Il futuro della lotta al randagismo in tempi di pandemia non sarà roseo

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La lotta al randagismo in tempi di pandemia è difficile prevedere che possa dare risultati migliori di quelli di questi anni. Dove la battaglia è stata persa per mancanza di visione e di fondi. Credendo che tutto potesse passare dal meccanismo dei canili, piuttosto che da massicce campagne di sterilizzazione, anche dei cani di proprietà. Se le risorse economiche erano scarse prima, difficile pensare che possano aumentare ora. In un paese che non ha ancora cominciato a “pesare” realmente le macerie del terremoto economico causato dal Covid19.

Il lockdown di primavera potrebbe portare a un baby boom, e non solo per gli umani, ma anche per i randagi. Con le sterilizzazioni dei servizi veterinari pubblici che sono andate avanti a singhiozzo, a buona volontà. Con associazioni e privati che hanno avuto un sacco di limitazioni negli spostamenti e con le oggettive difficoltà delle strutture veterinarie. Senza dimenticare che durante questo periodo certo qualcuno avrà approfittato per scaricare sul territorio qualche cucciolata.

Il futuro del randagismo non sarà roseo perché anche il terzo settore, il volontariato, dovrà fare i conti con una crisi che diminuirà le risorse. Difficile donare in un paese che si trovava in crisi economica già prima della pandemia. E che ora non ha certezza di futuro, stretto fra epidemia e economia fatta a brandelli. Questa situazione, che era stata ampiamente prevista, tanto da richiedere un mai attuato piano di emergenza per contrastare le pandemie, rischia di avere grandi ripercussioni. Non solo sul randagismo ma sulla tutela dell’ambiente.

La lotta al randagismo in tempi di pandemia non sarà facile, ma nemmeno la tutela dell’ambiente

La pubblicità sembra comunicare che sia arrivato il tempo per fare grandi cose, ma poco di concreto si vede all’orizzonte per tutelare l’ambiente. Difficile anche scorgere segni di una maggior consapevolezza da parte dell’opinione pubblica su questi argomenti. Se la valutazione dovesse passare dal senso di responsabilità che fotografano alcune immagini, sullo smaltimento di mascherine e guanti, si potrebbe tranquillamente dire che il futuro sarà plastico. Nel senso di pieno zeppo di altri rifiuti plastici abbandonati in giro.

Il rischio che pandemia e economia diventino le priorità di questo immediato futuro, dove per ottenere una ripartenza tutto potrebbe passare in secondo piano, è più che concreto. Un possibilità che bisogna impedire a ogni costo: fare un salto all’indietro nella tutela di animali e ambente sarebbe un grande problema: non abbiamo più tempo per rimandare scelte e comportamenti virtuosi.

Occorre che l’economia riparta con una direzione ecosostenibile, che vengano messe in cantiere operazioni che vadano in una direzione nuova, virtuosa e sepre più attenta. Devono essere previsti piani di efficientamento energetico, di riduzione drastica delle energie fossili e di incremento di quelle rinnovabili, di tutela ambientale e valorizzazione delle risorse naturali. Di un paese meraviglioso che potrebbe vivere solo delle sue bellezze ambientali e della sua storia.

In questo tempo le risorse economiche vanno misurate e utilizzate con responsabilità, senza concedere nulla al malaffare

Pensando alla lotta al randagismo e ai soldi spesi e in buona parte buttati, dove si potrebbero fare stime per qualche miliardo di euro. Denaro che spesso è andato a ingrassare il malaffare e le mafie, con fiumi di soldi che hanno arricchito molti, senza ottenere un risultato reale per gli animali. In un tempo come questo il primo risparmio dovrebbe essere compiuto grazie a una gestione oculata delle risorse. Per evitare che questa crisi di dimensioni spaventose ci costringa al suolo per sempre, in un paese che ha ancora a terra le macerie di terremoti di decenni.

Per cambiare occorre impegno collettivo, smettere di demandare tutto alla politica, ragionare con il proprio cervello. Cercando di separare la verità dalle mille bugie e falsità, smettendo di trovare scuse per una scarsa propensione a svolgere azioni utili per la comunità nel suo senso più ampio. Questa dovrebbe essere la chiave che apre il lucchetto che da decenni ha chiuso la catena che imbriglia la società italiana. Fatta di pigrizia verso il sociale, disillusione ma anche da molto di più di un solo pizzico di egoismo.

Contrasto al randagismo con la nuova legge della Puglia

Contrasto al randagismo

Il contrasto al randagismo è strutturato in modo semplice e completo nella nuova legge, recentemente approvata dalla Regione Puglia. Una disposizione finalmente chiara, che lascia pochi spazi all’interpretazione e che indica in modo preciso “chi deve fare cosa”. La norma regionale costituisce una svolta rispetto alle tante leggi, barocche e complicate, che ancora oggi sono presenti in molte regioni italiane. Con il pregio di fare sintesi efficace fra le diverse esigenze e necessità.

