Peste suina africana: la mattanza servirà a fermare la malattia o è la scusa per l’ennesimo massacro?

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Peste suina africana: la mattanza ha avuto inizio ma servirà davvero a arginare o debellare il virus, oppure è soltanto una scusa per avere le mani libere? La domanda è lecita ma la risposta non è mai scontata nel nostro paese quando si parla di animali. Si sa che contro il temuto virus non esiste vaccino e quindi si teme che in caso di contagio fra animali liberi (cinghiali, incroci) e suini allevati succeda un disastro. Ovviamente non per gli animali ma per gli allevatori, che si vedrebbero costretti a abbattere tutti i capi.

Il virus, arrivato in Italia da qualche tempo, ha cominciato a diffondersi fra i suidi selvatici, quelli che già da tempo sono nel mirino di cacciatori e agricoltori. Per essere diventati numericamente un’emergenza, arrivando a invadere non solo le campagne ma anche le città, come succede quotidianamente nella capitale. L’origine del problema, perché la genesi è importante anche in un paese come il nostro che ha sempre la memoria corta, sono stati i cacciatori. La cassa che amplifica il disastro creato dai cacciatori sono, di nuovo, sempre loro, i cacciatori. Grazie a una una costanza, solo nostra, di far combattere il problema proprio da chi lo ha causato.

I cacciatori hanno importato i cinghiali dall’Est Europa negli anni 80/90 perché questa sottospecie era più prolifica e più grande. In anni in cui i lupi erano ancora poche decine, confinati nelle loro ultime enclave nelle regioni meridionali. Senza predatori naturali, soggetti a prelievi dissennati che aumentavano, allora come oggi, il tasso riproduttivo dei cinghiali, e dei loro ibridi causati dall’allevamento brado, è amentato. Senza che i cacciatori riuscissero come era scientificamente prevedibile, a contenerne il numero in termini numerici sostenibili.

La peste suina africana: la mattanza e le zone rosse non serviranno a contenere l’epidemia ma solo a trovare un “suino” espiatorio

Il virus è mortale per i suidi e già da solo farà una strage, probabilmente, negli animali selvatici. Senza bisogno che i cacciatori abbiano la licenza di abbatterli, come a loro farebbe piacere, giorno e notte: questo oltre a non servire diventerebbe un formidabile veicolo di propagazione del tanto temuto virus, grazie alla dispersione degli animali sul territorio e all’aumento del tasso riproduttivo. Un’opinione che non è solo delle organizzazioni di tutela degli animali, ma è un delle indicazioni dell’ISPRA che chiede di vietare l’attività venatoria, compresa la caccia di selezione.

Per i cinghiali che infestano Roma qual è la soluzione? L’abbattimento?
No. La soluzione è graduale e non può essere immediata. La prima è individuare dove c’è il virus, quindi bloccare l’espansione geografica, poi lasciare che la malattia faccia un po’ di morti: il virus è molto letale, uccide il 70-80% degli animali. La malattia riduce in maniera drastica la popolazione. Infine quando sono rimasti pochi animali si valuta se c’è ancora il virus e si abbattono gli ultimi animali altrimenti se il virus non c’è più si chiude il focolaio e la zona ritorna non infetta (in gergo indenne).

Tratto dall’intervista a Vittorio Guberti, primo ricercatore dell’Ispra, pubblicata su Il Fatto Quotidiano del 15/05/2022

Quindi gli abbattimenti non sono la soluzione, eppure su questi è concentrata la richiesta degli allevatori e dei cacciatori in tutto il paese, dove si stanno diffondendo focolai di peste suina africana a macchia di leopardo. Del resto che gli abbattimenti non siano risolutivi né in caso di sovrannumero, né in caso epidemico lo sanno anche i più sprovveduti. La politica invece, in tempo di elezioni alle porte continua a seguire le richieste di quelle categorie che rappresentano un bagaglio di voti. Arrivando a minacciare l’abbattimento anche dei suidi presenti nei santuari.

Abbattere gli animali presenti nei santuari non ha senso: bastano le misure per scongiurare il contatto con i suini selvatici

In questa grande confusione le decisioni sono spesso incoerenti e poco utili: il miglior sistema sarebbe quello di proteggere allevamenti e concentramenti di suini da possibilità di contatto con gli animali selvatici. Peraltro anche sotto il profilo economico risulta meno impattante proteggere gli allevamenti, già in massima parte recintati, che non erigere barriere in tutte le zone rosse del paese. Ben sapendo che presto, probabilmente, non ci saranno più zone rosse, ma si assisterà a una diffusione del virus molto più estesa.

