Il vaso di Pandora degli allevamenti intensivi si sta dimostrando molto più pericoloso di quanto si credeva

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Il vaso di Pandora degli allevamenti intensivi sembra essersi rotto, pronto a liberare tutto il suo potenziale pericoloso per la salute di uomini e animali. Un rischio che è ben presente agli scienziati, ampiamente non considerato dall’economia e quasi sempre ignorato dai consumatori. Circuiti per decenni dalle immagini di maiali sorridenti che campeggiavano sulle pubblicità.

Una nuova e diversa pandemia, non legata al virus che ha causato il Covid19, sembra possa profilarsi all’orizzonte. Un quadro a tinte fosche che sta preoccupando non poco l’Organizzazione Mondiale di Sanità. Questa volta l’allarme viene da una forma virale di influenza che colpisce i suini, che hanno dimostrato la capacità di infettare l’uomo. Quello che si sta studiando è se anche questo nuovo virus possa diffondersi per contagio fra esseri umani.

Se dovessimo usare toni da libro giallo potremmo affermare che “H1N1” è tornato! Il virus che nel 2009 causò l’abbattimento di milioni di maiali in Cina si è nuovamente presentato, infettando maiali e molti operai che lavorano negli allevamenti intensivi. Creando il rischio di avere due ceppi virali diversi, e molto pericolosi, che convivono con tutti i rischi che questo fattore comporta. La nuova variante del virus H1N1 è stata battezzata G4 dagli scienziati.

Il vaso di Pandora degli allevamenti intensivi di animali: una bomba a mano a cui è stata tolta la sicura

I rischi sono chiari a tutti: due pandemie diverse ma contemporanee che dovessero flagellare il mondo, nello stesso periodo, rappresentano un’ipotesi che potrebbe trasformarsi in un’Apocalisse. Ma non sembra che il mondo abbia imparato molto dalla recente emergenza sanitaria legata al Covid19.

In un mix molto noto ai virologi di tutto il mondo, un virus simile a quello dell’influenza H1N1 responsabile della pandemia del 2009 è tornato a utilizzare l’organismo dei maiali per modificarsi, imparando ad aggredire l’uomo. E’ stato scoperto in Cina, nell’ambito di un progetto di sorveglianza avviato da anni per sorprendere sul nascere eventuali virus capaci di provocare pandemie.”

Tratto dall’articolo pubblicato da ANSA il 30/06/2020

La sensazione è che si stiano moltiplicando le operazioni di greenwashing per dare l’impressione di mettere in campo scelte virtuose, piuttosto che compierle veramente. E poche sono le voci che si sono levate contro gli allevamenti intensivi e tutto quanto comportano in termini di problematiche per l’ambiente, la salute e in sofferenza per gli animali.

La prima azione deve essere la chiusura degli allevamenti intensivi

L’industria della carne da decenni lavora per convincere i consumatori dell’indispensabilità dei suoi prodotti. Nonostante la carne si sia dimostrata più ricca di pericoli che di vantaggi per l’uomo e per l’ambiente. Mancano su questo prese di posizione politiche, che dichiarino con forza la non sostenibilità futura degli allevamenti intensivi. E dimostrino la volontà di operare un reale cambio di rotta.

Tempo di cambiare, tempo di capire ma anche di agire. Non si possono più rimandare scelte per rendere sostenibili le nostre attività, non è più tempo di chiudere gli occhi su sofferenza e rischi per la salute. Il governo italiano e la Comunità Europea devono essere parti attive per il cambiamento e i cittadini devono essere un costante sprone in questa direzione.

Gli allevamenti intensivi non sono meno pericolosi dei mercati umidi cinesi

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Gli allevamenti intensivi non rappresentano un rischio inferiore rispetto ai mercati umidi dell’Oriente. Solo un modello di sfruttamento degli animali diverso, oramai accettato dalla nostra cultura. Che si è abituata a mangiare senza farsi troppe domande, su provenienza e sofferenza, ma nemmeno sulla salubrità di quel che è nel piatto. Questa colpevole distrazione, che non riguarda solo gli animali, ma anche molte delle tematiche ambientali, ha consentito all’industria di ammaestrarci. Di farci diventare dei bravi consumatori.

