I canili non combattono il randagismo, proprio come i manicomi non cancellano la follia

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I canili non combattono il randagismo, proprio come i manicomi non cancellano la follia. Luoghi accomunati spesso da un alto tasso di sofferenza e da una scarsa possibilità di trovare una via di fuga. Specie per tutti quei soggetti problematici, complessi, piegati da condizioni di vita inaccettabili e irrimediabilmente segnati nell’anima. Questo non vuol dire che tutte le strutture di ricovero siano luoghi di sofferenza senza soluzione o che i rifugi non servano a trovar casa ai cani più equilibrati, ma sfortunati. Soltanto non bisogna vedere i canili come la soluzione di un’emergenza, che purtroppo non è ancora universalmente considerata tale.

Sono oramai decenni che il randagismo sembra un fenomeno invincibile, che assorbe fiumi di denaro che molto spesso finiscono nelle mani sbagliate. Finanziando una sotto criminalità e talvolta quella organizzata, senza però cambiare la realtà dei fatti, specie nel centro Sud Italia, dove sono tanti gli interessi che ruotano intorno al fenomeno. Con nuovi canili in costruzione, annunciati come successi mentre rappresentano il segno tangibile della sconfitta, e con quelli esistenti pieni a raso. Purtroppo come le strade e le campagne del sud Italia, in una giostra di nascite e catture che sembra non finire mai.

Guardando il fenomeno randagismo con occhio tecnico, senza quei coinvolgimenti emotivi che talvolta complicano e non risolvono, sembra davvero impossibile che non si riesca a invertire la rotta. Dal dopoguerra ad oggi sono state provate due strategie di contenimento: una basata sull’abbattimento massiccio di centinaia di migliaia di animali ogni anno, l’altra su cattura e custodia. Creando molte volte detenzioni che durano per tutta la vita e spesso anche oltre, truffando in questo modo i Comuni che si trovano a pagare anche per cani fintamente longevi, in realtà morti da tempo.

I canili non combattono il randagismo, ma sottraggono risorse importanti alla tutela degli animali

Volendo contrastare davvero il randagismo bisognerebbe in primo luogo aumentare il tasso di rispetto della legalità. In un paese che ha troppe norme, molte delle quali completamente disattese anche grazie alla mancata azione di quanti avrebbero l’obbligo di farle applicare. Inutile fare l’anagrafe canina se poi l’apparato di controllo non si impegna per ottenere l’iscrizione di tutti gli animali di proprietà. Stesso discorso per i veterinari che non segnalano i loro clienti, quando hanno cani sprovvisti di microchip, continuando a accettare che sia il proprietario a poter scegliere. Con buona pace del buon senso, della tutela degli animali e del rispetto delle leggi.

Un gran parte della sconfitta origina proprio dal fatto di tollerare che la parte peggiore della società si comporti senza rispettare le regole. Appare infatti chiaro che i cittadini responsabili si preoccupano di identificare e iscrivere i loro animali, per correttezza e per avere la possibilità di ritrovarli se si perdono. Mentre si tollera chi considera i propri animali uno strumento, una “cosa” che non deve causare responsabilità, rifiutando l’iscrizione. Per sintesi questo significa che in anagrafe sono iscritti gli animali dei cittadini responsabili, che rispettano gli obblighi, mentre mancano proprio gli animali spesso mal gestiti, quelli che alimentano abbandoni e randagismo.

L’illegalità, a ogni livello, se tollerata da decenni, crea un serbatoio infinito di problemi, che sono poi ribaltati con disinvoltura sull’intera collettività. Tradotti in costi di centinaia di milioni spesi ogni anno per custodire i cani, spesso in pessimi canili, da dove potrebbero non uscire mai. Imprigionati in box di pochi metri quadri, in strutture pensate con una logica sanitaria, senza alcuna considerazione per il benessere degli animali ospitati. Strutture talvolta gestite anche da associazioni, per le quali la quotidiana sofferenza sembra sfumata, diviene invisibile nella convinzione che l’amore sia il viatico per ogni male dello spirito.

