Troppi animali prigionieri nelle case degli italiani: un mercato che cresce in parallelo alla sofferenza

troppi animali prigionieri case

Troppi animali prigionieri nelle case degli italiani, una presenza sempre più numerosa e cresciuta durante la pandemia. Il mercato degli animali da compagnia, definizione che già dice molto sulla connotazione della relazione, muove molti interessi e fiumi di denaro, Come viene evidenziato dal rapporto di Assalco (Associazione Nazionale tra le Imprese per l’Alimentazione e la Cura degli Animali da Compagnia) presentato durante Zoomark 2021. La fotografia del settore, valutata sotto il profilo economico, è sorprendentemente positiva. Nonostante la crisi economica del periodo.

Cani falchi tigri e trafficanti

Il fatturato degli alimenti per cani e gatti ha prodotto un balzo del 6,4% nell’anno nei dodici mesi sino al giugno 2021. Con un valore complessivo di questo segmento di 2,3 miliardi di euro. Una cifra davvero considerevole. Ma oltre alle cifre che riguardano le due specie, cane e gatto, con le quali riusciamo a condividere al meglio le nostre vite c’è dell’altro. Il mercato degli animali da compagnia va oltre a cani e gatti, che complessivamente risultano essere poco più di 16 milioni. Ma pur rappresentando una presenza significativa sono di fatto una minoranza: il numero complessivo degli animali presenti nelle case italiane, infatti, supera i 62 milioni di unità.

Questa cifra attesta che la popolazione dei pet ha superato quella umana nel nostro paese. Scomposta racconta che ci sono 29,9 milioni di pesci e 12,9 milioni di uccelli, animali che vivono rinchiusi in contenitori e gabbie più o meno accettabili. Seguono quasi 2 milioni di piccoli mammiferi e poco meno di un milione e mezzo di rettili. Questo porta a quasi 47 milioni il numero di animali, diversi da cani e gatti, prigionieri, con ridotte interazioni con l’uomo, costretti a trascorrere una vita povera di stimoli. Condotta quasi sempre senza possibilità di mettere in comportamenti specie specifici.

Gli animali prigionieri nelle case sopravvivono senza controlli su loro benessere, spesso amati ma non rispettati per la loro natura

Questi numeri rappresentano vite, molte allevate per questo scopo, altre catturate in natura, altre ancora provenienti da traffici illegali. Numeri che sono solo stime per difetto, basate su indagini statistiche. Si tratta di animali che possono avere un’esistenza molto breve, a causa delle condizioni in cui vengono tenuti, oppure molto lunga, grazie alla loro resistenza alle avversità che la cattività impone. Nonostante si parli molto di diritti degli animali quelli che sono imprigionati nelle case sembrano averne meno degli altri. Come se l’essere tenuti da persone che credono di essere amanti degli animali potesse rendere meno grave la prigionia.

Ci si indigna per i cacciatori, che con una fucilata spengono un volo, o contro il bracconiere che uccide un animale protetto ma si parla davvero poco di questi milioni di uccelli tenuti in gabbia, privati della possibilità di compiere l’azione più naturale come il volo. Poche persone si fermano a riflettere sulla sofferenza che viene causata a un petauro dello zucchero, solo per il piacere di tenerlo nelle nostre case. I concetti sfumano, le attenzioni perdono intensità, così tanto che poche sono le campagne informative per contrastare la cattività.

Questa sofferenza muta non genera quasi mai proteste, non stimola grandi dibattiti sull’argomento. Come se tenere un uccello legato a un trespolo o un criceto in una gabbia minuscola fosse cosa normale, assimilata dalla nostra cultura, giustificata dal rapporto univoco che giustifica la cattività. Che non può trovare giustificazione nel rapporto, che si crea, sufficiente o meno che sia al benessere. La prevaricazione avviene nel momento in cui un animale, non domestico o come viene definito oggi “non convenzionale”, viene acquistato.

