Il caso del procione tenuto come pet, in città

procione tenuto come pet

Il caso del procione tenuto come pet in città ha riaperto il dibattito sulla legittimità, anche sotto il profilo etico, di tenere animali selvatici in cattività per diletto. Giustificando prigionia e privazioni con argomentazioni che possono colpire l’emotività del pubblico, commuovendo forse ma senza convincere chi si occupi di benessere animale.

La storia di Lucio, il procione che una cittadina ucraina ha importato illegalmente in Italia, salvandolo a suo dire dalla morte, ha riportato il problema dei selvatici in salotto agli onori della cronaca. Dopo che si è dissolta dall’orizzonte dei media, ma non da quello giudiziario, la questione sulla liceità della detenzione del caracal/caracat in un’altra casa milanese. La vicenda di Grum, il nome del felino, non sembra infatti essersi ancora definita.

Il procione sequestrato dai Carabinieri Forestali viveva a Baggio, un quartiere periferico di Milano, nel piccolo appartamento dove viveva la donna. Che ha dichiarato di averlo salvato da sicura morte e che per questo aveva deciso di tenerlo e di portarlo in Italia. Andando in giro per il quartiere con il procione al guinzaglio e tendolo in una gabbia a casa.

Il procione viene sequestrato dai Carabinieri Forestali

La presenza del procione non passa inosservata, così iniziano gli accertamenti: l’animale non soltanto è un selvatico, ma rientra anche fra quelli pericolosi non detenibili dai privati. E dal 2018 è anche considerato come specie aliena invasiva, della quale è vietata la detenzione. Per questo decreto recentemente sono stati abbattuti in Lombardia settanta procioni che vivevano liberi.

Divieti assoluti e insanabili che portano al sequestro dell’animale, richiesto dal pubblico ministero Sara Arduini al GIP del Tribunale di Milano che lo ha disposto. Così il procione è passato da una vita che non era la sua -da animale selvatico tenuto in appartamento- al centro di recupero di Monte Adone. Dove ora vive con altri suoi simili in un contesto più consono al suo essere procione, alla sua naturale indole.

Il trasferimento è stato l’inizio di una nuova vita per Lucio, che sembrava poter trascorrere le sue giornate da procione senza altre complicazioni. Non poco per un animale sociale, selvatico e non domestico. Che ha potuto riappropriarsi dei normali comportamenti specie specifici, come ben si vede nel video.

Il GIP ci ripensa e dissequestra il procione

Con un provvedimento a sorpresa il GIP del Tribunale di Milano, lo stesso che ne aveva disposto il sequestro, decide che nonostante tutto il procione debba essere restituito. Una decisione senza precedenti considerando che esistono due divieti assoluti e uno relativo, costituito da un’ipotesi di maltrattamento. Infatti:

  • Il procione è un animale ritenuto pericoloso e non detenibile, importabile, commercializzabile sulla base di un decreto del 1996, quello che ha scritto la parola fine sulla detenzione di molti selvatici in casa;
  • la specie è considerata aliena e non può essere tenuta legalmente come pet in quanto vietato dal decreto 230/2017;
  • la detenzione di un animale selvatico in casa potrebbe essere considerato un maltrattamento o quantomeno una detenzione in condizioni incompatibili con il benessere dell’animale. Specie quando si parla di una custodia in una piccola gabbia;

Il GIP decide che così non è, interpreta la norma, la modella e decide di restituire l’animale alla padrona, che finisce nel frattempo sui giornali insieme al suo avvocato. Va in televisione, si propone come vittima di un’ingiustizia, ma forse, almeno per il procione, non è proprio così. Anzi non lo è affatto. Pur con tutta l’umana comprensione per le vicissitudini personali che riferisce la persona che teneva in casa Lucio.

Il procione Lucio per fortuna resterà al centro con i suoi simili

Consentire, in violazione di norme e buon senso, di tenere in casa animali selvatici apre la porta, anzi la spalanca, alla presenza di animali non adatti a vivere in appartamento. Una situazione che sembrava essersi chiusa, almeno per carnivori e primati (ma non solo), molti anni addietro.

Così si innescano ricorsi contro il provvedimento di restituzione e il procione viene posto nuovamente sotto sequestro. Questa volta in via amministrativa e sempre dai Carabinieri Forestali, proprio in quanto animale alloctono.

Per una volta il decreto che ha condannato tanti animali all’abbattimento, per essere stati mal gestiti dall’uomo che li ha liberati nell’ambiente, ne ha salvato uno, Lucio, dal vivere in prigione. Una fortuna certo, anche se non generalizzata, purtroppo.

Ora Lucio verrà confiscato e potrà vivere al centro di Monte Adone con i suoi simili per il resto della sua vita. E a giudicare dal video sembra proprio che questa per lui sia la scelta giusta. Sperando che qualche altro tribunale non ci metta lo zampino, modo di dire più che mai appropriato.