Ancora oggi la consapevolezza non sembra essere messa al primo posto fra le nostre attività quotidiane, nonostante i mesi difficili della pandemia. E di quelli che ancora dovranno arrivare. Ma noi abbiamo bisogno di consapevolezza e informazione più di quanto possa essere importante il vaccino contro il virus. Le pandemie passano, ma se non si modificano i modelli di sviluppo che le hanno generate, non solo ritornano, ma devasteranno le nostre vite. Quello che certo non passerà senza azioni incisive è il disastro climatico.

Continuando a passare più tempo a contare i morti piuttosto che a lottare per il futuro dei vivi stiamo ipotecando il domani. Visto che sempre più studi dimostrano che una sola sia la salute e che si sia superata la soglia del buon senso. Quello che ci avrebbe dovuto impedire di andare a stanare i virus dalle foreste, di abusare nell’uso degli antibiotici negli allevamenti, di devastare e invadere i polmoni verdi ma anche quelli azzurri come gli oceani.

Allevamenti intensivi e mercati umidi sembrano soltanto diversi, ma sono inferni molto simili

Quello che per decenni le fabbriche delle proteine ci hanno raccontato, a proposito di salute e benessere è falso. E’ sempre stato falso, ma accettato come uno dei tanti ingranaggi tossici della nostra economia. Che spesso ha tritato vite, umane e non, senza farsi scrupoli. Per questo la pandemia dovrebbe essere vista come un vantaggio, che permetterebbe di far rinascere un’economia diversa e più rispettosa, dei diritti prima di ogni altra cosa.

Alla fine Kenneth Sullivan si è dovuto arrendere. Il 12 aprile scorso, l’amministratore delegato della Smithfield Food ha annunciato con uno scarno comunicato la chiusura a tempo indeterminato dello stabilimento di Sioux Falls, in South Dakota. Non poteva fare altrimenti: superati i 700 casi, la fabbrica era diventata uno dei principali cluster di contagio al Covid-19 degli Stati Uniti.

Dall’articolo “Gli allevamenti intensivi sono un disastro per l’ambiente e per la nostra salute” di Stefano Liberti per l’Espresso

Queste verità un tempo non avrebbero trovato facilmente spazio sulla stampa, in televisione, per non scontrarsi con il potere economico della pubblicità. Ma ora sono sempre più le testate che lottano per un informazione libera e indipendente, cercando l’aiuto dei lettori piuttosto che delle aziende. Dando modo al lettore di avere notizie più libere, meno condizionate. Per contro l’opinione pubblica dovrebbe essere interessata a questi argomenti, mettendoli al primo posto per il suo futuro. Che non possono essere solo la modifica delle nostre abitudini per le prossime vacanze estive.

L’Italia è uno dei paesi più belli del mondo per storia, luoghi e bellezze naturali. Nonostante le devastazioni ambientali operate negli ultimi 70 anni.

Per questo occorre capire che la nostra economia potrebbe essere basata su meno sofferenza, meno inquinamento e più diffusione di attività sostenibili. Che potrebbero diventare una fonte di reddito importante, facendoci vivere in un paese diverso e migliore. Un faro anche per l’economia europea.

Abbiamo ora tutte le possibilità per ricreare una filiera di attività green, senza restare imprigionati nel tentativo di far ripartire questo tipo di modello sviluppo. Basato su un eccesso di consumi, con una scarsa attenzione ai diritti degli esseri viventi più deboli e delle categorie più emarginate della nostra società.

Possiamo cambiare, dobbiamo pretendere che questa sia la strada che non solo il nostro paese deve intraprendere. Potremmo diventare un modello di sviluppo sostenibile., trovando il coraggio di guardare oltre a quanto succede nel nostro salotto di casa.

La strage di animali causata dalla pandemia è una tragedia silenziosa, senza riflettori

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Una civetta zibetto in un allevamento

In queste settimane è in atto una strage di animali causata dalla pandemia di Covid19 e sta avvenendo in tutto il mondo. Per ragioni molto diverse, ma con alla base sempre il sacrificio di diversi milioni di animali, spesso con metodi brutali. Su questa realtà, che ha differenti motivazioni, si sono volutamente spenti i riflettori. In parte perché tutto ora ruota intorno agli umani, in altra parte perché le industrie delle proteine preferiscono non parlarne. Per non contrariare i clienti.

