Il maggior tributo della pandemia Covid19 sarà pagato da chi non ha responsabilità

tributo della pandemia Covid19

Chi pagherà in modo devastante il tributo della pandemia Covid19, che ha avviluppato il pianeta, saranno gli ultimi. I diseredati, quelli che hanno sempre subito i danni causati dalle rapine e dai crimini ambientali commessi dalle economie dei paesi più ricchi. Questo succederà fra le tribù indio dell’Amazzonia piuttosto che negli slum di Calcutta ,nelle bidonville di Caracas oppure fra i poveri di New York. Chi ha meno non ha soltanto minori disponibilità economiche, ma ha sempre avuto meno possibilità di vivere, anzi di sopravvivere.

La morte sarà anche una livella, come diceva Totò, ma non per tutti arriva nello stesso modo, con le stesse privazioni. Che comportano una speranza vita diversa, molto bassa fra i più poveri. Gli ultimi, quelli di cui pochi si occupano, quelli che raramente ottengono le prime pagine dei giornali, saranno i più falciati in assoluto da questa pandemia. Senza poter ricevere cure, senza essere aiutati nel momento della dipartita, soli così come, in fondo, sono sempre stati nella vita.

Il mondo non sta morendo di epidemia, di Covid19: una parte sta morendo di indigestione. Abbiamo divorato il pianeta, sostituito le foreste pluviali con il latifondo per allevare bestiame, coltivato proteine per produrre carne, con il peggior rapporto di conversione pensabile. Non lo abbiamo fatto per far da mangiare alle persone: la carne a basso prezzo è un vantaggio solo per chi gestisce il mercato. Gli unici a ingrassarsi sono i pochissimi che stanno al vertice della piramide economica, che non è più nemmeno il vertice di un triangolo equilatero, ma la capocchia di uno spillo. Considerando il loro numero rispetto alla popolazione mondiale.

Faremo pagare questa pandemia di Covid19 a quanti incolpevoli?

In fondo in Occidente e nei paesi ricchi, i poteri economici hanno saputo costruire una comunicazione efficace: il pianeta è in affanno ma noi stiamo lavorando per voi. Si sono però sempre dimenticati di farci sapere che, nella realtà, eravamo noi, con i nostri consumi, che stavamo lavorando per loro. Per gonfiare i conti correnti di un capitalismo vorace, che tutto divora e poco o nulla condivide.

Oggi la stampa riporta la notizia del primo indio Yanomami morto in Brasile di Coronavirus. Una morte che potrebbe, in un battito d’ali, essere l’inizio dell’estinzione di una delle ultime tribù che, in gran parte, sono prive di contatti con il mondo esterno. Indigeni che non hanno rapporti con la civiltà, ma solo con minatori illegali e tagliatori di legname, che quotidianamente invadono le loro terre. Culture che erano già destinate a sparire, ma che ora rischiano di farlo molto in fretta.

Con loro scompariranno gli abitanti di quella foresta che per millenni hanno abitato e difeso: giaguari, bradipi, tapiri e pappagalli. In una foresta importantissima che insieme a loro muore sotto i colpi dei bulldozer e delle seghe a motore, per arricchire i trafficanti con il legno e gli allevatori con il suolo.

Si alzano sempre più voci sul fatto che nulla debba tornare come prima

L’impressione è che sempre più parte dell’opinione pubblica si sia accorta di vivere in una finzione, come nel fortunato film The Truman Show dove inconsapevoli protagonisti vivevano all’interno di un gigantesco teatro di posa. Questa consapevolezza, nata proprio da questa terribile epidemia, deve essere la miccia per far esplodere il cambiamento, per rimettere al centro il pianeta.

Se non l’avete vista guardate questa puntata di Report, che parla di latifondo in Argentina, di allevamenti e della famiglia Benetton, che possiede sterminati territori in quel continente. Non solo ponti caduti e autostrade, ma un mondo a tutto tondo fatto di contenziosi con le istituzioni, l’ambiente, le tribù indigene che reclamano i territori e il patinato mondo delle catene dei loro negozi in tutto il mondo.

Il 21 giugno 2020 sono stati registrati, in un solo giorno, 183.000 nuovi casi. La maggior parte dei quali in America Latina. In Brasile sono stati superati i 50.000 morti. In India negli stessi giorni i morti hanno raggiunto quota 13.400 e per l’OMS potrebbe essere solo la punta di un iceberg.

