Finti randagi e adozioni irresponsabili portano al collasso i canili del Nord

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Finti randagi e adozioni irresponsabili portano al collasso i canili del Nord, che non riescono più a far fronte alle richieste. Una realtà che si traduce in riduzione degli spazi per gli animali, difficoltà o impossibilità di trovare una buona adozione e il rischio, concreto, di trascorrere una vita in canile. Sfatando l’idea che mandare cani dal Sud al Nord, senza criterio, sia la soluzione al problema randagismo. Incrinando quel velo di bontà che ha trasformato le “adozioni del cuore”, tanto in voga sui social, in più reali ergastoli per cani complessi.

Intorno al randagismo, da sempre, operano diverse componenti che non sempre sono in grado di assicurare, anche quando sono in buona fede, il benessere dei cani. Esiste poi una componente affaristica e scaltra che ha fatto del randagismo uno strumento di lavoro, grazie agli spostamenti di animali in tutto il territorio della penisola. Trasferimenti che avvengono spesso in condizioni di maltrattamento. su mezzi non autorizzati, da parte di persone note che trafficano senza rispettare le regole.

Le regole per garantire la tracciabilità delle operazioni ci sarebbero ma il condizionale, come sempre, quando si parla di animali, è d’obbligo. Così, da tanti, troppi, anni la nostra penisola è attraversata da furgoni carichi di animali che vengono dal Sud Italia per cercare “ufficialmente” fortuna al Nord! Un viaggio della speranza che alcune volte si concretizza in una buona adozione ma che in altre, troppo spesso, si traduce in una insensata deportazione. Messa in atto da chi ancora crede o racconta che la soluzione al randagismo siano i canili.

Finti randagi e adozioni irresponsabili hanno creato una popolazione canina incarcerata al 41bis, senza ragione

Ai randagi, veri o presunti, in perenne movimento da nord a sud, si aggiungono i cani appartenenti al vasto panorama delle razze “complesse”, presi senza criterio e scaricati senza pietà. Cani scelti perchè di moda oppure per essere usati come strumenti di difesa o di offesa da una vasta platea di scriteriati, che nulla sa di cani ma pensa di poterli governare. Animali senza colpa, con un temperamento importante, che mal si adatta a farli diventare esseri vivente telecomandati. Così finiscono abbandonati nelle aree cani oppure legati alle recinzioni dei rifugi.

Cani rovinati dalla convivenza con gli umani, che difficilmente avranno la speranza di trovare una buona adozione. In maggioranza sono individui destinati a trascorrere l’intera vita in pochi metri quadri di un box, spesso da soli perchè aggressivi. Una pena dentro la pena, una maledizione che spesso porta a interrogarsi se fargli trascorrere una vita da prigionieri, sino all’ultimo rantolo, sia la scelta corretta. Una questione etica che sembra esser meglio nascondere sotto il tappeto perché, in fondo, nessuno vuole sporcarsi le mani con questo argomento.

Cani nati per scelte irresponsabili di chi li custodisce, fatti riprodurre per lucro o per ignoranza. Animali non sterilizzati che possono essere tenuti e fatti figliare senza regole, perché secondo la legge sono un bene, proprio come un automobile o un televisore. Solo il proprietario può scegliere se far riprodurre il suo animale, scaricando poi, se qualcosa va storto, il costo economico della decisione sulla collettività che dovrà mantenerli nelle strutture, mentre la sofferenza resta ai cani, per periodi variabili a seconda del carattere del cane e della capacità di chi gestisce il canile.

Un Sud senza regole e molti interessi che continua a sfornare randagi che finiscono in canili che troppo spesso sono pessimi

Se il randagismo vero nel nord Italia è praticamente scomparso e resta solo il randagismo di ritorno, provocato dalle staffette quando gestite in modo irresponsabile, al Sud non è così. In molte regioni i canili hanno fatturati da centinaia di migliaia di euro e spesso sono in mano a personaggi legati o contigui alla malavita. Un fenomeno che sembra interessare a pochi, che emerge solo quando qualcuno decide di controllare le strutture, che talvolta finiscono sequestrate. Strutture da migliaia di cani, dove i proprietari hanno capito che sono proprio i numeri il loro scudo.