In Cina il governo ha deciso di indennizzare gli allevatori di fauna destinata al consumo alimentare, per riconvertirli all’allevamento di specie domestiche. Sicuramente meno problematiche per quanto riguarda la possibile trasmissione di virus potenzialmente pericolosi per l’uomo. Come è accaduto per il virus SARS-CoV-19 che, compiendo il salto di specie dal pipistrello è passato all’uomo.

Secondo dati pubblicati dal giornale South China Morning Post l’allevamento di animali selvatici per usi alimentari vale in Cina qualcosa come 74 miliardi di dollari. Una cifra di tutto rispetto se consideriamo che si tratta di un settore molto di nicchia, che però occupa ben 14 milioni di persone. Numeri enormi rapportati a quelli italiani, molto più ridimensionati se vengono parametrati sulla popolazione cinese.

La strage di animali causata dalla pandemia colpirà indiscriminatamente in tutto il mondo dai maiali agli zibetti

Il governo cinese ha proposto di acquistare dagli allevatori gli animali selvatici, in cambio di una contropartita economica. Se infatti è vero che la Cina non ha ancora stabilito un divieto definitivo di allevamento e commercio di questi animali, altrettanto reale è la chiusura dei wet markets di fauna. E recentemente, secondo una notizia pubblicata da ANSA, la provincia di Wuhan ha vietato, per un periodo minimo di 5 anni, la vendita di animali selvatici e la riapertura dei mercati.

Nel frattempo tutti gli animali degli allevamenti da riconvertire saranno abbattuti. Nella provincia di Hunan gli agricoltori saranno pagati 84 dollari per ogni esemplare di istrice o di zibetto che consegneranno alle autorità, per essere avviati alla distruzione. Mentre un chilo di serpenti vale 17 dollari e i ratti del bambù valgono 75 yuan. Mentre chi vorrà allevare animali selvatici per la medicina orientale dovrà munirsi di un’apposita licenza. Eppure proprio dalle civette zibetto era partita, nei primi anni 2000, l’epidemia di SARS che aveva costituito la prova generale di quella in corso.

Ma se ad Oriente gli allevamenti stanno chiudendo e questo sarà solo un bene, risparmiando sofferenze e catture in natura degli animali, impossibile non sottolineare che questo, in un tempo molto breve, comporterà l’uccisione di milioni di animali. E se è vero che sarebbero morti comunque e che venivano allevati in condizioni di gravi privazioni è altrettanto vero quanto il mondo sia ora distratto dai diritti dei più deboli, di chi pagherà a caro prezzo i costi della pandemia.

Le fabbriche di proteine non causeranno minori sofferenze agli animali nel mondo occidentale

Occorre sfatare il mito che in Oriente succedano crudeltà che da noi non capitano. Certo le leggi sono diverse, ma anche il progresso culturale è differente: non ci può essere paragone fra un allevatore europeo rispetto ai contadini delle aree rurali più povere. Vite che calpestano il suolo della Terra nello stesso anno, pur vivendo, in termini di progresso, in secoli diversi. Così succede che anche in Occidente accadano stragi silenziosi, che avvengono nelle fabbriche della carne, lontano dai riflettori ma anche dalle attenzioni delle cronache.

Secondo un articolo pubblicato su The Guardian i produttori di maiali dello Iowa potrebbero dover iniziare a uccidere 700.000 suini a settimana, a causa del blocco dei macelli causato dal’epidemia. Con metodi e destinazioni delle loro carni molto discutibili, sia sotto il profilo della sofferenza animale che etici. La carne, per non far abbassare il prezzo, verrà avviata alla distruzione e non sarà nemmeno cedute alle organizzazioni caritatevoli. Che sotto la presidenza Trump non hanno avuto certo vita facile.

Stessa sorte è già toccata a due milioni di polli, che non potevano essere macellati per rifornire i mercati. E che sono stati uccisi con metodi disumani, come l’uso di schiume a base acquosa per soffocarli o l’interruzione dell’areazione forzata. Metodi che hanno fatto infuriare le associazioni di tutela degli animali come Mercy for Animals, che li hanno giudicati come causa di gravissimi maltrattamenti.

La realtà è che nel mondo si stanno producendo “animali” come se fossero automobili o televisori e non è più possibile arrestare la catena di produzione, senza che questo causi la morte violenta di milioni di animali, che finiranno letteralmente gettati nella spazzatura. Quando la produzione non ha mercato da prodotto si trasforma velocemente in scarto e poco importa ogni altra considerazione.