Lo strumento legislativo rappresenta una base sulla quale andrà implementata e costruita la lotta al randagismo, ma anche lo sviluppo del concetto di possesso responsabile degli animali. Di seguito il link per chi fosse interessato a scaricare il testo e leggerlo nella versione integrale.

La cosa importante ora è quella di convertire in azioni le disposizioni del provvedimento regionale, che presenta degli spunti di sicuro interesse. Uno dei quali è il limite di capienza dei canili, che dovranno accogliere un massimo di 200 cani per ogni struttura. Una soglia massima alla quale dovranno adeguarsi anche le strutture già esistenti. Viene previsto. infatti, il divieto, subito operativo, di poter ospitare nuovi soggetti sino al naturale raggiungimento della capienza massima prevista.

Questo tipo di contrasto al randagismo piace anche alle associazioni

Le associazioni hanno espresso la loro soddisfazione per l’impianto della nuova legge. Questo fatto rappresenta un fattore molto positivo, considerando che anche il volontariato sarà una parte fondamentale per la concreta attuazione della norma regionale. Il contrasto al randagismo, per una volta, non è fatto soltanto attraverso i canili, che da rimedio vengono visti e utilizzati come strumento di un progetto complessivo. Una piccola rivoluzione che sarebbe auspicabile fosse recepita ovunque.

Sterilizzazione, identificazione, gestione responsabile di cani e gatti, controllo del commercio e campagne informative sono i pilastri del progetto di contrasto al randagismo. Sotto controllo il commercio di animali da compagnia, combattendo anche la tratta dei cuccioli dai paesi dell’Est. Vietato mettere in vendita animali di età inferiore ai 4 mesi provenienti dall’estero; previsto l’obbligo del registro di carico e scarico per le attività commerciali.

La legge regionale sembra un contenitore solido, al quale occorre aggiungere ora il contenuto più importante: la reale attuazione e messa a regime del provvedimento. Cominciando con l’obbligo dei Comuni di dotarsi, finalmente, di strutture proprie per la custodia dei randagi. Una realtà già prevista sino dal lontano 1954, ma mai attuata compiutamente sul territorio nazionale.

Meno spreco di denaro pubblico con azioni contro il randagismo

azioni contro il randagismo

Meno spreco di denaro pubblico con azioni contro il randagismo, in un tempo in cui il risparmio dovrebbe essere una priorità. Invece si continuano a impiegare soldi della collettività per mantenere animali ex randagi, senza incidere sul fenomeno. Richiudendoli in strutture dalle quali molti di loro non usciranno mai.

Fra le tante opzioni per risparmiare fondi pubblici la lotta reale al randagismo sembra un’opzione mai presa davvero in considerazione. Una rassegnata accettazione dei costi provocati da una non gestione del problema. Contributi dati spesso a organizzazioni che lucrano sulla sofferenza degli animali, senza risolvere la questione.

Eppure basterebbe sterilizzare a tappeto gli animali domestici per impedire quel costante afflusso di cucciolate casalinghe, di animali non desiderati e non piazzabili, che vanno a alimentare il randagismo. Bisognerebbe limitare lo sconsiderato possesso di animali non sterilizzati, lasciati liberi di vagare e di riprodursi.

Le azioni contro il randagismo non sono mai inserite nei programmi

I politici si lamentano spesso dei costi che il fenomeno genera, ma poi si dimenticano di tradurre le doglianze in provvedimenti. Forse consapevoli del fatto che potrebbero essere impopolari: molti dicono di amare gli animali, ma poi se li si obbligasse a sterilizzare i propri potrebbero salire sulle barricate.

Si sta continuando a non mettere un freno agli allevamenti, alle importazioni di cuccioli, legali e illegali, dai paesi dell’Est. Permettendo che cani e gatti siano in libera vendita nei negozi di animali, tollerando che vengano venduti cuccioli solo apparentemente di razza, senza intervenire quasi mai. Consentendo frodi che producono fiumi di denaro spesso esentasse.

Permettendo che gli animali siano venduti in “saldo” durante il black friday, proprio come fossero smartphone. Dimenticando così che gli acquisti di impulso rappresentano la prima causa degli abbandoni. Non mettendo in atto azioni che stimolino il possesso responsabile.

Senza sterilizzare e limitare il commercio di animali non si combatte il randagismo

Dobbiamo arrivare a stabilire che il possesso di un animale non sia un diritto, spesso privo di reali doveri. Non è possibile continuare a acquistare animali nei negozi senza avere la minima idea di quale siano gli impegni, i doveri e le implicazioni. Bisogna impedire che qualcuno prenda un animale per diletto pensando di poterlo tenere sempre chiuso sul balcone o dentro una gabbia.