Un canile con migliaia di cani diventa difficile da sequestrare, da far amministrare dallo Stato o dal Comune, che dovrebbe farsi carico dei costi economici in attesa del processo. In questo modo sono proprio gli amministratori pubblici che, autorizzandoli, hanno garantito lauti guadagni ai proprietari e una vita di sofferenza per gli ospiti. Che da quei canili usciranno quasi sempre solo nei sacchi neri destinati all’inceneritore. Un errore a cui si cerca di rimediare sulla carta, limitando il numero degli animali per struttura, senza mai renderlo veramente operativo. Basta una recinzione per moltiplicare lo stesso canile in varie strutture differenti, almeno in apparenza.

Discorso analogo anche per le staffette illegali, che sono talmente pubblicizzate sui social da rendere facile organizzare i controlli. Tanto sfacciate da arrivare sempre negli stessi luoghi, contando sull’impunità garantita dal fatto che nessuno vuole mettere sotto sequestro un furgone pieno di cani. Che dovrebbero essere sistemati in strutture già al collasso, a spese dei contribuenti. Così, grazie a questo calcolo, la giostra continua ma i danni si disperdono sul territorio. Con buona pace di chi poteva controllare e non lo ha fatto.

Il randagismo è un fenomeno complesso da gestire, che richiederebbe una visione olistica del problema

Sono tanti gli argomenti da mettere sul tappeto per arrivare a una soluzione del problema: il randagismo non è un nemico invincibile, ma solo un fenomeno multiforme che rende complesso il percorso per arrivare a batterlo. Ma complesso non significa impossibile, a patto che ci sia la reale volontà di arrivare a una soluzione. Perchè il punto è proprio nella complessità, che per definizione non può trovare soluzioni che facciano comodo a tutti. E su questo casca l’asino: il politico spesso non persegue l’interesse collettivo, ma il tornaconto elettorale. Accontentare tutti senza scontentare nessuno. Desiderio impossibile da render concreto.

Intorno al randagismo ruota un mondo che va da chi gestisce i canili ai veterinari, da chi fabbrica alimenti e strutture a quanti vivono grazie alle staffette e alle offerte, senza dimenticare tutta la struttura pubblica che intorno a questo fenomeno ruota. Interessi diffusi e frammentati che cosituiscono il lato economico e pratico, nel quale si intreccia il lato emotivo di un volontariato spesso impreparato, che segue più l’emozione che non la ragione. Salvatori che pensano di aiutare, ma che spesso salvano solo loro stessi, la loro emotività, provocando agli animali. Poi ci sono i volontari attenti e preparati, quelli che subiscono l’assalto da due fronti. Quelli che meritano rispetto per attenzione e preparazione.

Per questa ragione, senza una consapevolezza sociale che porti a gestire gli animali domestici in modo responsabile, diventa un fenomeno complesso e apparentemente irrisolvibile. La gran parte del serbatoio che alimenta il randagismo nasce nelle case dei privati che non controllano le riproduzioni. Le cucciolate indesiderate che, quando non vengono collocate o vendute, finiscono disperse sul territorio alimentando un fenomeno che così si riproduce senza sosta. Per questo occorre studiare azioni capaci di generare sinergie di periodo, per arrivare a chiudere nell’angolo un fenomeno vergognoso, causato irresponsabilmente e gestito malamente. Nel quale la collettività butta un pozzo di soldi mentre troppi si arricchiscono.

