L’inchiesta di Report sulla cinofilia rivela quello che molti sanno ma che nessuno vuole ammettere, ma non solo in questo settore

inchiesta di Report sulla cinofilia rivela quello che tutti sanno

L'inchiesta di Report sulla cinofilia rivela quello che tutti nel settore sanno, ma che nessuno vuole ammettere di fronte a una telecamera. Il mondo della cinofilia, ma sarebbe più giusto parlare del mondo del commercio degli animali, muove grandi interessi economici e molti appetiti, anche politici. Lo sa bene chi si occupa delle tante sfaccettature che compongono il diamante, spesso insanguinato, del commercio degli animali. Dentro a un mondo che solo apparentemente sembra composto da amanti degli animali quelli veri sono sempre troppo pochi.

L'universo della cinofilia muove molti milioni di euro in un caleidoscopio di interessi che restituisce immagini fra loro molto diverse. Un settore che i media raccontano solitamente solo in parte, in piccolissima parte. Toccando quasi sempre solo i due poli opposti del fenomeno: i maltrattamenti e l'infinito amore che molti provano per gli animali. Senza fare molto per far crescere nell'opinione pubblica concetti più articolati come il rispetto, il diritto a una vita dignitosa, la consapevolezza che deve essere costruita prima della convivenza con un animale. Perché la grande frattura che divide gli animali di razza, non sempre così fortunati come potremmo credere, dal grande popolo dei randagi e dei senza padrone spesso produce identica sofferenza.

L'inchiesta di Report, realizzata da Giulia Innocenzi e dalla squadra della trasmissione, ha contribuito a sollevare il velo facendo comprendere quanto il mondo della cinofilia rappresenti un grande punto di attrazione. Per i politici, nominati dal ministro di turno a gestire l'Ente Nazionale della Cinofilia Italiana senza averne le competenze. Ma anche per chi, come la deputata Michela Vittoria Brambilla, sembra impersonare troppi ruoli nella stessa commedia. Passando da conduttrice televisiva di una trasmissione che riceve finanziamenti da ENCI all'essere presidente di un'associazione che difende i diritti degli animali, senza poterne dimenticare il ruolo politico.

Quando si mescolano i piani l'informazione crea immagini distorte e chi ci rimette sono gli animali

In una società che si basa sull'apparenza ben si capisce come, al contrario di quanto dicono i proverbi, le bugie possano non avere affatto le gambe corte, correndo veloci. Facendo credere, per esempio, a chi compra un cane di razza che questo sia maggiormente controllato sotto il profilo sanitario e possa essere più equilibrato e più sano. Dimenticando di dire, quando si raccontano le caratteristiche peculiari di una razza, che queste sono soggette a molte variabili, che in buona parte dipendono dalla serietà dell'allevatore. Avere un pedigree sancisce legalmente che un cane possa essere definito di razza, senza attestare in alcun modo che questo cane sia stato allevato con la giusta selezione. Proprio quella selezione che dovrebbe, in teoria, garantire grande variabilità genetica.

Si sfornano, così, bouledogue francesi, razza di cani brachicefali sottoposta a maltrattamento genetico, con un muso sempre più piatto per avere tratti neotenici da eterni cuccioli. Poco importa se questo li porta a non respirare correttamente e a molte patologie, costringendoli a una vita di sofferenza. La parola d'ordine di troppi allevatori è di dare al mercato quello che il pubblico chiede, proprio come se anziché di individui si parlasse di oggetti di design! In un settore che muove decine di milioni di euro, come in ogni altro ambito commerrciale, esistono allevatori scrupolosi e pessimi mercanti.

Certo sarebbe corretto separare i piani, basandosi su etica e competenza. Difficile poter promuovere razze canine, accettando contributi da chi gestisce (spesso male) il settore dei cani di razza, tutelando nel contempo i cani senza padrone: si genera un conflitto di interesse eticamente poco accettabile. Personalmente consiglierei a Brambilla di stare lontana dal mondo degli allevatori e dei commercianti. Comprendendo in questo novero anche alcuni veterinari, specie se per decenni hanno importato e venduto animali selvatici di varie specie.

