Coronavirus e animali, umani e non umani: cosa possiamo imparare?

Coronavirus e animali

Coronavirus e animali, umani e non umani: cosa possiamo imparare da questa situazione difficile, prevista ma non gestita bene dagli organi di informazione e anche in buona parte dalla politica? Le difficoltà dovrebbero non soltanto creare disagi, ma anche diventare fonte di insegnamento una volta che la tempesta è passata. Una lezione che noi animali umani facciamo molta fatica a recepire, specie quando l’emozione, la pancia, prevale sulla ragione. Come ha ampiamente dimostrato l’epidemia di coronavirus, quando il microscopico covid-19 ha messo a soqquadro le vite di tutti.

Nella nostra mente vivono paure ancestrali, facilissime da riattivare, che probabilmente risalgono a tempi lontanissimi durante il corso della nostra evoluzione. La nostra diffidenza verso i predatori, la paura che molti hanno nei confronti di lupi e orsi risale probabilmente ai tempi in cui l’uomo era ancora una preda. Molto prima di trasformarsi nel predatore meno selettivo e più pericoloso del pianeta.

I topi, tanto detestati dall’uomo, sono da sempre ritenuti veicoli di malattie, che attraverso i roditori potevano diffondersi rapidamente. Una per tutte la peste nera, che con il bacillo Yersinia pestis, causò la morte di un terzo della popolazione mondiale intorno alla metà del 1300. Ma erano altri tempi, dove le condizioni igieniche erano molto basse e non esistevano farmaci. Eppure oggi, nei tempi del coronavirus, un piccolo virus influenzale riesce a scatenare il panico, a far dare l’assalto ai supermercati.

Il coronavirus non è la peste medievale: bisogna essere attenti e responsabili ma non terrorizzati

Oggi l’umanità corre rischi ben maggiori a causa dei cambiamenti climatici, dell’inquinamento, della scomparsa di molte specie animali e vegetali. Fattori che cambieranno il mondo in modo radicale, davvero drammatico, senza possibilità di individuare terapie per curare il male. Noi animali umani abbiamo impresso un’accelerazione troppo veloce ai cambiamenti, abbiamo preferito perseguire il profitto piuttosto che farci condurre dalla ragione. Abbiamo perso il senso di comunità, di bene collettivo e lo abbiamo fatto, spesso, proprio a danno degli altri animali.

L’italia è in testa alla classifica europea per quanto riguarda l’abuso di antibiotici negli allevamenti, non impiegati per curare gli animali malati ma come strumento di prevenzione delle malattie. Causate proprio dalle modalità con cui abbiamo consentito venissero fatti vivere gli animali degli allevamenti intensivi. Creando sofferenza a milioni di esseri viventi e un potenziale danno sanitario per la nostra specie. Fatti noti, che ogni anno causano la morte in Italia di 33.000 persone, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità. Eppure questo dato, che tradotto in numeri significa che ci sono 90 morti al giorno, non spaventa.

Non si muore solo a causa di un uso improprio degli antibiotici

I 90 morti giornalieri causati da patologie che non possono essere curate dagli antibiotici, uniti alle 208 morti premature al giorno causate dall’inquinamento, secondo l’agenzia ambientale europea, sono un dato importante. Che riguarda persone di ogni età, che non trova possibilità di cura. Eppure media, politici e amministratori pubblici non sembrano particolarmente attenti a far suonare i giusti campanelli d’allarme.

Da qui il pensiero che l’antidoto a questo mondo che si alimenta di paura sia uno e uno soltanto: la cultura, la diffusione di informazioni che ci facciano essere almeno consapevoli. Invece di essere cittadini siamo diventati noi, che forse vorremmo chiudere i circhi, le scimmiette ammaestrate di quel grande circo che è stato messo in piedi dall’economia. Che ci vuole far credere che la soluzione non sia la decarbonizzazione ma che basti lo sforzo comune messo in campo da ENI con Silvia. Ridicolo!