Cani liberi o randagi di quartiere: una transizione che non può essere la soluzione

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Cani liberi o randagi di quartiere: una scelta che non deve essere considerata la soluzione auspicabile al problema, annoso del randagismo. Una questione spinosa da affrontare perché stimola polemiche: ai due poli estremi quanti vorrebbero vedere tutti i randagi in canile e chi, invece, pensa vadano lasciati liberi. Cani lasciati liberi di vagare, magari sterilizzati e sotto controllo veterinario quando possibile, visti come invidui che possono declinare in vari modi il loro rapporto di coesistenza con gli uomini. In una sorta di limbo che sta fra quello dei “domestici” e gli animali selvatici, definizioni che per alcuni rapprresentano solo categorie insensate,

Una visione solo parzialmente condivisibile per chi scrive, proprio come quella di chi vorrebbe che tutti i randagi venissero “salvati” rinchiudendoli nei canili. Visioni opposte di un unico problema, che però si scontrano con realtà diverse, con problematiche legate al “dove e al come”, con idee alcune volte eccessivamente romantiche e altre eccessivamente tutelanti. Appare evidente che i canili non siano uno strumento di contrasto al randagismo, mentre sempre più diventano strutture di prigionia. Luoghi nei quali una parte degli ospiti è destinato a restare imprigionato a vita.

D’altra parte nemmeno la via del randagio controllato è sempre felice e anche questa si presta a creare problemi, di convivenza e di benessere perché ogni luogo è diverso. Senza contare che fra cani liberi “confidenti” e cani liberi ferali le differenze sono molte e importanti. Tanto da dover operare molti e diversi distinguo, con situazioni tali da creare conflitti insanabili fra cani e uomini. In un rapporto di coesistenza innaturale, al quale abbiamo condannato il cane, che non è più lupo e non è considerabile un selvatico.

Cani liberi o randagi di quartiere: questa non è la soluzione ma una transizione che deve far crescere un mutamento culturale

Il contrasto al fenomeno del randagismo, costoso e irrisolto da decenni, deve passare da un progetto di largo respiro. Possibile soltanto se ci sarà una crescita culturale capace di creare le condizioni di un diverso sentire. Una visione del nostro rapporto con i cani e con gli altri animali in generale, che passi attraverso il riconoscimento dei loro diritti. Identificandoli come individui, comprendendo le loro necessità e riconoscendoli come portatori di diritti reali. Se questo passaggio culturale non sarà concretizzato, diventando realtà, continueremo a avere canili strapieni di potenziali egastolani con strade e campagne affollate di randagi.

Il problema sicuramente è complesso, difficile da far comprendere e da far assimilare. Per troppi interessi, alcuni davvero inconfessabili come succede negli appalti dei canili e nella gestione “in vita” degli sventurati ospiti. Ma talvolta anche a causa di una visione pietistica del soccorso a ogni costo, che si traduce in quella patologia definita sindrome di Noè1 che è poi causa di tante sofferenze. Un amore che diventa una forma di violenza perpetrata a danno degli animali, non solo cani.

Certo è affascinante vedere il comportamento dei cani liberi, la loro socialità e le interazioni, osservando vite che in qualche modo hanno regole non così dissimili dalla comunità umana. Ma è impossibile pensare che questa “vita di gruppo” possa avvenire all’interno di contesti fortemente antropizzati come le nostre città, senza scatenare conflitti insanabili. Un dato difficilmente contestabile, che dovrebbe bastare per accettare il fatto che la presenza di randagi socializzati in contesti urbani e periurbani debba essere una via temporanea, non il punto d’approdo. Per limitare gli ingressi nei canili, per stimolare le persone alla coesistenza ma nell’ambito di un processo che generi un cambiamento profondo del nostro rapporto con gli animali domestici.

Per combattere davvero il randagismo ci vuole il coraggio di andare in direzione ostinata e contraria

I cani non sono animali selvatici, sono una sottospecie dei lupi, dai quali prendono il loro nome scientifico, poi declinato nelle tante razze create dall’opera, spesso distorta, dell’uomo. Canis lupus familiaris è il cane e in questa identificazione convive tutta la questione, il fascino dell’avvicinamento dei lupi all’uomo in un percorso che ci accompagna da diverse migliaia di anni. Ma anche a quel “patto tradito fra uomo e cane” da cui prende spunto il titolo di questo blog, che ha portato prima a una convivenza, poi alla pessima gestione e infine all’intolleranza.