Certo queste idee non sono popolari, non incontrano il favore di tantissimi padroni (e mai termine è usato in modo più appropriato), che ritengono di sapere già tutto quel che serve per il benessere dei loro animali. In un rapporto univoco e unilaterale, dove viene considerato spesso solo il vantaggio emotivo provato da chi possiede l’animale.

Quante azioni si potrebbero mettere in atto per tutelare gli animali se venissero abbattuti i costi del randagismo, se si pretendesse un possesso responsabile? Smettendo di affermare che gli animali sono esseri senzienti, per poi trattarli alla stessa stregua di una lavatrice. Ci sarà pure un politico coraggioso che faccia un progetto di legge per la sterilizzazione obbligatoria degli animali di proprietà, per un obbligo di identificazione di tutti gli animali da compagnia, vietando la libera vendita nei negozi. Oppure no?

La fine del randagismo passa dai cacciatori, ma di conigli

La fine del randagismo passa dai cacciatori

La fine del randagismo passa dai cacciatori, ma da quelli di conigli però: questa stranissima storia avviene a Caltavuturo, comune della città metropolitana di Palermo.

Grazie a un’idea davvero surreale adottata dall’amministrazione comunale i cacciatori saranno i salvatori dei cani randagi di Caltavuturo, che verranno adottati e scambiati con 400 conigli da destinare agli stessi cacciatori.

Potrebbe sembrare uno sketch tratto da un film di Totò, il principe della risata, ma invece è purtroppo quanto succede realmente: il comune si convenziona con un’associazione di cacciatori locale che si attiverà per collocare i cani randagi ospiti del canile. Ovviamente grazie a un incentivo economico (pessimo) di ben 400 Euro per il primo anno e di 200 per i due anni successivi.

Ma l’idea, tanto strampalata quanto meritevole di un’indagine della Procura e della Corte dei Conti, non finisce qui. Il progetto è molto più articolato e il suo fine, fatto insolito, non è il benessere degli animali ma il sollazzo dei cacciatori di conigli.

Il risparmio ottenuto dall’adozione dei cani sarà infatti impiegato non per creare attività o opere di utilità pubblica ma per reimmettere sul territorio comunale ben 400 conigli all’anno, per tre anni. Destinati a finire sparati dagli stessi cacciatori che hanno fatto adottare i cani. Uno scambio alla pari? Decisamente no, forse più vicino a essere voto di scambio a danno di animali e cittadini.

L’articolo di stampa pubblicato su Cefalù e Madonie WEB (leggi qui) riporta “L’accordo, per quanto riguarda la prevenzione del randagismo, prevede una campagna di sensibilizzazione all’adozione dei cani presenti attualmente nel canile territoriale di Isnello da parte della Associazione TAV Caltavuturo (sono già pervenute 10 richieste di adozione di 11 cani), e l’individuazione di una zona per l’addestramento cinofilo. L’affidamento in adozione dei cani comporta l’erogazione di un contributo una tantum iniziale di 400 euro più duecento euro annui per i tre anni successivi. (…) 

Il protocollo d’intesa prevede inoltre una campagna di ripopolamento per cinque anni del coniglio selvatico nel territorio di Caltavuturo sotto la sorveglianza della Ripartizione Faunistica Venatoria. Il ripopolamento avverrà con l’introduzione ogni anno per cinque anni nel territorio di 400 esemplari di conigli. Il Protocollo d’intesa verrà finanziato con i risparmi derivanti dal fine ricovero dei cani nel canile di Isnello la cui incidenza annuale era di circa 22.000 euro annui.”

Insomma un’altra brutta, pessima, storia perché sappiamo tutti quanto non sia vero che la fine del randagismo passa dai cacciatori, da uno scambio di favori fra questi ultimi e un’amministrazione comunale e dalle adozioni incentivate, che mai come in questo caso potrebbero finire male.

Le adozioni incentivate non rappresentano una strada per diminuire il randagismo ma soltanto un mezzo ai limiti della legalità, e forse oltre, pensato per risparmiare sulla pelle dei cani. Con l’aggravante per l’amministrazione di Caltavuturo di essere un’idea che non profuma né di legalità, né di rispetto per gli animali. Ora attendiamo che Procura e Prefettura si attivino o che il comune smentisca tutto.

 

Anagrafe canina nazionale contro randagismo e traffico cuccioli

Anagrafe canina nazionale contro randagismo e traffico cuccioli

L’anagrafe canina nazionale contro randagismo e traffico cuccioli: una necessità operativa, un progetto efficace che purtroppo è rimasto nei cassetti del Ministero della Salute.

