Cani randagi dalla Sicilia alla Calabria: le scorie del randagismo che si cerca di stoccare al minor costo

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Cani randagi dalla Sicilia alla Calabria, sono le scorie di un randagismo mai gestito, stoccati in canili che vincono gli appalti sulla base dei costi. La gestione dei randagi deve costare il minimo possibile, poco importa se questi animali non avranno futuro. I canili gestiti secondo le logiche della maggior economicità sono un danno per tutti: per i cani e per chi paga. Una permanenza che difficilmente sarà interrotta da un’adozione, perché spesso questi cani soltanto mantenuti in vita, senza preoccuparsi del loro benessere. Così con il tempo non avranno alcuna reale possibilità di trovare una casa.

cani falchi tigri e trafficanti

Per questo definirli “scorie del randagismo” risulta essere tanto triste quanto appropriato. La storia inizia ancora una volta in Sicilia, terra martoriata da una pessima gestione del randagismo che dura da sempre. Una parte dei cani custoditi in una struttura di Messina, il canile Millemusi, finiranno in Calabria, a Taurianova, in un ricovero amministrata da un commissario perché il titolare si trova in carcere. Un indizio abbastanza preciso che definisce i profili di quanti si occupano di mantenere in vita questi animali. Che non significa renderli adottabili e tantomeno garantire il loro minimo benessere.

Saranno più di un centinaio i cani che attraverseranno forzatamente lo Stretto, mentre altri 320 animali, resteranno al canile Millemusi. Con un costo stimato per l’amministrazione pubblica, per un solo anno, di un milione e centoventicinquemila euro. Una cifra enorme, che non servirà a garantire il benessere degli animali, con un affidamento che dura solo 12 mesi. Al prossimo appalto i cani potranno nuovamente essere spostati, secondo criteri di convenienza. Una situazione che ha fatto infuriare animalisti e politica, che poco se non nulla potranno fare per impedire il trasferimento, dopo tre bandi annullati.

Cani randagi dalla Sicilia alla Calabria, animali sempre in viaggio ma difficilmente per avere una vita migliore

Questa ennesima situazione di pessima gestione del randagismo dimostra come per il cancro del malaffare e dell’inazione politica non sembra esserci cura. Dopo trent’anni dalla promulgazione della legge 281/91, che ha vietato l’abbattimento dei randagi, la questione del randagismo è sempre ferma al palo nel centro/sud Italia. Nei canili del nord la situazione nel tempo è migliorata, anche se non completamente risolta a causa del randagismo di ritorno: cani trasferiti dal Sud al Nord, spesso con criteri molto approssimativi, come è stato più volte scritto su questo blog e come emerge da questa diretta.

Continuando ad avere questo approccio al fenomeno del randagismo appare evidente che il problema non sarà mai risolto, eppure ci sarebbero molte opportunità nel cambiare metodo. Con modalità che possano garantire maggior benessere agli animali, diminuire sensibilmente i costi per le amministrazioni pubbliche e interrompere il flusso di denaro verso soggetti di dubbia moralità. Certo i sistemi ci sarebbero, ma la politica dovrebbe fare un passo indietro e affidarsi a persone competenti, che da tempo dicono che i canili non sono la soluzione. Inascoltati, quasi sempre, nonostante i risultati ottenuti con qualche Comune virtuoso. Come successo a Vieste grazie al progetto “Zero cani in canile” di Francesca Toto.

I cani sono le vittime talvolta anche delle scelte politiche fatte dalle associazioni che si occupano di tutelarli

Non vengono accettati nemmeno i trasferimenti proposti da associazioni estere, che si propongono di trovare nuovi conduttori dei cani fuori dall’Italia. Un fatto che avviene per l’opposizione di alcune organizzazioni nazionali di tutela degli animali. Associazioni da sempre contrarie alle adozioni internazionali, senza avere però dimostrato la capacità di creare realmente l’alternativa. Se dopo decenni ci si trova ancora a considerare i randagi come rifiuti appare evidente che non sia sufficiente protestare. Occorre impegnarsi creando sinergie, abbandonando pregiudizi e evitando di voler a tutti i costi accontentare la parte meno attenta. aperta e informata dei loro sostenitori.