Per questo diventa importante che l’emergenza sanitaria non faccia scomparire tutto il resto, che diventi un enorme tappeto planetario dove nascondere le peggiori schifezze.

Dobbiamo affrontare pandemia e emergenza ambientale nello stesso tempo

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© WWF : James Morgan

Il tempo delle scelte è finito, è arrivato purtroppo quello delle azioni obbligate: dobbiamo affrontare pandemia e emergenza ambientale in contemporanea, agendo a livello planetario in modo coordinato. Nonostante quanto continuano a affermare i negazionisti il problema climatico e la tutela dell’ambiente rappresentano realtà sulle quali agire ora. La pandemia di Covid19 ha affermato, in tutta la sua tragicità, quanto sia importante per la salute umana quella del pianeta.

Il WWF ha diffuso i dati, invitando anche a sottoscrivere una petizione, relativa a un’inchiesta sul traffico di natura e sulle distruzioni ambientali. Secondo uno studio compiuto dal TRAFFIC unitamente a IUCN nel 2018 c’è stato un significativo incremento nel sequestro di specie protette. Senza considerare traffici e distruzioni compiuti a danno di specie che non risultano tutelate dalla CITES.

Nel solo 2018 sono stati sequestrati ben 7.000 kg di derivati protetti destinati alla medicina orientale e oltre 300.000 parti commerciate illegalmente. La sola richiesta di scaglie di pangolino sta portando tutte le specie di questo animale sull’orlo dell’estinzione. Pur mancando il riscontro sul reale effetto terapeutico trattandosi di placche composte da cheratina, lo stesso materiale che da origine ai capelli e alle unghie.

Dobbiamo affrontare pandemia e emergenza ambientale ora, senza poterci permettere ulteriori ritardi

Non dobbiamo pensare che la priorità unica e assoluta ora sia l’epidemia da Coronavirus. Se ci dimenticassimo tutti gli altri problemi, rimandando le soluzioni a un domani imprecisato, commetteremmo un grande errore. Rischiando di arrivare oltre il tempo rimanente per rimediare, almeno in parte, ai danni che abbiamo creato.

La nostra specie per poter sopravvivere alle catastrofi che ha causato, omettendo il controllo degli equilibri e lasciando che il solo profitto prendesse il sopravvento, senza perdere altro tempo. Gli uomini sono dipendenti, al pari di tutti gli esseri viventi, dalla salute del pianeta, dei suoi abitanti oltreché dalla nostra. Un concetto che la scienza ha oramai imboccato in modo chiaro, definendo la necessità di mantenere questo equilibrio “One Health”. Una sola salute: quella che riguarda l’intero ecosistema terrestre.

Per questo, fra le tante cose, occorre contrastare con ogni mezzo il traffico di animali e vegetali protetti, Per far comprendere quanto questo possa essere rilevante il servizio TRAFFIC ha realizzato un dossier che merita di essere letto. Con grande attenzione, per accorgersi di quanto sia importante agire ora.

L’emergenza ambientale è anche il surriscaldamento del pianeta dovuto ai gas serra

La parte più rilevante di queste emissioni è causata dagli allevamenti intensivi e da tutto l’indotto necessario a sostenerli. Per ricavare proteine animali vengono utilizzate moltissime proteine vegetali che potrebbero essere destinate all’alimentazione umana. Basti pensare che in questo momento nel mondo, anche a causa del Covid19, ci sono 250 milioni di persone che rischiano di morire per fame.

Gli animali degli allevamenti sono tantissimi e producono enormi quantità di metano, uno dei gas considerati più dannosi per l’incremento dell’effetto serra. Senza contare le emissioni di anidride carbonica causate dall’intero ciclo produttivo delle fabbriche della carne.

Queste sono le ragioni che ci portano a dover lavorare simultaneamente su più fronti per affrontare emergenze sanitarie e climatiche che stanno già condizionando in modo molto pesante il nostro presente. Ponendo concrete ipoteche sul futuro.

