Un branco di lupi nel Parco di San Rossore è più efficace dei fucili

branco lupi Parco San Rossore

Un branco di lupi nel Parco di San Rossore è più efficace dei fucili, una realtà che certo piace poco ai cacciatori e anche a certi direttori di aree protette. A dare la notizia è stato l’ente parco che gestisce l’area protetta di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli, in Toscana. La presenza di un branco di sette lupi, che hanno eletto il parco come loro territorio, sta dando maggiori risultati della gestione faunistico venatoria. Dimostrando quello che gli esperti dicono da anni e che i cacciatori negano da sempre: nessun uomo può essere un controllore efficace delle popolazioni di animali selvatici.

I daini di San Rossore, come quelli presenti nel bosco della Mesola e in altre aree protette, quando non hanno predatori tendono a crescere in modo incontrollato. L’abbondanza di risorse alimentari, quando non vi sono bioregolatori naturali aiuta la crescita delle popolazioni. Gli abbattimenti fatti dai cacciatori non risolvono, come dimostrano i fallimenti sul contenimento dei cinghiali. Mentre il cacciatore cerca di garantirsi il ruolo di regolatore il lupo cerca di garantirsi un pasto con il minor sforzo possibile. Sono proprio le scelte intelligenti del predatore a rendere efficace la sua azione.

«Gli studi di San Rossore confermano che il lupo svolge un importante ruolo ecologico nel Parco: sta riportando all’equilibrio naturale l’ecosistema, sbilanciato negli ultimi anni dalla sovrappopolazione di daini che, riducendo la rinnovazione del bosco e le piante erbacee, avevano messo in pericolo la flora del Parco – spiega il presidente dell’Ente Lorenzo Bani – a questo punto saremo presto in grado di ridurre fortemente fino ad evitare l’intervento umano per il riequilibrio».

Un branco di lupi non costa, non inquina il Parco di San Rossore ma purtroppo non vota

Come non ricordarsi lo scontro a distanza fra Giampiero Sammuri, cacciatore e presidente del Parco dell’Arcipelago Toscano, e il presidente di San Rossore Bani? Reo di aver criticato Sammuri per gli abbattimenti dei mufloni del Giglio, una scelta molto discussa e discutibile sulla quale le polemiche e i toni restano accesi ancora adesso. Due visioni diverse che hanno portato a uno scontro pubblico nel quale su un organo di stampa gigliese Sammuri accusa Bani di ipocrisia.

Ma se il piano difeso da Sammuri può avere un risultato su una piccola isola, unica realtà nella quale un piano di eradicazione possa arrivare a destino, l’intervento venatorio non ha mai risolto. La realtà è che se si impiegassero più sforzi nel cercare il ripristino degli equilibri, anziché cercare facili consensi, i risultati arriverebbero e sarebbero duraturi nel tempo. Gli abbattimenti non funzionano, non solo con gli ungulati, ma anche con le nutrie, i piccioni e anche con gli orsi. Ogni nicchia ecologica che si libera è destinata a trovare in fretta un nuovo occupante. Accade per gli animali, ma anche per le piante: un vaso pieno di terra non resta senza vita a lungo!

Il monitoraggio eseguito sul branco ha dimostrato che i lupi non escono dai confini della riserva, non fanno predazioni sugli animali domestici e sono attivi soprattutto di notte. Una presenza discreta ma efficace, che in futuro dovrebbe consentire al parco di non dover più prevedere azioni umane per la gestione dei daini. Un traguardo, un esempio che andrebbe non soltanto seguito ma che dovrebbe essere compreso nella sua interezza.

Il Parco di San Rossore non ha inventato nulla, ha solo assecondato l’equilibrio naturale

I gestori delle aree protette potrebbero lasciare che una buona parte del loro lavoro fosse realizzato senza costi dalla natura. Assecondando i cambiamenti e le eventuali modificazioni, lasciando sempre più che sia la biodiversità a scegliere i suoi percorsi. Le aree protette dovrebbero impegnarsi di più nel contenimento della sola specie homo sapiens piuttosto che nella gestione faunistica. Come dimostrano le considerazioni fatte proprio dal Parco:

I dati raccolti hanno evidenziato però da parte di una minoranza di persone comportamenti scorretti e potenzialmente pericolosi, in particolare è stata registrata la presenza di persone con cani non al guinzaglio nella vicinanze delle aree accessibili solo con guida ambientale, le zone predilette dai lupi nelle ore diurne proprio per stare lontano dall’uomo. Si ricorda l’importanza di seguire poche e semplici regole: rimanere sui sentieri segnalati e autorizzati (oltre 2000 ettari di territorio corrispondenti a 6 volte l’ampiezza di Central Park a New York), tenere al guinzaglio i cani, non lasciare cibo ed infine non avvicinarsi nella rara eventualità di un avvistamento, a maggior ragione se stanno mangiando.

dal sito dell’ente gestore del Parco di San Rossore, Migliarino, Massaciuccoli

In fondo le questioni sarebbero anche di facile comprensione, senza arrivare a complessi studi. Basterebbe avere la volontà di osservare per capire che un bosco cresce meglio senza l’intervento umano, lasciando che le uniche regole siano quelle naturali. Ma certo il problema sta nella necessità di trovare consenso, tutto ruota intorno alla politica e alle pressioni messe in atto dalle corporazioni. Una sorta di principio di Archimede, capace di imprimere grandi forze a una massa, foriere di incalcolabili danni!

Lupi, predatori e branchi usati per descrivere violenze: parole in libertà con poco senso e troppi pregiudizi

lupi predatori branchi

Lupi, predatori e branchi usati per descrivere violenze: parole in libertà con poco senso e troppi pregiudizi. Cercare di ricondurre comportamenti di sopraffazione, di mancato riconoscimento del valore e del rispetto dovuto a ogni individuo a riferimenti animali è un grave errore. Sotto il profilo scientifico con ogni certezza, ma anche come paragone diseducativo verso gli animali, usati in similitudini imbarazzanti. Che finiscono per stimolare, oltretutto, paura verso alcuni animali, che diventano così la rappresentazione della crudeltà.

Sarebbe ora di riconquistare il rispetto per le parole, con un linguaggio meno improntato ai luoghi comuni e più attento nel modo di fare comunicazione. Per evitare che i responsabili di uno stupro diventino branco, quasi a voler giustificare il comportamento individuale a causa del numero dei partecipanti. Una sorta di frenesia collettiva dove si finisce per assolvere le responsabilità di ogni soggetto, trasferendo la colpa a un branco di (umani) lupi. Andando a ripescare come sempre la storia di Cappucceto Rosso, che è favola intrisa di luoghi comuni e della narrazione di una malvagità falsa quanto stucchevole.

Se Cappucceto Rosso non fosse andata nel bosco da sola, per giunta vestita di rosso, il malvagio lupo non le avrebbe teso l’agguato. Nonostante il crescere della cultura scientifica e dell’etologia il nostro lessico non sembra essersi evoluto, evidentemente incapace di creare o usare meglio aggettivi e sostantivi. Senza necessità di doversi rifare agli animali, addebitando loro comportamenti biasimevoli. Così gli approfittatori diventano sciacalli o avvoltoi, i cattivi sono lupi o iene e i gruppi di ragazzi sbandati si trasformano in branchi di predatori.

Lupi, predatori e branchi sono usati per esiliare persone senza morale dal mondo degli uomini a quello degli animali non umani

Un concetto di alterità sembra voler paracadutare i colpevoli di atti vigliacchi dal nostro contesto sociale a quello degli animali che spaventano. Contribuendo, nel cercare questo allontanamento culturale, ad alimentare le paure verso molti animali, come i lupi, già abbastanza vessati da certa stampa. Eppure il branco è struttura sociale che protegge, che tutela i suoi appartenenti, con regole e gerarchie, quasi sempre con una leadership, attuando decisioni consapevoli che non accadono mai per caso. Ma oramai certi termini hanno lasciato il terreno della scienza e dell’etologia, per atterare nel mondo dove informazione e disinformazione si fondono.

Un mondo di mezzo, proprio come quello di molti dei protagonisti di queste brutte storie. Una realtà generata non dalla fantasia di uno scrittore ma dalla distrazione della società. Dall’aver abdicato al dovere di educare i giovani al rispetto, impedendo che la prevaricazione e la violenza si trasformino in un valore da emulare. Dal non aver insegnato che il rispetto va oltre all’apparenza, che l’aspetto o lo stato di una persona, ma anche di un animale, non autorizzano a considerarla una cosa, inanimata, incapace di soffrire. Una realtà che permea la cultura della nostra società, con una violenza spesso agita prima sugli animali e poi sulle persone.