Dal 1991 ad oggi. In sintesi più di un quarto di secolo di attese e un progetto di unificazione abortito.Quando nel 1991 venne promulgata la legge 281, pioniera in Italia nella tutela degli animali d’affezione, il legislatore stabilì che tutti i cani di proprietà o presenti in canili e rifugi fossero dotati di un identificativo.

Dapprima fu il il tatuaggio e successivamente il microchip elettronico. In ogni caso è sempre stata prevista l’iscrizione in un’anagrafe. Grazie al decentramento fu dato alle regioni il compito di promulgare leggi di recepimento della normativa nazionale che normassero, anche sotto il profilo operativo, i dettami previsti dalla legge quadro nazionale.

Così facendo, però, le regioni ci misero anni e anni per legiferare in materia e l’ultima a farlo fu proprio la regione Lombardia, maglia nera nel recepire la legge 281/91, battuta anche dalla Sicilia -regione non all’avanguardia nel contrasto al randagismo- arrivata se non ricordo male penultima.

Nonostante questo si potrebbe pensare che dopo tanti anni tutti i problemi siano stati risolti e che l’anagrafe nazionale sia una realtà operativa da tempo, ma così non è! In questo momento abbiamo soltanto le anagrafi regionali e delle province autonome che si interfacciano solo parzialmente con quella nazionale.

L’anagrafe nazionale resta una promessa da quasi trentanni.

Nella realtà l’anagrafe nazionale non esiste ma è solo il prodotto di un tool informatico che restituisce, inserendo un numero di microchip, soltanto indicazioni sulla presenza dell’identificativo in una delle anagrafi regionali, peraltro con dati nemmeno aggiornati secondo quanto afferma lo stesso ministero.

Qualcuno si chiederà il motivo che da decenni rende l’anagrafe canina una banca dati monca, meno efficace di quanto potrebbe, depotenziata già da un numero imprecisato di mancate iscrizioni che vantano sicuramente cifre a 5 zeri. Il motivo è semplice: un errore iniziale ha fatto si che ogni regione si organizzasse in proprio, non solo con differenti programmi informatici, tutti pagati dai contribuenti, ma anche identificando in autonomia quali dati raccogliere e inserire.

All’atto del progetto di fusione ci si rese conto come questa problematica costituisse un grande ostacolo, per un motivo fondamentale che potrebbe identificare uno studente delle superiori: la non omogeneità dei dati.

Un errore al quale non si è mai voluto rimediare causando così un grande danno, non solo nella lotta al randagismo ma anche, per esempio, in quella al traffico di cuccioli provenienti dai paesi dell’Est Europa. Si potrebbe aumentare l’efficacia dei controlli se tutti i cani fossero inseriti in un’unica banca dati, controllabile in tempo reale dai servizi veterinari e dalle forze dell’ordine.

Aggiungendo informazioni importanti che possano far ricostruire l’intera vita dell’animale, compresi i dati identificativi della madre di ogni cucciolo di razza importato, se anche l’Europa decidesse di attrezzarsi con una nuova e miglior normativa.

L’anagrafe nazionale permetterebbe controlli in tempo reale

Potrebbero essere controllati in tempo reale anche i cani partiti da altre regioni italiane in questo continuo nomadismo di animali che vengono spostati da nord a sud, spesso in pessime condizioni di trasporto e, altrettanto spesso, senza il rispetto delle regole.

Poter controllare di notte, durante i giorni di chiusura delle ASL, potrebbe permettere di capire meglio la congruità fra i documenti presentati, dalle staffette o da chi traffica in cuccioli, e la realtà che compare in anagrafe.

Si potrebbe verificare il rispetto delle norme e delle disposizioni e, forse, individuare anche qualche complicità a livello istituzionale, ben felice di agevolare trasferimenti che diversamente rappresenterebbero un onere. Separando finalmente quanti operano nel rispetto delle norme da chi le vìola sistematicamente.

L’anagrafe sarebbe uno strumento potente nel contrasto dei tanti reati commessi nei confronti degli animali d’affezione, come dimostrano da tempo i risultati ottenuti grazie alle anagrafi nazionali implementate e realizzate per tracciare gli animali da reddito,  contribuendo così a mettere un po’ d’ordine anche nel mondo delle staffette.

Troppi cani viaggiano eludendo controlli e normative in violazione del buon senso e della necessità, ovvia, di protezione dei loro diritti e del loro benessere.

Così, grazie anche a una cattiva gestione dell’anagrafe, le verifiche procedono a rilento, manca la raccolta sistematica di informazioni e dettagli necessari a migliorare la qualità dei controlli, contribuendo in questo modo a rendere più difficile la lotta contro il randagismo. Da anni si parla di anagrafe nazionale, di unificazione reale delle banche dati ma anche questa, come accaduto a tante altre promesse fatte in materia di tutela degli animali, resta soltanto una speranza, per adesso vana.