La grande bugia del benessere animale: un concetto spesso vuoto di contenuti, riempito solo di parole

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La grande bugia del benessere animale viene raccontata ogni giorno, il più delle volte a sproposito, abusando della buona fede di chi ascolta. Potrebbe sembrare un concetto radicale, estremista, ma nella realtà non è così. Vengono definite condizioni di benessere, specie per quanto riguarda gli animali destinati alla produzione di alimenti, realtà incompatibili con i più elementari bisogni. Cercando di convincere il consumatore che questa sia una situazione veritiera.

Cani falchi tigri e trafficanti

L’assenza di maltrattamenti fisici, una vita trascorsa in ambienti decorosamente puliti non rappresentano condizioni sufficienti. Il benessere di un essere vivente è più complesso e ricco di significati dell’esistenza in vita. Il concetto vale per gli uomini ma anche per gli animali, che hanno necessità uguali, pur nella nella diversità, per sentirsi in una una condizione di equilibrio. Eppure mai come in questi anni si sta cercando di dar credito a una grande illusione: il benessere animale. Misurato non secondo le necessità di bisogni specie specifici, ma quasi sempre sull’assenza di maltrattamenti fisici.

Secondo queste valutazioni stanno bene anche gli animali dei peggiori zoo e parchi tematici, quelli che stanno in gabbia nelle nostre case, quelli che mangiamo. Potrebbero stare bene anche gli orsi rinchiusi a Casteller, se solo disponessero di qualche metro quadro in aggiunta. Ma tutto questo può essere considerato solo come una grande illusione, una manipolazione della realtà oggettiva, filtrata attraverso concetti non veritieri o semplicemente falsi. Che spesso permeano le leggi che regolamentano le condizioni di vita degli animali non umani.

La grande bugia del benessere animale trova in Italia la sua apoteosi, con tanto di enti certificatori

La certificazione del benessere animale nella filiera agricola è diventata norma con nell’art. 224bis del decreto “Rilancio” n. 34 del 19/5/2020. Una certificazione effettuata su base volontaria che dovrebbe garantire i consumatori sull’attenzione dei produttori al benessere animale. Un provvedimento che non è piaciuto molto ai veterinari, che contestano una sorta di abuso da parte del CReNBA (Centro referenza nazionale sul benessere animale) e valutano più positivamente un sistema privato.

Al fine di assicurare un livello crescente di qualità alimentare e di sostenibilità economica, sociale e ambientale dei processi produttivi nel settore zootecnico, migliorare le condizioni di benessere e di salute degli animali e ridurre le emissioni nell’ambiente, è istituito il «Sistema di qualità nazionale per il benessere animale», costituito dall’insieme dei requisiti di salute e di benessere animale superiori a quelli delle pertinenti norme europee e nazionali, in conformità a regole tecniche relative all’intero sistema di gestione del processo di allevamento degli animali destinati alla produzione alimentare, compresa la gestione delle emissioni nell’ambiente, distinte per specie, orientamento produttivo e metodo di allevamento

Estrapolato dall’articolo 224 bis del decreto rilancio

Se qualcun mai potesse pensare che il testo dell’articolo possa essere applicabile solo alle produzioni bio e agli animali allevati liberi al pascolo si sbaglia. Possono ottenere le certificazioni anche gli allevamenti di suini della bassa Padana e le vacche degli allevamenti intensivi. Purché la produzione avvenga nel rispetto delle previsioni del disciplinare. Così, come al Monopoli, si ritorna in prigione senza passare dal via, come dichiarano molte associazioni. Il problema è certo nei contenuti, forzati però dall’abuso dei termini: più che di benessere animale bisognerebbe parlare di “animali allevati seguendo le previsioni normative”. Concetto sicuramente meno rassicurante, ma decisamente più onesto.

Le operazioni di greenwashing che illudono i consumatori e le necessità di riformare la sanità veterinaria

«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» dice il giovane Tancredi al Principe di Salina nel Gattopardo. L’esemplificazione pratica è quella di dare una forma illusoria al cambiamento, certificando un benessere che non esiste, e non solo negli allevamenti di animali da reddito. Il benessere è uno stato molto più articolato da quello normalmente inteso, che racchiude la possibilità di ogni animale di vivere una vita secondo le sue esigenze, specie specifiche. I tecnici racchiudono questa situazione nella frase “possibilità di svolgere il proprio etogramma”.

Sarebbe forse troppo pretendere il diritto alla felicità, ma certo bisognerebbe almeno avvicinarsi al dovere della verità. Eliminando semplificazioni che ingannano l’opinione pubblica e non migliorano certo la vita degli animali. Per questo sembrerebbe opportuno arrivare a una multidisciplinarietà anche nel servizio sanitario pubblico, non lasciando soltanto ai veterinari la valutazione sul benessere. I tempi sono maturi per ottenere l’ingresso di etologi, biologi e altre categorie che possano dare valutazioni molto più articolate. Senza scartare nemmeno la psicologia laddove studia le relazioni fra uomo e animale.

