L’inchiesta di Report su Michela Vittoria Brambilla: sono obbligatorie delle riflessioni

inchiesta di Report su Michela Vittoria Brambilla

L'inchiesta di Report su Michela Vittoria Brambilla: sono obbligatorie delle riflessioni, che vanno al di là delle responsabilità che la magistratura eventualmente individuerà. Non ho dati per poter entrare nel merito delle accuse che Giulia Innocenzi e Report hanno mosso a Brambilla, in due inchieste più che dettagliate. Posso solo dire che la gestione di ENCI da tempo desta e ha destato perplessità, così come la poliedrica figura di Brambilla, che gioca troppi ruoli in commedia come ho già scritto. Aggiungo anche che solitamente Report è sempre uscito a testa alta dalle sue inchieste e, personalmente, credo che Ranucci e Innocenzi non siano scivolati, nemmeno questa volta, sulla classica buccia di banana.

Non si tratta solo di questioni amministrative, ma anche di competenza e etica

Ben prima dell'inchiesta ci sarebbero stati altri motivi per criticare il modus operandi di Michela Vittoria Brambilla, che, invece, sono passati sotto silenzio. Sicuramente non attengono all'uso più o meno disinvolto delle finanze della sua associazione Leida, sul quale non ho ragione di addentrarmi. Parlo di cose che attengono agli animali e ai loro diritti, che balzano agli occhi prepotenti a chi conosce questo mondo, a chi parla di animali sapendo ciò che dice. Parlo, per esempio, del CRAS Stella del Nord gestito dall'associazione, dove gli animali selvatici diventano testimonial di famiglia, maneggiati, toccati inultilmente, accarezzati e quindi imprintati, sempre a favore di telecamera. Sempre per produrre contenuti per i social e per la trasmissione tv di Brambilla. Un comportamento che personalmente ho sempre trovato inaccettabile.

Parlo di un'associazione che dice di occuparsi dei diritti degli animali e che impiega, come direttore sanitario del suo centro, un professionista che per decenni ha allevato, importato e commerciato animali selvatici. Un veterinario molto conosciuto nel settore per essere stato il punto di riferimento per circhi, zoo e commercianti, anche quando serviva un consulente per contrastare le accuse nei processi. Una scelta eticamente molto discutibile per un'associazione che dovrebbe occuparsi di difendere i diritti degli animali. Ma ognuno è libero di scegliersi i compagni di viaggio, anche se resta comunque l'obbligo di assumersi la responsabilità morale delle scelte fatte. Il veterinario in questione ha cancellato moltissime tracce del suo passato dalla rete, probabilmente grazie alla normativa sul diritto all'oblio, ma qualcosa, si sa, resta sempre negli archivi, come una visura camerale.

L'inchiesta di Report su Michela Vittoria Brambilla svela i rapporti con ENCI e parla della sua attività parlamentare

Il mondo degli allevamenti dovrebbe essere molto lontano da quello di un'associazione che si occupa di animali. Eppure sembra non esserci dubbio che ENCI finanzi con soldi pubblici la trasmissione di Brambilla su Mediaset. Con un intreccio di rapporti dal quale, nella prima puntata dell'inchiesta, la parlamentare si chiama fuori, subito rimessa al suo posto da quanto dichiarato a Report da Mediaset. La trasmissione fa pochi ascolti e quindi può andare in onda solo se finanziata dagli sponsor. Trovando ENCI e altri enti pubblicicome munifici mecenati perché a Fininvest deve arrivare come produzione a costo zero.

Si dice che il variegato mondo degli animalisti sia diviso ma è bene che si sappia che tutte le associazioni, o quasi, sono presenti nella FEDERAZIONE ITALIANA ASSOCIAZIONI DIRITTI ANIMALI E AMBIENTE, fondata da Michela Vittoria Brambilla nel 2012. In verità questo raggruppamento di associazioni ha prodotto davvero poco, se non un organo di stampa e qualche iniziativa comune. Su questo sarebbe opportuno che quanti fanno parte della federazione si interrogassero, per comprendere motivazioni e utilità di questa appartenenza. Soprattutto per comprendere a cosa e a chi sia utile.