Scientificamente i comportamenti violenti contro gli animali vengono visti come predittivi del possibile salto di specie, pericoloso come quello compiuto dai virus. Ma noi siamo più portati a ignorare che ad approfondire e così i responsabili di crimini violenti contro gli animali non vengono seguiti né vigilati. Lasciando che la violenza sia libera di crescere senza controllo, diventando capace di rovinare per sempre le vite, sia delle vittime che dei carnefici.

La violenza non si autogenera, ma certamente si autorigenera quando vengono sottovalutate le cause

La coesistenza fra uomini e animali non è solo un modo intelligente di vivere, riconoscendo l’importanza degli equilibri e la necessità vitale di mantenerli. Coesistenza significa insegnare l’importanza delle altre vite, il rispetto dovuto a ogni essere vivente e la necessità di evitare sofferenze inutili. La comprensione del fatto che ogni essere vivente possieda la capacità di soffrire serve a stimolare il riconoscimento dell’importanza di provare empatia e compassione, sentimenti che stanno alla base di una convivenza serena fra persone.

In natura il branco mette in atto strategie per vivere e difendere i suoi membri, il cosiddetto branco umano cerca di sopperire alla debolezza degli individui unendo la vigliaccheria dei singoli, dandogli corpo e aggressività. Portando a pessima conclusione quella cultura che ancora oggi, purtroppo, pone la donna un gradino sotto l’uomo, che ancora arriva a identificare in una minigonna una colpa. Quella cultura alimentata per decenni da programmi televisivi, film e giornali che hanno divertito (poco), costruendo un modello stereotipato e ottuso dei valori sociali.

Bisognerebbe investire per demolire modelli sbagliati, per diffondere valori e conoscenza, senza lasciare enormi sacche di degrado sociale e culturale. Cercando di intercettare la violenza quando si manifesta, per impedire che si amplifichi, che contagi con racconti e emulazioni. Comprendendo realmente che il capitale umano più significativo di una società è rappresentato dai suoi giovani, che vanno difesi e fatti crescere con l’idea che il rispetto debba essere a tutto tondo, abbracciando ogni mondo e ogni tipo di diversità.

Un lupo si avvicina alle case e viene catturato in Romania, ma la Corte di Giustizia europea stabilisce che non è permesso

lupo vicino case catturato

In Romania un lupo vicino alle case è stato catturato per essere trasferito in un’area protetta. Il fatto è accaduto a Șimon, un paese situato nella circoscrizione di Brașov, situato a circa un chilometro ad est dal confine del sito di Bucegi. Un’area naturale protetta riconosciuta dalla Comunità Europea come di importanza comunitaria.

Questo fatto non è piaciuto ai residenti che hanno fatto intervenire una squadra, che ha addormentato l’animale. Utilizzando un fucile anestetico il personale della Direcția pentru Monitorizarea și Protecția Animalelor (Direzione per il monitoraggio e la protezione degli animali) ha catturato in modo sbrigativo l’animale. Subito dopo il lupo è stato messo in una gabbia per cani e caricato su un pick-up, dimostrando la scarsa conoscenza di questi animali. Poco dopo la partenza infatti il lupo ha sfondato la gabbia e si è dato alla fuga.

Un’associazione protezionistica della zona ha presentato una denuncia penale nei confronti dei responsabili di fronte al tribunale di Zărnești. Giudicando illecita la cattura del predatore, anche se si trovava alla periferia di un’area abitata. Nel corso del dibattimento il giudice si è chiesto se quanto accaduto rispondesse alle direttive comunitarie in materia di tutela della fauna. Chiedendo l’intervento della corte di giustizia, per dirimere la questione.

La Corte ha stabilito che un lupo vicino case non potesse essere comunque catturato

La normativa europea (Direttiva habitat) si occupa di tutelare la fauna protetta da azioni che possano compromettere la loro esistenza. E spesso la Corte di Giustizia si è trovata a dover esprimere il proprio parere sulla questione. Il rapporto con i predatori infatti è sempre una fonte di controversie, fra chi ne riconosce l’importanza e quanti li vedono come un pericolo.