Si è aperta la COP 13, in India, sulla tutela della fauna migratoria

tutela della fauna migratoria

Si è aperta la COP 13, in India, sulla tutela della fauna migratoria, che rappresenta una parte importantissima della biodiversità del pianeta. Un patrimonio da difendere a ogni costo, che unisce Stati e popoli della Terra con le migrazioni che lo attraversano.

COP13 aggiungerà probabilmente alcune nuove specie in pericolo, per affrontare i problemi e le minacce che stanno emergendo per alcuni animali, come l’elefante asiatico. Non bisogna infatti commettere l’errore di pensare che il popolo migratore sia composto solo da uccelli. Pesci e mammiferi compiono grandi migrazioni, come quelle che avvengono nelle vaste pianure dell’Africa per erbivori e predatori o quelle messe in atto dai cetacei.

Frammentazione del territorio, riduzione degli habitat, inquinamento, bracconaggio e cambiamenti climatici sono solo alcuni dei fattori che mettono a rischio i migratori. Altre volte, come ad esempio avviene in Italia per le rondini, anche la stupidità umana ha un suo peso, quando porta alcuni incivili a distruggere i loro nidi.

Tutelare la fauna migratoria è un dovere della comunità internazionale

Le rotte migratorie sono sempre costellate di pericoli, sia che attraversino il cielo, la terra o il mare. Attraversando confini che per gli animali non esistono, ma che possono invece cambiare le misure di protezione, aumentando o diminuendo la tutela delle specie che li attraversano. Le migrazioni richiedono grandi sforzi in termini energetici per essere affrontate, fatiche e rischi che si moltiplica in caso di altre avversità.

Per questa ragione il concetto di “connettività ecologica” costituisce la principale priorità per questa sessione della Conferenza delle Parti. La creazione e il mantenimento di corridoi migratori sicuri, che colleghino diverse aree geografiche. Un modo per supportare concretamente le specie migratrici durante le diverse fasi dei loro cicli di vita naturali, come l’allevamento e l’alimentazione. 

Il declino della biodiversità è costante e non c’è più tempo da perdere per difendere il patrimonio naturale

Il Rapporto di valutazione globale delle Nazioni Unite sulla biodiversità pubblicato a maggio 2019 ha stabilito che stiamo correndo il rischio di perdere 1 milione di specie, comprese quelle migratorie, se non intensifichiamo le nostre azioni. Un nuovo rapporto che sarà illustrato durante la COP 13 indica che, nonostante alcune storie di successo, le popolazioni della maggior parte delle specie migratorie stia diminuendo. 

Per questo il tempo rimasto è davvero poco e occorrono politiche di ampio respiro, concrete e rapidamente attuabili. Per non rendere la tutela dei migratori solo un’intenzione, un gesto di buona volontà, ma una concreta azione di salvaguardia.

Attenti alle trappole dei ladri di futuro

Attenti alle trappole dei ladri di futuro

I protagonisti della neonata onda giovanile verde, e non solo loro, devono stare molto attenti alle trappole dei ladri di futuro.

Ora tutti identificano Greta Thumberg come il simbolo della lotta contro i cambiamenti climatici, propongono di darle il Nobel per la pace. Ma non sempre quello che appare sulla superficie dell’acqua corrisponde al vero. Troppo spesso tutto deve cambiare perché nulla cambi realmente e in questa direzione potrebbero muoversi interessi molto grandi. Un rischio che bisognerà saper evitare.

In questo momento nessuno può sottrarsi dall’assecondare la protesta, per non amplificarla ancor di più e per non essere costretto a svelare le motivazioni, certo non nobili. Appare chiarissimo che le richieste dei giovani come Greta vogliano far comprendere agli adulti che il nostro modo di vivere non sia più sostenibile.

Non si può continuare a ritenere legittimo che la ricchezza sia concentrata su poche persone e la povertà diffusa su troppe. Non si può continuare a credere che per fare profitto tutto possa essere considerato moralmente lecito: inquinare, deforestare, sfruttare.

Ma non possiamo illuderci che sarà facile domare l’economia, sottometterla alla ragione e riportarla ad essere uno strumento utile per il bene collettivo. Non sarà affatto semplice perché chi la manovra controlla le leve del potere e per certo non intenderà farsele sottrarre. Nemmeno dalla volontà popolare, nemmeno dalla cosciente presa di posizione dei giovani che protestano in tutto il mondo nei #FridaysForFuture.