Nel frattempo i cani restano in mezzo a una contesa che poche volte trova soluzione. Diventano vittime inconsapevoli di differenze e distinguo, di politiche poco attente delle amministrazioni che, specie al Sud, pensano di poter risolvere tutto ingabbiano i cani, un po’ come nascondere la polvere sotto il tappeto. Nel frattempo non si vedono all’orizzonte significative modifiche legislative sui temi del commercio degli animali, della loro sterilizzazione e del possesso responsabile. Così il rischio è che il randagismo si perpetui ancora per decenni e che sia usato dalla mala politica per elargire favori.

Serve un cambiamento del modo di pensare, delle modalità di agire perché é necessario fare cultura, diffondendo messaggi intelligenti che aumentino le informazioni di quanti sono sensibili alla causa degli animali. Non ci può essere vero amore quando non vi è conoscenza, educazione, formazione e rispetto. Non è possibile continuare a credere che basti toccare le corde delle emozioni, parlando di pelosetti e adozioni del cuore, per essere davvero utili alla causa dei diritti degli animali. Una nuova cultura deve percorrere il paese da Nord a Sud, capace di raccontare alle persone quanto sia importante e giusto comprendere i bisogni e riconoscere i diritti degli animali.

Cani sempre in viaggio: l’eterno trasloco dei randagi

Cani sempre in viaggio

Cani sempre in viaggio, sballottati come se fossero pacchi postali per far risparmiare qualche euro alle amministrazioni pubbliche sui costi di custodia. Oppure solo per mettere “una pezza” a situazioni inaccettabili di canili da anni senza manutenzione e oramai ridotti allo sfascio.

Storie di ordinaria Italia che sul contrasto al randagismo è indietro di anni luce. Avvenimenti che si ripetono in tutto il centro-sud dello stivale perché dopo anni di proteste e molte pressioni al Nord la situazione è decisamente migliore. Se non fosse per i randagi che, con i metodi più fantasiosi, alimentano il randagismo secondario. Quello che sta riempiendo le strutture del nord Italia con cani che arrivano dal Sud.

Con la complicità di un tamtam incessante che usa i social, talvolta con giudizio dando una reale prospettiva al cane che viene offerto. Molte volte, troppe, con irruente emozionalità che crea danno e altre ancora solo per guadagnare un po’ di euro. In nero, senza fattura, senza andare troppo per il sottile, senza pensare al benessere degli animali.

Cani sempre in viaggio, ma spesso senza speranze

La situazione di molti canili italiani è allo stremo: da Roma a Palermo per passare attraverso realtà grandi e piccole. Del resto se non mette mano al contrasto del randagismo e alla riproduzione dissennata non si arriverà mai a risolvere il problema. Con grande soddisfazione di tantissimi gestori di canili che guardano ai randagi come gli albergatori ai turisti cinesi: un flusso inarrestabile di portatori di soldi.

L’ultima protesta che approda sulla stampa di oggi riguarda i cani di San Giovanni Rotondo, che l’amministrazione sembra voglia trasferire al canile di un’azienda privata a Bari. Che probabilmente potrebbe aver già raggiunto il massimo della capienza, secondo quanto afferma l’ENPA in un articolo pubblicato sul quotidiano online foggiatoday.it.

Passata la kermesse elettorale, con tutte le promesse al seguito, comprese quelle del ministro Salvini di far eseguire controlli a pioggia nei canili, sarebbe ora di agire. Seriamente e su più fronti: riduzione del commercio, sterilizzazione, contrasto al vagantismo e all’elusione dell’obbligo di iscrivere i cani in anagrafe.

La vera battaglia si combatte sulle strutture

Per arrivare alla madre di tutte le battaglie: siano finalmente fatte rispettare le norme e tutti i comuni si dotino di strutture, singole o consortili, che fungano da ricoveri per gli animali da compagnia abbandonati o sequestrati. Dotate di ambulatorio veterinario in grado di aiutare i cittadini in reale difficoltà.

Strutture che finalmente possano fare prevenzione e educazione, sterilizzazioni e assistenza sanitaria per gli indigenti e che siano in grado di ospitare tutte le specie animali che popolano, purtroppo, le case degli italiani. Dalla cavia al pappagallo, dal rettile al canarino. Oggi, quando questi animali sono ritrovati, perché scappati o abbandonati, per cercare di collocarli ci vuole la pazienza di Giobbe e le capacità di fare giochi di prestigio di Houdinì.

Se lo Stato permette di tenere in casa un pitone poi si deve anche occupare di dove metterlo quando questo viene abbandonato o “scappa” fra le esultanze del detentore. Diversamente, e sarebbe proprio una gran bella idea, vietiamo queste vendite e fermiamo il commercio di moltissime specie animali.

