La morte dell’orso Juan Carrito deve aprire strade nuove verso il cambiamento

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Foto tratta dal sito del Parco della Majella in occasione della sua traslocazione

La morte dell’orso Juan Carrito non deve essere inutile: l’orso più famoso del mondo a causa delle sue scorribande ci lascia innumerevoli spunti su cui riflettere. Riflessioni che devono andare oltre all’impatto emotivo perché, per chi ha seguito la sua storia, è stato come se fosse venuto a mancare qualcuno che si conosceva bene. In fondo un esempio di determinazione nel perseguimento degli obiettivi, seppur indotti da comportamenti umani sbagliati.

Non amo umanizzare gli animali, trovo che sia un po’ come sottrar loro qualcosa che è nell’essenza di ogni essere vivente. Il rispetto e l’affetto non sono dovuti solo agli uomini, ma soprattutto il rispetto è un sentimento che bisogna provare, come compassione ed empatia, verso tutti gli abitanti di questo fantastico e bistrattato pianeta.

M20, al secolo Juan Carrito, è uno dei quattro cuccioli nati nella primavera del 2020 nel Parco d’Abruzzo dall’orsa Amarena, una madre fantastica ma purtroppo confidente. Un’orsa che ha avuto un parto eccezionale con ben quattro cuccioli, evento rarissimo, riuscendo a farli crescere tutti. Un evento ancora più eccezionale del parto, considerando le mille insidie che popolano la vita di tutti i cuccioli, in particolare quelli di orso. Piccoli orsetti che corrono sempre il rischio di venire uccisi dai maschi della loro stessa specie, costringendo la madre a tenerli lontani dai pericoli.

La morte dell’orso Juan Carrito è stata una sorta di appuntamento a Samarcanda, voluto dagli uomini però

Amarena, già abituata a entrare nei paesi per cercare piante da frutto, in particolare proprio le ciliegie, ha iniziato a vivere sempre più vicino ai paesi. Per evitare ai suoi cuccioli incontri mortali, non immaginando quanto gli uomini sappiano, spesso, essere molto più pericolosi degli orsi maschi. Così nell’estate del 2020 Amarena è stata assediata ogni giorno da centinaia di turisti. Che volevano vederla, fare un video o una foto da postare sui social. Un assedio incessante che nemmeno i Guardia Parco e i Carabinieri Forestali sono riusciti a impedire.

Più Amarena e i suoi cuccioli venivano pressati, inseguiti e perseguitati più era facile che questa vicinanza potesse diventare fonte di problemi. Così il più intraprendente dei suoi cuccioli, che sono come quelli di uomo uno diverso dall’altro per carattere e temperamento, ha cominciato a imparare che non aveva motivo per aver paura delle persone. Una pessima visione del mondo, questa, per un animale selvatico, che per vivere bene deve avere paura di noi e non vederci come creature diverse ma socievoli. Una condizione, quella di provare paura nei confronti degli uomini che spesso rappresenta la sottile frontiera fra vita e morte. Oppure fra vita libera e una destinata a essere vissuta da prigioniero, come successo all’orso trentino M49.

Così, crescendo, Juan Carrito, che deve il suo nome proprio all’omonimo paese del Parco, ha cominciato a visitare fattorie e pollai, senza disdegnare apiari e altri insediamenti umani. Per poi iniziare a frequentare il centro di Roccaraso, arrivando perfino a entrare in una pasticceria del centro. Per queste e altre incursioni finì per essere catturato e portato in montagna, nella speranza che potesse restarci. Nulla da fare, dopo pochi giorni o settimane Carrito tornava a Roccaraso. Questo anche perché qualcuno lasciava cibo per attirarlo e il Comune non aveva messo in sicurezza i bidoni dei rifiuti.

La morte di Juan Carrito dovrebbe insegnarci ad avere più attenzioni verso il capitale naturale

Il Parco, anzi i parchi visto che Carrito faceva il pendolare fra il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, quello del Gran Sasso e dei Monti della Laga e l’area protetta della Majella, hanno fatto sempre il possibile per proteggerlo. Qualcuno potrà anche dire che non è stato fatto abbastanza, ma la realtà è che quando il danno è fatto non sempre è possibile ripararlo. Una volta diventato confidente Juan Carrito aveva, in fondo, solo due possibilità: morire da orso libero a causa di un incidente o finire la sua vita da orso prigioniero, in cattività, come per fortuna non è stato.

In Italia manca l’educazione sul modo di rapportarsi con le varie componenti naturali, che bisogna imparare a conoscere e a rispettare. Nessun animale selvatico deve essere antropomorfizzato, riconoscendo che le vite di uomini e animali si possono intersecare nella condivisione dei territori e delle risorse, ma senza sovrapporsi. Mondi che devono restare separati, nei quali gli uomini devono imparare a entrare e uscire in punta di piedi. Con la consapevolezza che la cosa più importante non è vedere o farsi una foto con l’orso, ma riconoscere la sua importanza senza interferire, nei limiti del possibile, con la nostra presenza.

Occorre poi frammentare quelle barriere continue costituite dalle nostre infrastrutture: strade e ferrovie non devono diventare ostacoli pericolosi e insormontabili. Occorre costruire corridoi ecologici, sottopassi, ponti e strutture idonee che consentano agli animali di potersi spostare senza essere costretti ad attraversare strade e autostrade. In Italia se ne parla da decenni ma la loro realizzazione resta sempre ferma al palo, mentre si continuano a teorizzare di opere faraoniche inutili e dannose, come il ponte sulla Stretto di Messina.