Per questo occorre promuovere un periodo di transizione, durante il quale pensare di rinchiudere nei canili il minor numero di cani possibile, cercando di convivere con quelli che possono vivere liberi. In contesti controllati, senza ulteriori riproduzioni, con una gestione che deve avere come obiettivo la progressiva scomparsa del cane randagio. Con buona pace della visione romantica dei cani liberi, che certamente ha buon gioco nell’affascinare chi ascolta, senza poter però mettere sul tavolo soluzioni convincenti e soprattutto attuabili di coesistenza.

In parallelo bisogna attivare, con serietà, campagne di informazione, strumenti di contrasto al commercio e alla riproduzione incontrollata dei cani, che portino le persone a una maggior consapevolezza dei loro doveri. Per chiudere, una volta per tutte, i rubinetti delle mille sorgenti che alimentano il randagismo, a partire dal vagantismo canino, alle cucciolate casalinghe e alle adozioni d’impulso. Un futuro che potrà diventare reale solo lavorando tutti insieme per creare i presupposti culturali per sostenerlo. Svuotando così, una volta per tutte, i canili

  1. la persona nutre un sincero attaccamento emotivo nei confronti dei suoi animali ed è convinta di “salvarli” (da qui il nome “Sindrome di Noè” – Emanuela Prato Previde – Silvia Colombo – Università degli Studi di Milano nel libro “Una strana Arca di Noè”. ↩︎

Li chiamano spostacani: trasferiscono gli animali senza criterio dal Sud al Nord

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Li chiamano gli spostacani perché trasferiscono gli animali senza criterio da Sud a Nord. Sono personaggi che gravitano intorno al mondo del randagismo. Sono quelli che hanno creato il business della sofferenza, sfruttando la sensibilità di quanti amano gli animali. Bisogna stare però attenti perché la realtà è più complessa e composita di quello che si potrebbe immaginare. Una realtà che si separa fra bene e male, fra corretto e scorretto. Ma anche fra utile e dannoso.

Non tutti quelli che si occupano di trovare un futuro agli animali sono, ovviamente, dei balordi o peggio dei maltrattatori. Non tutti quelli che spostano animali da una parte all’altra dell’Italia o dell’Europa sono da guardare con sospetto. Bisogna però essere in grado di valutare azioni, modalità, intenzioni: questo fa la differenza. Il trasferimento degli animali non è un male in sé, lo diventa in determinate condizioni, quando è causa di danno.

Negli ambienti che si occupano seriamente di dare un futuro agli animali dei canili li chiamano gli spostacani. Una definizione che fa, da subito, trasparire il giudizio negativo di quanti lavorano con serietà e passione. Che non tollerano quelli che recuperano gli animali, in particolare cani, non si sa come e non si sa dove, fanno post sui social sempre molto strappalacrime e aspettano. Lanciata l’esca emotiva sperano che qualcuno si offra di adottare il cane o il gatto, di pagare per il trasporto, rendendosi disponibile a andare a ritirarli anche in una stazione di servizio o sotto un ponte della tangenziale. Mai presso strutture ufficiali che possano dare garanzie a animali e adottanti.

Con la scusa del “compiere una buona azione” si creano in automatico un mantello di impunità morale, senza andare però poi troppo per il sottile. Fanno viaggiare gli animali peggio che nei carri bestiame, non si preoccupano della promiscuità dei trasporti e dei rischi di contagio. Non mettono molta attenzione nella scelta degli adottanti e, troppo spesso, nemmeno nella verifica delle condizioni di salute dell’adottato. Questo è il miglior metodo per riempire i canili, ma anche per condannare gli animali all’ergastolo.