Quattro conti in tasca al randagismo canino

quattro conti in tasca al randagismo canino

Fare quattro conti in tasca al randagismo canino, sfogliando il dossier Animali in città di Legambienteevidenzia l’esborso di cifre rilevanti che vanno però quasi tutte in unica direzione: i canili.

Ma se i canili assorbono quasi tutte le risorse e non servono a contrastare i fiumi di cani che derivano da riproduzioni incontrollate, inconsapevoli, irresponsabili perché non si cercano soluzioni diverse? Se la contrazione del randagismo fosse il core business di un’azienda privata questa avrebbe da tempo i libri in tribunale.

Secondo i dati di Legambiente, raccolti in modo molto attento valutando le metodiche impiegate, emerge che oltre il 76% delle risorse destinate a questo capitolo di spesa sono state assorbite dalla gestione dei canili e dal mantenimento degli ospiti, con standard qualitativi che vanno purtroppo dal canile lager alla struttura modello. Tutto questo ha ovviamente un costo che tradotto in moneta ammonta a 97.000.000, dico 97 milioni, di euro per il solo anno 2014. Stupisce il dato che riguarda la gestione delle strutture che nel 54,79% dei casi è svolta da associazioni e solo nel 34,24% risulta essere in mano a aziende o cooperative.

Questo dato andrebbe letto anche in modo diverso e cioè in che percentuale comuni, aziende e associazioni gestiscano il numero complessivo di cani presenti e forse letto così potrebbe riservare delle sorprese. Le aziende spesso gestiscono canili da moltissimi posti e quindi potrebbero essere percentualmente meno, pur gestendo un numero di cani molto più alto.

Altro tasto dolente risulta essere l’anagrafe canina, ancora gestita a macchia di leopardo dalle regioni, senza un unico sistema informatico nazionale dalla cui mancanza deriva l’assenza di un unico database.

Nel 2014 la maglia nera dei cani anagrafati spetta a Avellino con la poco edificante media di un cane ogni 722,2 cittadini, seguita a distanza da Grosseto con un cane ogni 341 abitanti. Una voragine in cui sono scomparsi migliaia di cani mai iscritti in anagrafe, considerando che la media nazionale residenti/cani risulta essere di un cane ogni 7,87 abitanti. Fino a che la popolazione canina e felina non sarà iscritta nella quasi totalità in anagrafe da questi animali fantasma deriverà una quota importante di randagi.

Legambiente parla poi di un tasso molto variabile per il destino dei cani che entrano in canile: in alcuni capoluoghi ogni 4 cani catturati ben 3 trovano una soluzione (comprese le restituzioni ai proprietari per smarrimento) mentre ci sono casi, come Trapani, dove per ogni 30 cani incanilati solo uno trova una soluzione positiva, andando ovviamente a creare sacche di cani destinati a una detenzione infinita nei canili.

Secondo quanto dichiarano a Legambiente Comuni e ASL sparse sul territorio quasi tutti sono in prima linea nel controllare il rispetto delle normative poste a tutela degli animali, affermando addirittura che in due comuni su tre, fra i capoluoghi di provincia, esiste un servizio dedicato di polizia locale. Sono i misteri di un paese che pare esserci sulla carta e dentro le statistiche ma che troppo spesso scompare quando qualcuno alza il telefono per richiedere un intervento. La realtà racconta però altro e dimostra con la sola cronaca che, dagli allevamenti ai canili, i maltrattamenti sono all’ordine del giorno nonostante i controlli. Troppe volte le sanzioni vengono applicate a seconda della convenienza dei controllori: maggiori le sanzioni amministrative che entrano nelle casse di chi eroga il servizio, minori le più severe sanzioni penali per le quali ASL e Comuni non incassano nulla.

Un mondo fatto di molte sfaccettature, di dati che non corrispondono alla realtà dei fati e che, talvolta, sono solo verosimili. Così ci si continua a dibattere, specie nelle regioni meridionali, in situazioni inaccettabili per quanto concerne il randagismo. Soprattutto senza vedere prospettive di risoluzione.

 

Dossier Animali in città 2016 - Legambiente

La migrazione del cane randagio non ferma il randagismo

la migrazione del cane randagio

La migrazione del cane randagio non ferma il randagismo, non avviene secondo logiche che favoriscano la sua adozione ma solo per motivazioni economiche. Così i Comuni credono di contenere i costi di mantenimento senza farsi troppe domande, come se il ribasso risolvesse tutti i problemi.