Passare dalla gestione sanitaria del canile a una maggiormente rispettosa del benessere animale

I canili sono strutture autorizzate secondo criteri eminentemente sanitari, la cui rigida applicazione lascia poco spazio al reale benessere degli ospiti e anche al loro percorso di normalizzazione. Senza strutture modulate sulle esigenze dei cani, sulla loro socialità, sulla necessità di costruire gruppi e non gestire singole esistenze, molti cani resteranno rinchiusi a vita. In canili aderenti a prescrizioni di leggi datate, dove la prevenzione sanitaria ha sormontato ogni altra esigenza. Dove gli animali rischiano di diventare numeri, specie quando chi gestisce ha una connotazione esclusivamente commerciale e i cani ospitati arrivano a essere anche migliaia.

Occorre agire per impedire che i canili si riempiano e questo si può ottenere solo con il rispetto delle norme e con la giusta attenzione verso i diritti degli animali. Rivedendo le disposizioni sul commercio, vietando le esposizioni nei negozi, facendo campagne di informazione che partano dalle scuole, controllando in modo rigoroso le nascite, contrastando le adozioni d’impulso e le staffette che scaricano animali senza criterio. Bene dare speranza ai randagi del Sud, ma solo seguendo buone pratiche che assicurino benessere, smettendo di tollerare trasferimenti che finiscono solo per spostare il problema, da Sud a Nord, senza pensare al futuro dei cani.

Analizzando il fenomeno staffette ci si rende conto che i trasferimenti possono fare pendere la bilancia verso un miglior futuro o verso l’inferno. Cani non socializzati portati al Nord, erroneamente ritenuto un paradiso per gli animali, per essere poi abbandonati nelle aree cani, per farli portare in un canile. Animali privi di microchip che non potrebbero neanche essere trasferiti in altre Regioni, mandati allo sbaraglio con il rischio di diventare candidati al fine pena mai!

Staffette che abbracciano tutte le declinazioni del comportamento umano

Lontani dagli occhi di chi li ha spediti, in buona o cattiva fede, abbandonandoli a un destino davvero buio. Un comportamento da scafisti, che non si vorrebbe vedere, né con le persone, né con gli animali. Per non parlare di adozioni sbagliate, fatte senza controllo trasferendo cani problematici presentati come ideali da inserire in famiglia. Comportamenti che rappresentano la parte peggiore di questo mondo, fatta di soldi chiesti in nero, di veicoli spesso non a norma di legge, di promiscuità e possibile trasmissione di malattie.

Sul versante opposto c’è chi invece opera con giudizio, con attenzione nei confronti degli animali, trasportandone pochi con i giusti spazi, fatturando il lavoro fatto e pretendendo da chi spedisce la corretta documentazione. Trasportando animali sani, vaccinati e identificati, verso un destino migliore, verso una vita da condividere con una famiglia. Un lavoro fatto con coscienza e trasparenza, che aiuta davvero a incrociare positivamente vite.

Il consiglio resta sempre comunque quello di adottare animali presso strutture, parlando con gli educatori, conoscendo i cani o i gatti. Un’adozione è per sempre e deve essere frutto di una scelta ponderata, fatta consapevolmente, conoscendo un pochino almeno chi si decide di accogliere in famiglia, seguendo i consigli di chi quel cane lo conosce davvero, non ve lo racconta sui social.

Il futuro della lotta al randagismo in tempi di pandemia non sarà roseo

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La lotta al randagismo in tempi di pandemia è difficile prevedere che possa dare risultati migliori di quelli di questi anni. Dove la battaglia è stata persa per mancanza di visione e di fondi. Credendo che tutto potesse passare dal meccanismo dei canili, piuttosto che da massicce campagne di sterilizzazione, anche dei cani di proprietà. Se le risorse economiche erano scarse prima, difficile pensare che possano aumentare ora. In un paese che non ha ancora cominciato a “pesare” realmente le macerie del terremoto economico causato dal Covid19.

