Il famigerato disegno di legge Malan, così battezzato per far dimenticare il suo verio padrino e padrone che è il ministro Lollobrigida, vorrebbe stravolgere l'attuale normativa. I cambiamenti sono tali e tanti da essere riusciti non solo a far coagulare tutto il mondo ambientalista contro questo progetto, ma da suscitare, anche, l'intervento europeo. Perchè la fauna non è solo un patrimonio italiano ma è un bene trasnazionale tutelato nell'interesse collettivo. Per legge la fauna, infatti, è un patrimonio di proprietà dello Stato che deve, o forse sarebbe meglio dire dovrebbe, essere difeso contro ogni minaccia.
Ma i cacciatori, lo sappiamo bene, rappresentano lo zoccolo duro della destra, che non ha mai smesso di vederli come un bacino di consensi elettorali. Sempre meno, perché l'emorragia dei cacciatori è inarrrestabile, ma sempre fedeli e attenti a non mordere la mano che li nutre. Ebbene oggi questo bacino è diventato indispensabile, come quello degli allevatori, alla compagine di centro destra attuale, se vuole continuare continuare a governare. Senza farsi sfilare centinaia di migliaia di voti sicuri da Vannacci, generale a destra della destra, che ogni giorno cresce nei sondaggi. Impensierendo proprio quanti lo hanno montato a neve dopo averlo allevato.
La fauna non è dei cacciatori, ma loro votano compatti per chiunque gli faccia regali
I cacciatori sono una specie in via d'estinzione, questo è vero, ma a differenza del fronte ambientalista, sono degli animali da urne. Spostano voti, pesano, condizionano, riescono a ottenere favori a destra e, purtroppo, non soltanto. Perché dietro a ogni cacciatore ci sono i parenti e tutti quanti lavorano nell'indotto, che va dalle armi al turismo, dall'abbigliamento agli allevamenti di selvaggina. Un mondo che conta e sa farsi contare, farsi pesare per quel che vale. Diversamente nessun politico sarebbe stato così arrogante da presentare un disegno di legge a tratti criminale, che ci aprirà le porte di una procedura d'infrazione.
Ora questa politica vuota di progettualità ma piena di volontà di restare al governo vorrebbe fare carne da macello di una legge che, seppur in buona parte inefficace, rappresenta un baluardo. Nonostante gli strali dell'Europa, del mondo ambientalista e degli scienziati. Infischiandosene beatamente perchè, nel progetto, ora conta più estinguere Vannacci e i vannacciani piuttosto che difendere il nostro capitale naturalistico.
Riusciranno a compiere il danno, solo per evitare il loro di disastro?
Molto probabilmente ci proveranno, consapevoli degli ostacoli rappresentati dal Presidente della Repubblica Mattarella, che non potrà firmare ijn prima battuta questo progetto di legge. Il governo è consapevole anche della contrarietà dell'Europa e anche di quella, appena pronunciata, del Consiglio d'Europa. Ma certamente proveranno ad andare avanti al dannunziano grido di "me ne frego!". Con che risultato ultimo è ancora tutto da dimostrare.
Siamo dinanzi a fatti estremamente gravi “Totale inazione, e anzi appoggio, di fronte al più grave attacco agli animali e alla natura della storia recente, che condurrà a danni alla biodiversità, caos gestionale e procedure di infrazione. È urgentissimo che il Ministro dell'Ambiente Pichetto Fratin inverta la rotta e intervenga, chiedendo al Governo di fermare la pessima riforma della caccia in Italia. Diversamente, si dimetta”.
Lo dichiarano insieme ad altre associazioni animaliste e ambientaliste, in merito al Disegno di legge 1552 sulla tutela della fauna selvatica e la regolamentazione della caccia, la cui discussione va ad avviarsi nell'aula del Senato e che tante contestazioni sta suscitando.