Che il randagismo sia un grande affare per chi lo gestisce è un dato certo, che non ha possibilità di essere smentito, considerando che ogni anno si spende certamente di più per mantenere i randagi, gli indesiderati, gli abbandonati e i rifiutati che non per combattere il fenomeno che è causa della loro esistenza.Troppo spesso la gestione avviene secondo una sola logica: quella degli appalti affidati secondo l’inaccettabile criterio del massimo ribasso.

Alla fine anziché cercare di chiudere il rubinetto che alimenta il randagismo – con attività concrete che limitino le nascite, contraggano il commercio e obblighino a adozioni responsabili – la pubblica amministrazione cerca  spesso soltanto di risparmiare con tutti gli anelli che compongono la catena di responsabilità: Stato, Regioni, Prefetture, Comuni, ASL e ATS a seconda delle denominazioni regionali.

Tutti, salvo pregevoli eccezioni che non rappresentano la maggioranza, con le loro responsabilità, tutti con la loro parte di colpevoli omissioni che continuano a mantenere a livelli inaccettabili il randagismo, disperdono fondi pubblici per arricchire una moltitudine di privati sul territorio della penisola, spesso senza alcun criterio di reale efficienza che coniughi e declini le varie necessità.

Recentemente, proprio grazie alle famose gare al massimo ribasso è accaduto che un un numero importante di cani sia stato trasferito dalla Sicilia alla Campania, soltanto in base al crititerio determinante di un risparmio sull’offerta economica della gara.

Questa è la dimostrazione di una mancanza di comprensione del problema da parte di molti amministratori pubblici, sia nello stilare i criteri che presiedono le gare, sia nel non fissare un decalogo che introduca e fissi dei parametri che siano più determinanti del solo prezzo, almeno sotto il profilo del risultato di medio periodo.

Senza alimentare la migrazione del cane randagio, che come i carri armati ai tempi della guerra, appaiono e scompaiono secondo convenienza. 

Provo a dare una schematizzazione di questo pensiero:

  • il costo di gestione di un cane deve essere quantificato all’interno di una forchetta che non deve avere troppe variazioni. I costi (mantenimento, custodia, cure, gestione del benessere) non possono essere appaltati con la logica del massimo ribasso, che troppo spesso corrisponde al minimo benessere;
  • la riduzione dei costi complessivi passa dalla capacità di far scendere il tempo medio di permanenza dei cani nei canili, tramite un’efficace attività di adozione senza ricorrere a incentivi economici per gli adottanti che siano diversi da voucher per la cura degli animali;
  • il trasferimento dei cani fra strutture che siano molto distanti dai Comuni che appaltano il servizio agevola le possibilità di truffa ai danni delle amministrazioni e se questo avviene in regioni diverse, ma con un tasso di randagismo altrettanto elevato, rappresenta un’attività scellerata: la capacità di assorbimento del territorio di destinazione sarà uguale/inferiore a quella di origine e quindi questo comporterà, con buona probabilità per i cani, di passare dallo status di ospiti temporanei a quello detenuti in via definitiva;
  • la distanza dai luoghi di origine inoltre allontana dal territorio il problema costituendo così un fattore negativo anche sotto il profilo psicologico, alterando nel cittadino la percezione del fatto che il randagismo sia un problema della comunità i cui costi vengono spalmati sull’intera collettività. Il Comune, infatti, non ha più un canile sul territorio e se lo ha questo ospita solo pochi animali, avendo (de)portato gli altri altrove;
  • il Comune ha difficoltà di controllo sulle modalità di gestione, adozione e reale permanenza dei cani e le visite iniziali, fatte generalmente per tranquillizzare quanti hanno protestato contro queste iniziative, non costituiranno verifiche continuative ma, al massimo, azioni spot scarsamente utili;
  • il punteggio più alto al progetto dovrebbe essere dato valutando criteri legati alla capacità di usare un adeguato e procedurizzato programma di match fra adottanti e cani che rappresenta il miglior modo per evitare adozioni sbagliate, con conseguente ritorno degli animali in struttura o detenzioni in condizioni inadeguate quando non di maltrattamento.
  • Le strutture devono essere accoglienti al fine incentivare le visite, gestite da operatori capaci di esercitare attività di marketing in grado di stimolare le adozioni, anche attraverso una buona gestione dei canali social media;

I canili non devono essere luoghi di detenzione, solo posti di passaggio in cui dare alla maggioranza degli ospiti la possibilità di trovare una nuova casa, di non gravare sulle strutture pubbliche. Ma perché questo avvenga, come al Monopoli, si riparte dal via: sterilizzare, educare, disincentivare il commercio, educare a un possesso responsabile.