Il lockdown di primavera potrebbe portare a un baby boom, e non solo per gli umani, ma anche per i randagi. Con le sterilizzazioni dei servizi veterinari pubblici che sono andate avanti a singhiozzo, a buona volontà. Con associazioni e privati che hanno avuto un sacco di limitazioni negli spostamenti e con le oggettive difficoltà delle strutture veterinarie. Senza dimenticare che durante questo periodo certo qualcuno avrà approfittato per scaricare sul territorio qualche cucciolata.

Il futuro del randagismo non sarà roseo perché anche il terzo settore, il volontariato, dovrà fare i conti con una crisi che diminuirà le risorse. Difficile donare in un paese che si trovava in crisi economica già prima della pandemia. E che ora non ha certezza di futuro, stretto fra epidemia e economia fatta a brandelli. Questa situazione, che era stata ampiamente prevista, tanto da richiedere un mai attuato piano di emergenza per contrastare le pandemie, rischia di avere grandi ripercussioni. Non solo sul randagismo ma sulla tutela dell’ambiente.

La lotta al randagismo in tempi di pandemia non sarà facile, ma nemmeno la tutela dell’ambiente

La pubblicità sembra comunicare che sia arrivato il tempo per fare grandi cose, ma poco di concreto si vede all’orizzonte per tutelare l’ambiente. Difficile anche scorgere segni di una maggior consapevolezza da parte dell’opinione pubblica su questi argomenti. Se la valutazione dovesse passare dal senso di responsabilità che fotografano alcune immagini, sullo smaltimento di mascherine e guanti, si potrebbe tranquillamente dire che il futuro sarà plastico. Nel senso di pieno zeppo di altri rifiuti plastici abbandonati in giro.

Il rischio che pandemia e economia diventino le priorità di questo immediato futuro, dove per ottenere una ripartenza tutto potrebbe passare in secondo piano, è più che concreto. Un possibilità che bisogna impedire a ogni costo: fare un salto all’indietro nella tutela di animali e ambente sarebbe un grande problema: non abbiamo più tempo per rimandare scelte e comportamenti virtuosi.

Occorre che l’economia riparta con una direzione ecosostenibile, che vengano messe in cantiere operazioni che vadano in una direzione nuova, virtuosa e sepre più attenta. Devono essere previsti piani di efficientamento energetico, di riduzione drastica delle energie fossili e di incremento di quelle rinnovabili, di tutela ambientale e valorizzazione delle risorse naturali. Di un paese meraviglioso che potrebbe vivere solo delle sue bellezze ambientali e della sua storia.

In questo tempo le risorse economiche vanno misurate e utilizzate con responsabilità, senza concedere nulla al malaffare

Pensando alla lotta al randagismo e ai soldi spesi e in buona parte buttati, dove si potrebbero fare stime per qualche miliardo di euro. Denaro che spesso è andato a ingrassare il malaffare e le mafie, con fiumi di soldi che hanno arricchito molti, senza ottenere un risultato reale per gli animali. In un tempo come questo il primo risparmio dovrebbe essere compiuto grazie a una gestione oculata delle risorse. Per evitare che questa crisi di dimensioni spaventose ci costringa al suolo per sempre, in un paese che ha ancora a terra le macerie di terremoti di decenni.

Per cambiare occorre impegno collettivo, smettere di demandare tutto alla politica, ragionare con il proprio cervello. Cercando di separare la verità dalle mille bugie e falsità, smettendo di trovare scuse per una scarsa propensione a svolgere azioni utili per la comunità nel suo senso più ampio. Questa dovrebbe essere la chiave che apre il lucchetto che da decenni ha chiuso la catena che imbriglia la società italiana. Fatta di pigrizia verso il sociale, disillusione ma anche da molto di più di un solo pizzico di egoismo.

Cani sempre in viaggio: l’eterno trasloco dei randagi

Cani sempre in viaggio

Cani sempre in viaggio, sballottati come se fossero pacchi postali per far risparmiare qualche euro alle amministrazioni pubbliche sui costi di custodia. Oppure solo per mettere “una pezza” a situazioni inaccettabili di canili da anni senza manutenzione e oramai ridotti allo sfascio.