Dietro, anzi dentro, alla questione cinghiali non ci sono solo allevatori, agricoltori e mondo venatorio, ma anche molti sindaci, come quello di Roma. Gualtieri ha ereditato una situazione completamente fuori controllo sulla gestione dei rifiuti della capitale, fonte attrattiva che porta a un costante ingresso di cinghiali a Roma. Gli abbattimenti, nella testa di chi poco conosce dei meccanismi naturali, vengono quindi visti come un modo per far piazza pulita di questi scomodi inquilini capitolini. Qualcuno però dovrebbe far presente al primo cittadino, e non solo di Roma, che i cinghiali in città, con gli abbattimenti, sono destinati a crescere e non a diminuire.

Ora occorre che le Regioni tengano in buona considerazione il parere dell’ISPRA e mettano in alto altre strategia, meno cruente e sicuramente più risolutive. Cercando di comprendere una volta per tutte che la gestione dei rifiuti e l’aumento dei predatori sono le due soluzioni auspicabili per ridurre in modo intelligente il numero dei cinghiali, che come tutti gli squilibri causati dall’uomo non possono essere risolti a fucilate. Tantomeno abbattendo gli animali presenti nei santuari, già recintati e protetti.

Aggiornamenti:

Aggiornamento del 08/08/2022 – L’ASL Roma ha notificato alla “Sfattoria degli ultimi” l’ordine di abbattimento di tutti i suidi presenti nel santuario, non volendo tenere conto delle legittime richieste dell’associazione che aveva più volte fatto presente che gli animali erano registrati come animali non destinati al consumo ed erano custoditi con tutte le necessarie garanzie per evitare contagi. Una decisione veramente inspiegabile contro la quale ci saranno quasi certamente ricorsi.

Italia Selvatica, storie di animali elusivi e di pregiudizi

Italia Selvatica

Italia Selvatica non è un’esagerazione ma la puntuale e precisa narrazione di chi per anni si è occupato di tutelare l’ambiente e la fauna dalle aggressioni dell’uomo. Per il suo lavoro di dirigente prima del Corpo Forestale e poi dei Carabinieri Forestali del Veneto. Più che un lavoro una passione, come si capisce leggendo il libro che racconta dei rapporti, non sempre facili, fra uomo e animali selvatici.

Il libro è scritto con l’equidistanza tipica di chi ha rivestito un ruolo istituzionale, che non consente di prendere posizioni nette, a favore degli animali e contro certi comportamenti. Qua e là traspare però il sentire umano del narratore, che non sempre riesce a essere neutrale, facendo capire che il suo cuore batte per la fauna. Per lo stupore di un incontro, per la poesia di una circostanza.

Il libro è suddiviso in racconti monografici che riguardano i mammiferi selvatici, quelli sono stati più frequentemente al centro di curiosità e polemiche e in testa a questi non possono che esserci lupi e orsi. Con tutti i problemi della difficile gestione dei conflitti, che nascono sempre con le stesse categorie: cacciatori (irredimibili) e allevatori (spesso redenti).

Il lupo, anche in Italia Selvatica, è in testa alle controversie fra chi lo ritiene indispensabile e chi lo odia

Nel libro Zovi racconta di essere stato protagonista di uno dei luoghi comuni più diffusi sul lupo: la sua supposta reintroduzione. Il lupo è un caso di successo dovuto solo alla eccezionale versatilità del predatore che non ha avuto alcuna necessità di reintroduzione. Ma il pregiudizio diventa leggenda e, si sa, le leggende sono dure a morire.

Francesca Marrucco , nel ricordare la sua prima ricerca nel Parco Naturale dell’Orecchiella, in Garfagnana, racconta: “Allora i lupi erano considerati “appena arrivati perché paracadutati dall’elicottero, mito bizzarro che mi sono abituata ad ascoltare (…). Io stesso (Daniele Zovi n.d.r.) sono stato vittima di questo mito (…) In qualche osteria del paese si sentiva dire che li avevo portati io, pagandoli di tasca mia….

tratto da Italia Selvatica di Daniele Zovi

Ma nel libro ci sono storie anche di pastori e allevatori che del lupo non hanno paura, lo ritengono importante, pensano che sia una realtà con la quale convivere. C’è sempre un prezzo da pagare per poter vivere in un ambiente armonico, in equilibrio, anche se molti non sembrano ancora averlo capito. Magari dopo aver letto questo volume qualche cosa in più si sarà compreso, grazie all’indubbia passione della narrazione di Daniele Zovi.