La corretta informazione sui diritti degli animali passa dalla competenza e dal rispetto

La conoscenza degli animali e la tutela dei loro diritti non può e non deve passare attraverso la spettacolarizzazione del nostro rapporto con gli animali. Le specie selvatiche, ad esempio, devono essere maneggiate il meno possibile, non possono essere accarezzate e esibite come fossero cuccioli del proprio cane. Non possono essere i bambini a occuparsi di esseri viventi così delicati e complessi come le specie selvatiche, per non trasmettere un messaggio tanto fuorviante quanto scorretto. Vedere accarezzare una volpe o un capriolo, sapendo quanto sia facile stimolarne l'imprinting, fa davvero male in qualsiasi contesto questo avvenga e in particolare in un CRAS.

Fare divulgazione è un lavoro meraviglioso, che richiede però competenza e conoscenza e che non prevede, in alcun modo, l'abbattimento delle barriere che ci devo essere fra uomini e selvatici. Ogni volta che noi sbagliamo il comportamento, il modo o anche semplicemente il tono nel comunicare le attività apriamo la via a comportamenti scorretti e indesiderati. L'amore per gli animali è un sentimento vuoto se non è coniugato al rispetto e alla conoscenza e, su questo tema, vorrei vedere un crescente impegno di tutte le associazioni.

Non è più possibile continuare a raccontarsi cose nei corridoi senza avere il coraggio e la coerenza di dirle in pubblico. Questo accade nel mondo degli allevatori, dei commercianti, dei veterinari ma anche in quello avverso e sarebbe tempo di dirlo. Per far correggere comportamenti e insegnamenti sbagliati, per rispetto del ruolo e della mission di persone e associazioni. Tempo di dire basta, senza passar sopra a comportamenti gravi solo per spirito di squadra, quando alcuni comportamenti creano danni a battaglie che richiedono etica e professionalità. Basta referendum inventati per farsi pubblicità, basta salvataggi mirabolanti che terminano sempre con una pressante richiesta di quattrini, basta con protagonismi di reali e supposti influencer.

Difendere i diritti di non ne ha richiede coraggio e coerenza

Quanti difendono i diritti degli animal, se vogliono ottenere risultati, devono poter essere credibili per poter condurre una battaglia sacrosanta. Per riuscire a convincere nel difendere i temi etici serve coerenza, senza la quale si è destinati a ottenere soltanto consensi effimeri. Non si tratta di comprendere e giusticare i sempre possibili errori di percorso commessi in buona fede, si tratta di far modificare alcuni comportamenti dannosi. Aumentando la coerenza a scapito della convenienza.

Non si può applaudire quando Giulia Innocenzi riesce a scoprire gli altarini di ENCI senza avere poi il coraggio di chiudere il cerchio su altri temi nel campo opposto. Non è una questione di politica e nemmeno una questione di opinioni: ci sono comportamenti che vanno in direzione contraria a etica, tecnica, conoscenza scientifica e corretta informazione. Quando ci accorgiamo che il re è nudo occorre avere il coraggio e la coerenza di affermarlo senza paura.

Vendita animali su internet, un mercato fuori controllo che agevola i traffici

Vendita animali su internet

La vendita di animali su internet è un mercato fuori controllo che agevola i traffici grazie all'opacità dell'offerta. Una realtà facilmente riscontrabile facendo un giro in rete alla ricerca di cuccioli sui siti più diffusi, dove risultano pubblicati migliaia e migliaia di annunci. Tutti rigorosamente opachi, pubblicati con foto accattivanti per cercare di interessare i potenziali clienti, sempre poco attenti come dimostrano le centinaia di migliaia di truffe che accadono sulla rete. Con venditori certo consapevoli del fatto che ogni mattina si alza un leone insieme a centomila gazzelle. Prima o poi una preda passerà!

