Incentivi svuota canili: il randagismo non si contrasta in questo modo

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Incentivi svuota canili: il randagismo non si contrasta in questo modo, amplificando il rischio di adozioni interessate e irresponsabili. Nonostante le molte critiche i Comuni continuano a offrire denaro pubblico in cambio dell’adozione di un cane, scelto fra quelli la cui retta è a carico dell’ente pubblico. Facendo passare un provvedimento che ha come unico obiettivo la riduzione dei costi come uno strumento utile al contrasto del randagismo. Ultimo arrivato, ma solo in ordine di tempo, sembra essere il Comune di Capaccio Paestum, in Campania. Un comune con poco più di 22.000 abitanti che mantiene 180 cani in un canile privato, vale a dire un ex cane vagante ogni 122 abitanti.

Per ridurre i costi il sindaco Franco Alfieri ha deciso con la giunta di erogare un bonus di 300 euro l’anno, per tre anni, a chiunque adotti un cane dal canile. Certo il bonus sarà dato solo dopo un controllo del servizio veterinario pubblico, ma può questo giustificare l’ennesima operazione “adotta un cane che che ci guadagni”? Un conto è aiutare chi è in difficoltà economica, vivendo con un animale che fatica a mantenere, altra cosa è dare contributi a pioggia per svuotare il canile. Giusto dare aiuti per chi vuole sterilizzare il proprio animale, ma davvero diseducativa resta l’idea del contributo in denaro.

Il primo obiettivo del contrasto al randagismo non è quello di svuotare i canili, ma deve essere il mettere in campo strategie per non riempirli. In una regione dove la gestione delle strutture, pochissime quelle pubbliche, risulta essere spesso un ottimo affare, anzi un malaffare, fatto sulla pelle degli animali. Per ottenere un risultato contro il randagismo, possibile come hanno dimostrato i pochi progetti messi in campo in questa direzione, occorrono sinergie a tutto tondo. Azioni che non possono essere basate su meccanismi premiali che siano soltanto economici. Senza prevedere un coinvolgimento e un’educazione della comunità.

Gli incentivi svuota canili non servono a far crescere la responsabilità collettiva

Travestire un’operazione economica, volta a far risparmiare le casse comunali, trasformandola in azione mirata a tutelare gli animali reclusi nei canili altera la realtà. Quanto sostenere che i canili siano strutture utili al contenimento del randagismo e non alla “gestione, talvolta pessima, dei suoi frutti avvelenati, derivanti da comportamenti irresponsabili. Il numero degli animali randagi è direttamente proporzionale alle riproduzioni incontrollate, sia a livello casalingo che per quelle causate dal lasciar vagare sul territorio animali padronali non sterilizzati. Quindi, in buona sintesi, è direttamente proporzionale alla pessima gestione degli animali da parte di chi li detiene.

Premesso questo il fatto di stimolare adozioni dietro compenso non può essere vista come un’azione responsabile. Chi ha deciso di dividere la propria vita con un animale avrà già con sé il proprio compagno di vita. Chi non può permetterselo per ragioni economiche non troverà nei 25 euro al mese, che il Comune darà a chi adotta, la soluzione del problema. Soldi che potrebbero stimolare adozioni fatte senza consapevolezza, fatte senza valutare cosa significhi, in termini di tempo e di impegno, vivere con un cane. Una scelta impegnativa e non soltanto sotto il profilo economico, se davvero si decide di voler garantire al cane una buona condizione di vita.

Miglior risultato si potrebbe ottenere impiegando risorse per realizzare campagne educative, specie nelle scuole, e maggiori controlli. Ma mentre incentivando l’adozione di cani per i quali si paga un costo di mantenimento si genera un risparmio, fare altre scelte genera costi. Un impegno economico che potrà dare ottimi risultati, ma solo nel medio periodo, considerando che nel breve non produrrebbe vantaggi. Si spiega così la ragione per la quale sempre più comuni perseguono questa strada e sempre troppo pochi si impegnano in attività educative e di prevenzione.