Veterinari allo sbaraglio durante Covid19, eppure sono un presidio sanitario importante

Veterinari allo sbaraglio durante Covid19

Veterinari allo sbaraglio durante Covid19, lasciati soli anche dalla sanità pubblica pur essendo un presidio importante per la salute. Non solo per la salute dei nostri animali: i veterinari hanno un ruolo importante nel contrasto delle zoonosi, malattie degli animali trasmissibili agli umani proprio come il coronavirus. Senza dimenticare il ruolo che dovrebbero avere nel contrasto ai maltrattamenti e per il benessere animale, sia di quelli domestici che negli allevamenti. Qui purtroppo il condizionale è d’obbligo e credo che la categoria non solo abbia il dovere di interrogarsi, ma anche di agire. Per dare corpo a controlli più efficaci, stringenti e che offrano migliori garanzie sul benessere.

Resta però il fatto che questa sanità pubblica è sempre meno pubblica, perché la politica da tempo ha svenduto questo settore ai privati. Consentendogli addirittura di scegliere per quali attività convenzionarsi. I risultati, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti, nonostante il grande spirito di abnegazione di medici, paramedici e infermieri. Costretti a operare sul fronte del contagio senza disporre non del necessario ma dell’indispensabile. Costretti a immolarsi perché la politica, quando è scoppiata l’epidemia, credeva fosse un problema della sola Cina, inutile quindi preoccuparsi troppo, almeno sino all’inondazione dei contagi.

Nessuno si è ricordato dei veterinari, del fatto che svolgano un servizio utile, direi indispensabile. Che, come i medici di base, primi presidi sul territorio, andavano tutelati. Sia quelli dipendenti dal Servizio Sanitario Nazionale che quelli privati. Per quel concetto di “una sola salute” che ci hanno ricordato in questi giorni gli stessi ministeri e anche l’Organizzazione Mondiale di Sanità.One Health“, proprio come unico è il pianeta, unici sono gli ambienti e indissolubili le vite dei loro protagonisti.

Eppure i veterinari sono stati lasciati allo sbaraglio durante l’epidemia di Covid19

Oggi casualmente, tramite un’amica che lo posta sul suo profilo, vengo a conoscenza dell’incredibile storia di un veterinario che opera in una delle province più martoriate da quest’epidemia. In una Lombardia che ha avuto il primato di morti e contagi, che ha visto attonita cancellare una buona parte di una generazione importante: quella dei nostri vecchi. La storia è quella del dottor Paolo Luigi Ferrari, uno dei titolari della Clinica Veterinaria Orobica, che lascio che vi possa raccontare da solo, tramite il suo profilo su Facebook.

Da giovedì 12 Marzo ad oggi si sono ammalati 10 componenti del nostro staff medico, che progressivamente hanno presentato sintomi riferibili a Covid-19: febbre, astenia, disoressia, tosse e lievi difficoltà respiratorie, alcuni perdita del gusto e perdita significativa di peso corporeo.

dal profilo Facebook del dottor Paolo Luigi Ferrari

Appare evidente che qualcosa non funzioni, se queste persone, peraltro dei sanitari, siano stati sino ad ora ignorati. Che manchino direttive, aiuti e considerazione. Pandemia che sembra avere di puntuale solo i numeri dei contagiati, dei guariti e dei deceduti, raccontandoci con precisione millimetrica quello che in fondo alle persone, ai malati, interessa poco. Lasciando solo uno staff di veterinari che non conosco, ma che sono sicuro abbiano una grande importanza sul territorio.

Finito questo putiferio, non è questo il tempo e il momento, qualcuno dovrà rispondere su come si sia generato questo disastro operativo

Qualcuno dovrà essere chiamato a rispondere di questa Caporetto del virus. Non lo dovranno fare i sanitari o gli scienziati, che hanno lanciato più di dieci anni fa allarmi rimasti senza risposte. Sui rischi di epidemie devastanti, senza che alcuno gli prestasse ascolto.

Dovranno farlo i politici, spiegando i danni di quella colpevole disorganizzazione che ora ci viene venduta come efficienza. Il limite di una politica sanitaria, sia umana che veterinaria, che anziché essere nazionale si è deciso di rendere quasi condominiale in un mondo globalizzato. Dimenticando quanto la politica potesse compiere su un settore tanto delicato ma anche tanto ricco.

Denaro e di interessi che hanno sovrastato l’unico bene primario: la salute dei cittadini, la tutela della vita di chi ha meno, delle categorie più deboli e fragili. Sarà la storia a tracciare la linea fra bene e male, sperando che prima, con tutte le imperfezioni del caso, di pensi la giustizia.