Allevamenti intensivi, wet markets e traffici di animali sono fra le cause della diffusione di malattie

Se non proviamo a mettere in atto oggi azioni che possano cambiare il nostro modello di sviluppo rischiamo che, in un futuro prossimo, non ci sia più tempo. Le persone devono sapere che non moriranno di covid-19, ma moriranno per aver permesso ad altri di scegliere per loro. La specie umana potrebbe scomparire. Per non essersi preoccupata per tempo dell’emergenza vera: quella climatica e ambientale.

Con il passare del tempo abbiamo alterato le nostre percezioni, pensando che la conoscenza non fosse importante, che la società e le regole fossero un orpello inutile. Per costruirci recinti fatti di “noi” e non di “loro”, di micromondi artificiali, falsi, sperando che ci difendessero. Un’assurdità in un mondo globalizzato, dove oramai sappiamo che una scelta fatta nell’altro emisfero avrà ripercussioni anche da noi. E infatti il coronavirus è probabilmente partito dalla Cina e ha avuto origine nei cosiddetti “mercati umidi”, dove vengono vendute carni di animali di ogni specie.

Sarebbe troppo facile però prendersela con i cinesi, come purtroppo è già successo. Dobbiamo essere consapevoli che per comprendere gli errori bisogna considerarli tali. Ma non tutti viviamo nello stesso XXI secolo, in termini di conoscenza, progresso culturale e stili di vita. Sarebbe un grosso sbaglio se ci ritenessimo migliori, siamo soltanto diversi nei comportamenti, che nemmeno in Occidente sono privi di errori e di orrori.

Il coronavirus ci ha insegnato che abbiamo bisogno di politiche europee in un mondo globalizzato

Mentre qualcuno pensa ancora di ritornare agli Stati nazionali, senza rendersi conto che in un mondo globalizzato questo sia un impossibile controsenso, l’Europa politica è lontana dall’essere un’entità unitaria. L’emergenza coronavirus ci dovrebbe aver fatto capire l’importanza di avere comportamenti omogenei a livello europeo. Mentre in italia siamo, addirittura, con una sanità frammentata a livello regionale anche durante le emergenze.

Come riusciremo a difendere uomini e animali dalle sfide che bussano alle nostre porte, se ognuno cercherà di difendere i propri interessi e non quelli collettivi? Saremo capaci di modificare stili di vita e regole, per affrontare le sfide che questo secolo ci ha già messo sul tavolo? Saremo così intelligenti da capire che non è il capitale a fornire ossigeno, che non può impollinare i fiori, che non è dentro un’economia rapace che si troverà una chiave di salvezza?

Vediamo quale sarà l’insegnamento che ci lascerà questa vicenda a livello planetario, e in quanto tempo faremo la scelta se agire o dimenticare. Cercando di non farci divorare il futuro da paure eccessive e da irresponsabilità collettive. Covid-19 è una tempesta creata in un bicchiere d’acqua, dove l’energia che l’ha generata si chiama psicosi collettiva.

Il corona virus spaventa molti uomini più della sparizione degli insetti impollinatori

corona virus spaventa molti uomini

Il corona virus spaventa molti uomini più della sparizione degli insetti impollinatori, trasformando un problema sanitario in una terribile piaga, senza badar troppo all’Apocalisse che potrebbe venire. Ma mentre l’emergenza dettata dal virus potrà essere efficacemente combattuta, non saremo in grado di arginare i danni che derivano da inquinamento e cambiamenti climatici. Ci stiamo facendo terrorizzare da un pericolo limitato, compiendo azioni illogiche governate solo dalla paura. Senza capire che sarà l’assenza il problema, non la presenza.

