Animali e ambiente sono argomenti fondamentali, ma non sfondano in politica

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Animali e ambiente sono argomenti fondamentali, ma nel nostro paese non sfondano in politica. Eppure la presenza di una componente animalista e ambientalista sarebbe davvero importante in momenti come questi. Dove i temi della tutela di animali e ambiente, nel senso più ampio e inclusivo possibile, dovrebbero essere i primi a essere scritti sulle agende politiche. Invece in Italia, al contrario di quanto avviene in altri paesi europei, i partiti ecologisti non riescono a sfondare il muro dell’indifferenza. Bocciati senza appello da un elettorato che relega chi si è presentato alle elezioni come realtà politica ecologista o animalista a percentuali risibili.

Non sono stati premiati dagli elettori i vari e diversi partiti animalisti, monotematici e con una complessiva assenza di visione politica, ma nemmeno quelli più strutturati e storici come le varie costole degli originari “verdi”. Questi ultimi poi, dopo un exploit alla tornata elettorale del 1996, dove riuscirono a eleggere 14 deputati e 14 senatori , sono da tempo rinchiusi in uno recinto molto più stretto. Un perimetro politico che rischia di rimpicciolirsi ulteriormente dopo le recenti divisioni all’interno dell’Alleanza Verdi-Sinistra. Una coalizione che ha assunto una connotazione politica netta a sinistra del PD, necessaria anche per superare la soglia di sbarramento.

Una situazione apparentemente incomprensibile in un momento storico dove clima, biodiversità, allevamenti e agricoltura intensiva, tutela delle aree naturali dovrebbero essere questioni centrali. Temi che destano allarme e grande preoccupazione nell’opinione pubblica, mentre risultano essere non abbastanza recepiti dalla politica in generale. Con le associazioni ambientaliste e animaliste che dimostrano grande difficoltà a agglutinarsi, ma anche nel divenire effettivi e efficaci punti di riferimento per la politica e i cittadini. Lasciando aperto un vuoto divenuto una voragine, che rischia di essere occupato da chi usa gli stessi argomenti ma solo per fini strumentali e con scopi opposti.

Animali e ambiente sono argomenti fondamentali, in cima agli interessi dell’opinione pubblica che però non premia gli attuali partiti

Probabilmente le ragioni di questo scarso potere attrattivo del variegato fronte ecologista sono molteplici, ma quel che pare certo è che sia necessario un radicale cambiamento di passo. Uno svecchiamento delle modalità con cui questi temi vengono affrontati, ma anche una nuova capacità di parlare alle persone, con una visione olistica e non settoriale che renda credibili i programmi. In un momento delicato come l’attuale è impossibile pensare che una forza politica possa essere monotematica, senza riuscire a declinare un programma a tutto tondo capace di convincere.

Non basta proporsi come una realtà che si occupa di voler tutelare animali e ambiente. Occorre essere credibili in tutte le varie materie che spaziano dall’economia alla sanità, dall’occupazione alla sicurezza dei cittadini. Come dimostrano i risultati ottenuti dai partiti ecologisti alle elezioni europee del 2019, quando 12 partiti di area “verde” in Europa hanno, nei vari paesi, superato il consenso del 10%. Mentre in Italia Europa Verde si è inchiodata al 2,4%, non superando la soglia di sbarramento del 4%. Ottenendo di restare così esclusa dal parlamento europeo.

La disillusione sembra dominare gli elettori sensibili alla questione ecologica: prima abbandonando i Verdi a causa dei loro errori e delle loro lotte interne, poi allontanandosi dal Movimento 5 Stelle che ha tradito le promesse ambientaliste del 2018, sono oggi orfani di un’offerta politica che difficilmente sembra soddisfarli.

