Che macello se i veterinari pubblici sono collusi con la criminalità organizzata

macello veterinari pubblici collusi

Al macello con veterinari pubblici collusi con la criminalità organizzata e coinvolti in reati gravissimi. Nell’ambito dell’operazione denominata Fox, come la volpe, condotta dalla Procura della Repubblica di Crotone sono rimasti coinvolti ben sei veterinari pubblici. L’indagine sembrerebbe essere partita proprio dall’interno dei servizi veterinari calabresi, che avrebbero segnalato una serie di anomalie alla locale Procura. Ma se questo certo è un merito, non serve e non basta a cancellare l’oltraggio al ruolo.

cani falchi tigri e trafficanti

Quattro dei veterinari sono finiti agli arresti domiciliari, mentre per altri due è scattata la sospensione dall’esercizio dell’attività. I reati ipotizzati a carico dei sei veterinari sono diversi e gravi:

  • accesso abusivo a sistema informatico
  • falsità ideologica commessa da pubblici ufficiali in atti pubblici,
  • ricettazione,
  • abuso d’ufficio
  • omissione di atti d’ufficio
  • contraffazione di sostanze alimentari
  • commercio di sostanze alimentari nocive
  • diffusione di malattie infettive animali.

Al macello quando i veterinari pubblici sono collusi finiscono animali di ogni provenienza, senza controlli

Il fatto ha coinvolto anche numerosi allevatori della Calabria in ben tre province. Facendo finire nei guai i responsabili di un macello autorizzato, che si comportava come un’attività clandestina. Grazie alle complicità garantite dai veterinari che avrebbero dovuto vigilare. Le colpe dei veterinari pubblici sono aggravate dal fatto, che oltre ad aver tradito l’etica professionale, si sono macchiati di reati gravissimi. Nonostante la loro qualifica di ufficiali di Polizia Giudiziaria.

Un fatto gravissimo che deve far riflettere l’intera categoria e la politica sul meccanismo dei controlli. Che come è stato dimostrato troppe volte non sembrano funzionare in modo efficace. Con un grave pregiudizio per il benessere degli animali, che subiscono maltrattamenti, e per i rischi sanitari che derivano da colpevoli omissioni, che possono finire in vere e proprie adesioni ai sodalizi criminali.

Se è vero che in ogni settore delle attività di vigilanza e controllo vi possono essere delle mele marce è altrettanto vero che siano state tollerate sacche di inefficienza che hanno prodotto reati. Spostando sempre più in alto il confine fra lecito e illecito, fra benessere degli animali e maltrattamento. Contribuendo a rendere i maltrattamenti, non solo in zootecnia, come eventi accettabili. Arrogandosi il diritto, non previsto dalla normativa vigente, di essere gli unici soggetti deputati a poter definire come tale una situazione di maltrattamento.

I controllori devono essere indipendenti, separando i livelli fra le attività sanitarie da quelle che verificano il benessere animale

Il meccanismo perverso che si è creato ha reso le forze di polizia sempre più soggette al potere di controllo e di giudizio dei veterinari pubblici, figure utilissime ma non obbligatorie per individuare i maltrattamenti. Creando una situazione di sudditanza che ha contribuito a produrre nel tempo sacche maltrattamento agli animali, legittimate da un parere che anche i magistrati ritengono dotato di una valenza superiore a quello di chiunque altro.

Non si vuole criminalizzare una categoria che fa moltissimo nel suo complesso per il benessere e la cura degli animali. Ma che in troppe occasioni non ha saputo prendere provvedimenti veloci e severi contro chi ha chiuso gli occhi di fronte a situazioni anche vergognose. Un problema che riguarda gli ordini professionali nel suo complesso, spesso inclini a guadare con benevolenza il collega che sbaglia, potendo così dare vita a delle caste difficilmente scalfibili. In modo particolare quando si scelgono posizioni di garanzia verso soggetti che svolgono importanti compiti di vigilanza.

Da quel che risulta dalle cronache poche volte gli ordini dei veterinari hanno preso provvedimenti nei confronti di persone indagate per reati a danno degli animali. Motivando l’inazione con la necessità di arrivare alla definizione del procedimento penale che dimostri in modo inequivocabile la responsabilità dei soggetti. Dimenticando che il senso di un provvedimento di radiazione, sospensione o censura potrebbe essere riscontrabile anche sulla base di comportamenti moralmente riprovevoli, anche se non penalmente definiti. Per evitare un doppio quanto inutile processo, lasciando a questo punto l’adozione dei provvedimenti in capo alla magistratura ordinaria.