Facendo una breve ricerca su uno dei siti più conosciuti, Subito.it, ci si rende conto della portata del problema. ci sono inserzionisti che in pochi mesi hanno pubblicato centinaia di annunci, ma hanno pochissime recensioni. La vendita non si perfeziona sul sito, che serve solo da esca per trovare sempre nuove prede. Persone da convincere, avvolgendole in una ragnatela che riporta a siti spesso scalcinati, ma sempre patinati. Perché l'acquirente si fa convincere dalle foto di star e campioni dello sport, di gente famosa che esibisce i cuccioli sui social.

Sono oramai decenni che con periodica cadenza si ricorda alle persone che la rete, per il commercio degli animali, va evitata come se fosse la peste. Ma sono altrettanti anni che la rete rende felici i trafficanti e tutte le persone che sugli animali ci campano, nel senso peggiore del termine. Per capire quanto questo sia vero basterebbe scorrere con occhio critico annunci e siti, per capire come la truffa sia dietro l'angolo.

Vendita animali su internet, ogni giorno vengono venduti animali come se fossero oggetti inanimati

Dietro questi commerci si annida il rischio, anzi la certezza, di contribuire a alimentare un mercato malsano, dove gli animali sono solo merce di scambio. Cuccioli di finta razza spacciati per campioni, animali senza pedigree e quindi simpaticissimi "bastardi di razza" ceduti come campioni di un prestigioso affisso! Allevamenti quasi sempre inesistenti, che non sono iscitti all'ENCI, e venditori spesso non tracciabili sono i protagonisti di questa savana, dove ci sono molti leoni ma anche un numero pressoché infinito di gazzelle.

Mai servisse una dimostrazione di quanto questo mercato sia truffaldino consiglio di sedersi su un divanetto di un centro commerciale di una grande città come Milano. In un'oretta scarsa vedrete sfilare un numero di bouledogue francesi, il cane del momento, che rappresentano appieno il problema. Senza uno standard di razza rispettato, con soggetti che possono stare in una borsetta a cani così massicci da sembrare bulldog inglesi. Il frutto perverso di selezioni casalinghe, di cani allevati nei paesi dell'Est.

Cani che hanno il muso talmente piatto da sentirli rantolare, con la lingua sempre a penzoloni che quasi non sta in bocca, con gli occhi di fuori e l'incedere affannato. Cani che non ci sarebbero se gli acquirenti fossero più attenti, un poco più attenti dei trafficanti. Se gli acquirenti fossero consapevoli che alimentano un mercato vergognoso, fatto di puppy mills e di truffatori, di cani maltrattati e di una scia di cuccioli morti.

Vendita animali su internet, un mercato fuori controllo che è complice dei maltrattamenti

Non si può girarci tanto intorno: chi compra animali in rete, di qualsiasi genere, si rende complice di maltrattamenti e traffici. Gli animali non andrebbero acquistati, per tanti che ce ne sono da adottare. Ma, per certo, se mai questa deve essere la scelta che non sia fatta su internet. Meglio andare in un allevamento iscritto all'ENCI, verificando la presenza dei genitori. Chi non mostra i genitori non è un allevamentoi, è un truffatore che si spaccia per allevatore.

Pensateci questo Natale: un animale non è un oggetto da mettere sotto l'albero ma un essere vivente. Se non volete adottare non arrichite, almeno, chi gli animali li sfrutta!

La tratta dei cuccioli rende più della droga, con minori rischi

tratta cuccioli rende più droga

La tratta dei cuccioli rende più della droga, con minori rischi: un dato che non può essere contestato ma che agita fin troppi interrogativi. Al di là del sensazionalismo creato con il titolo la verità è che la realta supera la fantasia, aprendo scenari di tutto rilievo sotto il profilo economico. Seguire i soldi è un modo per intercettare i crimini e la realtà è che chi delinque non ha etica, ma molto spesso ha cervello e sa far di conto. In più, a differenza di quanto avviene con altri traffici la tratta dei cuccioli comporta rischi bassi e una clientela davvero poco pericolosa.