Li chiamano gli spostacani perché spostano animali senza criterio : cosa succede quando l’adottante non ha possibilità economiche?

Così può succedere che qualcuno, senza grosse possibilità economiche, riceva un animale con gravi patologie, senza avere i mezzi e quindi possibilità di curarle. Ma può anche accadere che un’anziana signora, che aveva creduto di adottare un cane di media taglia e socievole, ne riceva uno di taglia grande, magari con disturbi del comportamento. In poco tempo l’adottante, che pensava di aver aiutato un cane bisognoso e compatibile con la sua vita, viene messo nella condizione di avere bisogno di aiuto, per non avere possibilità di gestire questa adozione improvvisata.

Per fortuna la maggioranza delle associazioni non operano in questo modo, cercando di collocare con attenzione gli animali per dargli un futuro migliore. Senza lucrare, pur chiedendo magari un rimborso, sempre in modo tracciabile con un bonifico su un conto corrente bancario. Associazioni che hanno una sede, che esistono davvero e non solo nel mondo virtuale, che lavorano bene e hanno un’ottima reputazione. Realtà che non consegnerebbero mai un cane in autostrada o sotto un ponte della tangenziale.

Esistono norme per il trasferimento degli animali fra Regioni italiani e occorrerebbe mettere sempre al centro i loro interessi, evitando di stimolare adozioni fatte su base emotiva. Una persona deve riflettere prima di adottare, deve compiere una scelta ponderata perché avere la responsabilità di un animale comporta impegni e costi, non trascurabili. Cercare di impietosire per far adottare casi disperati rischia di creare un effetto boomerang, pericoloso per le persone, pericolosissimo per gli animali.

Le chiamano ancora staffette, ma spesso sono soltanto mestieranti che si improvvisano trasportatori di animali

Tutti i rifugi sono pieni di animali spostati da una parte all’altra dell’Italia, ma poi non voluti da chi li ha adottati. Causando un altro danno al cane o al gatto che viene rifiutato e che, anche nei rifugi del Nord, rischia poi di passare tutta la sua vita dietro le sbarre. Animali tolti senza motivo dalla strada, non socializzati, risultando così difficilmente adottabili, tantopiù da persone inesperte. Molti di questi cani, in particolare non troveranno mai una casa, ma saranno stati utili a qualcuno per creare una fonte di guadagno.

Altri ex randagi, grazie a questi trasportatori, arrivano al Nord per essere poi lasciati nelle aree cani: una telefonata alla Polizia Locale e il gioco è fatto. I cani entreranno nel canile di quel Comune, dopo un periodo di osservazione al sanitario, e da li potrebbero non uscire più. Lontani dagli occhi, lontani dal cuore, per accontentare quanti ancora pensano che il Nord Italia sia il paradiso dei cani, ma non è così.

Per questo li chiamano spostacani in tono dispregiativo, per farli riconoscere da chi lavora nell’esclusivo interesse degli animali. Evitando di far entrare in canile tutti i cani che incontrano sul loro cammino, sapendo quali individui possono effettivamente avere un futuro in famiglia. Non può bastare il cuore se non lo si collega a un ragionamento, se non si stimolano riflessioni in chi dice di volere condividere la sua vita con un animale. Un’ultima nota riguarda i controlli: i punti di arrivo sono noti ma chi deve controllare non c’è quasi mai. Per paura, forse, di trovarsi con qualche decina di animali da dover sequestrare. Con mezzi non autorizzati e persone non iscritte ai registri dei trasportatori.

Animali randagi e turismo: non sono rifiuti da spazzare via dalle strade

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Animali randagi e turismo, quando arriva la stagione estiva i problemi si amplificano e chi ne paga le conseguenze sono cani e gatti senza padrone. Da una parte sono visti come se fossero rifiuti da nascondere dalla vista dei visitatori, dall’altra sono spesso considerati vittime di pericoli inesistenti. Così per i randagi l’estate, in particolar modo per quelli che vivono in località turistiche, si trasforma spesso in una pessima stagione. Che rischia di avere un unico destino: finire dietro le sbarre di uno dei tanti rifugi per animali indesiderati.

