La sofferenza dei fragili non fa rumore, nemmeno quando l’anima va in pezzi

sofferenza dei fragili non fa rumore

Da molto tempo penso che la sofferenza dei fragili non fa rumore, neanche quando la loro anima va in pezzi. Sono tanti gli esseri viventi costretti a soffrire in silenzio, a non essere in grado di poter (di)mostrare il loro dolore. Talvolta, se sono uomini, per una scelta di pudore, talvolta per minacce o timori, altre volte perché incapaci di esternarla. Negli animali non umani questo accade soltanto per l’assenza di percezione della sofferenza da parte degli uomini. Una comune situazione che porta sempre a una silenziosa e sofferente rassegnazione.

Ho sempre legato uomini e animali, la sofferenza della loro anima racchiusa nella categoria dei “fragili”, composta da quegli esseri viventi che per le più diverse ragioni, non possono difendersi. Costretti, giorno dopo giorno, a sopportare l’incedere di ore spesso tutte uguali, piene di noia e vuote di attese. In fondo prive della cosa più importante: pensare che possa succedere qualcosa di diverso, capace di portare fuori l’anima da quello stato di rassegnazione.

Troppe volte gli uomini non hanno l’attenzione, la sensibilità oppure la volontà di percepire la sofferenza altrui. Una frattura dell’empatia che porta a non riconoscere il dolore generato dalla psiche come se fosse una ferita del corpo. A non percepire le urla silenziose che lanciano gli occhi, perché non riescono più a uscire dalla gola. O, più semplicemente, non vengono più fatte uscire, sapendo che nessuno presterebbe attenzione.

Qualche volta la sofferenza dei fragili fa rumore, anche quando entra in punta di piedi

Ieri è apparsa sui media la lettera di un anziano ospite di una RSA, morto di Covid19. Una persona che aveva scelto di non difendersi più, per amore: della sua famiglia, dei suoi affetti e di chiudere gli anni più malinconici della vita in una residenza per anziani. La famosa prigione dall’apparenza dorata, come viene descritta nella lettera, bella fuori ma vuota dentro. Come tante strutture che ospitano esseri viventi: piacevoli magari in apparenza, invivibili nella sostanza per chi è costretto a passarci i mesi e gli anni.

E’ l’unica persona che in questo ospizio mi ha regalato qualche sorriso ma da quando porta anche lei la mascherina riesco solo a intravedere un po’ di luce dai suoi occhi; uno sguardo diverso da quello delle altre assistenti che neanche ti salutano. Non volevo dirvelo per non recarvi dispiacere su dispiacere sapendo quanto avrete sofferto nel lasciarmi dentro questa bella “prigione”.

Dalla lettera di un ignoto anziano deceduto a causa del Coronavirus, pubblicata sul quotidiano digitale Interris.it

Forse è il tempo di ripensare non solo ai corpi, ma di dare valore anche alle anime, all’essenza degli esseri viventi, al loro sentire, al loro tempo e alla solitudine. Alla sofferenza muta del leone del circo, alla paura della donna costretta a vivere dominata dal terrore e dalla violenza di un compagno divenuto un carceriere. Alle tante anime che non troveranno aiuto, comprensione, compassione, empatia. Ai tanti che ogni giorno sono solo ombre.

Se qualcuno trovasse irriverente l’aver accostato un uomo a un animale non si chieda come mai non potrà mai sentire l’urlo della sofferenza

La compassione e l’empatia sono sentimenti che non dovrebbero conoscere una differenza di specie. Non è nemmeno il significato di vita e morte sul quale bisogna riflettere. Occorre pensare al tempo che intercorre fra i due istanti, a come è vissuto e quanta gioia o sofferenza ha causato. Nascere e morire sono le uniche due certezze che appartengono alla vita dei viventi, con tutto il carico della loro ineluttabilità. Ma è il tempo della vita a fare la differenza, nell’uomo come in qualsiasi altra creatura senziente.

Forse se questo concetto ci fosse chiaro, in tutta la sua complessità, guarderemmo la sofferenza, ma anche la gioia, in un modo completamente diverso. Riconoscendo che ogni essere vivente dovrebbe avere diritto alla sua felicità, qualunque essa sia, comunque la natura e la sua essenza abbiano scelto di declinarla.

Il futuro deve essere diverso, non possiamo e non dobbiamo permettere che questo tributo di sofferenza non sia in grado di generare positività. Dobbiamo cambiare, dobbiamo mettere rispetto e felicità come valori fondanti di questo spartiacque imposto dalla pandemia di Covid19. La parola d’ordine di questo cambiamento deve essere equità, climatica, di risorse e di possibilità di vedere e avere un futuro.

Il canile di Palermo ancora sotto accusa

canile di Palermo ancora sotto accusa

Il canile di Palermo ancora sotto accusa da parte di alcuni volontari, che diffondono video sulle modalità con cui sarebbero tenuti e accuditi i cuccioli. L’amministrazione comunale offre una versione completamente opposta, garantendo che i cani stanno bene. Difficile poter giudicare, se non il fatto che questa struttura sembra non trovare pace, costantemente sotto accusa, praticamente da sempre.

