non si modificano i modelli di sviluppo che le hanno generate, non solo ritornano, ma devasteranno le nostre vite. Quello che certo non passerà senza azioni incisive è il disastro climatico.

Continuando a passare più tempo a contare i morti piuttosto che a lottare per il futuro dei vivi stiamo ipotecando il domani. Visto che sempre più studi dimostrano che una sola sia la salute e che si sia superata la soglia del buon senso. Quello che ci avrebbe dovuto impedire di andare a stanare i virus dalle foreste, di abusare nell’uso degli antibiotici negli allevamenti, di devastare e invadere i polmoni verdi ma anche quelli azzurri come gli oceani.

Allevamenti intensivi e mercati umidi sembrano soltanto diversi, ma sono inferni molto simili

Quello che per decenni le fabbriche delle proteine ci hanno raccontato, a proposito di salute e benessere è falso. E’ sempre stato falso, ma accettato come uno dei tanti ingranaggi tossici della nostra economia. Che spesso ha tritato vite, umane e non, senza farsi scrupoli. Per questo la pandemia dovrebbe essere vista come un vantaggio, che permetterebbe di far rinascere un’economia diversa e più rispettosa, dei diritti prima di ogni altra cosa.

Alla fine Kenneth Sullivan si è dovuto arrendere. Il 12 aprile scorso, l’amministratore delegato della Smithfield Food ha annunciato con uno scarno comunicato la chiusura a tempo indeterminato dello stabilimento di Sioux Falls, in South Dakota. Non poteva fare altrimenti: superati i 700 casi, la fabbrica era diventata uno dei principali cluster di contagio al Covid-19 degli Stati Uniti.

Dall’articolo “Gli allevamenti intensivi sono un disastro per l’ambiente e per la nostra salute” di Stefano Liberti per l’Espresso

Queste verità un tempo non avrebbero trovato facilmente spazio sulla stampa, in televisione, per non scontrarsi con il potere economico della pubblicità. Ma ora sono sempre più le testate che lottano per un informazione libera e indipendente, cercando l’aiuto dei lettori piuttosto che delle aziende. Dando modo al lettore di avere notizie più libere, meno condizionate. Per contro l’opinione pubblica dovrebbe essere interessata a questi argomenti, mettendoli al primo posto per il suo futuro. Che non possono essere solo la modifica delle nostre abitudini per le prossime vacanze estive.

L’Italia è uno dei paesi più belli del mondo per storia, luoghi e bellezze naturali. Nonostante le devastazioni ambientali operate negli ultimi 70 anni.

Per questo occorre capire che la nostra economia potrebbe essere basata su meno sofferenza, meno inquinamento e più diffusione di attività sostenibili. Che potrebbero diventare una fonte di reddito importante, facendoci vivere in un paese diverso e migliore. Un faro anche per l’economia europea.

Abbiamo ora tutte le possibilità per ricreare una filiera di attività green, senza restare imprigionati nel tentativo di far ripartire questo tipo di modello sviluppo. Basato su un eccesso di consumi, con una scarsa attenzione ai diritti degli esseri viventi più deboli e delle categorie più emarginate della nostra società.

Possiamo cambiare, dobbiamo pretendere che questa sia la strada che non solo il nostro paese deve intraprendere. Potremmo diventare un modello di sviluppo sostenibile., trovando il coraggio di guardare oltre a quanto succede nel nostro salotto di casa.

Troppi antibiotici negli allevamenti intensivi

Antibiotici negli allevamenti intensivi

Troppi antibiotici negli allevamenti intensivi italiani a causa delle condizioni di sovraffollamento e stress per gli animali. Il nostro paese, insieme a Cipro, registra un utilizzo di antibiotici 2,5 volte superiore alla media europea. Un problema che non riguarda soltanto il benessere animale.

Secondo i dati dell’Agenzia Europea del Farmaco nel nostro paese l’utilizzo degli antibiotici in zootecnia sembra essere fuori controllo rispetto agli altri paesi europei. Risulterebbe inoltre che l’utilizzo degli antibiotici non sia per il trattamento individuale di patologie, come avviene in molti altri paesi, ma bensì per un impiego a tappeto in acqua e mangimi.

Un dato che attesta, senza possibilità di smentite, non soltanto la salute degli animali degli allevamenti intensivi ma anche le loro pessime condizioni di vita. Evidentemente non paragonabili a quelle degli altri paesi dell’Unione che registrano un impiego di antibiotici molto più basso di quello riscontrabile in Italia.