IL NOSTRO INTERVENTO
Il Disegno di legge 1552 è un concentrato di misure distruttive per gli animali, la natura e violazioni comunitarie e costituzionali: caccia durante il vietatissimo periodo di migrazione pre riproduttiva degli uccelli; soppressione dei pareri scientifici dell'Ispra; apertura illimitata della caccia nelle aziende faunistico-venatorie; estensione della caccia in aree interdette come parchi, demanio e spiagge; rilancio della pratica aberrante dei richiami vivi, già oggetto di procedura di infrazione europea e tanto altro ancora.
Di fronte a tutto questo, il ministro Pichetto Fratin non solo non ha agito, omettendo completamente di esercitare la sua funzione di massima autorità nazionale nel campo della protezione dell'ambiente, ma ha sostenuto la riforma, fino all'atto inaudito di occultare la lettera di contestazioni della riforma da parte della Commissione europea e, una volta scoperta, svilirne il significato.
Possiamo sperare che questo governo abbia termine prima di chiudere questa vergognosa pagina della nostra storia repubblicana.
Difficile credere che questi episodi possano avere origine solo da eventuali predazioni subite dagli agricoltori. Questo gesto sembra più essere una sfida che una vendetta, lanciata nei confronti del Parco e degli organi di vigilanza. Da quel che appare due potrebbero essere ipotesi sui responsabili: un solo uomo che ha deciso di sfidare tutti commettendo un crimine odioso, convinto di poter restare impunito, oppure una pluralità di soggetti che si sono coordinati per eseguire il disegno criminoso. Ma quest'ultima ipotesi, sotto il profilo investigativo, appare, seppur possibile, meno probabile.
Spargere bocconi avvelenati è un comportamento criminale che mette in pericolo la collettività
Lo spargimento di bocconi avvelenati sul territorio espone a un reale pericolo non solo la fauna selvatica ma anche gli animali domestici e non ultimo le persone. Un rischio evidentemente accettabile per chi ha sparso le esche, che hanno originato questa piccola ma significativa strage, in un territorio che dalla presenza dei selvatici e del Parco trae grandi benefici. Con la sola esclusione di chi abbia animali liberi al pascolo, non adeguatamente protetti che, seppur indennizzato dal Parco, potrebbe aver deciso di regolare i conti seguendo gli antichi sistemi. Ipotesi possibile, ma poco credibile per le modalità di esecuzione degli episodi.
Il risultato di questa azione è stato quello di coagulare intorno a questi episodi i più disparati attori, che pur in contrasto con i predatori, non potevano certo avvallare un comportamento criminale. Così da Coldiretti alle altre associazioni di categoria è stato tutto un fiorire di prese di distanza e di condanna degli avvelentatori. Posizioni spesso assunte per comodo, per ruolo, spesso molto poco convinte ma reali. Ovviamente è stata espressa ferma condanna da parte del Parco e di tutte le associazioni protezionistiche. Perché, la storia insegna, quando si passa la misura anche chi non vorrebbe i predatori piange, lacrime di coccodrillo ma piange!
I bracconieri non brillano mai per lungimiranza, ma mettere in piedi un'azione di questa portata ora, con gli abbattimenti alle porte, è stata veramente una grande dimostrazione di ottusa stupidità. Con tutti i rischi connessi perchè i reati commessi, numerosi e collegati fra loro, potrebbero far scattare ipotesi gravissime se commessi da più persone organizzate. Per questa ragione, mai dovessi scommettere, punterei tutto sull'ipotesi di un solo attore, sociopatico, narcisista patologico e disturbato.
Siamo tornati agli avvisi di taglia, messi dalle associazioni sulla testa degli avvelenatori
Diverse organizzazioni hanno promesso ricompense a chiunque sia in grado di dare informazioni sugli autori degli avvelenamenti. Un comportamento che può non piacere, ma che certo può stimolare qualcuno a guadagnare in modo facile qualche migliaio di euro. Del resto,a Giuda in avanti, sono stati tantissimi gli emulatori che hanno cercato vantaggi fingendo di aiutare la giustizia. Non mi piace, ma posso capire chi pensa che "a brigante, brigante e mezzo", possa essere il giusto modo di comportarsi con i delinquenti. Sono convinto e spero che, per una serie di motivi, questo crimine non resterà impunito e probabilmente non sarà nemmeno ricommesso a breve. Criminale sicuramente, ma stupido non è affatto detto.