Servono politiche diverse mentre il randagismo viene ancora oggi contrastato con misure di tipo sanitario

Se ne parla poco, ma tutte le normative che ruotano attorno al randagismo ruotano intorno a questioni sanitarie, imperniate ancora sul contrasto alla rabbia e alle zoonosi. Questa è la sola logica che ha sempre giustificato la necessità di avere strutture per la custodia dei randagi. Secondo una visione che andava bene settanta anni fa. Nel 1954, infatti, furono riunite le varie norme di sanità veterinaria nel famoso, e mai completamente applicato, testo unico contenuto nel DPR 320/54. Ancora oggi la normativa ruota intorno a quelle concezioni obsolete, a strutture in buona parte mai costruite o mai adeguate a criteri che garantiscano il benessere degli animali.

Le conoscenze attuali ci dicono che nella questione randagismo il problema sanitario è una parte di una questione molto più ampia. Che andrebbe affrontata a tutto tondo, scardinando l’impianto sul quale tutto fa perno, per creare norme armoniche e in linea con il progresso della conoscenza. Solo in questo modo innovativo e decisamente rivoluzionario, rispetto alla visione attuale, si potrà delineare un campo vasto che deve prevedere sanità, etologia, tutela della biodiversità e, non ultimo, educazione al rispetto e alla corretta gestione. Servono visioni più ampie, mentre in Italia siamo ancora fermi agli inutili incentivi svuota canili.

Questo serve per avere un approccio che sia compatibile e in linea con il criterio previsto dal modello “One Health”. Un riconoscimento della connessione indissolubile fra persone, animali e ambiente, per garantire una comune salute. Un approccio che non può quindi più essere basato su mere politiche sanitarie, inadeguate per il raggiungimento di questo obiettivo in cui è racchiusa la nostra salvezza. Tempo di cambiamenti, tempo di riconoscere diritti e di avere competenza e intelligenza per affrontare nuove strade. Con la coscienza di dover raggiungere obbiettivi diversi e più complessi.

Parco del Gargano combatte randagismo e ibridazione fra cani e lupi

Parco del Gargano combatte randagismo

Il Parco nazionale del Gargano combatte randagismo e ibridazione fra cani e lupi con un nuovo progetto, che punta a coinvolgere le varie realtà presenti sul territorio. Promuovendo la sterilizzazione dei cani vaganti e diffondendo i criteri di una gestione responsabile del vagantismo canino. Mettendo in campo azioni concrete per contrastare comportamenti irresponsabili.

Per poter realizzare il progetto l’ente parco si propone di creare una sinergia fra istituzioni, associazioni di volontariato e comunità locale. Mettendo in campo anche tutte le risorse necessarie per incentivare le buone pratiche, come la sterilizzazione. Il randagismo, oltre a essere una fonte di problemi per i cani, rappresenta anche un pericolo per i lupi. Che, quando convivono sullo stesso territorio con i cani, possono dar vita a fenomeni di ibridazione.

Il presidente del parco, Pasquale Pazienza, ha già tracciato una road map da seguire nei prossimi mesi per attuare concretamente il progetto. Coinvolgendo le forze di polizia che controllano il territorio, con in testa i Carabinieri Forestali, e le associazioni animaliste, ambientaliste e di protezione civile. Con il coinvolgimento indispensabile dei Comuni che ricadono nei confini del parco, che devono fare la loro parte.

Per combattere il randagismo occorre creare grandi sinergie

Appare oramai chiaro che non si possa contrastare efficacemente il randagismo operando su territori di piccole dimensioni, lasciando in mano solo ai Comuni la risoluzione del problema. Una delle principali cause del randagismo ha origine dalla mancata gestione dei cani di proprietà, lasciati liberi di vagare su un vasto territorio senza essere sterilizzati. In questo modo si moltiplicano gli accoppiamenti indesiderati e le nascite e su questo occorre far sensibilizzazione.

L’ente parco si è ispirato al progetto creato da Zero cani in canile e lo ha rimodulato secondo le esigenze di un territorio prevalentemente agricolo. Individuando una serie di azioni che messe in campo simultaneamente dovrebbero essere in grado di produrre i risultati attesi. Mettendo in atto informazione, formazione, sterilizzazioni e controlli.

