Tutela animali è un obbligo delle istituzioni non delle associazioni

Tutela animali è un obbligo delle istituzioni non delle associazioni

Tutela animali è un obbligo delle istituzioni non delle associazioni che si occupano di animali. La surroga al posto della sussidiarietà rappresenta un errore strategico che nel tempo ha consentito alla pubblica amministrazione di eludere troppo spesso i propri doveri.

Questo tipo di scelta, motivata da un’inerzia nell’intervento, ha favorito per anni il disimpegno delle varie componenti pubbliche nel settore del benessere animale, ma in fondo anche nella gestione e nella prevenzione del randagismo.

Più l’ente pubblico latita e più privati e associazioni tendono a esercitare la surroga, investendo molto poco nello stimolo al rispetto dei doveri e molto nell’assistenza.

In questo modo però il problema non si risolve, lo dimostrano i fatti, le proteste dei cittadini, le staffette da nord a sud (leggi qui), i canili lager, la quasi totale assenza di servizi efficienti di pronto soccorso e l’elenco potrebbe essere ancora molto lungo.

Nonostante ciò chi si occupa di queste problematiche ha fin troppo spesso l’impressione che una parte delle energie spese, senza canalizzazione e progetto, finiscano per essere un rimedio per situazioni individuali del singolo animale, senza una reale capacità di incidere sul fenomeno che origina il problema.

Nel tempo forse ci si è dimenticati che la tutela animali è un obbligo delle istituzioni non delle associazioni o forse, più realisticamente, si è deciso che non era così importante ottenere il rispetto di questo precetto, scegliendo di passare da un ruolo sussidiario, accessorio, allo svolgimento del ruolo primario nel campo dell’assistenza.

Collaborare con le istituzioni non significa sostituirsi a loro

Spesso sotto il governo emotivo (leggi qui), meno spesso per scelta razionale e talvolta, purtroppo, occupando una nicchia libera e facendola diventare un modo non sempre trasparente di far soldi.

Così se le ASL non sterilizzano ci pensano i volontari, le associazioni non in concorso ma in autonomia. Consentendo in questo modo ad ASL e Comuni di eludere un dovere sancito da una legge, riconosciuto e come tale finanziato dalle tasse dei cittadini.

Creando nel tempo i presupposti per far si che un comportamento eccezionale diventi regola, che l’inerzia diventi sistema. Seguendo la logica, un poco perversa, del meglio fare (subito) piuttosto che studiare e imparare come costringere le istituzioni (dopo) a rispettare le leggi.

Nello stesso modo si costruiscono canili e rifugi per colmare il problema della carenza di strutture o per sopperire alla mancanza di centri in grado di assicurare il benessere degli animali. Non in modo sporadico e con una visione di periodo ma, spesso, secondo un criterio che insegue l’emergenza, non pianifica le necessità sul territorio. Succede anche che questo avvenga senza creare sinergie fra le varie componenti, talvolta creando strutture non in grado di assicurare il benessere degli animali ospitati.

Il randagismo, canino e felino, non si possono combattere con queste strategie : occorre un piano di sistema, azioni coordinate e soprattutto una componente pubblica che funziona, assiste, programma (leggi qui). Senza programmazione si può tamponare un problema, mai risolverlo.

Ma in questo settore è proprio il classico gatto che si morde la coda: un grande fermento, molti soldi che spesso vanno dispersi e una capacità di incidere limitata sul problema, occupandosi di singoli eventi, delle singole istanze degli animali abbandonati. Encomiabile, meraviglioso per i salvati, gratificante per i salvatori ma certo non risolutivo rispetto alla perpetuazione del problema.

La chiave di volta si chiama sussidiarietà e non surroga

Bisogna ritornare al principio costituzionale di sussidiarietà (leggi qui), eliminando la surroga che ritengo produttiva di danni. Bisogna pretendere che le cose vengano fatte, conoscere i propri diritti e quelli degli animali, contribuire alla crescita sociale. Il modello attuale non ha prodotto grandi risultati e non dobbiamo nasconderlo.

Occorre quindi affrontare il problema e ripensare i ruoli anche delle associazioni, che nel loro operare spesso non sono esenti da colpe pur svolgendo un lavoro importante, encomiabile e necessario.

La Costituzione stabilisce all’articolo 118 che “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà“.