Tratto da un articolo su Il Grand Continent scritto da Hanna Corsini

Sarebbe tempo di farsi domande e di studiare nuove strategie credibili per una politica ambientale che conquisti gli elettori

In Germania i verdi hanno raggiunto alle ultime elezioni europee del 2019 il 20,5% ottenendo ben 24 seggi e diventando il secondo partito tedesco. Arrivando a raddoppiare il risultato elettorale ottenuto nelle elezioni europee del 2014. Un vero e proprio trionfo, che ci si può soltanto augurare che venga esteso e mantenuto nelle elezioni della primavera 2024. Una scadenza che difficilmente vedrà affermazioni simili nel nostro paese. Probabilmente le elezuioni non vedranno neanche la presenza di molti candidati ecologisti nelle liste dei partiti tradizionali.

Le elezioni europee sono alle porte, ma il movimento ambientalista e animalista resta sempre al palo, attualmente incapace di creare politiche attrattive e soprattutto credibili. Dove finti e veri paladini della questione verde hanno sino ad ora raccolto giganteschi flop, che dimostrano quanto siano lontani dalle aspirazioni degli elettori. Che non si fanno convincere dalle emozioni quando non trovano solide motivazioni, come avviene invece per i partiti tradizionali che, per esempio, possono contare su uno zoccolo duro composta da agricoltori, allevatori e cacciatori. Che da sempre rappresentano un serbatoio fedele di voti, che si riconoscono, anche se talvolta non completamente, nelle proposte politiche degli attuali partiti.

Servirebbe un laboratorio permanente e plurale, capace di dar vita a un movimento nuovo

Facendo un parallelo fra la fine degli anni ’80, che fu il tempo in cui in Italia presa vita il cosiddetto movimento verde, e i giorni nostri non si può negare che il consenso abbia punito gli ecologisti. In tempi in cui l’emergenza ambientale derivava da grandi disastri ambientali, come l’ICMESA di Seveso (1976), Bhopal in India (1984) e l’incubo nucleare di Chernobyl (1986) il nostro paese rispose, politicamente, premiando il movimento ecologista. In quei tempi di disastri, ma anche di minor coscienza ecologica e di minor attenzione all’ambiente, i cittadini credettero nelle istanze ambientaliste. Per poi staccarsi dal movimento in tutte le varie declinazioni e mutazioni, negandogli il voto.

Tutela ambientale, biodiversità e questione animale sono argomenti fondamentali, ma gli elettori dimostrano di volere programmi concreti e di non essere più disponibili a firmare cambiali in bianco. In particolare in anni come questi dove il primo partito è quello dell’astensione, composto da quanti hanno smesso di fidarsi delle regole della democrazia. Purtroppo la magia sembra non riuscirà nemmeno alle prossime elezioni: tutto lascia, purtroppo, intendere che l’Italia non sarà in grado di dar un concreto aiuto alle forze ambientaliste presenti in Europa.

Occorre qualcosa di nuovo e di diverso, qualcosa di più credibile. Che possa essere visto dall’elettorato come una possibilità concreta per tutelare territorio, ambiente e animali, per cambiare e far progredire la nostra cultura. Per sfatare la leggenda che quanti si occupano di difendere ambiente e diritti siano utopisti e estremisti, incapaci di declinare proposte credibili per uno sviluppo nuovo e diverso. Un movimento capace di attrarre voti dai diversi orientamente politici, smettendo di parlare soltanto ai potenziali elettori di una parte che deve essere ritenuta minoritaria nel paese. Sembra giunto il tempo di fare grandi riflessioni, oramai non più rimandabili.

Tutela animali è un obbligo delle istituzioni non delle associazioni

Tutela animali è un obbligo delle istituzioni non delle associazioni

Tutela animali è un obbligo delle istituzioni non delle associazioni che si occupano di animali. La surroga al posto della sussidiarietà rappresenta un errore strategico che nel tempo ha consentito alla pubblica amministrazione di eludere troppo spesso i propri doveri.

Questo tipo di scelta, motivata da un’inerzia nell’intervento, ha favorito per anni il disimpegno delle varie componenti pubbliche nel settore del benessere animale, ma in fondo anche nella gestione e nella prevenzione del randagismo.