Questa sentenza della corte è molto importante in quanto, pur rimandando ai tribunali nazionali di occuparsi dei casi singoli stabilisce un principio e un precedente. Legato alla rimozione di animali che possano trovarsi in zone attigue a quelle abitate, come spesso succede ai lupi.

L’articolo 12, paragrafo 1, lettera a), della direttiva 92/43/CEE del Consiglio, del 21 maggio 1992, relativa alla conservazione degli habitat naturali e semi naturali e della flora e della fauna selvatiche, come modificata dalla direttiva 2013/17/UE, del 13 maggio 2013, deve essere interpretato nel senso che la cattura e il trasporto di un esemplare di una specie animale protetta ai sensi dell’allegato IV di tale direttiva, come il lupo, nella periferia di una zona popolata dall’uomo o in una tale zona, possono ricadere sotto il divieto previsto da tale disposizione.

Estratto dalla sentenza della Corte dell’11 giugno 2020

Sono i singoli Stati che, se lo ritengono opportuno, possono eventualmente prevedere specifiche deroghe motivate

Gli animali non conoscono confini e le aree rurali, anche se abitate, possono divenire luoghi di passaggio. Senza che questo possa essere visto come un pericolo per la collettività. Sono alcuni comportamenti umani a far avvicinare i predatori alle aree abitate, come quelli derivanti da una cattiva gestione dei rifiuti. Ora questa sentenza costituirà un punto fermo a livello europeo, nella gestione dei selvatici.

Bisogna riuscire a promuovere una sempre maggior tolleranza da parte delle comunità locali verso la fauna e in particolare nei confronti dei predatori. Facendo crescere la consapevolezza sulla loro grande importanza nel mantenimento della biodiversità. I predatori, infatti, fanno bene all’ambiente e rappresentano dei bioregolatori fondamentali, non dei nemici da combattere.

Un radiocollare e un lupo intraprendente: si svelano meraviglie del mondo naturale

radiocollare e un lupo intraprendente

Un radiocollare e un lupo intraprendente: si svelano meraviglie del mondo naturale, facendo conoscere al grande pubblico come un lupo metta su famiglia. Contribuendo a sfatare i tanti luoghi comuni e le leggende che si sono create su questo predatore, importantissimo per l’ecosistema.

Questa è la storia di Reno, un giovane lupo trovato avvelenato dopo che aveva cercato riparo nel garage di un’abitazione. A Reno Inferiore, fatto che gli ha lasciato un marchio indelebile: il nome che i ricercatori gli hanno dato. Dopo le cure Reno è stato munito di un radiocollare GPS, un dispositivo utile per tracciare i suoi spostamenti. Un modo non invasivo per raccogliere informazioni.

Così Reno, per 500 giorni, è stato seguito via radio, e ha lasciato tracce digitali di tutti i suoi spostamenti. Permettendo di capire che nel suo vagabondare aveva incontrato una lupa e aveva fatto coppia. Restando in un territorio in parte sovrapposto a quello già occupato dal suo branco, un fenomeno che gli esperti hanno nominato budding.

Per 500 giorni Reno è stato seguito giorno e notte, sino a quando il collare, programmato per questo, si è sganciato automaticamente, permettendo ai ricercatori di recuperarlo. Trovando conferma del fatto che il ruolo di Reno nel suo branco d’origine fosse quello dell’helper: il giovane lupo che aiuta a crescere i cuccioli. Come dimostravano le morsicature lasciate da piccoli dentini aguzzi sul collare.

La storia di Reno, lupo fortunato aiutato dagli uomini che lo hanno salvato

Questa storia merita una riflessione, su un bracconiere che uccide illegalmente un capriolo e prepara bocconi avvelenati per uccidere i lupi. E sui tanti uomini, a cominciare da chi se lo è trovato nel garage di casa, che hanno lavorato in squadra per salvarlo, curarlo, liberarlo e farlo diventare un testimonial. Una piccola impresa, fra le tante, che dimostra che per ogni criminale ci sono mille persone per bene, gente che lavora per aiutare e per conoscere.

Ma non bisogna pensare che questa sia una storia unica, appartenga al numero dei casi fortunati. Ci sono lupi che muoiono per incidente, altri per veleno, altri ancora per una pallottola. Ma ce ne sono tanti altri che nel silenzio del bosco hanno colonizzato il paese, riportando il predatore in tutta la penisola.

