Lupi, predatori e branchi usati per descrivere violenze: parole in libertà con poco senso e troppi pregiudizi

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Lupi, predatori e branchi usati per descrivere violenze: parole in libertà con poco senso e troppi pregiudizi. Cercare di ricondurre comportamenti di sopraffazione, di mancato riconoscimento del valore e del rispetto dovuto a ogni individuo a riferimenti animali è un grave errore. Sotto il profilo scientifico con ogni certezza, ma anche come paragone diseducativo verso gli animali, usati in similitudini imbarazzanti. Che finiscono per stimolare, oltretutto, paura verso alcuni animali, che diventano così la rappresentazione della crudeltà.

Sarebbe ora di riconquistare il rispetto per le parole, con un linguaggio meno improntato ai luoghi comuni e più attento nel modo di fare comunicazione. Per evitare che i responsabili di uno stupro diventino branco, quasi a voler giustificare il comportamento individuale a causa del numero dei partecipanti. Una sorta di frenesia collettiva dove si finisce per assolvere le responsabilità di ogni soggetto, trasferendo la colpa a un branco di (umani) lupi. Andando a ripescare come sempre la storia di Cappucceto Rosso, che è favola intrisa di luoghi comuni e della narrazione di una malvagità falsa quanto stucchevole.

Se Cappucceto Rosso non fosse andata nel bosco da sola, per giunta vestita di rosso, il malvagio lupo non le avrebbe teso l’agguato. Nonostante il crescere della cultura scientifica e dell’etologia il nostro lessico non sembra essersi evoluto, evidentemente incapace di creare o usare meglio aggettivi e sostantivi. Senza necessità di doversi rifare agli animali, addebitando loro comportamenti biasimevoli. Così gli approfittatori diventano sciacalli o avvoltoi, i cattivi sono lupi o iene e i gruppi di ragazzi sbandati si trasformano in branchi di predatori.

Lupi, predatori e branchi sono usati per esiliare persone senza morale dal mondo degli uomini a quello degli animali non umani

Un concetto di alterità sembra voler paracadutare i colpevoli di atti vigliacchi dal nostro contesto sociale a quello degli animali che spaventano. Contribuendo, nel cercare questo allontanamento culturale, ad alimentare le paure verso molti animali, come i lupi, già abbastanza vessati da certa stampa. Eppure il branco è struttura sociale che protegge, che tutela i suoi appartenenti, con regole e gerarchie, quasi sempre con una leadership, attuando decisioni consapevoli che non accadono mai per caso. Ma oramai certi termini hanno lasciato il terreno della scienza e dell’etologia, per atterare nel mondo dove informazione e disinformazione si fondono.

Un mondo di mezzo, proprio come quello di molti dei protagonisti di queste brutte storie. Una realtà generata non dalla fantasia di uno scrittore ma dalla distrazione della società. Dall’aver abdicato al dovere di educare i giovani al rispetto, impedendo che la prevaricazione e la violenza si trasformino in un valore da emulare. Dal non aver insegnato che il rispetto va oltre all’apparenza, che l’aspetto o lo stato di una persona, ma anche di un animale, non autorizzano a considerarla una cosa, inanimata, incapace di soffrire. Una realtà che permea la cultura della nostra società, con una violenza spesso agita prima sugli animali e poi sulle persone.

Scientificamente i comportamenti violenti contro gli animali vengono visti come predittivi del possibile salto di specie, pericoloso come quello compiuto dai virus. Ma noi siamo più portati a ignorare che ad approfondire e così i responsabili di crimini violenti contro gli animali non vengono seguiti né vigilati. Lasciando che la violenza sia libera di crescere senza controllo, diventando capace di rovinare per sempre le vite, sia delle vittime che dei carnefici.

La violenza non si autogenera, ma certamente si autorigenera quando vengono sottovalutate le cause

La coesistenza fra uomini e animali non è solo un modo intelligente di vivere, riconoscendo l’importanza degli equilibri e la necessità vitale di mantenerli. Coesistenza significa insegnare l’importanza delle altre vite, il rispetto dovuto a ogni essere vivente e la necessità di evitare sofferenze inutili. La comprensione del fatto che ogni essere vivente possieda la capacità di soffrire serve a stimolare il riconoscimento dell’importanza di provare empatia e compassione, sentimenti che stanno alla base di una convivenza serena fra persone.