Gli ordini hanno il dovere di reprimere i comportamenti deontologicamente inopportuni

Questa ipotesi non è frutto di una visione distorta, ma è contenuta negli atti fondativi degli ordini stessi. E nelle regole che gli stessi veterinari riconoscono come importanti e cogenti:

Il potere disciplinare degli Ordini comporta, per il Consiglio degli stessi, il dovere di vigilanza sull’attività professionale degli iscritti all’Albo, compresi i revisori dei conti, al fine di assicurare e garantire il corretto e retto esercizio della professione. Connesso al potere disciplinare è lo svolgimento di un procedimento amministrativo contenzioso a carattere sanzionatorio, denominato procedimento disciplinare.
In tale procedimento, particolare rilievo assume l’accertamento dell’osservanza delle norme deontologiche, tanto da potersi affermare che la stessa potestà disciplinare degli Ordini è in funzione della tutela delle norme che attengono al comportamento degli Iscritti all’Albo.
Nel procedimento disciplinare l’ente professionale assume, oltre alla figura di giudice, anche quella di parte, in quanto il comportamento del professionista contra legem, viene ad essere in contrasto con i fini che l’ente persegue

Tratto dal Manuale di Gestione degli Ordini dei Medici Veterinari edito da Veterinari Editori

L’ultima considerazione attiene alle catene di comande della sanità pubblica, ivi compresa quella veterinaria, troppo spesso soggette a condizionamenti della politica. Che troppo spesso, come si è più volte dimostrato nel corso degli ultimi decenni, si preoccupa più della lealtà verso chi attribuisce l’incarico che non dei meriti professionali dell’incaricato. Per questo bisognerebbe rivedere completamente il complesso normativo che mescola controllori e controllati, se si vogliono evitare storture più volte indagate.

Canili lager in Calabria, di chi sono le responsabilità?

Canili lager in Calabria
Foto di repertorio

Canili lager in Calabria, di chi sono le responsabilità? Non è difficile individuarle perché i canili sono strutture soggette a autorizzazioni e controlli da parte del servizio veterinario pubblico e dei Comuni. Che come avviene fin troppo spesso latitano, omettono, dimenticano ma però saldano le fatture per servizi malamente prestati.

Lasciando gli animali in condizioni di vero e proprio maltrattamento da quanto si può leggere sulle cronache dei giornali locali. Dettagli impietosi di vite consumate dall’ordinaria burocrazia, da omissioni nei controlli e da una criminalità che certo non si preoccupa delle sofferenze.

Canili che gestiscono la custodia degli animali in convenzione con i Comuni o con aziende partecipate, come sembrerebbe nel caso del canile Metauria, che si trova fra Gioia Tauro e Rosarno. Sequestrato dai Carabinieri Forestali, anche su impulso della locale sezione di ENPA.

I canili lager in Calabria esistono perché qualcuno ha chiuso gli occhi

Le notizie su strutture che detengono animali in condizioni di degrado, dagli allevamenti ai canili, si inseguono ogni giorno sui giornali. Riguardano casi che vengono individuati dalle Alpi allo Stretto di Messina, con frequenza davvero inquietante.

Con l’aggravante, per quanto riguarda i canili, che non solo si trovano in quelle condizioni a causa di colpevoli omissioni, ma che ricevono ugualmente soldi pubblici. Quattrini dei cittadini che anziché essere usati per combattere il randagismo alimentano i conti correnti di criminali. Che parrebbe, in questo caso, che abbiano fatto morire gli animali di stenti.

Inutile gridare che bisogna inasprire le pene per chi maltratta gli animali: occorre modificare le leggi e prevedere, ad esempio che chi ha mancato nei controlli sia incriminato. Non per omissione di atti d’ufficio ma per concorso nei reati, che non possono essere certo circoscritti al solo maltrattamento. Pene effettive, misure di prevenzione, interdizioni anche perpetue servirebbero più di pene magari esemplari, ma non effettive.

Troppe omissioni, troppi interessi e poche sanzioni

Bisogna colpire tutta la filiera che ha consentito di compiere il reato terminale: il maltrattamento di animali arriva infatti al termine di una serie di attività di verifica. Fatte malamente o non fatte, eseguite in modo superficiale o, peggio, attuate con connivenza.

Occorre valutare gli appalti nella loro interezza, cercando di evidenziare criticità e responsabilità individuali: quelle che hanno consentito di arrivare alla commissione del reato. Solo in questo modo si potrà arrivare a responsabilizzare gli organi di controllo, che devono avere la schiena dritta e il coraggio di denunciare.

Il maltrattamento di animali, in queste situazioni, è una conseguenza, non un reato nato per caso. Lo dicono chiaramente le associazioni che operano in Calabria e che hanno scritto una lettera aperta pubblicata dai giornali locali. Una storia che si ripete uguale e diversa in ogni parte dello stivale, una questione che fa gettare via fiumi di denaro pubblico in modo colpevole.