Storie di ordinaria Italia che sul contrasto al randagismo è indietro di anni luce. Avvenimenti che si ripetono in tutto il centro-sud dello stivale perché dopo anni di proteste e molte pressioni al Nord la situazione è decisamente migliore. Se non fosse per i randagi che, con i metodi più fantasiosi, alimentano il randagismo secondario. Quello che sta riempiendo le strutture del nord Italia con cani che arrivano dal Sud.

Con la complicità di un tamtam incessante che usa i social, talvolta con giudizio dando una reale prospettiva al cane che viene offerto. Molte volte, troppe, con irruente emozionalità che crea danno e altre ancora solo per guadagnare un po’ di euro. In nero, senza fattura, senza andare troppo per il sottile, senza pensare al benessere degli animali.

Cani sempre in viaggio, ma spesso senza speranze

La situazione di molti canili italiani è allo stremo: da Roma a Palermo per passare attraverso realtà grandi e piccole. Del resto se non mette mano al contrasto del randagismo e alla riproduzione dissennata non si arriverà mai a risolvere il problema. Con grande soddisfazione di tantissimi gestori di canili che guardano ai randagi come gli albergatori ai turisti cinesi: un flusso inarrestabile di portatori di soldi.

L’ultima protesta che approda sulla stampa di oggi riguarda i cani di San Giovanni Rotondo, che l’amministrazione sembra voglia trasferire al canile di un’azienda privata a Bari. Che probabilmente potrebbe aver già raggiunto il massimo della capienza, secondo quanto afferma l’ENPA in un articolo pubblicato sul quotidiano online foggiatoday.it.

Passata la kermesse elettorale, con tutte le promesse al seguito, comprese quelle del ministro Salvini di far eseguire controlli a pioggia nei canili, sarebbe ora di agire. Seriamente e su più fronti: riduzione del commercio, sterilizzazione, contrasto al vagantismo e all’elusione dell’obbligo di iscrivere i cani in anagrafe.

La vera battaglia si combatte sulle strutture

Per arrivare alla madre di tutte le battaglie: siano finalmente fatte rispettare le norme e tutti i comuni si dotino di strutture, singole o consortili, che fungano da ricoveri per gli animali da compagnia abbandonati o sequestrati. Dotate di ambulatorio veterinario in grado di aiutare i cittadini in reale difficoltà.

Strutture che finalmente possano fare prevenzione e educazione, sterilizzazioni e assistenza sanitaria per gli indigenti e che siano in grado di ospitare tutte le specie animali che popolano, purtroppo, le case degli italiani. Dalla cavia al pappagallo, dal rettile al canarino. Oggi, quando questi animali sono ritrovati, perché scappati o abbandonati, per cercare di collocarli ci vuole la pazienza di Giobbe e le capacità di fare giochi di prestigio di Houdinì.

Se lo Stato permette di tenere in casa un pitone poi si deve anche occupare di dove metterlo quando questo viene abbandonato o “scappa” fra le esultanze del detentore. Diversamente, e sarebbe proprio una gran bella idea, vietiamo queste vendite e fermiamo il commercio di moltissime specie animali.

Canili non arginano randagismo

Canili non arginano randagismo

Canili non arginano randagismo, sono solo un male necessario fino a quando il randagismo sarà una piaga e il possesso di un cane non sarà un gesto fatto responsabilmente.

Pensare il contrario e credere che i canili siano il miglior modo per battere il randagismo è un ragionamento che mescola due problemi, che si intersecano ma non si sovrappongono. Sarebbe un po’ come dire che le carceri arginino la delinquenza per il solo fatto di esistere.

Continuo infatti a leggere sui giornali che adottare i cani nei canili serva a combattere il randagismo, come se il fenomeno si generasse all’interno dei canili e una volta svuotate le strutture il randagismo sparisca.

Per lo stesso motivo parrebbe anche che i Comuni,  che incentivano le adozioni dei cani offrendo bonus e sconti, siano in prima linea nel combattere il fenomeno del randagismo. In realtà stanno solo cercando di risparmiare i soldi del mantenimento degli animali, trasferendo una parte di questo risparmio sui cittadini in cambio dell’adozione di un cane ospite del rifugio.