Aziende contro la caccia: dopo Lush arriva anche Almo Nature e lo scontro con il mondo venatorio diventa inevitabile! Le due aziende, note per il loro impegno sociale, hanno deciso di schierarsi senza tentennamenti contro il mondo della caccia. Una realtà che in Italia conta sempre meno appassionati ma che muove un volume d'affari stimato intorno agli 8,5 miliardi di euro. Una cifra importante che, in parte, è legata anche al mondo del petfood che è il cuore dell'attivita degli interessi di Almo. I cacciatori, per il mantenimento dei loro cani, sono potenziali clienti del brand italiano che, schierandosi apertamente contro la caccia, sembra andar contro ai propri interessi.
Lo spot di Almo, trasmesso su molti canali televisivi e sui social, potrebbe sembrare un atto tanto coraggioso quanto suicida, considerando che non è usuale che un'azienda "impallini" il proprio mercato. Ma nelle grandi imprese, anche quelle come Almo a vocazione benefit, nulla accade per caso e le scelte vengono sicuramente ponderate. Del resto Almo Nature e Fondazione Capellino non sono nuove alle provocazioni e lo avevano già dimostrato sostenendo gli allevatori nel mantenimento dei cani da guardiania per la protezione dei propri animali dalle predazioni. Schierandosi a favore della tutela del lupo, contro abbattimenti e bracconaggio.
Federcaccia accusa Almo Nature di ipocrisia, visto che vende scatolette con carne di cinghiale
L'apertura delle ostilità nasce in modo prepotente con il disegno di legge che il centrodestra, sempre compatto quando si tratta di difendere la caccia, sta cercando di far approvare in parlamento. Un provvedimento davvero assurdo che struttura un attacco senza precedenti alla fauna, che se approvato farebbe fare alla normativa un salto nel passato. Quasi un ritorno alla legge sulla caccia promulgata nel 1939, in pieno fascismo, che classificava i predatori come nocivi, consentiva l'uso di veleno e tagliole e promuoveva più un sistematico sterminio che una reale gestione. Una normativa che, se approvata, ci causerebbe infiniti contenziosi con L'Unione Europea, con sicure condanne che peserebbero sulle tasche di tutti gli intaliani.
Contro il DDL ribattezzato "sparatutto" si sono schierate non solo le associazioni protezionistiche, ma anche il mondo scientifico, quello della cultura e, recentemente, anche le aziende come Lush e Almo. Facendo imbestialire, fra i tanti, il presidente di Federcaccia Massimo Buconi che ha dichiarato "Ma sul fatto che una azienda produttrice di alimenti per animali a base di carne e pesce, cinghiale compreso, consideri ingiustificabile la caccia, veramente nessuno trova qualcosa di strano e incoerente?". Insomma la guerra è aperta ma, per una volta, la disparità delle risorse potrebbe fare la differenza nella comunicazione. Almo batte infatti le associazioni venatorie per visibilità e qualità del messaggio, nonostante tutto. Facendosi perdonare anche immagini di lupi e cervi che di
Per una campagna perfetta di Almo Nature serviva un pizzico di coraggio in più
A supporto della campagna Almo Nature fornisce un dossier sulle motivazioni che l'hanno spinta a realizzare questa campagna e a schierarsi apertamente contro la caccia. Per dimostrare al mercato che essere contro la caccia oggi, come sostengono da decenni le associazioni di protezione degli animali, significa essere dalla parte dei cittadini. Contro una minoranza che vuol disporre di un patrimonio collettivo. Per questa ragione Almo ha da tempo arruolato comunicatori fra i naturalisti, per riempire di contenuti quelle che potevano essere campagne basate solo sulla spinta emotiva.