AGGIORNAMENTO DEL 21/02/2020

Il Tribunale del Riesame, in data 08/01/2020 ha annullato il decreto di restituzione dell’animale disposto dal GIP, dando ragione al pubblico ministero che aveva presentato il ricorso. confermando il sequestro preventivo, che porterà quindi al rinvio a giudizio dell’indagata e alla confisca, anche penale, del procione. Che potrà trascorrere la sua vita in mezzo ai suoi simili al centro di Monte Adone.

Non bisogna alimentare gli animali selvatici

Non bisogna alimentare gli animali selvatici

Non bisogna alimentare gli animali selvatici salvo che siano presenti condizioni climatiche particolarmente avverse.

Un concetto che potrebbe sembrare un controsenso per quanti amano gli animali e vorrebbero fare qualcosa per loro. Ma la dipendenza alimentare crea dei problemi che mettono in pericolo la loro incolumità. Fornire alimenti è il primo sistema di condizionamento attraverso il quale l’uomo si avvicina agli animali. Un mezzo che crea un meccanismo di dipendenza più facile da creare che da correggere.

Spesso attraverso il cibo si creano rapporti di schiavitù quasi indissolubili. Alterando il comportamento degli animali. Questo avviene in molte attività umane: l’addestramento passa attraverso premi in cibo e non bisogna pensare solo al circo. Succede nella falconeria ma anche nell’addestramento di moltissime specie animali. Alimentando a mano i pulcini di pappagalli, rapaci e uccelli che dovranno vivere in cattività, sin da quando sono piccolissimi, si crea attraverso l’imprinting una dipendenza quasi assoluta.

Succede con i cani durante l’addestramento e anche con i gatti, per premiare i comportamenti graditi tramite il rinforzo positivo. Il cibo rappresenta una leva in grado di creare ponti di comunicazione che possono però trasformarsi in catene. Nei selvatici si creano problematiche differenti causate dalla dipendenza dal cibo. Un esempio può essere quello dell’azienda agricola che abbandona in giro carcasse o resti animali e poi si lamenta della presenza dei lupi nel cortile. Ma è il cibo che li porta ad avvicinarsi all’uomo, costituendo un richiamo irresistibile che rende confidenti.

Non bisogna alimentare gli animali selvatici perché il cibo crea dipendenza e altera i comportamenti

I rifiuti alimentari mal gestiti dall’uomo possono diventare una grande attrattiva per cinghiali e topi, solo per fare un esempio di due specie che non disdegnano certo gli scarti. L’uomo non gestisce i rifiuti, i cinghiali prima si avvicinano e poi entrano nei centri urbani. A questo punto scattano le richieste di abbattimento e le proteste.

Dalla vita alla morte il passo è breve. Questo vale anche per i piccoli uccelli che vivono vicino a noi: se vengono alimentati con costanza diventano molto, troppo, confidenti e pensano che non ci sia nulla da temere. Ma non è così e i gatti sono i primi ad approfittare di questa confidenza eccessiva.

Forse non ci avreste mai pensato ma secondo il CABS (Comitato contro l’uccisione degli uccelli), particolarmente attivo nel nostro paese in azioni contro il bracconaggio, sono oltre 26 milioni gli uccelli predati, ogni anno, in Italia dai gatti. Un numero che deve far riflettere. Occorre rivedere il nostro modo di rapportarci con gli animali, per non creare situazioni dannose indesiderate. Come un eccessivo avvicinamento degli animali selvatici agli insediamenti umani.

Bisogna aiutare i selvatici solo quando si trovano davvero in difficoltà

Occorre quindi dividere i comportamenti fra quelli utili, come aiutare gli animali in grande difficoltà, e quelli dannosi che sono costituiti dalle azioni messe in atto solo per diletto. Quelle che mettono inutilmente in pericolo gli animali selvatici.

Quindi è positivo mettere a disposizione cibo e ripari in periodi di freddo molto intenso, come è una buona cosa lasciare dell’acqua durante i periodi di prolungata siccità e in altre situazioni critiche. Senza che questo avvenga in posti pericolosi e senza mettere in atto azioni che possano creare un condizionamento.

Mettere a disposizione cibo e acqua, in luoghi sicuri e appartati e senza continuità, è un comportamento ben diverso da quello che si può vedere nella foto che illustra l’articolo. Creare dipendenza in un selvatico può significare causarne la morte e questo vuole essere lo spunto di riflessione.

Perché anche le azioni positive, fatte senza riflettere troppo, possono essere una grande fonte di danno. Per questo è sempre importante pensare alle possibili conseguenze prima di agire, informandosi e cercando di soddisfare un bisogno altrui e non soltanto un nostro piacere.