Le adozioni devono essere fatte con responsabilità

In questo modo però stimolano adozioni irresponsabili, non ponderate che sono fra le principali cause del randagismo, ottenendo un risultato talvolta opposto a quanto dichiarato. Adottare un cane in un canile è un gesto estremamente positivo che denota generosità e sensibilità, a patto che sia un’azione messa in atto con molta ponderazione e non d’impeto.

Un gesto che cambierà letteralmente la vita a uno dei centinaia di migliaia di cani custoditi nei canili della penisola, anche se fin troppo spesso sarebbe meglio dire imprigionati.

I canili sono strutture che quando garantiscono il benessere degli ospiti vanno considerate un male necessario, partendo dal presupposto che per un cane avere un padrone che lo custodisca correttamente rappresenta il vero punto di svolta della sua vita. L’obbiettivo di fondo di ogni persona che abbia a cuore il benessere degli animali è quello di sperare che prima o poi i canili restino un lontano ricordo di un’epoca incivile, chiusi per mancanza di ospiti e di cani randagi sul territorio.

Per dar corpo al sogno, perché questo avvenga, è necessario prima battere il randagismo e questo risultato si può ottenere solo attraverso una massiccia opera di sterilizzazione, identificazione e corretta gestione degli animali di proprietà, troppo spesso lasciati liberi di vagare, specie nelle zone rurali, senza essere nemmeno sterilizzati.

Bisogna mettere in campo massicce campagne educative che stimolino adozioni responsabili, piuttosto che fare spot contro l’abbandono. Sicuramente è più utile avvisare i viaggiatori di un convoglio ferroviario della possibile presenza di borsaioli, piuttosto che lanciare messaggi di redenzione nei confronti dei malviventi: lo stesso principio dovrebbe valere in materia di adozioni e di abbandoni di animali.

Basta leggere le pagine dei giornali locali, con particolare attenzione a quelli del sud dove il randagismo è maggiore e l’attenzione delle amministrazioni decisamente minore, per rendersi conto come agli stessi giornalisti, spesso, manchino le informazioni di base per parlare del fenomeno, come se a un critico d’arte mancassero dati fondamentali sulle opere che deve valutare.

Grazie a questa scarsa conoscenza possiamo trovare titoli che nel 2016 parlano di lotta senza quartiere al randagismo, magari solo perché un’amministrazione comunale ha deciso di dotare di microchip i cani, con solo un quarto di secolo di ritardo rispetto alla normativa.

Possiamo anche trovare, sempre fra gli esempi di lotta senza quartiere al randagismo, Comuni che decidono, ora, di progettare la costruzione di un canile, con più di mezzo secolo di colpevoli ritardi e omissioni.

Come quelli dei Sindaci che dichiarano con candore di non avere un canile convenzionato per la gestione dei randagi a causa del costo. Dimenticando però che anche questa sarebbe un’attività obbligatoria e non un gesto di benevolenza verso i cani. Insomma un disastro sparpagliato a macchia di leopardo, fra inefficienza e immobilismo.

L’Italia è un paese che ha troppe leggi ma anche molti cavilli e vie di fuga, con mille interpretazioni e possibilità di eluderle: in questo modo l’amministrazione pubblica, siano i Comuni piuttosto che le ASL o le Regioni e lo Stato, riesce a non assolvere ai suoi obblighi senza che vi siano conseguenze.

Troppe volte sono i cittadini a avere obblighi e non gli amministratori, che fin troppo spesso approfittano di una posizione di privilegio e del fatto che ancor’oggi molte persone non conoscono a fondo né i loro diritti, né il miglior modo per esercitarli.

In fondo lasciare le persone in un limbo fatto di conoscenze opache rappresenta il miglior modo per schiacciare i loro diritti, senza avere troppe proteste. Questa purtroppo è un poco la fotografia del nostro paese, nonostante qualche inguaribile ottimista lo neghi. I canili non arginano il randagismo!