In parlamento la deputata Brambilla ha un record di assenze nella scorsa legislatura che, secondo la fondazione OPENPOLIS, ammonta al 99,19% nelle votazioni. Certo il valore potrebbe non riflettere la reale presenza, ma è talmente alto da essere comunque inquietante. In questa legislatura, invece, Brambilla risulta avere un indice di presenza del 13,5% alle votazioni accompagnato da un indice di assenza per missione del 56,3%. Brambilla è di Lecco ma è stata eletta in Sicilia, regione che si può definire patria del randagismo, insieme a Calabria e Campania. Sempre Openpolis le attribuisce un "indice di forza" alla Camera, calcolato sulla base di una serie di fattori, pari allo 0,09%, fatto che la pone al 367° posto su 400 colleghi.

Più ombre che luci ma quel che crea perplessità è il silenzio dei compagni di viaggio

Sulle questioni sollevate da Report e da Giulia Innocenzi quello che stupisce è il silenzio di quasi tutta la compagine che a vario titolo compone il cosmo animalista. La sola voce rilevante, che non si può nemmeno definire fuori dal coro per assenza di coro è, al momento, quella di Save The Dogs, che per bocca di Sara Turetta esprime perplessita sulla questione in un'intervista, curata da Diana Letizia, direttrice di Kodami. Sul resto dell'arcipelago, per quel che mi risulta, al momento regna il quasi completo silenzio.

Uniche voci di dissenso quelle di alcuni parlamentari che hanno annunciato la loro uscita dall'intergruppo sui diritti degli animali. Hanno sbattuto la porta dicendo che non si riunisce mai e non produce nulla ma, a questo punto c'è da chiedersi se per uscirne avessero proprio bisogno di attendere la trasmissione di Ranucci. Anche questo è un altro mistero della politica, spesso poco concludente sui diritti degli animali, ma anche su quelli degli elettori.

Personalmente credo che i processi vadano fatti nei tribunali, però questo non mi ha sollevato dal dover fare qualche considerazione su questa brutta vicenda. Non possiamo sempre e solo guardare nel giardino degli altri, dimenticandoci che ogni tanto sarebbe buona pratica mettere un po' d'ordine anche nel nostro. Insomma, bisognerebbe mettere mano alla cosa, per evitare che si continui a dire che nulla cambia mai davvero nel variegato fronte della tutela dei diritti degli animali. Cercando di migliorare la qualità, la correttezza e la professionalità di una componente così importante della nostra collettività e dell'intero Terzo Settore. Con meno protagonismi, più trasparenza, più aderenza reale ai valori etici.

Serve sostanza, non solo emotività e apparenza

Qualità della vita e diritti di quanti non possono difendersi da soli sono temi troppo importanti per diventare solo un mezzo per guadagnare visibilità. Questa comunità ha il dovere di fare pulizia, senza nascondere lo sporco sotto il tappeto:, sarebbe ingiusto verso i cittadini e sarebbe davvero pessimo per la reale difesa dei diritti degli animali. Non è solo una questione di gestione dei fondi, ma di qualità del lavoro che questi fondi producono. Rubarli certo sarebbe terribile, ma spenderli male per impreparazione o vanità potrebbe produrre risultati anche peggiori.

Non basta essere volontari per sentirsi migliori di altri, serve produrre risultati e non fare danni. Questo deve essere considerato il vero spartiacque e vale per tutti i settori. Non sono le buone cause che rendono migliori le persone, sono le persone che possono contribuire a rendere migliori le buone cause. Al di là di ogni considerazione se per farlo vengano pagate o prestino la loro opera volontariamente. Sono considerazioni che penso di potermi permettere dopo più di quarant'anni di volontariato in questo settore.

Allevamenti di animali, criminalità comune e omissioni pubbliche

allevamenti di animali

Troppi allevamenti di animali sono diventati un crocevia di interessi e comportamenti criminali di vario genere che possono andare dal riciclaggio per conto della camorra e di altre agromafie all'inquinamento, passando per il maltrattamento di animali, arrivando all'alterazione di sostanze destinate all'alimentazione umana.