Impariamo ad avere coscienza delle nostre azioni, con la consapevolezza di poter creare grandi problemi alla biodiversità

L’orso marsicano è una sottospecie unica, un patrimonio importante costituito da poche decine di esemplari che devo essere considerati preziosi. Perdere un orso, anche un solo orso, rappresenta un enorme danno fatto alla biodiversità, considerando che proprio gli orsi sono considerati una specie ombrello fondamentale per il mantenimento dell’equilibrio naturale. Difendere gli animali selvatici parte dall’avere comportamenti responsabili: guidare con attenzione e moderando la velocità specie di notte, non alimentando gli animali grazie anche a una corretta gestione dei rifiuti. Ma anche tenendo i cani sempre al guinzaglio quando si fanno escursioni in natura, senza inseguire mai gli animali per fare una foto.

Cerchiamo di veicolare solo informazioni corrette, diffondiamo le buone pratiche come quella di non alimentare e non interagire con i selvatici. Chiediamo ai politici che votiamo di attivarsi per la costruzione dei corridoi ecologici, per dare maggiori risorse in uomini e mezzi alle aree protette. Cerchiamo di essere tutti una componente attiva per la difesa dell’ambiente e di tutte le forme di vita, non fermiamoci a considerare solo gli animali “simpatici”. Ogni essere vivente è importante, ogni organismo ha un suo posto nella natura, anche se spesso non siamo in grado di conoscere quale sia.

Juan Carrito è diventato un simbolo che resterà nel cuore di tutti le persone che si sono in qualche modo occupate di lui. Non lasciamolo diventare un’icona vuota e priva di contenuti, ma trasformiamolo in un animale che è stato capace di indicarci i nostri errori, di insegnarci che non c’è amore senza rispetto e che ogni animale ha caratteristiche uniche e inimitabili. Non esistono animali buoni o cattivi, mentre esistono individui profondamente diversi fra loro, per carattere e comportamento, proprio come lo siamo noi, senza però avere fini diversi che non siano il perseguimento della propria esistenza e della perpetuazione della specie.

Lupi del Gran Sasso cacciano i cinghiali e restano numericamente stabili

Lupi del Gran Sasso cacciano i cinghiali

I lupi del Gran Sasso cacciano i cinghiali e restano numericamente stabili, con la presenza di 20 branchi. Nel territorio del Parco del Gran Sasso e dei Monti della Laga, secondo un censimento realizzato nell’ambito del progetto LIFE Mircolupo, il numero dei predatori resta stabile.

La stima, realizzata con la tecnica del wolf howling, un metodo che permette di individuare i branchi riproducendo gli ululati dei lupi con altoparlanti e ascoltando le “risposte”, fornisce un quadro rassicurante.

La presenza del lupo al’interno del parco, la cui stima e stata condotta anche attraverso osservazioni, monitoraggi e i dati relativi agli esemplari con radiocollare, risulta essere stabile.  Questo potrebbe significare il raggiungimento della massima portanza ambientale per il territorio del parco (leggi qui).

A dimostrazione che la presenza del lupo è legata a territorio e risorse e non vi è un pericolo di un aumento esponenziale, come paventato da alcuni. I lupi che si insediano in un area restano più o meno stabili come consistenza, svolgendo un eccellente lavoro di controllo degli ungulati.

I lupi sono i veri e naturali selecontrollori

Nel territorio del Parco del Gran Sasso e dei Monti della Laga i ricercatori hanno potuto riscontrare che le attenzioni pedatorie dei lupi si sono rivolte soprattutto ai cinghiali. Questo dovrebbe far molto piacere agli agricoltori e sicuramente molto meno ai cacciatori. Che individuano nei lupi gli antagonisti, sia perché predano gli ungulati sia perché dimostrano una reale e benefica ricaduta sull’ambiente.

La presenza dei lupi può contribuire a ricostruire un equilibrio ambientale che renda inutile l’attività di selecontrollo, togliendo ai cacciatori la motivazione principale che giustifica la loro presenza: il controllo delle popolazioni di specie ritenute invasive. Che fatto dai lupi risulta maggiormente efficace.

I lupi del Gran Sasso cacciano i cinghiali che insieme a cervi e caprioli rappresentano le specie selvatiche maggiormente interessate dalle attività di caccia dei grandi carnivori. La scelta delle prede operata dai lupi è basata soltanto sulla scelta del soggetto più debole, senza altri scopi che quello di potersi alimentare.

Una scelta ben diversa da quella dei cacciatori che, troppo spesso, fanno scelte con alla base motivazioni opposte, come quello di abbattere la femmina dominante, dando luogo a una vera e propria esplosione demografica.

Bracconaggio e vagantismo sono i veri pericoli per i lupi

Sulle attività di wolf hawling resterà memorabile il tentativo fatto recentemente da alcuni cacciatori di bracconare i lupi proprio sulla base della vicinanza degli ululati. Ma in quell’occasione non si trattava di animali in carne ed ossa ma di Carabinieri Forestali, che li hanno successivamente identificati e denunciati per vari reati.

Ora la frontiera per la tutela del lupo è quella di difendere la specie dal’ibridazione con i cani domestici, che avviene ancora a causa del vagantismo: cani di proprietà non sterilizzati e lasciati liberi di vagare sul territorio. Sovrapponendo il loro areale con quello dei lupi, i cani vaganti possono creare le condizioni per indesiderati accoppiamenti che causano poi la presenza di esemplari ibridi (leggi qui).