Più l’ente pubblico latita e più privati e associazioni tendono a esercitare la surroga, investendo molto poco nello stimolo al rispetto dei doveri e molto nell’assistenza.

In questo modo però il problema non si risolve, lo dimostrano i fatti, le proteste dei cittadini, le staffette da nord a sud (leggi qui), i canili lager, la quasi totale assenza di servizi efficienti di pronto soccorso e l’elenco potrebbe essere ancora molto lungo.

Nonostante ciò chi si occupa di queste problematiche ha fin troppo spesso l’impressione che una parte delle energie spese, senza canalizzazione e progetto, finiscano per essere un rimedio per situazioni individuali del singolo animale, senza una reale capacità di incidere sul fenomeno che origina il problema.

Nel tempo forse ci si è dimenticati che la tutela animali è un obbligo delle istituzioni non delle associazioni o forse, più realisticamente, si è deciso che non era così importante ottenere il rispetto di questo precetto, scegliendo di passare da un ruolo sussidiario, accessorio, allo svolgimento del ruolo primario nel campo dell’assistenza.

Collaborare con le istituzioni non significa sostituirsi a loro

Spesso sotto il governo emotivo (leggi qui), meno spesso per scelta razionale e talvolta, purtroppo, occupando una nicchia libera e facendola diventare un modo non sempre trasparente di far soldi.

Così se le ASL non sterilizzano ci pensano i volontari, le associazioni non in concorso ma in autonomia. Consentendo in questo modo ad ASL e Comuni di eludere un dovere sancito da una legge, riconosciuto e come tale finanziato dalle tasse dei cittadini.

Creando nel tempo i presupposti per far si che un comportamento eccezionale diventi regola, che l’inerzia diventi sistema. Seguendo la logica, un poco perversa, del meglio fare (subito) piuttosto che studiare e imparare come costringere le istituzioni (dopo) a rispettare le leggi.

Nello stesso modo si costruiscono canili e rifugi per colmare il problema della carenza di strutture o per sopperire alla mancanza di centri in grado di assicurare il benessere degli animali. Non in modo sporadico e con una visione di periodo ma, spesso, secondo un criterio che insegue l’emergenza, non pianifica le necessità sul territorio. Succede anche che questo avvenga senza creare sinergie fra le varie componenti, talvolta creando strutture non in grado di assicurare il benessere degli animali ospitati.

Il randagismo, canino e felino, non si possono combattere con queste strategie : occorre un piano di sistema, azioni coordinate e soprattutto una componente pubblica che funziona, assiste, programma (leggi qui). Senza programmazione si può tamponare un problema, mai risolverlo.

Ma in questo settore è proprio il classico gatto che si morde la coda: un grande fermento, molti soldi che spesso vanno dispersi e una capacità di incidere limitata sul problema, occupandosi di singoli eventi, delle singole istanze degli animali abbandonati. Encomiabile, meraviglioso per i salvati, gratificante per i salvatori ma certo non risolutivo rispetto alla perpetuazione del problema.

La chiave di volta si chiama sussidiarietà e non surroga

Bisogna ritornare al principio costituzionale di sussidiarietà (leggi qui), eliminando la surroga che ritengo produttiva di danni. Bisogna pretendere che le cose vengano fatte, conoscere i propri diritti e quelli degli animali, contribuire alla crescita sociale. Il modello attuale non ha prodotto grandi risultati e non dobbiamo nasconderlo.

Occorre quindi affrontare il problema e ripensare i ruoli anche delle associazioni, che nel loro operare spesso non sono esenti da colpe pur svolgendo un lavoro importante, encomiabile e necessario.

La Costituzione stabilisce all’articolo 118 che “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà“.

 Dove il termine favoriscono va letto con sostengono, impiegano, finanziano, coordinano negli interventi. Spesso l’esatto opposto di quanto avviene nel settore della tutela degli animali.

Occorre quindi avere ben presente che la tutela animali è un obbligo delle istituzioni non delle associazioni protezionistiche, né dei cittadini singoli o aggregati in comitati o gruppi. Lo prevedono diverse leggi del nostro ordinamento, norme di livello comunitario e, non ultima certo la nostra Costituzione.