Il corona virus, covid 19, ha scatenato una psicosi collettiva, immotivata, irragionevole, che dimostra soltanto quanto sia facile seminare paura, mentre risulta sempre molto difficile essere rassicuranti. Ma questo funziona solo nel caso di situazioni vissute come pericoli immediati, perché su quelli di medio periodo il rapporto si inverte. In modo drammatico. Rendendo inutile ogni allarme sulla narrazione di un futuro prossimo che porterà a devastazioni ambientali, carestie, migrazioni epocali e milioni di morti.

Una previsione sui prossimi decenni probabilmente ottimistica, a paragone della quale l’attuale epidemia di corona virus diviene poca cosa, quasi un evento ininfluente, piccolo. Con un tasso di mortalità che fa parte delle casistiche di moltissime malattie virali, influenza compresa, della quale covid 19 è che una variante. Non banale, non da sottovalutare, ma molto, molto, e ancora molto, meno pericolosa dell’innalzamento dei mari di qualche centimetro. Una realtà molto prossima che però non porta nei paesi industrializzati nemmeno un millesimo dell’attuale preoccupazione.

Il corona virus spaventa molti uomini, che fra pochissimo tempo potrebbero conoscere la paura vera

Si svuotano gli scaffali dei supermercai per paura dell’epidemia, spaventati dalla possibile mancanza di provviste, da parte di persone divorate dalla paura del contagio. Ma questi cittadini avranno poi la stessa attenzione verso i cambiamenti climatici, guardando con terrore quel tipo di economia che ci sta divorando la terra sotto i piedi, o meglio sotto gli occhi? Probabilmente no, perché la mancanza di orizzonte li porta a credere che sarà un virus a metterci in ginocchio e non il clima. La percezione alterata del problema scatena il panico, alimentato anche da fake news che si moltiplicano sul web. Con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

Ma sarà il giorno in cui non ci saranno più insetti impollinatori quello in cui non ci esisteranno più scaffali da svuotare, giorni in cui mancherà davvero il cibo. Ma non perché non potrà essere distribuito, ma perché i magazzini saranno vuoti. In quel tempo non potremmo neanche più prendercela con i cinesi che ci infettano, con gli africani che ci invadono, con i siriani che scappano dalla guerre. Oppure con chi fugge da regimi dittatoriali che contrastiamo a parole, sostenendoli nei fatti. La colpa sarà di quelle maledette api, che non hanno saputo resistere ai bombardamenti chimici. Non sono nemmeno scappate, pavide, sono semplicemente morte sul campo di battaglia. Quello che noi coltiviamo riempiendolo di pesticidi.

Bisogna ripulire le menti, oltre che lavare le mani per evitare il contagio

Vorrei poter credere che questa vicenda, quella che ci ha fatto nuovamente annusare la paura, con l’odore impalpabile ma soffocante del pericolo, serva. Svuoti la testa dai pregiudizi e la riempia di cultura, che è molto più importante della paura dei virus, dei diversi, degli altri e anche dei lupi e dei cinghiali. Ci faccia capire che basta un attimo, proprio come per prendere il corona virus. Ma se un virus si può sconfiggere non ci sarà vaccino contro i cambiamenti climatici, diverso dalle azioni umane. Come non salveremo gli insetti con la chimica, ma dovremo imparare a usare meno chimica per salvare gli insetti e gli altri animali, compresi noi.

Presto il covid 19 farà meno paura, il contagio è stato stimato che diminuirà e probabilmente a breve sarà disponibile un vaccino. Ma per la nostra specie non sarà passato IL pericolo, ma soltanto UN pericolo. Il rischio vero sono gli uomini per gli uomini, con un’economia che non condivide ricchezza, con consumi insostenibili e un uso di sostanze chimiche che il pianeta non è più in grado di tollerare. Con un egoismo che ci porta a non condividere e una presunzione che ci fa avere comportamenti tanto arroganti quanto, purtroppo, stupidi.

Gli animali domestici e quelli selvatici NON trasmettono il virus e non possono essere contagiati, secondo le evidenze scientifiche e i dati del Ministero della Salute.