Cani e gatti però non possono essere considerati come rifiuti lasciati in giro, che contribuiscono a dare un’idea di degrado dei contesti urbani. Una visione pericolosa e irragionevole che porta ad adottare quasi sempre soluzioni che non risolvono, ma solo tamponano visivamente un problema. Utilizzando sistemi che ancora oggi vanno dagli avvelenamenti alle catture, messi in atto con il solo scopo di ripulire le strade da presenze indesiderate. Senza preoccuparsi mai delle cause che portano questi animali a condurre una vita da randagi.

A questa non gestione del problema si mescola l’eccesso di attivismo di molti turisti, specie stranieri, che vivendo in luoghi con un basso tasso di randagi, pensano che tutti gli animali senza padrone siano in difficoltà. Anche quando il pericolo è molto relativo e sicuramente molto più basso di quello che potrebbero correre che finendo in una struttura. Canili e gattili non sono luoghi di villeggiatura per animali in difficoltà, ma spesso diventano trappole infernali dalle quali, una volta entrati non si esce più.

Animali randagi e turismo rappresentano un pericoloso binomio, quando l’emotività prevale

Nonostante quello che ancora molti credono il randagismo non si combatte con canili e gattili, ma solo con la crescita culturale. Quel complesso di informazioni e di riconoscimento di diritti che porta a un radicale cambiamento nel nostro modo di gestire, o di non gestire affatto, gli animali con i quali viviamo. Anche se qualcuno ancora pensa che i randagi siano per le strade per la mancanza di strutture destinate ad accoglierli. Un’idea bizzarra quanto sbagliata, come se tutto si potesse incentrare non sul modi di affrontare il problema, per evitare che si crei, ma solo di nasconderne gli effetti. Cosa che sta avvenendo sistematicamente da più di mezzo secolo.

Le amministrazioni pubbliche quasi sempre si ricordano del randagismo solo quando analizzano i costi o quando, come accade spesso, sono oggetto di critiche. Dimenticando che senza intervenire sulla prevenzione, come in ogni cosa, sarà sempre necessario rincorrere gli effetti. I randagi non sono virus sui quali non abbiamo controllo, ma sono i risultati di riproduzioni indesiderate che portano a avere un numero di animali molto superiore a quanti li vogliano ospitare. La sproporzione fra offerta e domanda genera un fenomeno che non ha nulla di occulto, di incomprensibile o di ingestibile.

In un momento storico come questo, dove le strutture per il ricovero dei randagi e degli indesiderati sono strapiene, occorre farsi delle domande, avendo la capacità di trovare delle risposte. Prendere animali dalla strada senza criterio ha portato a una popolazione di animali che non andranno mai in famiglia, restando rinchiusi nelle strutture in quanto difficilmente adottabili o del tutto inadottabili. A causa di problemi comportamentali o di fobie che non possono essere curate in canili o in gattili. Animali che in una casa avrebbero davvero poche possibilità di resistere più di qualche giorno prima di essere restituiti o, peggio, abbandonati.

Prendere cuccioli dalla strada, senza farsi altre domande, non sempre li salva e spesso li condanna

Occorre partire da un presupposto: ogni animale è un individuo con un proprio carattere e temperamento che si forma in giovane età nel periodo di socializzazione. Avviene con i bambini, avviene con gli animali: il contesto in cui crescono è capace di influenzare per sempre il loro comportamento. Un cucciolo di qualsiasi specie quando viene strappato prematuramente alla sua famiglia non riceve le cure parentali, che sono indispensabili per far crescere un individuo equilibrato. Una situazione che rischia di compromettere, per sempre, il suo percorso di vita.