La difesa dei diritti animali deve uscire dal coro

La difesa dei diritti animali deve uscire dal coro

La difesa dei diritti animali deve uscire dal coro, fondersi con quella dei diritti dei fragili e parlare soprattutto a chi non si è forse mai posto il problema. Vi è necessità di allargare, contaminare, incuriosire e non solo cercare consensi da quanti son già convinti.

Sembra una banalità ma non credo sia così: in Italia l’animal advocacy, la difesa dei diritti degli animali, rischia di avere un grande consenso rinchiuso troppo spesso nello stesso recinto dove vivono i sostenitori delle nostre idee. Così si raccolgono molti apprezzamenti, che se da una parte soddisfano l’ego dei difensori dall’altra rischiano di dare vita a quella realtà ben definita dal termine anglosassone echo chambers, le stanze dell’eco.

La difesa dei diritti degli animali secondo il mio angolo di visione non può prescindere dalla difesa di tutte le categorie fragili che appartengono alle collettività umane e non, deve riuscire a allargare i confini di specie per avere un reale successo. Se così non fosse potremmo scoprire che molto del plauso che ricevono le campagne o i discorsi fatti nel nome degli animali sono applauditi solo dal nostro pubblico, sempre lo stesso o quasi.

Chi vuole fare comunicazione etica ha però un obiettivo molto più ambizioso: quello di mantenere alta l’attenzione coinvolgendo quanti stanno ai bordi o forse non si sono nemmeno mai avvicinati a discorsi che includano la difesa dei diritti, meno ancora di quelli degli animali.

Un buon esempio per visualizzare questo concetto è il tipo di posizione che viene assunta da quanti si soffermano a vedere gli spettacolini in strada: il semicerchio del pubblico è sempre molto più largo delle necessità spaziali dell’artista di turno e, di fatto, rappresenta una distanza dalla quale poter osservare senza essere coinvolti, curiosare con la facilità di potersi allontanare in un attimo.

Per contribuire all’avanzamento di qualsiasi progresso culturale che possa rappresentare una necessità non solo di condivisione ma anche di cambiamento dei comportamenti, di innalzamento della soglia delle attenzioni abbiamo bisogno di essere inclusivi, di abbracciare, di raccontare gettando spunti, senza pretendere di convincere. Dobbiamo poter parlare a orecchie sempre nuove, stimolandole a riflettere. Non è mai l’orrore che avvicina a un problema, ma il racconto di come, con comportamenti responsabili, sia possibile evitarlo.

Se vogliamo aumentare la platea di chi ascolta, ma soprattutto quella chi assimila i concetti, abbiamo necessità di modificare probabilmente il modo di porre il problema: non contro qualcuno ma per qualcosa. Le battaglie per eliminare gli animali dai circhi non devono sembrare contro i circhi o, peggio, contro i circensi ma sono soltanto a favore del diritto che hanno gli animali di non subire maltrattamenti per il nostro divertimento. Solo per fare un esempio.

Abbiamo bisogno di incrociarci e contaminarci con tutti quelli che in genere difendono i diritti degli esseri viventi, siano donne o bambini, anziani o migranti, abusati o animali: il nostro minimo comun denominatore dovrebbe essere infatti la volontà di avere un mondo più equo, con meno sofferenza e più diritti, fatto di comprensione e non di compressione dei bisogni degli altri.

Usciamo o perlomeno proviamo a uscire da uno stagno comunicativo che talvolta sembra mettere al primo posto i diritti animali, dando l’impressione di non volersi curare dei diritti infranti in generale, parlando sempre alla pancia delle stesse persone, ma molto meno alla loro testa. Dobbiamo avere la capacità di proporre argomenti che possano stimolare riflessioni che coinvolgano i cervelli ma anche i cuori.

Senza dimenticarsi mai che un cuore vero accelera il suo battito di fronte a ogni ingiustizia, a ogni sofferenza a cui è costretto a assistere.