Il fatto che vendere animali sia lecito non comporta che la detenzione sia etica, quando non rispetta le necessità etologiche di un animale

Vendere pappagalli è lecito, come lo è per i criceti, i petauri, le genette e i pesci rossi. Lo stesso vale per bradipi, falchi e civette, cavie, gerbilli e perfino per le volpi volanti. A patto che abbiano i documenti, se si tratta di specie protette, che attestino che il loro commercio non incrementa il rischio di estinzione. Eticamente trovo che sia riprovevole comprare un animale, in particolare un animale non domestico e che lo sia ancora di più quando lo facciamo sapendo che limiteremo la sua natura. Un uccello che non possa volare è come, se non peggio, di un cane che vive alla catena.

Si parla di allevamenti intensivi, della sofferenza degli animali che li popolano. Certo provando meno empatia, per ragioni complesse, di quanta non ne ispirino cani e gatti. Questo magari può non portare a scelte di cambiamento delle abitudini alimentari, ma insinua almeno il dubbio sulla correttezza dei comportamenti. Poche volte invece sentirete alzarsi una voce per la sofferenza di un criceto o per la tristissima vita di un pesce rosso. Per non parlare di quella noiosissima a cui obblighiamo un canarino. Solo per egoismo, per il piacere, appunto, di avere un animale che fa compagnia.

“Nell’anno dell’emergenza sanitaria la relazione con i pet ha acquisito ancora più valore. Gli animali d’affezione sono membri delle famiglie in cui vivono e danno tanto ai loro proprietari che, a loro volta, sono particolarmente attenti alla loro alimentazione e alla loro salute. In tempo di pandemia, gli italiani hanno apprezzato ancora di più il grande valore degli animali da compagnia, che in alcuni casi si è rivelato essere l’unico contatto fisico possibile, interagendo maggiormente con i propri pet e volendoli gratificare con alimenti e accessori studiati apposta per le loro esigenze.”

Dichiarazione di Gianmarco Ferrari, presidente di Assalco, estrapolata dal comunicato stampa di presentazione del rapporto 2021

Il rispetto verso gli animali nasce dal riconoscimento della loro unicità e dalla comprensione della qualità di esseri senzienti

Iniziando a guardare gli animali con occhi diversi, cercando di comprendere i loro bisogni, conoscendo i comportamenti che avrebbero in natura si arriva presto a capire che il vero amore si concretizza decidendo di non averne. Una realtà che appare ancora molto lontana, lo dicono i numeri, sulla quale bisognerebbe investire con campagne informative, che aiutino a comprendere meglio necessità e diritti. Un tema questo che incontra molti ostacoli nell’essere diffuso, dagli interessi economici alla soddisfazione dei bisogni dei padroni, ma che dovrà trovare ascolto.

Costringere animali non domestici a vivere nelle nostre case non è un atto di amore. In alcuni casi dovrebbe essere considerato un vero e proprio maltrattamento, perseguito dalle leggi. L’articolo 727 del Codice Penale parla di “detenzione di animali in condizioni incompatibili con le la loro natura e produttive di gravi sofferenze: qualcuno conosce una sofferenza maggiore per un uccello di quella di non poter volare? Nemmeno la morte può essere peggio di una vita terrena, per chi è nato per essere padrone del cielo.

Uno zoo in Germania minaccia di uccidere gli animali a seguito del lockdown per il Covid19

Zoo e circhi minacciano di uccidere gli animali

Le notizie che uno zoo in Germania minacci di uccidere gli animali a causa del lockdown stanno rimbalzando sulle pagine dei giornali di tutto il mondo. L’industria del divertimento basata sull’esibizione degli animali in cattività è in difficoltà a seguito delle chiusure imposte dalla pandemia. Ma nella realtà la pratica di uccidere gli animali in surplus è un comportamento che viene condotto abitualmente in molti zoo del mondo.

Zoo e parchi faunistici, al contrario dei circhi, giustificano la loro esistenza con le esigenze della conservazione delle specie in via di estinzione. Una motivazione che non trova dimostrazione rispetto al gran numero di animali detenuti in cattività per ragioni che nulla hanno a che vedere con la conservazione. E ancor meno con la didattica in quanto un animale mostrato in cattività non è in grado di insegnare nulla, rispetto a un buon documentario.