Non lasciamo che le lobby degli allevatori e di chi guadagna, seppur lecitamente, dalle attività commerciali con animali, siano in grado di influenzare le decisioni sugli standard di benessere reale. Grazie anche a campagne informative basate sulle più avanzate tecniche di marketing, che riescono a ingannare i consumatori. Lo dobbiamo agli animali, lo dobbiamo alle nostre coscienze.

Animale da compagnia, un termine orrendo che nasconde sofferenza

animale da compagnia

Animale da compagnia:  modo antico di tradurre il sinonimo inglese pet, che non rende bene l’idea di quanto il senso di “compagnia” sia spesso un sostantivo usato per giustificare una sofferenza, causata in nome di un bisogno del tutto umano.

Non si tratta infatti, come suggerirebbe il termine, di un mutuo beneficio che due soggetti pattuiscono a parità di vantaggi e con reciproca soddisfazione: nel caso degli  animali è troppo spesso una prigionia senza benessere, in cambio di cibo e cure (non sempre assicurate).

Purtroppo non c’è giorno che non emerga un’inchiesta che riveli il tragico mondo degli allevamenti intensivi, dove in nome di un profitto spesso del tutto illecito, si allevano animali senza garantire loro nemmeno le condizioni minime che separano un allevamento dalla tortura.

Questo porta spesso a cercare delle soluzioni, non sempre praticabili, per riuscire a sottrarre gli animali a trattamenti inumani e inaccettabili, che dovrebbero farci vergognare.

Una fra le soluzioni proposte nel caso dei conigli è quella di elevare, dopo un’inchiesta, l’ennesima, il loro status da animali da reddito ad animali da compagnia, il che renderebbe nell’intento dei promotori la loro commercializzazione per fini alimentari non consentita.

Qualsiasi strada, legale, per strappare un animale da condizioni di allevamento inumane è da considerare come un fatto eticamente positivo e questo è indubbio.

Il libro “La collina dei conigli” di Richard Adams descrive in modo abbastanza preciso che cosa significa essere un coniglio e chi l’ha letto può sicuramente ricordare quanto questo “essere coniglio” sia lontano, molto lontano, dalle caratteristiche di un animale domestico.

Soprattutto di un animale destinato a vivere in un appartamento. Il coniglio è una preda, al pari di tutti i roditori,  e come tale vive in uno stato di costante attenzione, non ama essere sollevato e rincorso mentre, per contro, ama vivere in branco, scavare tane, giocare con i componenti della sua comunità.

Un coniglio non è più domestico o addomesticabile (termine che suggerisce un angolo di lettura diverso da “domestico”) di un criceto, di un gerbillo, di una cavia, tutti animali che vivono nelle nostre case loro malgrado, costretti a sopportare condizioni di vita spesso molto lontane dai loro bisogni etologici.

Sono consapevole che ci sono associazioni che promuovono una lunga serie di animali come “domestici”, avendo inventato la singolare definizione di “animale domestico non convenzionale”.

Quasi a suggellare il fatto che l’addomesticamento del cane sia frutto di una convenzione e non sia invece passato attraverso 150.000 anni di rapporto con l’uomo. Questo lunghissimo viaggio, partito con un lupo, è arrivato al cane che oggi vive nelle nostre case.

Nascere in cattività non rende un animale domestico

Seguendo questo ragionamento, che non condivido neppure un poco, si arriva a dire che qualsiasi animale riprodotto in cattività può essere considerato un animale domestico e quindi a buon titolo finire nel novero degli animali da compagnia.

Per questo motivo i negozi specializzati traboccano di ogni specie animale, tutti considerati rigorosamente da compagnia: pappagalli, gufi delle nevi, pitoni, camaleonti, ricci africani, puzzole e furetti, gerbilli, tartarughe, petauri e chi più ne ha più ne metta.

Il sostantivo compagnia però fa rima con prigionia, con una forma di schiavitù che non si può far finta di non vedere: un pappagallo in gabbia è come un maiale in un allevamento intensivo ed il fatto di essere nato in cattività non compensa le privazioni di ogni genere a cui è sottoposto.

Ogni giorno leggo centinaia di articoli, post, tweet sui benefici della dieta vegana, ma ne leggo davvero pochi sulla crudeltà di commerciare “animali da prigionia”, forse perché manca il sangue la sofferenza diventa meno percepibile?

In Italia secondo l’ISTAT ci sono circa 60 milioni di animali nelle case degli italiani, di cui solo 14 milioni sono cani e gatti e questo significa che ci sono circa 46 milioni di animali da compagnia non convenzionali (30 milioni sono pesci).

E’ più importante la morte o la qualità della vita?

Qualche domanda dovremmo farcela, dovremmo forse dare alla sofferenza un valore che non sia quello della morte o non solo quello, considerando che è la morte è l’accadimento ineluttabile. Quello che unisce uomini e animali in un comune patimento, considerando che di rado il fine vita, il termine dell’esistenza, ne è privo.

Domanda che dovremmo porci anche a costo di scontentare quella parte di platea che si ritiene animalista, purtroppo con il pappagallo sul trespolo e il criceto nella sua gabbietta.

Comunque quel che appare e che troppo spesso compagnia fa rima con prigionia: questa sofferenza, inutile in quanto non ha alcuna giustificazione né necessità, andrebbe eliminata quanto prima.