Che racconta storie di ritorni, come quelle dello sciacallo dorato, della lince ma anche del castoro.

UTET – rilegato – 260 pagine con alcune belle fotografie- 20,00 euro

Abbattimento cinghiali, un metodo di contenimento inutile

Abbattimento cinghiali

Abbattimento cinghiali: operazione inutile ma anche dannosa, quando non causa di guai giudiziari come ben sanno gli otto indagati dalla Procura della Repubblica di Brescia.

Questa volta a dirlo e a spiegarne in dettaglio i motivi non è un’associazione protezionistica e nemmeno un antagonista del mondo venatorio, ma bensì un ricercatore universitario. Che, dati alla mano, rilascia un’intervista all’agenzia di stampa ADN Kronos.

“Ma consentire l’attività venatoria anche nelle pochissime aree protette, come quella del Vastese, sarebbe un grave errore e si rivelerebbe un boomerang, finendo per innescare la moltiplicazione di questi animali. E questo per una questione di feromoni”. Parola di Andrea Mazzatenta, docente della Facoltà di medicina veterinaria all’Università di Teramo ed esperto di feromoni, in occasione di un incontro a Vasto sulle ‘Ragioni biologiche della diffusione del cinghiale e i problemi giuridici annessi’ .

Tratto dall’intervista rilasciata ad ADN Kronos

La società dei cinghiali è matriarcale

Nei branchi sono le femmine ad essere leader del branco e solo la matriarca, la capo branco, si riproduce. Proprio grazie all’emissione di feromoni che inibiscono la riproduzione delle femmine di rango inferiore.

Per questo accade spesso che i cacciatori sparino proprio alle femmine che guidano il branco, per assicurarsi un tasso riproduttivo maggiore. Che significa sempre più prede, ma anche una dinamica di popolazione alterata.

La natura, come sempre, è perfetta e anche questa strategia non è casuale: sotto la guida della matriarca il branco corre meno pericoli e quindi il tasso riproduttivo può essere più basso. Ma se muore la leader le cose cambiano e per colmare gli errori dovuti all’inesperienza sale, in proporzione il numero dei nuovi nati.

Abbattimento cinghiali è un errore

Occorre gestire le risorse alimentari, leggi rifiuti, per evitare che un eccesso di risorse possa creare condizioni favorevoli e lasciare mano libera ai lupi. Che sono i migliori selecontrollori presenti sul territorio, con buona pace dei cacciatori.

Ma se l’abbattimento cinghiali è un errore, diventa ancora più grave se viene compiuto senza tenere conto delle normative. Che non consentono, nonostante tutto, di fare abbattimenti senza il rispetto di piani e autorizzazioni.

Lo sanno bene gli otto indagati che il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Brescia ha rinviato a giudizio. Per aver commesso una serie di reati nella gestione dei pian di abbattimento, tanto cari al mondo venatorio.

Peculato, inquinamento ambientale, uccisione ingiustificata di animali e macellazione abusiva sono i reati contestati. Sotto processo andranno Pierluigi Mottinelli, ex presidente provinciale, Carlo Caromani ex comandante della Polizia Provinciale di Brescia insieme agli agenti Saleri e Cominini, il funzionario dell’ufficio caccia della provincia Raffaele Gareri e quello dell’ATC Oscar Lombardi, in compagnia dei due direttori della regione Del Monte e Cigliati.

Innocenti sino a condanna definitiva, ma rinviati a giudizio in una provincia con una grande vocazione venatoria. Terra di armieri e anche di bracconieri, di amanti dello spiedo fatto con gli uccellini. Ma anche terra di funzionari con la schiena dritta, come dimostrano i rinvii a giudizio.

E Brescia a fare piani di abbattimento davvero singolari ci aveva già provato con le volpi dell’ATC, senza riuscirci perché il piano era stato ritenuto illegale.