Ho seguito questo fenomeno dagli albori, intorno agli anni 80/90, quando pochi ancora sapevano dove fosse Pecs e conoscessero il suo mercato. A Pecs, in Ungheria è nato il business, che è partito dai cofani spalancati dei bagagliai delle auto dei commercianti che vendevano cani di simil razza per pochi soldi. Un mercato agricolo, dove passava anche una buona parte del traffico degli animali esotici. Una piazza che era ben conosciuta da chi in Italia trafficava con questi animali, che affollavano i negozi.

In principio tutto partì proprio dagli stessi soggetti che trafficavano esotici. Personaggi che avevano capito quanto fosse redditizio comprare un cucciolo di finta razza per pochi fiorini ungheresi (l'euro era ancora lontano da venire). Per poi rivenderlo a caro prezzo in Italia. Commercianti che avevano base in Lombardia, Veneto e soprattutto in Emilia Romagna, dove erano già attivi con la vendita di esotici: dalla tigre alla scimmia, dal gufo al pappagallo amazzone. Un commercio che movimentava molti milioni di lire in Italia e aveva poco contrasto, per mancanza di interesse e per assenza di norme chiare. Per questo in quegli anni era un mercato fiorente, senza regole, vantaggioso.

La tratta dei cuccioli ha fatto scorrere fiumi di denaro negli ultimi decenni, senza essere mai combattuta davvero

Così per avere mercato i trafficanti si inventarono le mostre mercato, le fiere del cucciolo, che di piazza in piazza montavano tendoni da circo e affittavano i palazzetti, ufficialmente per esibire cani. Ma se la vendita in fiera non era consentita, per ragioni legali, era lì che si raccoglievano soldi in nero e prenotazioni: alla chiusura i cuccioli sarebbero stati consegnati nei parcheggi degli stadi, vicino alle rotonde, ovunque vi fosse spazio per accogliere un centinaio di persone. Che potevano così ritirare i cuccioli che avevano pagato anche 3/400 milla lire. Rigorosamente in nero.

Cuccioli provenienti dal mercato di Pecs, che venivano ripuliti in Italia grazie a veterinari senza scrupoli che compilavano libretti sanitari falsi. Dopo qualche giorno iniziava, purtroppo, a comporsi la lunga scia dei cuccioli morti, la lista delle proteste degli acquirenti e la difficoltà di mettere in atto azioni efficaci.

Cuccioli di un paio di mesi, stressati da un lungo viaggio, esibiti in fiera per essere venduti senza avere vaccinazioni. Il vero mistero erano quelli che sopravvivevano a questo trattamento, perchè quelli che morivano erano solo il prevedibile risultato dei maltrattamenti.

Il contrasto del fenomeno fu incerto

Un fenomeno difficile da far capire ai servizi veterinari pubblici, deputati al controllo, ma anche agli organi di polizia che allora ritenevano fantasie i percorsi del traffico. Spesso più capisci i meccanismi e meno vieni ascoltato, perché la realtà supera la fantasia, diventando incredibile per chi non si vuole soffermare sul problema.

Ma siccome qualcuno in Europa iniziò a capire non tanto la sofferenza quanto il pericolo sanitario, vennero messi dei paletti. La mamma di tutte le zoonosi, la rabbia, era ed è sempre in agguato e l'Unione poteva e voleva dire la sua. E qualcuno nelle istituzioni, come la Guardia di Finanza di Bologna, iniziò a squarciare il velo di nebbia.

