Meno spreco di denaro pubblico con azioni contro il randagismo

azioni contro il randagismo

Meno spreco di denaro pubblico con azioni contro il randagismo, in un tempo in cui il risparmio dovrebbe essere una priorità. Invece si continuano a impiegare soldi della collettività per mantenere animali ex randagi, senza incidere sul fenomeno. Richiudendoli in strutture dalle quali molti di loro non usciranno mai.

Fra le tante opzioni per risparmiare fondi pubblici la lotta reale al randagismo sembra un’opzione mai presa davvero in considerazione. Una rassegnata accettazione dei costi provocati da una non gestione del problema. Contributi dati spesso a organizzazioni che lucrano sulla sofferenza degli animali, senza risolvere la questione.

Eppure basterebbe sterilizzare a tappeto gli animali domestici per impedire quel costante afflusso di cucciolate casalinghe, di animali non desiderati e non piazzabili, che vanno a alimentare il randagismo. Bisognerebbe limitare lo sconsiderato possesso di animali non sterilizzati, lasciati liberi di vagare e di riprodursi.

Le azioni contro il randagismo non sono mai inserite nei programmi

I politici si lamentano spesso dei costi che il fenomeno genera, ma poi si dimenticano di tradurre le doglianze in provvedimenti. Forse consapevoli del fatto che potrebbero essere impopolari: molti dicono di amare gli animali, ma poi se li si obbligasse a sterilizzare i propri potrebbero salire sulle barricate.

Si sta continuando a non mettere un freno agli allevamenti, alle importazioni di cuccioli, legali e illegali, dai paesi dell’Est. Permettendo che cani e gatti siano in libera vendita nei negozi di animali, tollerando che vengano venduti cuccioli solo apparentemente di razza, senza intervenire quasi mai. Consentendo frodi che producono fiumi di denaro spesso esentasse.

Permettendo che gli animali siano venduti in “saldo” durante il black friday, proprio come fossero smartphone. Dimenticando così che gli acquisti di impulso rappresentano la prima causa degli abbandoni. Non mettendo in atto azioni che stimolino il possesso responsabile.

Senza sterilizzare e limitare il commercio di animali non si combatte il randagismo

Dobbiamo arrivare a stabilire che il possesso di un animale non sia un diritto, spesso privo di reali doveri. Non è possibile continuare a acquistare animali nei negozi senza avere la minima idea di quale siano gli impegni, i doveri e le implicazioni. Bisogna impedire che qualcuno prenda un animale per diletto pensando di poterlo tenere sempre chiuso sul balcone o dentro una gabbia.

Certo queste idee non sono popolari, non incontrano il favore di tantissimi padroni (e mai termine è usato in modo più appropriato), che ritengono di sapere già tutto quel che serve per il benessere dei loro animali. In un rapporto univoco e unilaterale, dove viene considerato spesso solo il vantaggio emotivo provato da chi possiede l’animale.

Quante azioni si potrebbero mettere in atto per tutelare gli animali se venissero abbattuti i costi del randagismo, se si pretendesse un possesso responsabile? Smettendo di affermare che gli animali sono esseri senzienti, per poi trattarli alla stessa stregua di una lavatrice. Ci sarà pure un politico coraggioso che faccia un progetto di legge per la sterilizzazione obbligatoria degli animali di proprietà, per un obbligo di identificazione di tutti gli animali da compagnia, vietando la libera vendita nei negozi. Oppure no?

Cani in viaggio da Palermo verso un maxi canile

Cani in viaggio da Palermo
Foto di repertorio

Il canile di Palermo non trova pace, da anni, ma forse sarebbe meglio dire da sempre. Non trovano pace i cani in viaggio da Palermo verso destinazioni controverse, da sempre. La vecchia struttura di via Tiroasegno dovrebbe essere in ristrutturazione da tempo immemore, ma per un motivo o per l’altro tutto resta immoto e i progetti di ristrutturazione rimangono al palo. Purtroppo anche le condizioni di vita dei cani restano inaccettabili e l’unica soluzione pensata è quella del trasferimento. Che per qualcuno è deportazione.