Proprio perché quella di Reno non è una storia unica, invertendo l’ordine delle puntate che il Wolf Apennine Center ha realizzato sui lupi, questo racconto si chiude con la storia di Ventasso, dal nome dell’omonimo Comune sparso dell’Appennino. Un’altra storia di un lupo tutta da vedere. Realizzata nell’ambito del progetto LIFE Mirco Lupo, per studiare e contrastare l’ibridazione fra lupi e cani vaganti.

Allevatori difendono i lupi, succede nella Murgia

Succede raramente ma per fortuna esistono anche allevatori che difendono i lupi, ritenendoli predatori indispensabili per garantire l’equilibrio degli ecosistemi. Animali con i quali occorre convivere, accettandone i costi, decisamente inferiori rispetto ai benefici. Una visione illuminata e corretta, che dovrebbe essere diffusa come esempio di mitigazione dei conflitti.

Seguendo questa filosofia è nato nella Murgia il progetto ALLUPO, creato dall’unione delle parole allevatore e lupo. Un’idea che si pone controcorrente rispetto alle continue lamentele che arrivano dai pastori, schierati quasi sempre contro il lupo. Visto come un nemico invece che una risorsa.

Il progetto, iniziato a gennaio 2016, è stato ideato dall’Associazione Centro Ricerche per la Biodiversità (Ce.R.B.) in collaborazione con il Parco Nazionale dell’Alta Murgia (PNAM), Dipartimento di Biologia dell’Università di Bari (UniBa). Insieme alle aziende agricole masserie Tre Fratelli Corte Cicero e Jazzo Corte Cicero – la lana del lupo situate in agro di Altamura, ed è stato finanziato dalla Fondazione con il Sud e co-finanziato dal PNAM.

I lupi predano i cinghiali, loro preda d’elezione regolandone la presenza

I membri del progetto ALLUPO riconoscono ai lupi di esercitare un’azione benefica per il territorio predando i cinghiali, che costituiscono la loro principale risorsa alimentare. Difendendo in questo modo l’ambiente dai danni che possano derivare da un’eccessiva proliferazione degli ungulati.

Allupo è un’iniziativa controcorrente, contro l’abbandono della campagna e dell’attività pastorale, contro le uccisioni del lupo, contro le produzioni intensive, contro il depauperamento delle risorse naturali.

Tratto dal sito del progetto ALLUPO

Il lupo viene ritenuto non soltanto un regolatore delle popolazioni, ma anche una fonte positiva di reddito, grazie all’eco turismo. Riuscendo a coniugare i vantaggi ambientali, derivanti dalla presenza del lupo, con quelli economici creati dall’indotto turistico.

Sul sito del progetto si possono trovare le azioni intraprese che raccontano le interazioni e gli effetti positivi per il territorio. Una visione decisamente innovativa, realizzata in sinergia con il Parco Nazionale dell’Alta Murgia (PNAM), voluta e creata però dalle stesse aziende agricole. Un esempio che dovrebbe essere seguito e imitato anche in altre regioni del paese.

Occorre guardare i lupi senza pregiudizi

Modificando la narrazione che presenta tutti i predatori come una fonte inesauribile di problemi e una minaccia. Mai come una risorsa importante. Modificare la percezione dei lupi contribuisce a farli vedere per quello che sono: componenti vitali della catena alimentare e del ciclo biologico.

Gli allevatori che hanno dato vita a questo progetto ammettono che ci possano essere delle predazioni, sostenendo anche che proteggersi dai lupi non sia però difficile. Valutando come la perdita di qualche animale sia ampiamente ricompensata dai vantaggi economici e ambientali prodotti dalla sua presenza.

La diffusione del progetto ALLUPO serve come testimonianza delle positive ricadute sui territori prodotte, per esempio, dal turismo naturalistico. Una condizione che spezza i luoghi comuni tanto cari al mondo venatorio. utilizzati per strumentalizzare gli allevatori e farli schierare contro i lupi. Generando allarmi ingiustificati nella popolazione.

I pregiudizi nei confronti dei lupi devono lasciare il posto a considerazioni diverse, a una visione basata su dati scientifici. Il lupo è soltanto un animale, non è né buono, né cattivo. Rappresenta una tessera importante di un mosaico, che deve essere rispettata e considerata per il suo valore.