Da cosa dipende l’uso abnorme di antibiotici in zootecnia?

Le condizioni di sovraffollamento degli allevamenti rappresentano una causa di stress per gli animali, con conseguente abbassamento delle difese immunitarie. Questo fattore unito alle problematiche sanitarie dovute a un eccesso di promiscuità diventa una causa scatenante di molte patologie, curate con l’uso di antibiotici.

Il fatto grave è che dai dati che emergono parrebbe che in Italia gli antibiotici non vengano utilizzati per curare patologie inserte ma come misura di prevenzione e cura. Ma più elevato è l’utilizzo di antibiotici e più si sviluppano le resistenze nei batteri al principio attivo, vanificando l’impiego terapeutico.

Gli antibiotici dati agli animali possono passare con le carni all’uomo, specie se non sono adeguatamente rispettati i tempi di sospensione, creando possibili problematiche di antibiotico resistenza nell’uomo. Questo significa che i consumatori mentre consumano carne di animali, specie se allevati in modo intensivo, possono assumere anche farmaci.

In Italia il primato delle morti per antibiotico resistenza

Secondo un articolo pubblicato dal canale salute dell’agenzia di stampa ANSA, l’Italia è al primo posto in Europa per i decessi causati dall’antibiotico resistenza. Un fattore dovuto dall’eccesso nell’assunzione di questi prodotti che causa nel nostro paese più di 10.000 morti all’anno.

Anche se la relazione non può essere dimostrata in modo assoluto appare chiaro, anche secondo studi e ricerche compiute dall’organizzazione Compassion in World Farming (CIWF) che vi sia un eccesso di impiego di antibiotici in zootecnia. Con dosi che variano in maniera rilevante fra gli allevamenti biologici e quelli intensivi.

Un motivo in più per limitare il consumo di carne, per scegliere almeno produzioni non intensive e possibilmente a filiera corta. Gli eccessi di consumo portano a un eccesso di sfruttamento e a pessime condizioni di vita degli animali allevati. Necessarie per mantenere a costi bassi il costo della carne, che rappresenta uno delle principali cause del riscaldamento globale.

Report, Amadori, antibiotici, siam tutti polli

Report, Amadori, antibiotici, siam tutti polli

Report, Amadori, antibiotici, siam tutti polli in un mercato che ha troppe regole, molte delle quali disattese.

Dove animali e uomini sono accomunati da un destino simile: essere sfruttati e fatti ammalare.

Ancora una volta Milena Gabanelli e Sabrina Giannini han fatto centro, verrebbe da dire “parola di Francesco Amadori”. Con l‘inchiesta andata in onda su Report sull’antibioticoresistenza, fattore indotto dai troppi antibiotici assunti anche attraverso i cibi.

Qualcuno poteva infatti pensare che fossero le persone a intossicarsi con troppi antibiotici, realtà in effetti molto variabile da regione a regione, non si capisce se a causa degli informatori farmaceutici e dello strapotere di Big Pharma oppure per scelte incomprensibili fatte dai medici, su base evidentemente geografica.

Nella realtà il maggior consumatore di antibiotici del Belpaese si chiama “allevamento intensivo” e questa necessità è dovuta alle condizioni di insalubrità delle strutture di allevamento, con grandi concentrazioni di animali, igiene discutibile, sofferenza alta e patologie che in queste condizioni sono tenute sotto controllo solo dai farmaci.

Patologie causate dai batteri patogeni che, come gli antibiotici, spesso passano dagli animali all’uomo dando luogo a malattie molto molto serie, come le infezioni causate dallo staffilococco aureo(staphylococcus aureus) oppure dalla klebsiella.

Le telecamere di Report, con l’aiuto del team investigativo di Essere Animali, sono entrate negli allevamenti intensivi della Amadori, una delle aziende italiane più note anche in virtù del noto tormentone pubblicitario nella quale il presidente dell’azienda attesta le qualità dei suoi prodotti concludendo con il famoso slogan “parola di Francesco Amadori” .

Il quadro che ne è uscito risulta essere inquietante: topi che passeggiano sui suini allevati, un dipendente che urina nell’allevamento, polli sbatacchiati come fossero stracci, maiali tenuti in condizioni pessime; insomma tutto il contrario di quanto afferma il loro sito in termine di benessere animale sotto il claim che recita: “il nostro impegno: Amadori e il benessere animale”.