Decidere di prendere un animale dalla strada è una buona azione solo se si trova in una situazione di pericolo reale. Una scelta attenta e motivata, alcune volte sicuramente emotivamente difficile ma giusta: non tutti gli animali sono da salvare. Quando consegniamo un cucciolo a un’associazione o a una struttura non lo abbioamo salvato, ma spesso abbiamo risolto un nostro problema emotivo, scaricando su altri la necessità di trovare una soluzione. Che molto probabilmente non saranno in grado di assicurare al malcapitato animale salvato.

Serve svuotare le strade dai randagi, ma per farlo bisogna limitare le nascite, impedire ai nostri animali non sterilizzati di vagare a piacere sul territorio senza custodia. Bisogna impedire la vendita di animali domestici in rete o nei negozi e realizzare campagne di sensibilizzazione contro le adozioni d’impulso. Occorre informare le persone che l’estetica non è la caratteristica più importante, che non bisogna alimentare un mercato fatto spesso di sofferenze e traffici. Il problema non sono gli abbandoni estivi, un finto problema, ma le scelte irresponsabili fatte ogni giorno dell’anno.

Animali in apparente difficoltà: pensare prima di agire può salvare vite

Animali in apparente difficoltà: pensare prima di agire può salvare vite, sicuramente a tutti quegli animali che non hanno bisogno di essere soccorsi. L’eccesso di attenzione, specie quando è mescolata con emotività e poca conoscenza delle necessità reali, può causare all’animale “salvato” un danno irreparabile. Così grave da poter diventare la causa della sua morte oppure della cattività permanente quando si tratta di un animale selvatico, mentre per un animale randagio questo potrebbe farlo restare intrappolato a vita in un canile. La sindrome del salvatore a ogni costo deve quindi essere contrastata e i social sono pieni di salvataggi miracolosi che in realtà, per i salvati, si traducono spesso una catastrofe.

In questo periodo è facile imbattersi in piccoli di moltissime specie, apparentemente abbandonati o in difficoltà. Molti di questi cuccioli, nonostante le apparenze, si trovano, nonostante le apparenze, in una condizione di normalità che richiederebbe soltanto il nostro immediato allontanamento. Tenere questo comportamento è molto saggio, ad esempio, qualora ci imbattessimo in un giovane capriolo acquattato nell’erba alta. Non si tratta di un piccolo abbandonato, non si trova in particolare pericolo e non deve essere né toccato, né spostato e tantomeno portato via. La madre lo ha nascosto nell’erba per difenderlo dai predatori e si è allontanata per pascolare. Un comportamento del tutto normale in questi ungulati, ma anche nelle lepri e in altri animali.

Come accade per il giovane merlo, che ancora non vola perfettamente e che, dopo aver spiccato il primo volo, sia rimasto a terra. In questo caso i genitori continueranno a portargli cibo fino a quando, migliorato il suo piumaggio e il tono muscolare, in poco tempo volerà via. Quindi se non sono ipotizzabili pericoli all’orizzonte, come la presenza di una colonia di gatti, il merlo va lasciato dove si trova, senza fare nulla. Nessun intervento umano raggiungerà mai un tasso di successo per la sua sopravivenza pari a quello che garantito dai genitori.

Gli animali in apparente difficoltà in realtà spesso non richiedono alcun nostro aiuto, se non quello di lasciarli tranquilli

Un conto è salvare un cucciolo di cane che vaga in autostrada, altro è decidere d’impulso che un cucciolo in strada non ci deve stare. Senza domandarsi se nei pressi c’è la sua famiglia (e si, anche i cani ne hanno una) perché questo è quello che gli basterebbe per crescere, con tutte le difficoltà di ogni essere vivente. Troppo spesso i salvatori improvvisati non si fanno troppe domande, essendo più portati a assecondare un loro bisogno, quello di aiutare, che non a sedare l’emotivita.

Sarebbe meglio, però, canalizzare le energie in modo più attento perché togliere quel cucciolo dalla strada, senza avere il tempo di capire se è davvero da solo oppure no, rischia di fargli perdere per sempre la possibilità di essere socializzato e, magari, di trovare in futuro una casa.