Sicuramente la crisi economica è un problema che riguarda tutti i settori, senza distinzione. Non c’è quindi da scandalizzarsi se le enormi difficoltà del periodo creino problemi anche a circhi e zoo, ma la questione è altra. Ogni azienda di una certa dimensione, sapendo che per molti motivi si possano creare problemi economici, dovrebbe avere un piano di contingenza, specie quando ha a che fare con esseri viventi.

Se gli zoo minacciano di uccidere gli animali è giunto il tempo di rivedere la normativa

Le attività relative alla conservazione sono importanti, ma non ci si può nascondere dietro la necessità di difendere la biodiversità per fare affari. Lo prova il fatto che quasi tutti gli zoo abbiano fondazioni che si occupano di difendere la natura, che sono più o meno serie a seconda di quanto lo siano i gestori degli zoo. E alcune sono davvero poco credibili. Come incredibili sono le difese dei circensi, che si trincerano dietro il loro amore per gli animali per giustificare gli animali detenuti nei carrozzoni.

Bisogna imporre regole ferree a chi detiene animali negli zoo, sul benessere e sulle necessità che giustificano la loro cattività, togliendo come motivazione la componente didattica. Obbligandoli a non sopprimere gli animali, a non cederli ai circhi (questo avviene anche per zoo apparentemente ineccepibili). A utilizzare le loro strutture come centro di detenzione e recupero per animali in difficoltà e per la fauna esotica sequestrata.

I primi che dovrebbero essere chiusi sono gli zoo safari, dove vengono fatte entrare auto nei recinti

Gli zoo safari sono una falsa rappresentazione della libertà: gli animali sono liberi all’interno di spazi che vengono costantemente invasi da estranei. Senza che possano scegliere di allontanarsi o nascondersi, come potrebbe avvenire in un grande parco come il Kruger in Sudafrica. Con l’aggiunta che i veicoli che entrano emettono gas di combustione generati dai motori, che sono più pesanti dell’aria. Restando sospesi a poca distanza dal suolo, ma perfettamente all’altezza delle narici degli animali, costretti a inspirare cancerogeni.

Se ci fossero delle smentite, da parte delle associazioni degli zoo, sarebbe una buona cosa che venissero corroborate dai dati relativi al numero delle specie a rischio di estinzione. Naturalmente questo dato dovrebbe essere messo in rapporto con il numero di animali detenuti senza utilità per la conservazione, per la tutela della biodiversità.

C’è bisogno di certezze, non di difese basate su presupposti obiettivi che non corrispondano alla realtà dei fatti. Fornendo anche l’indicazione di quanti animali siano soppressi ogni anno negli zoo, per motivi diversi da una compassionevole eutanasia in caso di malattia incurabile.

Per non parlare dei parchi tematici dove si può fare il bagno con gli animali, festeggiare compleanni, fare feste e eventi e interagire con animali selvatici. Utilizzati come se fossero dei lavoratori delle strutture. Che risultano essere, in molti casi, membri dell’EAZA, l’Associazione Europea di Zoo e Acquari che ha fra i suoi soci anche il Parco Faunistico Zoom di Torino. Che propone ai suoi visitatori, in tempi di apertura ovviamente e non ora, incontri come quelli che si possono vedere nel video.

Per correttezza è giusto segnalare che il Parco Zoom non ha mai minacciato di sopprimere i suoi animali a seguito della crisi. Promuove l’acquisto di biglietti open, in attesa della riapertura.

Sul divieto di circo con animali PACMA inciampa sul nostro paese

divieto di circo con animali

Forse confuso dalle tante dichiarazioni fatte dal Governo sull’uso degli animali nel circo anche il PACMA, il partito animalista spagnolo, è stato preso in contropiede. Nonostante sia uno dei movimenti meglio organizzati in Europa sul fronte dei diritti, animali e umani.

Così ha fatto un tweet in cui anche il nostro paese è stato messo fra quanti avevano abolito la possibilità di usare gli animali nei circhi. In realtà non è così, perché come ho scritto in questo articolo I circhi ringraziano il Governo del cambiamento l’occasione c’era stata ma è andata persa.