In natura il branco mette in atto strategie per vivere e difendere i suoi membri, il cosiddetto branco umano cerca di sopperire alla debolezza degli individui unendo la vigliaccheria dei singoli, dandogli corpo e aggressività. Portando a pessima conclusione quella cultura che ancora oggi, purtroppo, pone la donna un gradino sotto l’uomo, che ancora arriva a identificare in una minigonna una colpa. Quella cultura alimentata per decenni da programmi televisivi, film e giornali che hanno divertito (poco), costruendo un modello stereotipato e ottuso dei valori sociali.

Bisognerebbe investire per demolire modelli sbagliati, per diffondere valori e conoscenza, senza lasciare enormi sacche di degrado sociale e culturale. Cercando di intercettare la violenza quando si manifesta, per impedire che si amplifichi, che contagi con racconti e emulazioni. Comprendendo realmente che il capitale umano più significativo di una società è rappresentato dai suoi giovani, che vanno difesi e fatti crescere con l’idea che il rispetto debba essere a tutto tondo, abbracciando ogni mondo e ogni tipo di diversità.

Senza rispetto restiamo prigionieri in gabbie pericolose

senza rispetto restiamo prigionieri

Senza rispetto restiamo prigionieri in gabbie dove i valori positivi come l’empatia sono visti come forme di debolezza. Una sorta di resa verso i buoni sentimenti, che non permettebbe la scalata dell’individuo verso il successo. Un concetto tanto malato quanto pericoloso, che sta permeando la nostra collettività, come purtroppo le cronache ci restituiscono ogni giorno. Le condanne verso ogni tipo di violenza si sprecano, riempiono le pagine dei media, spesso con termini che riportano al comportamento degli animali, che però non hanno mai comportamenti di aggressività gratuita.

Tutto parte da un vuoto di valori causato da una voragine educativa, dal mancato insegnamento di valori fondamentali come rispetto, compassione, equità. Da social che straripano di esempi negativi, dove il successo non è meritato, ma spesso soltanto aggressivamente strappato e dove i valori sono diventati possesso, fama e denaro. Quando non si riconoscono le colpe di aver creato un sistema educativo inefficace si passa, sempre, a invocare strumenti eccezionali e spesso violenti nei confronti dei responsabili. Senza soffermarsi a riflettere sul fatto che sono gli esempi a creare comunità diverse e non (soltanto) le azioni repressive.

Ogni volta che un fatto grave viene commesso ai danni di soggetti fragili, siano uomini o animali, viene sempre invocato un inasprimento delle pene. Ma non sono le sanzioni a impedire la violenza, sia perché vengono applicate quando il fatto è già accaduto, sia perché le pene già ci sono ma non hanno il valore di deterrenza auspicato in una società che spesso non conosce norme e regole.

Senza rispetto restiamo prigionieri dei cattivi esempi che diamo ogni giorno

Sono i valori che contribuiscono a creare una società evoluta e civile e questi partono dal riconoscimento dei diritti. Riconosciuti a tutti gli esseri viventi e in particolar modo a tutti quei soggetti che non riescono a difendersi da soli. Forse per capire il problema dobbiamo proprio partire dal mancato riconoscimento dei diritti e in questo campo la nostra società da tempo sta fallendo. Ipocritamente spesso, neghiamo il diritto all’eutanasia di uomini sofferenti, ma consentendo che il Mediterraneo diventi, ogni giorno, una tomba liquida per migliaia di esseri umani.

Protestiamo contro l’abbandono degli animali domestici, ma continuiamo a trasportare animali vivi con ogni condizione metereologica per ragioni esclusivamente economiche. Sappiamo che la crudeltà verso gli animali rappresenti un comportamento predittivo di futuri atti violenti sugli uomini, ma preferiamo ignorare il dato. Conosciamo la sofferenza degli esseri viventi imprigionati, ma poco facciamo per evitare strutture sovraffollate e inumane per uomini e animali. Sapendo, per esempio, che le recidive di comportamenti criminali negli uomini dipendono anche da carceri che non rieducano, da violenze che dimostrano che l’unica legge è quella del più forte.

In questa schizofrenia comportamentale, fra abusi e violenze, stupri e illegalità, l’unica invocazione sembra essere l’inasprimento delle pene. Dimenticando che servono più scuole, migliore educazione, dimostrazioni, specie in politica, di valori etici non condizionati da tornaconti. Stiamo ritornando alla società forcaiola del vecchio West, anziché cercare di dirigerci verso la creazione di una società che rispetta le regole, insegna valori e, soprattutto, si comporta conseguentemente a quanto promette.