Un gruppo di lavoro presso l’ente parco funzionerà da cabina di regia, per coordinare gli interventi nei diversi Comuni e per la creazione di gruppi operativi sul territorio. Attività necessaria per pianificare campagne di sensibilizzazione verso i cittadini, ma anche preso le aziende degli allevatori che operano all’interno del parco, per illustrare i progetti di sterilizzazione. Successivamente si passerà alla fase operativa che prevede l’avvio delle operazioni di sterilizzazione, con controlli sul territorio messi in campo dalle forze di polizia.

Senza trascurare una campagna informativa nelle scuole, che preveda il coinvolgimento attivo dei ragazzi. Sensibilizzazione e educazione dovranno coinvolgere anche i turisti che ogni anno visitano il Parco nazionale del Gargano. Ora occorre attendere per poter valutare il risultato di una pianificazione che, sulla carta, sembra avere tutti i requisiti per poter raggiungere buoni risultati.

Contrasto al randagismo con politiche surreali

Contrasto al randagismo

Pensare di attuare politiche di contrasto al randagismo senza neanche conoscere la consistenza dei cani sul territorio. Pensando che tutto si possa risolvere, molto banalmente, con la cattura dei randagi.

Succede a Gela, in Sicilia e lo rende noto, in un articolo comparso sul giornale online locale visionedioggi.it, Liliana Blanco che ha intervistato, a questo proposito, l’assessore del Comune di Gela Florinda Iudici deputata a occuparsi del problema.

Ma probabilmente l’assessore non ha ben presente come affrontare la questione visto che sembra non ricevere dati dal territorio. Dichiarando come l’impresa incaricata di risolvere il problema abbia già catturato più di ottanta cani. In un contesto dove, secondo il comune, i randagi sono tantissimi e fuori controllo, senza però avere un censimento.

Nell’intervista non c’è una sola parola che parli della necessità di sterilizzare, di fare una gestione accorta dei rifiuti, della necessità di far rispettare l’obbligo di iscrizione in anagrafe dei cani e quello di non farli girare da soli. Come se il randagismo fosse un problema senza cause, che si genera in modo autonomo e imprevedibile, sicuramente incomprensibile.

Il Comune di Gela sembra non saper cosa fare

“Risolvere il problema del randagismo non sarà cosa facile” dice l’assessore Iudici all’intervistatore, facendo un’affermazione davvero disarmante. Che non sia cosa semplice è una certezza, come lo è anche che il problema non si risolverà mai mettendo i randagi nei canili. Senza fare null’altro.

Se il Comune di Gela piange pare evidente che anche il servizio veterinario dell’ASP di Caltanissetta non rida, visto che sembra sia stato affermato che “il problema del randagsmo non si può risolvere dall’oggi al domani“. Dimenticando che sono passati invano una settantina di anni, da quando nel 1954 si misero le basi per contrastarlo.

Di fronte a questo tipo di affermazioni parrebbe purtroppo chiaro che il randagismo in quella zona ben difficilmente potrà trovare risoluzione, che certo non abbia le ore contate. Senza politiche complessive, senza dati, senza conoscenze e politiche territoriali. Individuando come unico problema il fatto che, gelesi compassionevoli, alimentino i randagi. Che così non si riescono a catturare.

Con questo tipo di atteggiamento e di inconsapevolezza gestionale non si potrà mai arrivare a un efficace contrasto al randagismo. Le amministrazioni devono imparare prima di tutto a non improvvisarsi, a cercare risoluzioni basate su cognizioni scientifiche, seguendo linee guida che esistono già.

I servizi veterinari devono costituire un supporto operativo e gestionale e non costituire un freno o, peggio, creare alibì all’inefficienza. Non si possono continuare a rilanciare concetti vecchi e logori, luoghi comuni che oramai sono fuori dal tempo.

Diverse sono state in questi anni le questioni, anche giudiziarie, che hanno coinvolto i cani randagi e la gestione del randagismo. Questo non sembra però aver fatto fare molti passi in avanti verso la risoluzione dei problemi.

Continuando così si fanno solo arricchire le aziende coinvolte negli appalti per la gestione di strutture e catture. Perpetuando nei decenni metodiche che non potranno mai essere risolutive, con danno per animali e collettività.