Quello che è mancato, a mio parere, è stato il coraggio di andare fino in fondo, tirando una stoccata alla politica. Il disegno di legge di cui si discute è palesemente contro gli interessi della collettività, pesantemente sbilanciato per favorire i cacciatori. Questo avrebbe permesso di fare un affondo contro i partiti che l'hanno proposto, considerando questa proposta di legge un atto che va contro agli interessi dei cittadini. Un attacco alla natura che danneggerebbe la collettività sotto il profilo naturalistico ma anche dal punto di vista economico e di sicurezza pubblica. Questo coraggio però è mancato, probabilmente ancora una volta grazie ai sondaggi, che vedono il centrodestra in vetta alle preferenze degli italiani. Peccato!
La caccia riparte in anticipo con le elezioni amministrative alle porte perché nessun partito vuole rischiare di perdere il consenso dei cacciatori. Questo nonostante i cambiamenti climatici abbiano già creato sufficienti problemi alla fauna e contribuiscano a allungare la stagione riproduttiva. In questo contesto l'attività venatoria, seppur limitata a poche specìe rispetto all'apertura generale, rappresenta un danno che si sarebbe dovuto evitare.
Sicuramente questo governo è filovenatorio, decisamente schierato a fianco dei cacciatori, ma bisogna notare come anche l'opposizione segua quest'onda. Se la destra è più sfacciata, con proposte indecenti che ci costerebbero multe milionarie da parte della comunità europea. non è che la sinistra sia la casa dei paladini della fauna selvatica. Se qualcuno si chiede il motivo di questa scelta, che pare controccorrente rispetto alle nuove sensibilità la risposta sta nelle urne. Gli elettori sensibili al problema, al contrario dei cacciatori, votano sempre meno. Senza preoccuparsi troppo delle conseguenze.
Una dimostrazione di questo, purtroppo, c'è stata con la recente proposta di legge per l'abolizione della caccia: fime raccolte ma con numeri non entusiasmanti. Gli amanti della natura sembrano molto attivi sui social, ma non sono altrettanto quando bisogna investire dieci minuti per metterre una firma utile. Eppure è stato scritto e detto in tutte le lingue che il numero delle firme raccolte sarebbe stato politicamente importante.
Non c'è voto di scambio quando gli ambientalisti non hanno nulla da offrire
Inutile girarci tanto intorno: i cacciatori hanno ascolto perché votano, gli ambientalisti ne hanno molto meno perché non rappresentano una forza coesa. Concetto semplice, realtà facile da analizzare anche se in pochi sono quelli che vogliono ammetterlo. Però diventa difficile, per usare una metafora bellica in sintonia con questi tempi orrendi, fare la guerra se i disertori sono molti di più dei combattenti. E la battaglia è fatta di numeri, ma gli unici che la politica riconosce come validi sono quelli dei voti e, in misura minore, quelli dei sondaggi.
L'argomento è complesso, spinoso e se ne parla poco e malvolentieri ma non si riesce comunque a nascondere la realtà. Ambientalisti e ecologisti sono molto meno attivi dei cacciatori, forse perché questi ultimi non difendono un'idea ma una passione. Se questa considerazione è reale occorre cambiare strategia e comportamento, per non continuare nel lasciare a questa pessima politica mano libera su fauna e ambiente (e non solo). L'elefante nella stanza, anzi la volpe nel pollaio, dimostra come si chiacchieri tanto ma si agisca poco. Con buona pace dei volponi della politica.
Una deriva che in Europa ha colpito anche il lupo, come dimostra il declassamento recente e l'inizio di una stagione fatta di abbattimenti, certo inutili ma popolari nella demagogia populista. Un contentino a un'altra compagine compatta che mette paura ai politici: quella degli allevatori che in tutta la UE vengono tradotti in milioni di consensi. La sintesi? Cercare di contare davvero, diversamente la tutela della natura rischia di diventare argomento invisibile di cui tanto si parla, senza arrivare a punto.