La vera rivoluzione culturale ci sarà quando ogni componente farà la sua parte

“Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” predicava l’apostolo della non violenza, il Mahatma Ghandi. Che è stato capace di ottenere cambiamenti epocali grazie a un esempio, positivo, vero. Che ancora oggi tutti ricordano ma pochi seguono, con tutte le difficoltà che questo comporta, racchiuso nella nostra natura umana, tanto meravigliosa quanto contraddittoria. Mai come in questo periodo ci sarebbe bisogno di esempi, di schiere di persone di buona volontà che si adoperano per vedere il cambiamento. Per far risalire i valori dell’etica nella politica e quelli della gentilezza nella vita, anche in quella di tutti i giorni.

Considerando che i danni fisici sono visibili, ma che quelli causati nelle anime restano invisibili ai più, ma comunque troppo spesso insanabili per chi li ha subiti. Senza poter dimenticare che in questo tempo social spesso le tastiere fan più danni della spada e le parole non solo feriscono, ma diventano un perticoloso incitamento alla violenza e all’odio. Ci salveremo solo se lo faremo tutti insieme, difendendo i diritti e dando il giusto riconoscimento a doveri e valori!

La violenza su persone e animali sembra in crescita, secondo quel che si legge sulle cronache dei media

violenza su persone e animali

La violenza su persone e animali, scorrendo le cronache dei giornali, sembra essere in costante aumento. Difficile non mettere questo fenomeno in relazione con il momento che stiamo vivendo, ricco di ansie, paure e problemi, anche pratici, che possano scatenare in troppi casi la violenza.

Difficile dire se quanto appare nelle cronache dei giornali sia un dato reale, che corrisponda a un’effettiva crescita degli episodi di violenza. L’unica certezza è che i soggetti violenti, qualunque sia la motivazione che libera questa carica devastante, rappresentano un pericolo per i più fragili. Per quanti hanno meno possibilità di difendersi, di poter chiedere aiuto.

Occorre interrogarsi quanto sia gusto che questi comportamenti vengano amplificati sotto il profilo mediatico, oppure ignorati lanciando lavorare le istituzioni preposte. Se a ogni violenza la rete funziona da cassa di risonanza, seppur critica, il rischio è che questa visibilità porti a comportamenti emulativi. In persone evidentemente instabili, come dimostrano spesso i loro profili social.

La percezione della violenza su persone e animali deve servire a mantenere alta la guardia

Dovremmo ritenerci tutti impegnati e protagonisti di una battaglia globale contro la violenza. Un contrasto che può essere messo in atto anche modulando i nostri comportamenti, il modo di comunicare, a cominciare proprio dai social. Usando toni pacati, cercando di stimolare confronti e non alimentando scontri. Dobbiamo contribuire al fatto che diventi chiaro a tutti che la violenza sia un comportamento socialmente inaccettabile. Da rifiutare e da combattere anche quando sia soltanto verbale.

La scelta delle immagini, delle parole, può fare una grande differenza. Proprio come lo può fare svolgere un ruolo di cittadinanza attiva, denunciando ogni episodio del quale si viene a conoscenza. Bloccando e segnalando tutti i profili social che usano contenuti o forme verbali violente nei confronti di persone e animali. La società è il prodotto dei comportamenti degli individui che la compongono, quindi sta a ognuno di noi fare la differenza.

Cani, falchi tigri e trafficanti

Nei momenti di grande difficoltà collettiva abbiamo bisogno di avere attenzioni che scavalchino la nostra cerchia di affetti, le nostre relazioni, per arrivare a un numero più vasto di persone. Anche quando i comportamenti violenti mettono a dura prova la nostra sensibilità e le nostre emozioni.

Le acque scure e agitate di Yulin parlano di indifferenza nei confronti della sofferenza animale e umana

sofferenza animale e umana

Troppe immagini violente per raccontare la sofferenza animale e umana possono essere controproducenti. Rischiano di allontanare molte persone, impedendogli di capire, ma anche di scatenare emulazioni in persone instabili che pensano in questo modo di avere visibilità. Sono tante le crudeltà messe in atto, ma per contrastarle occorrono che si concretizzino simultaneamente due condizioni: leggi efficaci e una reale presa di coscienza accompagnata dalla conoscenza del nostro essere viventi.