Toglierlo dalla strada per farlo finire in canile non è una buona azione, spesso è solo un’azione che si rivela sbagliata. Molti di questi cani salvati senza necessità entrano nei canili da cuccioli per rischiare di restarci intrappolati per tutta la vita. Un giorno dopo giorno fatto di privazioni che generano sofferenza, nel lento incedere di un’esistenza che non ha un valore, quando non è legata al benessere dell’individuo.

Questo rischio quindi deve essere corso solo se rappresenta l’ultima possibilità fra la vita e la morte, non un arbitrio di chi si sente utile per aver salvato un cane.

Soccorrere gli animali è un intervento che va fatto con coscienza e conoscenza, senza improvvisazioni

Il rischio della morte e anche della sofferenza è legato al vivere, non per una visione fatalista del mondo, ma per l’accettazione dei ritmi che regolano la vita. Ritmi che in parte possono essere alterati dal nostro intervento, senza però per questo illudersi che questo possa costituire sempre e soltanto un fattore positivo. Un esempio? Gli animali selvatici vivono molto meno in natura di quanto non riescano a sopravvivere negli zoo. Grazie alle cure, all’alimentazione e alla quasi totale eliminazione dei rischi dovuti ai vari conflitti. Qualcuno può pensare, nonostante la durata della loro esistenza sia ben più lunga, che questi animali vivano in armonia con l’ambiente che li ospita e possano svolgere liberamente il loro etogramma?

Qualsiasi intervento di soccorso deve essere ponderato, con un giusto un bilanciamento fra rischi e vantaggi e, salvo casi urgenti, dovrebbe essere messo in atto da chi è formato per sapere come intervenire. Non basta la buona volontà, non è sufficiente credere di sapere. Non ci si può improvvisare salvatori di vite, senza conoscere nulla dei candidati al salvataggio. Quale sarebbe la valutazione data se, dopo un grave incidente, arrivasse un ambulanza con un equipaggio pieno di buona volontà ma senza alcuna formazione? Incapace di valutare esattamente cosa fare per non recare danno, ancor prima di aiutare. Con ottima probabilità questo intervento si tradurrebbe in un disastro.

Prendiamo come esempio un cane che cammina da solo su una strada in una zona del sud Italia, dove questi incontri sono molto più frequenti. Sarà un cane abbandonato oppure un randagio che si sta spostando sul territorio? Per capirlo non basta guardarlo, ma occorre osservarlo con attenzione: si sposta in modo incongruo, fa avanti e indietro apparentemente senza meta? Cammina agitato, guardando continuamente a destra e sinistra oppure si comporta come se sapesse perfettamente dove vuole andare? Se il comportamento è l’ultimo descritto, se il cane sembra consapevole di dove voglia dirigersi, se non è spaventato, significa che vive sul quel territorio, quindi non bisogna cercare di prenderlo.

Rinchiudendo tutti i randagi li allontaniamo dalla vista, ma non li salviamo

Non si combatte il randagismo mettendo tutti i cani in canile, ma soltanto non facendoli arrivare sulla strada, riducendo il commercio, le adozioni d’impulso, i traffici e il vagantismo. Non bisogna pensare che tutti gli animali siano in difficoltà: per questo, prima di agire e di fare un danno in buona fede, meglio farsi delle domande e non seguire soltanto l’istinto. Per evitare di farsi male, per non causare un danno, per non essere responsabili della futura morte di un’animale.

Questa non vuole cero essere un’esortazione a girare la testa fall’altra parte quando serve. Solo il consiglio di pensare attentamente prima di agire, magari cercando di avere già le idee chiare. E se una situazione ci coglie impreparati prima di agire si possono cercare in rete indicazioni, sentire le associazioni o chiamare il numero di emergenza. In Italia non è facile ottenere un soccorso qualificato e rapido per gli animali, ma questo non giustifica l’improvvisazione.