Basterebbe capire che la migrazione del randagio non ferma il randagismo che, come tutti i problemi, per essere risolto va affrontato non va delocalizzato, non va fatto dimenticare.

 

 

 

I cani della Sicilia finiscono in Campania

Parlo di randagismo con Angelo Vaira e Rosita Celentano durante la trasmissione "Chiedimi se sono felice" del 26 febbraio 2017

Palermo, Sicilia, Italia e il randagismo endemico

Palermo, Sicilia, Italia e il randagismo endemico

Sono sempre gli ultimi della terra, quelli in difficoltà, che devono migrare, che devono patire la sofferenza del distacco, della lontananza, dell’altrui diffidenza. La Sicilia è stata ed è tuttora, seppur con diverse connotazioni, terra di migranti, ma anche di immigrati che fuggono dalle tante guerre.

Una regione così bella di quest’Italia, altrettanto bella quanto impossibile, nella quale non migrano solo le persone, ma anche i cani.

Scorrendo questa mattina le notizie sul sito di  Geapress, unica agenzia giornalistica che si occupi esclusivamente di animali e ambiente proprio dalla Sicilia, ho letto un articolo sul Canile di Palermo e ho subito pensato fosse un errore, la notizia l’avevo già letta in precedenza! Purtroppo nel nostro Paese la realtà spesso supera la fantasia e perciò stiamo nuovamente parlando dello stesso canile fatiscente, dal quale sono stati trasferiti gli animali in Emilia Romagna più di un anno fa per poterlo ristrutturare, cosa puntualmente non accaduta e, quindi, eccoci ancora a dover ripetere un giro di giostra, con l’ipotesi più che concreta di un nuovo trasferimento di cani. Pochi lo dicono, ma i cani sono come i migranti: accomunati spesso in una vita di sventure, maltrattati e non voluti, che però costituiscono per qualcuno una grande fonte di ricchezza, troppo spesso illecita. Se qualcuno si scandalizzasse mai della similitudine è bene che legga fino in fondo: l’inchiesta Mafia Capitale, che è finita un po’ sottotono sui media ultimamente, come accade sempre da noi, ha dimostrato quanto i migranti rappresentino un pozzo di San Patrizio per la criminalità organizzata, spesso contigua e sovrapposta alla politica. Ogni migrante ha un costo, per ogni migrante c’è un profitto, spesso molto più alto del lecito, quasi sempre fatto a spese di chi dovrebbe essere accolto senza sfruttare la sua disperazione. Bene, lo stesso meccanismo viene messo in atto nella gestione del randagismo perché due sole possono essere le ipotesi: siamo capaci di andare sulla luna, ma non sappiamo debellare il randagismo oppure il randagismo sviluppa una rete fatta di economie reali e sommerse e talvolta di interessi personali non economici, che lo rendono un fenomeno imbattibile, un guerriero invincibile. Tanto sarebbe assurda e incomprensibile la prima ipotesi, tanto è purtroppo reale la seconda.

Dietro la gestione di molti canili, non certamente tutti, si cela un giro d’affari milionario che per poter continuare a funzionare deve essere sempre tenuto sotto controllo, mantenuto e, soprattutto, alimentato. La non gestione del randagismo grazie all’inerzia, ma talvolta anche alla collusione, degli amministratori, rappresenta la miglior garanzia per la perpetuazione sine die dei canili, dei canili lager, dei maltrattamenti degli animali e del fiume di danaro che questo settore genera. Da una parte ci sono i randagi, con la loro sofferenza, che patiscono il tradimento del patto che l’uomo aveva stretto con il cane, dall’altra gli speculatori, quelli che sui cani fondano le loro ricchezze, ma anche il potere di corrutela che esiste, inutile negarlo, e che genera rapporti criminogeni fra controllori e controllati; questo, in particolare al sud del paese, ma ovviamente non solo, ha consentito la creazione di strutture che ospitano centinaia e centinaia di cani, con poca speranza di avere un fine pena. Strutture che non sono in grado di dare benessere ai cani ospitati, ma solo di toglierli dalla strada per farli rimpiazzare da nuovi sventurati.

