Sfondare le gabbie della comunicazione sugli animali, per non parlare solo ai sostenitori

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Sfondare le gabbie della comunicazione sugli animali, liberandosi dalla ricerca del consenso e mirando a fare informazione di qualità. Cambiando il tipo di informazione, liberandola dagli stereotipi e cercando di essere coinvolgenti. Per non parlare sempre alla platea delle persone già attente, ma per coinvolgere quanti, ai temi dei diritti animali, non si sono mai avvicinati. Qualcuno potrebbe pensare che sia una cosa ovvia, ma per chi si occupa di comunicazione non lo è affatto. La ricerca del consenso e del sostegno, anche economico, porta a investire molto sempre sulla stessa platea e troppo poco sul grande pubblico.

Certo la comunicazione emotiva rappresenta una facile scorciatoia, capace di creare consensi, like e condivisioni. Se l’obiettivo, però, è quello di diffondere buona informazione in questo modo ci si allontana, e molto, dallo scopo. La necessità è quella di coinvolgere non solo i cosiddetti “animalisti”, termine orrendo, ma di intercettare chi potrebbe essere interessato a ricevere nuovi spunti di informazione. Per farlo occorre uscire da alcuni recinti mentali, non sempre così disinteressati, e puntare diritti verso l’obiettivo: per cambiare le cose serve aumentare il numero di orecchie e di occhi. Smettendo di accontentarsi di parlare sempre solo a chi è già d’accordo.

I diritti degli animali vanno comunicati, ma anche scomposti: esistono i diritti, che hanno un valore fondamentale costituito da rispetto, compassione e empatia. Solo dopo arrivano le sotto categorie, le divisioni lessicali, ma prima di essere umani o animali i diritti costituiscono valori inalienabili. Che andrebbero sempre difesi con le unghie e con i denti, anche a costo di graffiare. Se il concetto è condivisibile allora potrete continuare nella letteratura, diversamente questo articolo non fa al caso vostro.

Sfondare le gabbie della comunicazione sugli animali è possibile cambiando la costruzione del racconto

La natura non è disneyana, non è affatto buona per definizione, ma segue precisi disegni che a seconda degli occhi di chi li vive, possono cambiare di prospettiva. I lupi, per usare un animale divisivo, non sono simpatici per definizione, semmai sono indispensabili al mantenimento degli equilibri naturali. Ci sono persone che non condivideranno mai il concetto “io amo i lupi”, ma che potrebbero diventare degli strenui difensori del predatore se conoscessero meglio l’importanza della sua presenza. Perché questo avvenga è importante riuscire a divulgare le informazioni in modo corretto: il fine è quello di informare, non di compiacere.

Sfondare le gabbie della comunicazione sugli animali è molto più complesso che fare una dichiarazione d’amore. Amare qualcuno è una buona partenza, ma solo quando questo sentimento è perfettamente sovrapponibile al rispetto. Per questo l’obiettivo dovrebbe essere, sempre, quello di far comprendere il valore del rispetto, senza mai disgiungerlo da quello dell’amore. Sentimento che certe volte, per troppi animali, si trasforma in una gabbia dalla quale è impossibile scappare. Basti pensare a quanti dichiarano di amare il proprio cane, dimenticandosi dei suoi bisogni per soddisfare i propri desideri.

Un esempio d mancanza di comunicazione positiva lo troviamo spesso proprio in molti che si professano amati degli animali. Costringendoli a vivere in gabbia oppure alimentando il commercio dei cuccioli della tratta o ancora comprando cani brachicefali che non respirano. Forse per amore, certamente per egoismo. Per questo è importante allargare la platea di chi può essere coinvolto nella difesa dei diritti, rispetto a quanti si limitano a sollecitare solo la loro componente emotiva.

Difendere i diritti degli animali può voler dire anche andare contro corrente

Cercare di fare corretta informazione può creare spazi di critica, una cosa che deve essere accettata sino a quando tutto si svolge nel contesto di commenti educati. Il pensiero resta libero e non esistono verità assolute, in nessun campo; certo più ci si avventura sui sentieri fin troppo battuti della propaganda e più si rischia di inciampare. Proprio come fanno quelle persone che ancora oggi sono capaci di affermare che i lupi sono stati reintrodotti in Italia. magari con l’aiuto degli elicotteri.