 Dove il termine favoriscono va letto con sostengono, impiegano, finanziano, coordinano negli interventi. Spesso l’esatto opposto di quanto avviene nel settore della tutela degli animali.

Occorre quindi avere ben presente che la tutela animali è un obbligo delle istituzioni non delle associazioni protezionistiche, né dei cittadini singoli o aggregati in comitati o gruppi. Lo prevedono diverse leggi del nostro ordinamento, norme di livello comunitario e, non ultima certo la nostra Costituzione.

La difesa dei diritti animali deve uscire dal coro

La difesa dei diritti animali deve uscire dal coro

La difesa dei diritti animali deve uscire dal coro, fondersi con quella dei diritti dei fragili e parlare soprattutto a chi non si è forse mai posto il problema. Vi è necessità di allargare, contaminare, incuriosire e non solo cercare consensi da quanti son già convinti.

Sembra una banalità ma non credo sia così: in Italia l’animal advocacy, la difesa dei diritti degli animali, rischia di avere un grande consenso rinchiuso troppo spesso nello stesso recinto dove vivono i sostenitori delle nostre idee. Così si raccolgono molti apprezzamenti, che se da una parte soddisfano l’ego dei difensori dall’altra rischiano di dare vita a quella realtà ben definita dal termine anglosassone echo chambers, le stanze dell’eco.

La difesa dei diritti degli animali secondo il mio angolo di visione non può prescindere dalla difesa di tutte le categorie fragili che appartengono alle collettività umane e non, deve riuscire a allargare i confini di specie per avere un reale successo. Se così non fosse potremmo scoprire che molto del plauso che ricevono le campagne o i discorsi fatti nel nome degli animali sono applauditi solo dal nostro pubblico, sempre lo stesso o quasi.

Chi vuole fare comunicazione etica ha però un obiettivo molto più ambizioso: quello di mantenere alta l’attenzione coinvolgendo quanti stanno ai bordi o forse non si sono nemmeno mai avvicinati a discorsi che includano la difesa dei diritti, meno ancora di quelli degli animali.

Un buon esempio per visualizzare questo concetto è il tipo di posizione che viene assunta da quanti si soffermano a vedere gli spettacolini in strada: il semicerchio del pubblico è sempre molto più largo delle necessità spaziali dell’artista di turno e, di fatto, rappresenta una distanza dalla quale poter osservare senza essere coinvolti, curiosare con la facilità di potersi allontanare in un attimo.

Per contribuire all’avanzamento di qualsiasi progresso culturale che possa rappresentare una necessità non solo di condivisione ma anche di cambiamento dei comportamenti, di innalzamento della soglia delle attenzioni abbiamo bisogno di essere inclusivi, di abbracciare, di raccontare gettando spunti, senza pretendere di convincere. Dobbiamo poter parlare a orecchie sempre nuove, stimolandole a riflettere. Non è mai l’orrore che avvicina a un problema, ma il racconto di come, con comportamenti responsabili, sia possibile evitarlo.

Se vogliamo aumentare la platea di chi ascolta, ma soprattutto quella chi assimila i concetti, abbiamo necessità di modificare probabilmente il modo di porre il problema: non contro qualcuno ma per qualcosa. Le battaglie per eliminare gli animali dai circhi non devono sembrare contro i circhi o, peggio, contro i circensi ma sono soltanto a favore del diritto che hanno gli animali di non subire maltrattamenti per il nostro divertimento. Solo per fare un esempio.

Abbiamo bisogno di incrociarci e contaminarci con tutti quelli che in genere difendono i diritti degli esseri viventi, siano donne o bambini, anziani o migranti, abusati o animali: il nostro minimo comun denominatore dovrebbe essere infatti la volontà di avere un mondo più equo, con meno sofferenza e più diritti, fatto di comprensione e non di compressione dei bisogni degli altri.

Usciamo o perlomeno proviamo a uscire da uno stagno comunicativo che talvolta sembra mettere al primo posto i diritti animali, dando l’impressione di non volersi curare dei diritti infranti in generale, parlando sempre alla pancia delle stesse persone, ma molto meno alla loro testa. Dobbiamo avere la capacità di proporre argomenti che possano stimolare riflessioni che coinvolgano i cervelli ma anche i cuori.

Senza dimenticarsi mai che un cuore vero accelera il suo battito di fronte a ogni ingiustizia, a ogni sofferenza a cui è costretto a assistere.