Come non trova pace il randagismo in Sicilia, che sembra una realtà impossibile da battere, sulla quale si investono molti soldi pubblici, a fronte di scarsi risultati. Difficile che ci possa essere qualcuno con la bacchetta magica, in grado di produrre soluzioni immediate, ma è anche molto difficile da accettare che tutto resti immoto. In Sicilia il randagismo sembra un fenomeno imbattibile.

I canili sono solo uno degli aspetti del randagismo, luoghi che dovrebbero essere ospitali per offrire agli animali cure, possibilità di socializzazione e facilità di adozione. Il randagismo però non può essere risolto dai canili, che rappresentano l’ultimo anello della catena. Spesso rappresentano la diga invalicabile dove gli animali che entrano restano intrappolati. Diventano l’oggetto delle polemiche, ma anche la greppia in cui mangiano in tanti, la cassaforte di troppi interessi, di tanti guadagni, non sempre leciti.

I canili non basteranno mai e non servono a combattere il randagismo

Se qualcuno ancora crede che le strutture di accoglienza possano risolvere i problemi di cani, gatti e altri animali si sbaglia. Le strutture non curano il male, non rappresentano una terapia ma solo il luogo di miglior gestione di un rapporto irresponsabile con gli animali. Saper dove collocarli temporaneamente, talvolta con incarcerazioni a vita, non risolve proprio nulla. Il miglior canile o gattile del mondo agevolerà la vita degli ospiti e li aiuterà a trovare casa, ma non servirà a combattere nemmeno una delle cause che hanno provocato il loro ingresso.

Il problema del randagismo canino ruota intorno ai canili, che spesso sono il volano del consenso politico: luoghi dove si possono mettere i cani randagi, accontentando molti cittadini. Accogliendo le richieste, legittime, delle associazioni e dei volontari che cercano di mettere in sicurezza i cani, quando sul territorio non possono stare. I canili però, come tutte le medaglie, hanno due facce e la peggiore è quella di quanti sugli ospiti ci speculano. Generando un fiume di denaro che transita troppo spesso dalle casse pubbliche alle tasche private.

Senza intaccare le cause, senza essere utile a limitare la presenza di randagi sul territorio. Che così restano destinati a una vita problematica, a maltrattamenti, a bonifiche prima dell stagione turistica fatte ancora oggi spargendo veleno. A comportamenti vergognosi che non sono ancora adeguatamente puniti.

Canile di Palermo sotto accusa, ma dovrebbe esserlo l’intera gestione del randagismo

Il Comune di Palermo ha il dovere di garantire il benessere degli animali ospitati, mentre la politica non deve usare i cani come strumento di lotta. Ci sono temi, tutti quelli che coinvolgono i diritti delle categorie deboli, che in un paese civile dovrebbero essere affrontati, e possibilmente risolti, congiuntamente da maggioranza e opposizione.

In Italia invece tutto serve per dividere e poco per unire, per risolvere. Non si fanno piani poliennali per affrontare i problemi e le votazioni parlamentari che vedono unite maggioranza e opposizione sono più rare dei panda. Grazie a questo sistema, che non è giustificabile, sono i cittadini a pagare ogni giorno le scelte dei politici e, insieme ai cittadini che le pagano di tasca, ci sono anche gli animali a cui il conto vien fatto saldare in sofferenza.

Bisogna che le persone si riapproprino dei loro diritti, cerchino di impegnarsi per far cambiare le cose. Bisogna essere informati sui e consapevoli dei doveri. Responsabili e determinati per cercare di costruire un paese migliore per uomini e animali, riprendendo in mano il filo del’ingarbugliata matassa che sta distruggendo ogni concetto di bene collettivo.

Strappate le unghie a un leone allo zoo di Gaza

Strappate le unghie a un leone

La prima versione di questo articolo, della quale mi scuso, parlava di notizia falsa. Purtroppo così non era.

Un atto cruento è stato commesso su un giovane leone dello zoo provato di Gaza, privandolo, non è chiaro se in via definitiva o meno, degli artigli.

Quello che guardando le foto era sembrato solo il taglio delle unghie in realtà era un intervento chirurgico, realizzato per far giocare in tranquillità i bambini di Gaza.

Infatti, per far divertire gli abitanti, anche nella striscia di Gaza c’è un campo di prigionia per animali, dove sono custoditi, fra gli altri, anche dei leoni e fra questi un cucciolo.

Che come tutti i cuccioli attira l’interesse dei bambini e, proprio come tutti i cuccioli, è facilmente soggetto all’imprinting. Come sanno bene i finti santuari africani che “producono” leoni per farli coccolare da volontari paganti. Animali che finiscono la loro misera vita come “canned lion”, i leoni imbottigliati, destinati a essere uccisi dai cacciatori (leggi qui).

L’asportazione degli artigli è una pratica crudele,

Mi dispiace di aver male interpretato quanto letto e di aver seguito il filo delle foto viste, senza essermi accorto che c’era un video dell’operazione, che dimostra inequivocabilmente come ci sia stato un intervento cruento sul povero animale. Sono sempre molto attento a quello che scrivo ma questo evidentemente non mette al riparo dagli errori. Che devono essere ammessi quando si fanno, per onestà intellettuale e per correttezza verso chi legge.

Ringrazio Remo Sabatini, che collabora con molti giornali ed è un grande fotografo di squali, per avermi messo la pulce nell’orecchio. Sapendo che anche lui aveva scritto un pezzo e verificato la notizia ho ripreso il bandolo della matassa scoprendo l’errore.