Nonostante le mille emergenze ambientali e la perdita verticale di biodiversità, l’attenzione verso questi problemi non è ancora sufficientemente alta. Eppure per garantite il diritto di esistere, a persone e animali, dobbiamo tutti cercare di essere parte attiva, forse del più grande e rapido cambiamento che sia mai stato richiesto alla nostra specie. Che dopo anni di allarmi inascoltati, si trova di fronte a un bivio senz’appello: cambiare o vivere il peggiore degli incubi. Se non arrivare realmente all’estinzione entro l’Antropocene.

Questo è uno dei motivi sul perché sia così importante cambiare anche i modelli comunicativi. Bisogna essere attenti a non condividere notizie false, solo perché verosimili, non bisogna credere a tutto quello che circola in rete senza verificare, senza guardare la realtà con occhio critico. Quando l’informazione veritiera è difficile da veicolare quella che alimenta il mondo del falso sembra sempre ottenere sempre più credito. Ognuno di noi può fare la differenza, perché fra i diritti da difendere c’è anche quello alla verità e tutti possiamo essere ambasciatori del cambiamento.

Basta gabbie negli allevamenti intensivi

Basta gabbie negli allevamenti intensivi

Basta gabbie negli allevamenti intensivi, per garantire agli animali minori sofferenze durante l’allevamento.

Parte la raccolta di firme a livello europeo per chiedere alla Commissione di mettere in atto politiche che vietino l’allevamento in gabbia. Disumano e crudele verso gli animali.

La campagna #EndTheCageAge è stata lanciata in tutta Europa con l’obbiettivo di raggiungere un milione di firme. Obiettivo già raggiunto per la campagna #EndThePigPain, contro i maltrattamenti sui maiali.

Centinaia di milioni di animali ogni anno sono allevati in spazi minuscoli, dove fanno fatica a muoversi e dove trascorrono tutta la loro breve esistenza. Quella che al massimo in pochi mesi li porterà al macello. Dopo una vita terribile.

Ora in tutta Europa le associazioni si sono unite e ancora una volta hanno lanciato il guanto di sfida all’industria della carne e dei derivati. Per costringerla a modificare le politiche di allevamento, che negli anni hanno profondamente trasformato l’allevamento.

Certo la fine delle gabbie non significherà la liberazione degli animali dalla sofferenza. Non è l’obiettivo finale, ma rappresenta comunque una via possibile per imprimere un cambiamento. Per riportare condizioni di allevamento maggiormente rispettose degli animali. Una realtà che chiedono anche i consumatori.

Per capire su cosa si fonda la necessità assoluta di arrivare alla fine dell’allevamento in gabbia bisogna immedesimarsi. Nella vita degli animali allevati in queste condizioni. Bisogna capire la sofferenza e la paura che possono provare esseri viventi costretti a vivere a stretto contatto, in pochi centimetri quadrati.

Dobbiamo smettere di pensare che l’uomo possa gestire e usare gli altri animali come se fossero creature inanimate, insensibili, prive di una loro socialità, del bisogno di rapporti, prive di esigenze che sono invece parte della loro vita. Esseri viventi che a tratti amiamo e a tratti non amiamo più, non rispettiamo, accettiamo possano essere allevati in modo disumano.

I maiali, solo per fare un esempio, sono animali intelligenti e sensibili, capaci di stabilire relazioni con l’uomo. Provano, proprio come noi, noia e paura, soffrono per il dolore e sono afflitti da condizioni di vita dove spesso non hanno nemmeno lo spazio per coricarsi. Milioni di esseri viventi ogni anno sono allevati in questo modo.

Non esistono i maiali felici che campeggiano sui  camion dei salumifici, non esistono più i maiali che possono trascorrere una vita dignitosa sino al momento del macello. Inutile illudersi, inutile far finta di non vedere.

Per questo tutti, ma proprio tutti, hanno il dovere morale di firmare questa petizione che è ospitata sul sito di CIWF e di altre associazioni come ENPA (la petizione è qui), che servirà a dimostrare l’attenzione dei cittadini europei verso il problema. Fatelo subito e fate girare l’informazione. Più firme si raccolgono, meno tempo si impiega per farlo e più si abbrevia il tempo per rendere concreta questa possibilità.