🗺️ Más de la mitad de los países de la UE han prohibido el uso de animales en circos 🚫🎪🐘

La falta de interés y de valentía política para prohibirlos, condena a muchos animales a vivir una vida de látigos y cadenas.

Desde PACMA trabajamos para prohibir los circos con animales pic.twitter.com/kqXxwkcjPi— PACMA (@PartidoPACMA) May 7, 2019

L’italia consente ancora il circo con animali

Oramai per arrivare a vietare l’impiego degli animali nei circhi sarà necessario iniziare un iter parlamentare nuovo, che porti a una legge che contenga il divieto. La possibilità di utilizzare il provvedimento messo in campo dal precedente governo è scemata, per chiusura della finestra temporale.

Per correttezza è bene dire che nessun Governo della nostra repubblica si è mai adoperato realmente per abolire l’uso degli animali nei circhi. Ma nemmeno per regolamentarne l’attività in senso restrittivo, cercando di migliorare le condizioni di vita in attesa di provvedimenti più incisivi.

Nel frattempo bisogna far crescere l’attenzione dell’opinione pubblica informandola sulle sofferenze degli animali in cattività. Da quelli reclusi nei circhi ma anche degli animali da compagnia che teniamo segregati in gabbie o terrari nelle nostre case.

La società sta cambiando sempre più velocemente, non sempre in meglio pare giusto sottolineare, ma l’attenzione verso i diritti degli animali e la tutela ambientale è in crescita. Certo una crescita lenta, per alcuni troppo lenta, ma sicuramente importante.

Saranno i cambiamenti culturali a spazzare via una serie di tradizioni e di attività oramai fuori dal tempo, che non sono più accettate dalla maggioranza degli italiani. Come il circo e come la caccia, che stanno vivendo tempi di fisiologico declino, lento ma inarrestabile.

Pesce rosso ovvero la genesi del maltrattamento

Pesce rosso ovvero la genesi del maltrattamento

Pesce rosso ovvero la genesi del maltrattamento, l’origine dell’indifferenza verso la sofferenza muta. Verso uno scorrere del tempo che porta al cervello sempre la stessa immagine, il vuoto della vasca.

Certo è un pesce, muto, poco comunicativo e sopratutto poco impegnativo, il cui benessere è sintetizzato sempre dagli stessi atavici concetti. Che non si basano sull’etologia ma che nella loro rozza semplicità non conoscono tempo: mangia, evacua, nuota e quindi vuol dire che sta bene.

Il pesce rosso è il primo degli animali che generalmente passano da una casa. Costa pochissimo, richiede solo un vaso di vetro, acqua di rubinetto e un po’ di mangime, nei casi più disperati un po’ di zucchero e briciole se si vogliono ridurre le spese. Accontenta il bimbo, che probabilmente sarebbe stato più felice di poter condividere la sua vita con un cane, ma soprattutto accontenta i genitori che pensano soltanto a limitare l’impegno, il costo e le cure.

Un pesce rosso non è comunque un giocattolo ma un essere vivente

Senza occuparsi troppo del messaggio che trasmettono: l’indifferenza verso la vita, la mancata considerazione di un benessere minimo. Quello che dovrebbe essere garantito a un detenuto di qualsiasi specie. Nella complessa lotta fra i desideri dei bimbi e la “voglia” dei genitori esistono infatti delle scale, delle gerarchie fra gli animali, che crescono e  si modificano. Sino a quando il desiderio di avere un rapporto con un animale si trasforma da mera apprensione, da puro possesso, in una fase di sviluppo empatico, creando una gerarchia di affetti, che è all’origine di quanto sarebbe dovuto a un essere vivente.

I pesci rossi hanno una vita sicuramente non felice, sempre reclusi in piccoli spazi e rappresentano gli ultimi, i derelitti, fra gli animali domestici nella scala dei diritti. Questa riflessione mi è tornata in mente leggendo un articolo in cui un giornalista ironizzava su una multa data a un locale che aveva un pesce rosso in una boccia. Molti Comuni lo vietano e la sofferenza da desolazione la capirebbe anche il più insensibile fra le persone con un minimo di attenzione, ma non il giornalista che era soltanto allibito per la sanzione.