Caccia e politica: serve un salto di qualità nella tutela faunistica perché il patrimonio naturale non può essere dato in concessione al mondo della caccia. In Italia non è mai stato rotto il cordone ombelicale che lega gli animali selvatici al mondo venatorio, al di là di buoni propositi mai tradotti in risultati concreti. Un rapporto che uccide, non solo la fauna, ma il concetto che il mondo naturale sia un patrimonio collettivo. Un principio più volte enunciato nella normativa ma sempre disatteso nella realtà.
In un paese anche solo normale la tutela della fauna non dovrebbe mai diminuire, solo per favorire una componente elettorale. Per senso di responsabilità non dovrebbe essere consentito nulla che possa mettere in pericolo la biodiversità italiana. Meno che mai questo dovrebbe essere permesso solo per uno scambio fra concessioni fatte e voti ricevuti. Invece, come dimostra purtroppo il progetto di legge filovenatorio che presto sarà discusso in parlamento, lo spirito del legislatore è molto diverso. Accomodante verso i cacciatori, assente nella tutela faunistica,
Una realtà incontrovertibile ma anche dai contorni incredibili: la stragrande maggioranza degli elettori è contraria alla caccia. Lo dicono i sondaggi che attestano, in modo inequivocabile questa realtà da decenni. Ma nonostante questo i cacciatori, pur essendo in costante decrescita, hanno sempre un grande peso elettorale, e quindi politico. Una realtà che ben fotografa la differenza fra l'importanza delle idee rispetto alla difesa corporativa di un'attività pratica, come appunto la caccia. Troppi elettori si sperticano a favore dei diritti animali sui social, ma poi disertano le urne. Oppure votano, ma senza fare scelte che si basino in via predominante sulla questione ambientale.
Caccia e politica: serve un salto di qualità nella tutela faunistica grazie a cittadini attenti e schierati
La difesa dei diritti animali spesso viaggia su canali emotivi, che non solo non garantiscono attenzioni e diritti universali, ma portano anche a una derisione degli amanti degli animali. Visti come una componente che viene spesso liquidata come "pancina". Definita come composta da persone di grande emotività e di poca reale preparazione, più attenta a cani e gatti che ai diritti degli altri animali. Una componente contraria alla caccia, ma troppo spesso poco disponibile a investire tempo per dimostrarlo. Lo attesta il numero di firme, ancora basso, di adesione alla proposta di legge di iniziativa popolare che mira a abolire la caccia. Progetto utopico che, però, segue un disegno politicamente concreto.
Il progetto di arrivare all'abolizione della caccia non è solo quello di accarezzare un'utopia. Ben sapendo che in questo momento sarà impossibile arrivare a una chiusura completa. Ma non deve sfuggire il valore politico che ogni firma rappresenta, con un peso che potrebbe essere in grado di condizionare positivamente il parlamento. Per arrivare all'esame della proposta di legge basterebbero 50.000 firme, ma per dar corpo a questo progetto sarebbe importante raccoglierne un milione e più. Per dimostrare che la nostra comunità è davvero attenta alla tutela della biodiversità e ai diritti degli altri animali.
La battaglia per tutelare la fauna selvatica può essere vinta
Ogni voto conta e per questo è necessario che ci sia una mobilitazione, per far firmare questo progetto di legge dal maggior numero di persone possibile. Lo si può fare in modo digitale, con lo SPID, la carta di identità elettronica (CIE) e con la Carta Nazionale dei Servizi (CNS) oppure informandosi presso il proprio Comune di residenza se non si è in grado di usare gli strumenti digitali. Inutile nascondersi che dal successo di questa iniziativa potranno dipendere i risultati di molte altre azioni per la tutela dei diritti animali. Ogni cittadino può fare la sua parte e sono certo che saranno 5 minuti ben spesi, se saremo in tanti ad averlo fatto!
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