Come sempre si dimostra che gli allevamenti intensivi sono incompatibili con il benessere degli animali allevati, ma ora inizia anche a emergere in modo sempre più chiaro che sono incompatibili anche con il benessere delle persone, non solo perché troppa carne è cancerogena secondo l’OMS, ma perché queste tipologie di allevamenti sono delle bombe batteriche innescate, con il loro carico sia di sofferenza che di patogeni.

Dopo aver visto la trasmissione infatti fa davvero sorridere, anzi fa sbellicare dalle risate, che ci sia qualcuno preoccupato dalle patologie che possono trasmettere i piccioni oppure le pericolosissime nutrie, ignorando completamente che i patogeni possono arrivargli in casa perché li acquista al supermercato insieme agli antibiotici. Senza far torto naturalmente agli ospedali che sembrerebbero essere più pericolosi per il pericolo di infezioni piuttosto che per il rischio chirurgico.

Il quadro è davvero inquietante e invito tutti quelli che non l’avessero fatto a guardare la puntata di Report, che non voglio considerare la Bibbia, ma che unita a tutte le altre trasmissioni andate in onda su questo tema costituisce un motivo di grande allarme, non solo per la cronica mancanza di benessere degli animali o per il loro grave maltrattamento.

Il problema vero non è nemmeno Francesco Amadori, uno dei tanti imprenditori che si comporta né più né meno come farebbe un animale: si adatta alla nicchia “ecologica” nella quale è inserito. Mi spiego meglio: queste cose non nascono dall’oggi al domani sono il frutto dell’evoluzione della specie, in un paese con troppo pochi controlli, con troppe leggi che si sovrappongono, con riti processuali che farebbero venire i capelli dritti a chiunque abbia la sventura di assistervi.

Piano piano, come i patogeni, ci sono pezzi di Italia che si adattano, si allargano, occupano nicchie libere approfittando dei pochi controlli, di controllori talvolta troppo distratti e alcune volte compiacenti, di una burocrazia che spesso è la vera chiave dell’impunità e di grandi possibilità economiche garantite da produzioni a basso costo.

In 40 giorni è pronto un pollo, in tre mesi un maiale va al macello ma nessuno si chiede cosa non funzioni in questo assurdo processo produttivo, dove gli animali son meno di macchine.

L’Italia è il paese dove la televisione di Stato, la RAI, non riesce a intervistare il ministro della salute (!?), Bea Lorenzin, che rifiuta le interviste, che va pedinata e scovata in una manifestazione pubblica per aver qualche risposta, peraltro assolutamente non convincente.

I politici pensate siano al nostro servizio, in fondo li paghiamo con le nostre tasse ma anche qui si inverte la logica: noi paghiamo il canone RAI, anche per avere quel briciolo di informazione che Report e Presa Diretta ci garantiscono, ma la RAI non riesce a intervistare i politici che ci fanno pagare il canone e dei quali noi paghiamo gli stipendi.

Ma la RAI non riesce neanche a intervistare i direttori del Ministero della Salute che si negano anche loro, come se fossero Francesco Amadori, l’unico che in fondo aveva titolo per mandare a stendere la Giannini: non è ancora obbligatorio, infatti, per un imprenditore rilasciare dichiarazioni.

I risultati di questi paradossi sono che in Italia le lobby contano più del parlamento, riescono perfino a far dire a un funzionario ministeriale che, certo, una farmaceutica finanzia un convegno sul farmaco, ma non condiziona i contenuti che sono esclusivamente di competenza ministeriale. Se qualcuno conosce un’azienda che finanzia un convegno nel quale si parlerà male dei suoi prodotti me lo faccia sapere, che prometto di dedicare ampio spazio a questo nuovo mecenatismo culturale.

Nel frattempo mentre mancano i controlli, i processi non si fanno, le leggi sono troppe e in conflitto fra loro e i ministri non rispondono alle domande dei cittadini, scopriamo che anziché in farmacia gli antibiotici è meglio acquistarli in gastronomia. In questo frangente, in questa Caporetto del buon senso l’Europa che fa? Nulla se non cercare di approvare il TTIP, che diminuirà ulteriormente le garanzie per i consumatori e non solo questo.

Gli animali continueranno a vivere all’inferno, nell’inferno degli allevamenti intensivi ma se noi non impariamo a svolgere un ruolo attivo nella società finiremo pure noi all’inferno, che non a caso narrano sia lastricato di buone intenzioni. Ma ci arriveremo in anticipo, grazie alle lobby e ai poteri economici forti che da troppo tempo governano questo paese.