L'unione Europea ha fatto le norme sanitarie, le uniche di competenza, ma le regole contro truffe, traffico e maltrattamenti sono degli Stati

Dai palazzetti e dai tendoni si passò al commercio in grande stile e i cuccioli della tratta iniziarono a inondare i negozi. Ufficialmente come provenienti da inesistenti allevamenti italiani, che esistevanosolo sulla carta e spesso all'ENCI, ma che non avevano fattrici. Luoghi strabordanti di cuccioli, ma senza fattrici. Allevamenti di carta, sulla carta, ma in realtà semplici collettori di traffici. Moltiplicatori di valore che trasformavano i pochi euro di un acquisto in Ungheria o Slovacchia in cani da 3/400 euro, regolarmente made in Italy.

Riassumere trent'anni di storia in un articolo è complesso, ma attraverso la tratta dei cuccioli possiuamo ricostruire non solo il mercato ma anche il costume. Dalle fiere da imbonitori sotto ai tendoni il passo successivo fu quello di permeare il mercato distruggendo gli allevamenti, per poi togliere ossigeno ai negozianti che non potevano più competere con i prezzi dei cuccioli della tratta. Diventando, non senza colpa, complici di questa evoluzione ulteriore, che fu ampiamente sottovalutata anche dagli ordini dei veterinari, che non tennero "al guinzaglio" diversi loro iscritti, che diventarono le cartiere. Loro erano i responsabili della creazione dei documenti, loro iscrivevano nelle anagrafi, loro testiminiavano a favore dei trafficanti in tribunale.

Per contrastare questo fiume di sofferenza e di pericoli sanitari fu necessario inventarsi strategie che utilizzavano i reati collaterali al maltrattamento dei cuccioli. I reati contro gli animali erano armi spuntate, per difficoltà di prova a causa delle leggi, bisognava inventare nuovi percorsi, un po' come combattere i mutaforma! Un lavoro da certosini, non sempre premiante, sicuramente complesso per contrastare quello che veniva fatto passare come un reato minore. Nonostante pericoli e lauti guadagni.

Se il maltrattamento non funzionava a sufficienza c'erano molti altri reati ipotizzabili

Dal falso alla frode in commercio, dalla truffa aggravata all'abuso della professione veterinaria: sono talmente tante le ipotesi di reato configurabili che serve solo la volontà di legarle fra loro. Ma nel frattempo il proteiforme mercato aveva cominciato il nuovo trasloco, secondo logiche criminali efficaci e predittive. Così il traffico allargò le basi produttive, moltiplicando le puppy farm: non più solo Ungheria e Slovacchia, ma anche Romania, Polonia, Ucraina (prima della guerra), Bulgaria ma anche Serbia, Croazia, Turchia e perfino Russia. Una dimostrazione dello smisurato mercato europeo e del suo valore.

Oggi attraverso il sistema TRACES, il meccanismo europeo che traccia gli scambi comunitari legali, passano circa 600.000 cuccioli ogni anno. Mentre stime sul mercato sommerso parlano di cuccioli in viaggio che raggiungono numeri da capogiro. Si parla di oltre 4 milioni di cani che attraversano le strade d'Europa, con più della metà degli acquirenti che li acquista sulla rete. In tutto questo leggi spuntate, difficili da applicare e con sanzioni senza potere di deterrenza, verifiche complesse e assenza di controlli capillari creano il brodo di cultura del reato.

Recentemente ho assistito a una riunione organizzata al Parlamento Europeo per presentare i possibili cambiamenti legislativi che andranno fatti. Grande conoscenza del problema da parte dei funzionari, ma ridotte possibilità di ottenere cambiamenti radicali, per i limiti sulle materie comunitarie, in questo settore eminentemente sanitarie. Una strada lunga e complessa, dove l'Europa resta comunque l'unica vera speranza per la costruzione di effettivo argine alla tratta dei cuccioli.

E il futuro lo scriverà la nuova Europa e potrebbe essere peggiore del presente.