Certo ci sono fatti più gravi, molto più gravi che non la vita di un pesce tenuto in una boccia di vetro, a consumare la sua misera esistenza di essere vivo a cui è stata tolta la possibilità di vivere. Un elenco di casi talmente lungo da non meritare nemmeno di cominciare a essere declinato. Ma non è questo il punto e ancora una volta ritorno sul concetto della sofferenza, sulla differenza sostanziale che non è quella fra essere vivi o morti, ma quella di come si trascorre la vita.

Nascere e morire sono la partenza e l’arrivo, ma quel che conta è la qualità del percorso che li congiunge

La vita non è fatta di pulsazioni cardiache, di respiri, di sangue che scorre nel torrente di vene e arterie o perlomeno non solo di quello: la vita è la possibilità di mettere in atto i comportamenti naturali ai quali ci ha condotto l’evoluzione, tanto per un uomo quanto per un pesce.

In fondo la morte è sempre lì, aspetta tutti i vivi e come incontrarla è questione di fortuna: nel soffio impercettibile di un infarto o nella devastante spirale di una malattia che, come un parassita, si nutre di corpo e spirito fino a divorarti. In mezzo le mille sfumature di grigio che portano tutti gli esseri viventi allo stesso traguardo.

La morte non è nemmeno un destino, è una certezza ineluttabile.

La vita è poliedrica, composita, costruita da eventi e da scelte fatte, da situazioni improvvise e anche da non decisioni, fuse in un caleidoscopio che nel mutare delle immagini e delle luci potrebbe rappresentare a buon titolo il nostro breve incedere sulla Terra, talvolta utile, talvolta inutile e altre volte semplicemente dannoso.

Ma la vita di un pesce rosso è come la morte, non regala nulla nemmeno a una creatura semplice e vessata, scorre sempre uguale. Non insegna amore, non insegna rispetto e rende quasi divertente, affettuosa, la prigionia di un essere vivente. Così succede che dopo poco il pesce rosso muoia di stress, di cambi d’acqua alle più svariate temperature oppure a causa di un’alimentazione sbagliata oppure di noia.

Altre volte gli uomini si stufano di avere in casa quel simulacro di natura che fa solo tristezza e i pesci rossi finiscono nei fiumi o in posti meno nobili, come gli scarichi dei water. Gettati via come fossero rifiuti.

Il pesce rosso incarna la sofferenza regalata per distrazione a troppi animali, senza farsi troppe domande

Varrebbe la pena di fare un monumento al pesce rosso, al carassius auratus, che da secoli è stato commercializzato in centinaia di milioni di esemplari, più o meno mutanti, più o meno ibridati, al solo scopo di dare ai genitori la gioia di regalare un animale, senza che questo impegnasse troppo mani, mente e portafoglio.

Per poi proseguire nell’evoluzione della cattività con le tartarughine verdi della Florida, che in realtà sono allevate a milioni ma in Louisiana, per portare, quasi inevitabilmente al criceto, talvolta alla cocorita e altre alla cavia peruviana.

Un mondo in cui i bambini non imparano nulla dei diritti degli esseri viventi, ma solo del possibile dominio che immotivatamente  è consentito agli uomini di esercitare sui più deboli.

Pesce rosso, la  genesi del maltrattamento, speriamo ancora per poco grazie a generazioni maggiormente consapevoli.

La scelta di vivere con un animale deve essere etica

La scelta di vivere con un animale deve essere etica

La scelta di vivere con un animale deve essere etica e basata sul rispetto del suo benessere. Non basta garantire spazio, cibo e acqua pulita: la vita non è fatta solo di bisogni essenziali. Nemmeno per gli animali, non solo per gli uomini.

Occorre ripensare il nostro rapporto con gli animali, quelli imprigionati nel termine orrendo di “animali da compagnia“. La compagnia, per essere felice, deve significare soddisfazione reciproca nel rapporto.

