Abbattimento o captivazione permanente: questo è il dilemma spesso eluso

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Abbattimento o captivazione permanente: questo è il dilemma che spesso ci si rifiuta di affrontare. Un tema spinoso che frequentemente non viene dibattuto, quale parlano mal volentieri gli addetti ai lavori in ogni schieramento. Un punto sul quale, invece, sarebbe opportuno pronunciarsi, dopo un ampio dibattito tecnico, non emotivo. Se è vero che decidere per chi non è in grado di farlo è sempre molto difficile, è altrettanto vero che non fissare regole può diventare un paravento. Dietro al quale nascondere la sofferenza. Garantire la vita anche a costo di negare il benessere è una scelta che mi risulta difficile da condividere.

Vale per tutti gli animali destinati a trascorrere una vita dietro le sbarre e per questo credo sia importante, ma anche doveroso, fare una riflessione. Senza preconcetti, basati sulla ponderata valutazione laica di pro e contro fatta da una pluralità di esperti. Se è vero che la cattività, nel caso degli orsi, allontana dalla violenza di uno sparo è altrettanto vero che mette al riparo le nostre coscienze e sensibilità, ma non le loro vite. La sofferenza del giorno per giorno, con gradienti vari e diversi, è la stessa che condanna a morire di noia gli animali di uno zoo. Quella che resta visibile nei sentieri scavati dalle zampe sul terreno dei recinti, sempre gli stessi, percorsi in modo ripetuto, quasi ossessivo.

Scelta sicuramente difficile come tutti i pensieri che le gravitano intorno, che non può essere elusa semplicemente al grido di “lasciamoli liberi”. Certo questa sarebbe la soluzione migliore, ma quando si arriva a un punto nel quale bisogna scegliere fra vita e morte, lì non ci sono terze vie. Non esiste più, nemmeno per noi, la possibilità di non esprimerci, di non scegliere, in nome dell’etica o della convenienza. Un bivio di fronte al quale bisogna decidere che strada imboccare, nell’interesse degli animali.

Abbattimento o captivazione permanente: scelte che mettono di fronte a un bivio etico

Del resto che la cattività rappresenti molto spesso una prigionia dai risvolti crudeli viene detto a chiare lettere quando, ad esempio, si parla di zoo e delfinari. Ma non in modo netto quando i detenuti sono rinchiusi a vita in altri luoghi, come santuari per orsi, solo per restare sul tema, o anche canili. Il baratto etico che sta alla base di questa differenza di valutazioni è la giustificazione dell’aver salva la vita, ma non è la “motivazione” della detenzione a cambiare o attenuare la sofferenza. La differenza cambia quando vi è una piena e consapevole analisi del benessere garantito dalle condizioni di detenzione. Che non può essere valutato solo sulla base dello spazio a disposizione o su criteri estetici.

Per fare una valutazione complessiva occore tenere presente l’etologia della specie e la sua origine: un conto è un animale selvatico che proviene da anni di cattività o da riproduzioni in cattività e altro è un soggetto di cattura. Bisogna valutare le caratteristiche della struttura e le condizioni di vita offerte, il tempo che si può dedicare alle interazioni o alla creazione di continui diversivi. In cattività la noia uccide, prova un animale nello spirito, lo riduce a un simulacro dell’animale che sarebbe stato se avesse vissuto libero.

Esistono sistemi per realizzare misurazioni e valutazioni scientifiche sul livello di stress che genera la cattività, esaminando per esempio i livelli del cortisolo.

La definizione di “benessere animale” e le modalità di determinazione di tale parametro sono ancora ampiamente dibattute. C’è, però, una generale concordanza sul fatto che una condizione di malessere dia origine a variazioni fisiologiche e comportamentali che possono essere rilevate e misurate. Tra i parametri endocrini, il più studiato è, senza dubbio, il cortisolo, in quanto connesso con l’attivazione dell’asse ipotalamico-pituitario-surrenale in condizioni di stress e quindi ritenuto indicatore ideale di benessere, benché debba essere utilizzato con cautela in quanto un aumento dei livelli di questo ormone non si verifica con ogni tipo di stressor.

Viggiani, Roberta (2008) La determinazione del cortisolo nel pelo per la valutazione del benessere animale, [Dissertation thesis], Alma Mater Studiorum Università di Bologna.

Il focus deve essere il benessere garantibile e non la sola esistenza in vita

Sarebbe tempo di fare ragionamenti a tutto campo, mettendo al centro i bisogni e il benessere degli animali, non l’accondiscendenza verso la componente emotiva. Questo, se pensiamo che anche un pesce rosso nella boccia possa essere sofferente e maltrattato, deve essere il primo punto dal quale far nascere una riflessione. L’argomento è spinoso, ma ritornando agli orsi qualcuno potrebbe mai pensare che la detenzione di M49 a Casteller sia compatibile con il suo benessere?

La questione è complessa e certo l’articolo non ha la pretesa di indicare la via, ma solo di stimolare una vera e complessiva riflessione che faccia aprire un dibattito a tutto tondo. La difesa della vita oltre ogni altra considerazione non può essere vista come una motivazione sufficiente a far detenere a vita animali nelle strutture. La difesa della vita non può diventare una motivazione che giustifichi la detenzione in qualsiasi condizione, non può far chiudere gli occhi davanti alla sofferenza.

Su questi temi un dibattito serio sarebbe auspicabile e urgente, coraggioso e necessario. Un dovere ineludibile, specie nel momento che sono sempre gli uomini a decidere cosa tocchi in sorte agli animali.

Orsi ammaestrati come ad inizio secolo

Orsi ammaestrati come ad inizio secolo: in Russia viene portato in campo un orso ammaestrato per incitare i tifosi della squadra di calcio.

E in tutto il mondo questa cosa non è proprio piaciuta.

L’uso di animali addestrati da esibire prima di una partita di calcio non è però solo un ricordo neanche per il nostro paese: la Lazio prima di ogni partita usava un aquila di mare testa bianca o aquila calva che, addestrata, faceva il giro degli spalti prima di tornare dal suo addestratore.

Un’idea pessima perché la falconeria e il cosiddetto volo libero degli uccelli sono sempre una forma di grave condizionamento, basato su un imprinting che snatura completamente questi animali.

Ma ancor più triste è vedere un orso che viene costretto a esibirsi come un clown alzando le zampe anteriori per incitare il tifo.

L’uso degli animali per questo tipo di esibizioni, peggiori di quelle del circo, dovrebbe essere impedito per la sua completa inutilità e per il messaggio di asservimento che queste azioni trasmettono, in particolare ai più giovani.

Pochi sanno che molto spesso gli orsi ammaestrati sono tenuti in spazi molto ristretti per deprimere il loro tono muscolare, in modo che siano più gestibili. Infatti solo addestramento e condizionamento possono permettere un controllo completo su un plantigrado di questa stazza, che con una zampata potrebbe staccare la testa dell’addestratore.

Un povero orso che sembra un simulacro di quello che avrebbe dovuto essere, trasformato in un burattino fatto muovere dal suo addestratore. Uno spettacolo davvero triste e diseducativo.

Ovviamente questo spettacolino ha fatto subito il giro del mondo, suscitando commenti irritati da parte delle maggiori associazioni protezionistiche che sicuramente non pitevano gradire l’uso di un orso come cheer leader.