Comprare un cane meticcio di razza alimenta il traffico dei cuccioli

Comprare un cane meticcio di razza alimenta il traffico dei cuccioli Comprare un cane meticcio di razza alimenta il traffico dei cuccioli! Qualcuno potrebbe storcere il naso di fronte a questa affermazione che invece è pura verità. Le persone sono convinte di acquistare nei negozi e sulla rete un pregiatissimo cane di razza ma non è così. Una volta si sarebbe detto in modo crudo che ci sono persone che spendono tanti soldi per comprarsi un "bastardino". Il termine, decisamente sgradevole, però corrisponde al vero. Se non basta il maltrattamento a far desistere gli acquirenti forse si può far leva sul fatto che comprano un "tarocco", come una falsa borsa di Vuitton. Qual'è infatti la differenza fra un capo griffato genuino e un'imitazione? Il primo è vero, autentico mentre il secondo è solo verosimile, assomiglia a quello autentico ma non lo è. In effetti un cane definito di razza senza pedigree è come un tarocco, potrebbe rappresentare una frode in commercio. Ma come, diranno molti, ma il cane che io ho acquistato in negozio è davvero un carlino, un bassotto, un chiwawa!

Un cane senza pedigree è, per la legge, uguale a un meticcio

Purtroppo non è così cari signori che comprate cani come fossero oggetti: vi hanno venduto un cane che assomiglia a un cane di razza, senza alcuna certezza che lo sia davvero soltanto perché assomiglia al'originale. Non si può essere affatto certi che abbia gli standard che la razza prescrive. Così nella realtà vi hanno fatto pagare per buono un'imitazione e con questa vendita vi hanno anche resi corresponsabili di un traffico che genera sofferenze, morti e maltrattamenti. Un cane di razza per essere tale deve avere un pedigree, una sorta di albero genealogico che attesti che il cane che viene acquistato è nato a seguito di riproduzioni fra soggetti della stessa razza, che rispettano gli standard previsti. Chi acquista cani senza questa garanzia di fatto acquista cani che assomigliano alla razza prescelta, ma spesso senza averne  i requisiti. Per rendersene conto basta darsi un'occhiata in giro: a parte le variabilità fantastiche dei meticci, che garantiscono anche una variabilità di patrimoni genetici che evitano il presentarsi di tare genetiche, quelle che affliggono oramai un sacco di cani. Ci sono cani della stessa razza che non hanno più le stesse caratteristiche, le corrette proporzioni e dimensioni, proprio grazie a queste forme di allevamento sconsiderato.

Allevano e vendono cani con il presupposto di truffare gli acquirenti

Ovviamente i danni non si limitano a fattori estetici ma sono costituiti anche da varie patologie che colpiscono le razze maggiormente "copiate", quelle che il mercato reclama come oggetti di moda del momento. Un tributo pagato alla vanità degli uomini che ha portato moltissimi problemi problemi fisici e non solo. che hanno profondamente alterato gli standard delle razze più richieste: pastori tedeschi, cavalier king, bassotti, bulldog e molti altri ancora. Chi compra questi cani deve essere consapevole che la sua azione non avrà una sola ricaduta positiva ma servirà soltanto a agevolare organizzazioni criminali che trafficano animali con ingenti profitti. Alimentando un'evasione fiscale considerevole, aumentando i rischi sanitari per cani che troppo spesso sono introdotti in Italia senza vaccinazioni e sono potenziali portatori di virus fino ad oggi assenti.  Non ultimo contribuiscono alle condizioni di maltrattamento in cui questi animali sono allevati, trasportati e venduti. Insomma l'unico vero affare lo fanno i trafficanti! Gli acquirenti che ancora oggi comprano cuccioli della tratta dimostrano di non aver fatto nemmeno un passo avanti nella direzione di una maggior consapevolezza e del rispetto dei diritti degli animali. Natale è alle porte, non fatevi fregare dai trafficanti, non cedete al ricatto emotivo dei tanti cuccioli che occhieggiano dalle vetrine dei negozi, non comprate animali sulla rete (leggi qui) perché bisogna ricordare che comprare un cane meticcio di razza alimenta il traffico dei cuccioli.
Peraltro vendere cani senza pedigree come cani di razza è una violazione di legge, punita da una sanzione amministrativa ma può anche costituire reato.