Vi siete mai chiesti se continuereste ad accettare gli inviti a cena da un amico che vi cucinasse sempre cavolfiore, che detestate, oppure vi obbligasse a vedere soltanto i film di fantascienza? Sapendo che non vi piacciono? Molto probabilmente no. L’eventuale piacere di stare in compagnia sarebbe funestato dai comportamenti molesti del vostro ospite.

Proprio gli stessi comportamenti molesti, quando non viziati  da disinteresse e crudeltà, che noi mettiamo in atto nei confronti degli animali con i quali abbiamo deciso di dividere la nostra vita. Un umano libero e un animale prigioniero. In gabbia come un criceto, in una boccia come un pesce rosso, su un trespolo come un pappagallo, in gabbia come un bengalino oppure in una teca come un pitone.

L’animale domestico per eccellenza è il cane, visto che anche il gatto, nonostante possa vantare millenni di contiguità con l’uomo, ha mantenuto istinti, carattere e comportamenti decisamente diversi da quelli canini. Gli altri sono animali che appartengono a specie più o meno addomesticate (ma non domestiche) di derivazione selvatica, mantenendo quindi gli stessi istinti e le identiche paure dei loro consimili liberi.

Animali tenuti prigionieri per diletto

Qualcuno potrebbe sostenere che i canarini e tutte le specie affini, quelle per intenderci raggruppate nella detestabile categoria “uccelli da gabbia e da voliera”, potrebbero solo vivere in cattività, con evidente guadagnano dal loro rapporto con l’uomo. Ma ammesso che vi sia un vantaggio che derivi dall’essere tenuti prigionieri occorre chiedersi che senso abbia la vita di uccello se deve trascorrerla chiuso in una gabbietta, senza poter volare.

Gli uomini amano da sempre circondarsi di animali in gabbia, dominati, asserviti grazie alla somministrazione di cibo, comunque impossibilitati ad avere alternative. Anche se qualche intrepido evaso ha, nostro malgrado, riconquistato la vita libera e colonizzato l’ambiente.

Pensate ai pappagalli -i parrocchetti dal collare o quelli monaci- oppure agli scoiattoli grigi. Specie esotiche importate come pets che nel momento in cui riescono a vivere da schiavi liberti sono classificati come specie aliene invasive (leggi qui).

Ma la maggioranza degli animali passa tutta la vita, talvolta molto breve a causa delle condizioni di cattività, ma altre volte infinita a causa della resistenza insita nella specie, senza poter esercitare alcun comportamento naturale. Animali scelti senza criterio, valutandone solo l’aspetto estetico senza porsi troppe domande sul loro benessere o sulle loro necessità.

Solo i divieti impediscono il commercio di alcune specie

Nei negozi di animali la regola è semplice: tutto quello che non è protetto o proibito per ragioni di sicurezza è commerciabile. Pochi controlli, spesso di scarsa qualità, agevolano un sistema tanto malato quanto florido. Mentre chi acquista fa frequenti scelte giustificate solo da motivi estetici, per bisogno di compagnia o per poter esercitare una sorta di possesso. Senza quasi mai chiedersi altro.

Per gli animali, invece, le questioni aperte restano molte: la noia, l’alimentazione sbagliata, la temperatura e l’umidità scarsa o eccessiva, il non poter mettere in atto quei comportamenti naturali che sono il bagaglio della loro evoluzione. Per un uccello volare non è un passatempo, ma una necessità legata al suo benessere oltre che al suo istinto.

Sarebbe necessario fare campagne informative, non solo per non abbandonare i cani in estate, ma anche per dissuadere dal tenere in casa animali in gabbia. Cercando di far comprendere quanta sofferenza si nasconda dietro questa forzata convivenza. Raccontando quanto sia meglio osservare gli animali liberi godendo della bellezza e della serenità che trasmettono

La scelta di vivere con un animale deve essere etica, mettendo sempre al centro la valutazione del suo benessere, che è condizione molto differente dalla semplice esistenza in vita. L’uomo, nella sua fragilità emotiva, vede la morte come il peggiore degli accadimenti ma per per un animale la percezione è cosa differente. La vita è quella che può essere un assoluto, doloroso e infinito patimento, mentre la morte potrebbe solo rappresentare una liberazione.