Questi sono i due poli del problema, ma probabilmente come in Mafia Capitale, sarebbe più importante analizzare la Terra di Mezzo, quella zona grigia dove il fenomeno si alimenta, cresce, si frammenta, mescolando persone per bene, talvolta con grande cuore ma scarsa capacita progettuale, associazioni, amministratori pubblici, proprietari di canili, veterinari, controllori e pubblici impiegati in un elenco infinito dove i pochi criminali riescono a tenere in scacco i più, ad impedire l’adozione di misure efficaci e a mantenere uno stato di fatto immutabile.

Randagismo in Sicilia - Canile Palermo

Carabinieri dei NAS controllano un canile in Sicilia

I cani provenienti dai canili lager spesso sono inadottabili, alienati da condizioni di prigionia inaccettabili, minati nello spirito e nel fisico e destinati a restare reclusi a vita oppure ad essere magari mandati al nord, grazie a un tam tam che viaggia su internet, che porta, con troppa frequenza, a fare adozioni sconsiderate, che alimentano nuovamente il fenomeno e non risolvono la sofferenza del cane. Ci sono persone che per dare una chance a un cane di un canile lager si giocano la pensione, altre magari che invece si assicurano guadagni proprio attraverso questa attività, lupi travestiti da agnelli che speculano sulla buona fede delle persone e sul benessere degli animali. Tutto questo avviene con le ASL che troppo spesso restano immobili oppure agevolano i trasferimenti dei cani dal sud al nord; così facendo c’è un problema in meno, un costo in meno e un dato positivo in più da inserire nelle tabelle ministeriali.

Il canile di Palermo è la prova provata di questo modo assurdo di gestire il problema, di questa non gestione del randagismo che porta i cani a dover subire un nomadismo non voluto, spesso dannoso per gli animali e soprattutto capace solo di rigenerare un problema e non di estinguerlo. In fondo basterebbe sedersi a un tavolo, senza estremismi, senza preconcetti e mettersi a fare due conti, semplici somme e sottrazioni che ci permettano di capire quanto, in termini di pubblico denaro, costi la non gestione del randagismo, il non realizzare un piano quinquennale a livello nazionale che segua le linee guida dell’OMS e l’adozione di provvedimenti eccezionali che limitino il continuo afflusso di cani, che impongano la sterilizzazione, che prevedano l’interdizione dal tenere animali per chi ha dimostrato di non essere in grado di gestirli, curarli oppure li maltratta. Invece chissà dove finiranno i cani di Palermo, e non solo di Palermo, trasferiti in altre regioni, sottratti di fatto a ogni controllo e magari destinati a restare in un canile a vita.

Non ho nulla contro le adozioni anche in luoghi lontani dall’origine del cane, ma solo secondo criteri inalienabili a garanzia del benessere degli animali. Criteri che impongano delle condizioni:

– essere sempre tracciabili, identificati con microchip e iscritti in anagrafe

– seguire protocolli che garantiscano la compatibilità fra cani ed adottanti, secondo criteri internazionali che sono un patrimonio acquisito

– affidare gli animali sempre e soltanto in strutture autorizzate e mai sulle strada, agli svincoli autostradali, nelle aree di servizio

– essere trasportati in modo tale da garantire il benessere degli animali, tutti muniti di idonea copertura vaccinale

La buona fede e la buona volontà di tante persone che si muovono autonomamente, senza controllo, sta creando problemi e anche molte proteste sulla rete da parte di chi ha adottato dei cani, garantiti sani ed equilibrati, magari di taglia piccola ed ha invece ricevuto un soggetto malato, mordace e di grossa taglia. Bisogna però dire che queste persone potranno anche fare degli sbagli  nella loro determinazione di aiutare gli animali, ma quelle che lo fanno rimettendoci i soldi di tasca loro e con grande fatica, nel disinteresse generale, meritano solidarietà per il loro impegno e i loro sacrifici, che non significa sempre poter condividere modi e obbiettivi.

Per arginare questo fenomeno, preoccupante, occorre però che il Ministero della Salute, le Regioni, le Amministrazioni pubbliche e le associazioni di tutela degli animali diano vita a un progetto globale per la gestione del randagismo, che dimostri la volontà di occuparsi seriamente del problema. Solo in questo modo il nomadismo dei cani, i viaggi della speranza, l’improvvisazione dovuta alla disperazione, ma anche il malaffare, la criminalità e i furbetti che con le adozioni dei cani si riempiono il portafoglio potranno avere fine.