La proposta di dare a Greta Thumberg il premio Nobel per la pace sembra quasi un tranello

Il tempo ci ha insegnato come in molte occasioni sia più facile immobilizzare i cambiamenti fingendo l’adesione a una legittima richiesta, piuttosto che cercando di contrastarla. Nel nostro paese siamo davvero facili prede delle fascinazioni, senza poi arrivare a chiedere l’incasso delle cambiali elettorali. Promesse che restano vuote o, in troppi casi, si realizzano addirittura in modo opposto a quanto enunciato.

Già sulla rete circolano gli hashtag #NoGreta, molti minimizzano l’importanza di tutelare l’ambiente e molti altri, come sempre accade, vedono Greta manovrata da oscuri complottisti, per torbide ragioni. Dimenticando che ai tempi dei social la comunicazione vola, si diffonde, coagula e coinvolge con tempi impensabili anche solo dieci anni fa.

Il rischio di questa protesta non è cosa nasconda al suo interno, ma cosa farà l’esterno. Il vero punto è far si che questa protesta diventi proposta e che non si esaurisca. Tante volte le piazze si sono riempite per poi svuotarsi, rimettendo argomenti importanti a impolverarsi nei cassetti. Il pericolo “cambiamenti climatici” non è di oggi e la comunità scientifica è stata inascoltata, sicuramente dalla politica ma anche dalla gente. Battuta da una ragazza di 16 anni, che senza volere ha creato l’effetto valanga. Più social sicuramente di climatologi e scienziati.

Il cambiamento, per arrivare davvero a una limitazione dell’inquinamento e del riscaldamento del pianeta, non sarà un passaggio indolore. Per arrivare a questo bisognerà modificare lo stile di vita del le società dei paesi occidentali, cosa che comporterà la richiesta di molti sacrifici, che non potranno essere piccoli. Inutile farsi illusioni su questo. Inutile credere che questa strada non sarà costellata di tranelli, di trappole costruite per impedire il cambiamento. Ma anche di resistenze degli individui, non disponibili a ipotecare il livello di benessere raggiunto. Persone che saranno aizzate contro un nuovo o vecchi nemico, per distoglierle dal vero problema.

Non si sta cercando di salvare il pianeta, si sta cercando di salvare gli uomini

Questo concetto dovrebbe essere molto chiaro perché la Terra e i suoi abitanti non umani, con alterne vicende e successi di alcuni a danno di altri, continuerebbero lo stesso il loro percorso. Come è stato in passato con le glaciazioni, le estinzioni di massa e i tutti processi evolutivi che hanno interessato i viventi. Chi rischia è l’homo sapiens e nessun altro in realtà. Noi non stiamo difendendo il pianeta, stiamo scegliendo se avere un futuro.

I cambiamenti climatici, il riscaldamento globale non solo porteranno all’estinzione gli orsi polari, fatto che qualcuno potrebbe definire poco significativo, ma porteranno alla riduzione delle terre emerse. Milioni di chilometri quadri di coste saranno sommersi per effetto dello scioglimento dei ghiacci e le persone dovranno trasferirsi altrove.

Miliardi di persone saranno costrette a ripensare dove abitare, come sopravvivere, come poter fare ad avere un futuro. Questo non sarà solo un problema ambientale, ma rischia di diventare la madre di tutte le guerre.

Se non iniziamo, subito, con una decarbonizzazione massiccia, con la drastica riduzione di uso delle fonti fossili come petrolio e carbone potrebbe essere una via senza ritorno. Occorre ripensare agli errori del presente per vedere il futuro: agricoltura, allevamenti, uso del suolo, inquinamento, produzione industriale vanno condotti verso la green economy.

Le tre R dell’economia circolare devono diventare il pilastro su cui poggia l’intero sistema produttivo: recupero, riuso, riciclo. Senza possibilità di deroghe, con un tempo che non consente più proroghe.

Non rappresentano un gesto di altruismo i giovani catalizzati da Greta Thumberg, ma solo un disperato grido di dolore lanciato da chi sa di rischiare di non aver futuro. “Se non ora quando?” recitava un vecchio slogan. Bisogna cercare di non dover arrivare a rispondere: mai più.

Stiamo attenti alle trappole dei ladri di futuro, perché stanno rubando la vita di troppi per profitto, per egoismo, per mancanza di visione. Non lasciamo che i #FridaysForFuture diventino solo degli happening, ma contribuiamo tutti a dargli sostanza, concretezza, visione e programmi. Che siano una spinta incredibile, una nuova Rivoluzione Francese.