Una realtà ben documentata nella trasmissione Animali come noicondotta da Giulia Innocenzi, che questa volta si è occupata dei maltrattamenti che accadono negli allevamenti di bufale della Campania. Nella puntata intitolata Speriamo che sia femmina le telecamere nascoste riprendono, ancora una volta, le torture inflitte in molti allevamenti alle bufale da latte.

In pochi mesi sono decine gli allevamenti messi sotto accusa dalle inchieste realizzate da diverse trasmissioni televisive, realizzate da Sabrina Giannini, prima per Report e ora per Indovina chi viene a cena e da Giulia Innocenzi, prima per Servizio Pubblico e ora per Animali come noi. Senza contare le inchieste delle associazioni Essere Animali  e di Animal Equalitysempre sui temi degli allevamenti. Inchieste che hanno dimostrato, con relativa facilità, quali bolge dantesche siano gli allevamenti di animali, rendendo consapevoli milioni di persone sulla provenienza ma anche sui costi, non solo in termini etici, di quanto arriva sulle loro tavole. Improvvisamente molti consumatori hanno scoperto che le immagini di vacche e maiali felici create nell'immaginifico pubblicitario non corrispondevano al vero e che anche Francesco Amadori, negli spot della sua azienda, qualche bugia la raccontava. Certo i maltrattamenti subiti dagli animali e mostrati sullo schermo indignano anche gli onnivori, perché un conto è mangiar carne e altra cosa è rendersi improvvisamente conto di essere complici di un sistema malato, che non salva nessuno, né animali, né consumatori. Questo probabilmente porterà a un irrigidimento della normativa, a una diminuzione del consumo di carne e dei derivati come uova e latte. Ma tutto questo non basta. Occorre lacerare lo schermo dietro il quale si sono nascosti e sono cresciuti i criminali che gestiscono attività legate alle agromafie e, naturalmente, occorre parlare della catena dei controlli che si dimostra ogni giorno più incapace di far rispettare le leggi dello Stato. Proprio quello Stato le cui leggi ha giurato di far rispettare ma che poi in un rosario fatto di omissioni, connivenze, concorsi nei reati, omesse segnalazioni fino ad arrivare alla palude della corruzione, dell'interesse privato e della tangente presa per chiudere un occhio, ha violato sistematicamente. Se i giornalisti e le associazioni sono investigatori migliori di molti funzionari pubblici incaricati di vigilare è perché qualcosa non funziona nel meccanismo dei controlli. Nella trasmissione sulle bufale il veterinario ASL, di fronte a animali che faticavano a stare in piedi a causa di zoccoli cresciuti a dismisura ha sostenuto, con serenità disarmante, che la colpa è della legge che impone i lastricati di cemento, che non consentono il regolare consumo delle unghie. Come se non esistessero i maniscalchi e come se questo non costituisse un maltrattamento per gli animali, costretti a modificare la postura per reggersi in piedi. Con dolori indicibili. Come poter credere che lo sversamento dei liquami nel terreno di un grande allevamento non sia noto a una serie di organismi di controllo locali: Polizia Locale, Carabinieri, ex Forestali, veterinari ASL. Forse la verità è un'altra: per anni si è preferito ignorare queste cose, ritenendole reati minori, come il maltrattamento di animali. In questo modo si è consentito non solo il malaffare, ma si è agevolata la crescita della cultura dell'illegalità, si sono create sacche costituite da reati consentiti, accettati, dimenticando che proprio grazie ai territori strappati alle norme dello Stato si consolidano le mafie. Non sarebbe giusto sostenere che ci sia una corruzione diffusa all'interno delle forze di polizia giudiziaria, non è sicuramente così, ma è indubbio che oggi più che mai non basti sequestrare un allevamento di bufale a seguito dei vari reati accertati: le forze di polizia e la magistratura inquirente devono risalire agli anelli della catena di controllo che hanno consentito di perpetrare per anni questi reati, compreso il maltrattamento di animali. Denunciandoli e licenziandoli in caso la responsabilità sia provata. Gli animali sono esseri viventi indifesi che solo uomini perbene possono tutelare, nel corso di una vita asservita ai bisogni dell'uomo e che, in alcun modo, dovrebbe diventare una via crucis infinita fatta di sole sofferenze e patimenti.