Lo spostamento dei cani non è cosa nuova, ma anzi una soluzione reiterata nel tempo senza arrivare a provvedimenti in grado di superare questo permanente stato di emergenza. La questione randagismo del resto è sempre stata gestita con la logica emergenziale: tanti soldi, tante parole senza reale risoluzione. Nonostante inchieste, proteste, interrogazioni anche a livello parlamentare. Come quelle che vanno in scena in questi giorni per non far andare i cani di Palermo al canile Dog’s Town di Pignataro (Caserta). Una maxi struttura da 700 posti.

Ma che ci siano cani in viaggio da Palermo verso un maxi canile sembra un’ipotesi che al momento scongiurata, anche perché i mezzi per il loro trasporto, giunti dalla Campania, non sembrano essere a norma e sono stati bloccati ancora una volta. Lo si legge in moltissimi articoli di stampa, fra i quali quelli pubblicati da BlogSicilia.

Sul cani di Palermo in viaggio verso un canile fuori regione il dibattito è sempre vivace

Non mancano in rete scontri e battibecchi fra chi sostiene che sia meglio lasciar partire i cani verso un’altra destinazione, piuttosto che tenerli confinati dentro gabbie piccole in una struttura fatiscente. Altri che sostengono sia un’assurdità spostare i cani da una regione oppressa dal randagismo a un’altra in condizioni molto simili, quando non uguali.

Non bisognerebbe mai dimenticare che il fulcro della questione non possono essere i canili, non è il canile di Palermo, che mai potrà risolvere il problema se non cambiano le regole di ingaggio contro il randagismo, in Sicilia e non solo. Sono decenni che ci si occupa del randagismo senza mai trovare la chiave per risolverlo, forse perché nonostante tanto rumore non vi è l’effettiva volontà politica.

Non mancano i sostenitori e i detrattori del canile in provincia di Caserta: chi sostiene che si tratti di una deportazione e chi parla di una struttura che gestisce correttamente gli animali e li fa affidare. Insomma su temi di cani e canili la rete, come sempre, si divide in schieramenti opposti.

Un canile non dovrebbe avere numeri da allevamento intensivo

La struttura di Caserta ha 700 posti cane, che personalmente penso siano troppi, ben oltre il limite di una struttura ragionevolmente a misura di cane. Certo si possono realizzare una serie di economie di scala, diminuire i costi e aumentare la redditività dell’impresa in modo da poter offrire prezzi concorrenziali. Tanto contenuti da contribuire a sbaragliare molta concorrenza, specie quando gli appalti sono basati solo sul costo giornaliero.

In Lombardia la normativa regionale stabilisce che nelle strutture adibite al ricovero di cani e gatti non sia concesso avere più di 200 posti, un limite per il quale molti anni addietro si erano battute proprio le associazioni di tutela degli animali. Un limite che ritengo non dovrebbe essere valicato per garantire requisiti, anche di natura ambientale, che possano consentire il minimo benessere per gli animali ospitati. Questa mia considerazione è valida per chiunque sia il gestore e qualunque sia il suo lavoro.

Bisognerebbe che anche sui canili si stabilissero dei LEA (Livelli essenziali di assistenza) e che fossero questi a essere tenuti in considerazione e non solo le tariffe di mantenimento. Bisognerebbe vedere le statistiche sulle adozioni, sulla loro qualità, sui giorni medi di permanenza. Solo analizzando i dati in modo serio si passerebbe da una gestione del problema basata su dati certi, non su opinioni o leggende.

Non saranno i canili a sconfiggere il randagismo, a far cessare lo scandalo di strutture indecenti come quella di Palermo. La soluzione passa attraverso la gestione delle origini del fenomeno: la mancata sterilizzazione e il mancato contrasto a una gestione irresponsabile degli animali domestici. Il resto sono solo conseguenze del problema, che costano alla comunità e producono reddito per alcuni.

Sicuramente in tutto questo non c’è nemmeno un piccolo vantaggio per i cani.

Sterilizzare per battere il randagismo

sterilizzare per battere il randagismo

Sterilizzare per battere il randagismo: questa è l’unica strada maestra per arrivare a un drastico contenimento della popolazione dei randagi, con buona pace di chi sostiene che sia contro natura.