In questi giorni è stato riaperto in Cina il Festival di Yulin, dedicato al consumo di carne di cane. Un’usanza avversata, giustamente, in Occidente, che non capisce come si faccia a mangiare carne di cane. Esattamente come gli anglosassoni e i nordici non capiscono come si faccia a mangiare, anche in Italia, il cavallo. Ogni anno deve sempre essere l’ultimo per una festa crudele, non perché si tratti di cani, ma per come sono ammassati, trasportati, torturati. Ma sembra che la fine di questa mattanza non arrivi mai.

Una scelta davvero incomprensibile quella del governo cinese e non soltanto per le proteste degli animalisti. Consentire una manifestazione come questa, in tempi di Covid19 non è solo anacronistico ma rappresenta un pericolo per la salute pubblica. I cani non sono vettori del virus ma mercati umidi e i macelli, specie a cielo aperto, agevolano la sua diffusione. Come è avvenuto in un macello in Germania, è successo nuovamente in un wet market di Pechino e potrebbe scatenarsi domani a Yulin.

L’indifferenza nei confronti della sofferenza animale e umana è davvero un fatto insopportabile

Mai come quest’anno il Festival di Yulin è stato capace di coagulare critiche che provengono da schieramenti che non sono solo quelli dei difensori degli animali. Un fatto che sembra non aver turbato particolarmente le autorità di Pechino, che hanno vietato il commercio di specie selvatiche per uso alimentare e hanno elevato il cane a animale da compagnia. Copiando nei contenuti quanto avviene in occidente, ma non volendo ancora applicarlo a questa sagra tradizionale.

Una cosa incomprensibile per un regime che non si è mai fatto troppi scrupoli nel reprimere, anche nel sangue, tutte le manifestazioni che potessero mettere in dubbio l’autorità centrale. Un esercizio muscolare che non si applica al Festival di Yulin, nonostante il consumo di carne di cane riguardi anche in Cina una percentuale davvero piccola di persone. Nonostante i numerosi appelli fatti in tutto il mondo e le critiche, anche feroci, di giornalisti, intellettuali e uomini di spettacolo.

Molti commenti nei social sostengono che a Yulin fanno una volta all’anno quello che in Europa succede ogni giorno nei macelli

Difficile poter dar torto al ragionamento sotto il profilo della logica, quando bovini e suini, che non saranno cani ma hanno comunque dei diritti minimi riconosciuti dalle leggi, sono trattati come cose. In nome del profitto e in paesi che si ritengono molto più sensibili e attenti ai diritti degli animali di quanto lo siano i cinesi. Non nascondiamo alle nostre coscienze e, soprattutto, alle nostre intelligenze cosa avviene in troppi allevamenti intensivi e nei macelli.

Non sposiamo nemmeno insulti, invettive e auguri di morire presto ma con atroci sofferenze lanciate dai più oltranzisti. La nostra specie non è tutta uguale, non abbiamo comportamenti identici solo per appartenenza. Non siamo leoni: nel bene e nel male siamo in grado di fare delle scelte, speculando sull’intelligenza e l’empatia di alcuni comportamenti. E possiamo decidere di non mangiare gazzelle o di farlo solo una volta ogni sei mesi.

Abbiamo il potere di ragionare non solo sulla necessità del comportamento, ma sull’opportunità etica di metterlo in atto. Che certo non è poco. La capacità di organizzare un ragionamento dovrebbe portarci a valutare gli individui e non le masse: se guardiamo queste possiamo essere spesso portati a pensare che non ci sia possibilità di redenzione.

Prima di diventare un mare siamo individui, con capacità di ragionamenti e sensibilità molto diverse

Ma prima di diventare parte di quelle acque scure siamo goccioline pensanti, capaci di individualità nei ragionamenti, di avere comportamenti virtuosi, ma anche di capire che solo la cultura fa davvero la differenza. La sensibilità è figlia del sentire e del considerare, della separazione dalla pura necessità di sopravvivere. Quel comportamento che spesso giustifica i peggiori comportamenti umani.

Se vogliamo difendere i diritti cerchiamo di avere comportamenti che ci distinguano dalla massa, spesso brutale in azioni e giudizi. Il compito di chi è in grado di partecipare e provare empatia e quello di imparare a trasmetterla e non quello di augurare la peggior sofferenza a chi l’empatia non ha ancora capito da cosa nasca, come possa vivere in tutte le anime.