Sicuramente si può ritenere la sterilizzazione di cani e gatti, ma anche di qualsiasi altra specie animale, un comportamento di prevaricazione dell’uomo sull’integrità degli animali, ma questa valutazione non tiene conto del fatto che non esistono altre possibilità che sterilizzare per battere il randagismo.

Certo sarebbe bello che non ci fosse bisogno di intervenire sulle dinamiche di popolazione degli animali randagi, significherebbe che il fenomeno “randagismo” è stato battuto una volta per tutte, che la gestione degli animali domestici è finalmente arrivata a un punto di così grande consapevolezza da non richiedere nessun correttivo. Questo deve essere l’obiettivo finale ma nel frattempo non ci possono essere strade diverse dalla sterilizzazione per evitare che il problema della sovrappopolazione felina e canina sia arginato da avvelenamenti, incidenti, maltrattamenti e un da lunghissimo elenco di situazioni negative che pagherebbero esclusivamente i randagi. 

I numeri del randagismo, le centinaia di migliaia di animali vaganti per il territorio italiano non consentono di avere su questo problema un approccio che sia più etico della sterilizzazione: chi vede questa pratica come un atto violento è crudele temo che non abbia chiaro né il fenomeno randagismo nel suo complesso, né gli studi fatti per la corretta gestione e risoluzione del problema. Certo la sterilizzazione non è la panacea di tutti mali se non viene integrata da una serie di attività positive e necessarie come la gestione degli animali padronali, dei rifiuti, l’iscrizione effettiva all’anagrafe di tutti i cani e i gatti di proprietà e il conseguente contrasto degli abbandoni, anche alla diffusione di controlli capillari.  Però la sterilizzazione è l’unica attività concreta, se praticata su larga scala, per ottenere prima la riduzione e poi la sparizione del randagismo.

Il lungo periodo in cui gli animali sono stati soppressi in Italia, prima della legge 281/91, ha dimostrato con grande chiarezza il fallimento di questa strategia. Il randagismo è nel frattempo diventata “la gallina dalle uova d’oro” per molti, che hanno cominciato a speculare sulla gestione degli animali rinchiusi nelle strutture, spesso a vita perché nessun albergatore caccerebbe mai via i suoi ospiti. Così nei canili gestiti dai privati spesso le adozioni sono molto difficili se non impossibili anche se a questa strategia non sfugge, purtroppo, neanche qualche associazione. Animali tesaurizzati come fossero risorse preziose, altri affidati senza occuparsi troppo delle garanzie offerte dagli adottanti e in mezzo la parte buona, quella costituita dalle adozioni responsabili, fatte con criterio, incrociando le possibilità degli adottanti con le necessità degli animali in cerca di casa. Quelle adozioni fatte seguendo le buone pratiche, quelle che danno maggiori garanzie di limitare al massimo la restituzione degli animali per incompatibilità, originando una percentuale piccolissima di inconvenienti e imprevisti.

In tutto questo la necessità di diminuire il popolo dei randagi, dei vaganti, dei senza padrone e senza casa. Operazione da compiere in un modo sensato ma indifferibile se si vuole dar loro una vita migliore di quella rappresentata dalla strada, con la consapevolezza che gli animali della strada sono il prodotto di adozioni o acquisti irresponsabili, comunque di sbagli fatti dall’uomo, di cattive se non pessime gestioni, di mancata educazione e sensibilizzazione.

Non c’è giorno che le cronache non riportino episodi di violenza commessi a danno degli animali randagi, non c’è giorno che non succedano avvelenamenti o maltrattamenti: se qualcuno pensa davvero che ci sia un’alternativa migliore alla sterilizzazione massiccia degli animali non deve solo criticare questa via, ma ha il dovere di produrre un piano articolato e concreto che preveda come contenere il fenomeno del randagismo senza operare la sterilizzazione. Diversamente queste posizioni possono soltanto essere bollate come irrazionali e non proponibili: l’unica situazione davvero contro natura è voler continuare a permettere che il popolo dei randagi continui a crescere, senza dargli concrete speranze di una miglior vita.