Un invito alla riflessione fatto attraverso un’immagine evocativa, senza bisogno di essere sanguinolenta e truculenta. Abbiamo bisogno di persone che leggano e raccontino, non che chiudano gli occhi di fronte a un’ostentazione della sofferenza.

Ultradestra difende corrida in Spagna

Ultradestra difende corrida

Coma mai l’ultradestra difende la corrida in Spagna? Forse lo si può capire guardando i risultati ottenuti dal partito nazionalista VOX. Alle recenti elezioni il partito di Santiago Abascal ha raddoppiato i seggi, ben 52, difendendo anche la corrida. Non solo questa ovviamente ma anche tutti i valori tipici delle formazioni nazionaliste, andando a intercettare gli strati più sofferenti della popolazione. E forse anche quelli con minor cultura e sensibilità.

La corrida per molti spagnoli è un simbolo identitario della cultura del paese, una tradizione che non può essere abbandonata. Ma se questo fosse vero lo è altrettanto il fatto che moltissime persone sono contrarie a queste forme di violenza. Questo avviene soprattutto nelle città e fra gli strati sociali a maggior scolarizzazione. Dimostrando che la cultura spesso rappresenta un ottimo vaccino contro la violenza.

Nel 2013 il parlamento catalano, le Cortes, avevano vietato lo svolgimento delle corride in Catalogna, regione da tempo alla ricerca di un’autonomia sempre più rafforzata, sino a sfociare nell’indipendenza. Nel 2016 però la Corte Costituzionale spagnola ha annullato il divieto sancito dal parlamento catalano. E le corride, seppur sottotono, sono riprese.

Il destino dei tori e delle corride passa dalla politica

Vox, il partito nazionalista di ultradestra, ovviamente contrario all’indipendenza catalana, ha usato anche la corrida come strumento di convincimento, facendo leva sull’orgoglio nazionale. La corrida sarà anche una tradizione, come lo erano i giochi con i gladiatori contro i leoni ai tempi di Roma, ma oramai è fuori dal tempo. E contrasta con la sensibilità dei popoli europei.

Non c’è bisogno di essere animalisti militanti per essere contrari a questa mattanza crudele, non ci può essere giustificazione per una tradizione tanto barbara. Non si può e non si dovrebbe mai guardare la violenza con indifferenza e la corrida è peggio di un macello a cielo aperto. Gronda sangue e sofferenza come, peraltro, molte altre feste tradizionali spagnole.

Inevitabilmente scatta una riflessione sull’empatia che è certo sentimento opposto e contrario alla crudeltà, ma anche alla semplice indifferenza. La politica, fra i suoi compiti, dovrebbe avere anche quello di far crescere cultura e rispetto per il prossimo, per aumentare quei valori che portano a una civiltà armonica. Occorrerebbe rifuggire da ogni violenza, mentre questi tempi ci raccontano purtroppo esattamente il contrario.

Ma se i macelli avessero i vetri davvero avremmo una società vegana?

Forse no, nonostante quello che pensava il grande Lev Tolstoj. Sembra un paradosso certo, che però potrebbe nascondere qualcosa di vero, di pericoloso, qualcosa che è sempre vissuto fra le pieghe dell’animo umano. La fascinazione verso la violenza, quel demone che agita la volontà di sopraffazione, di dominio, di potere. Quello che porta una parte della nostra specie a non provare rimorso per comportamenti terribili.

Forse qualcuno potrebbe comprare i biglietti per assistere allo spettacolo. Forse per una componente ancora minoritaria ma da non sottovalutare, potrebbe essere un momento in grado di trasmettere emozioni forti a cervelli anestetizzati da finti miti.

In fondo la violenza è palpabile in questo secolo, è diventata una connotazione sempre più presente nella nostra società. Forse per questo anche la corrida costituisce un argomento politicamente interessante per convincere gli elettori. Forse solletica quella voglia di sangue e arena che oggi pare vada di moda in buona parte della popolazione di quest’indecisa Europa.

Ci sono comportamenti sui quali sarebbe una buona cosa intervenire drasticamente, ci sono forme di accanimento e tortura che non possono lasciare il posto all’indifferenza. Assistere con partecipata emozione ai patimenti di un toro non è una manifestazione culturale, solo la dimostrazione che “il sonno della ragione genera mostri”.