Elezioni alle porte, diritti animali e tutela ambientale restano al palo

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Con le elezioni alle porte diritti animali e tutela ambientale restano al palo, nell’eterna attività volta a ottenere consensi. La politica è radicalmente cambiata negli ultimi decenni e oramai sembrano sparite dall’orizzonte le scelte etiche, lasciando in primo piano solo provvedimenti acchiappa like, tradotti in voti. Se una volta la politica mediava fra gli interessi dei partiti e quelle dei cittadini ora, con lo scollamento fra politica e votanti, la ricerca del consenso sta superando ogni limite. Un fenomeno amplificato e moltiplicato dall’astensionismo, che lascia le decisioni in mano a una parte ridotta di elettorato.

Se si vuole il cambiamento reale, senza bacchette magiche ma con l’idea di un lavoro di periodo, occorre partecipare. Le elezioni sono alle porte e in Europa il vento che spira è quello che sostiene sovranismo e politiche di difesa degli interessi locali, come se il mondo si potesse rimpicciolire. In questo modo i diritti degli animali e la tutela ambientale, due pilastri della transizione ecologica in un’ottica “One Health”, restano bloccati. Inchiodati dalla spasmodica ricerca di consenso, che premierà quelle coalizioni che privilegeranno nelle loron politiche alcune categorie, a scapito dei diritti collettivi.

Il percorso, tortuoso, dell’approvazione della Nature Restoration Law ha dimostrato come troppi governi, compreso il nostro, siano legati a covenienze piuttosto che a visione di periodo. Le elezioni alle porte hanno frenato l’adozione di provvedimenti più stringenti e con tempistiche certe. Con il nostro ministro dell’Ambiente che ha fatto di tutto per ottenere un ridimensionamento dell’accordo, oggi presentato come un successo. Forse lo sarà per la politica ma non per cittadini e biodiversità, che subiranno la visione miope delle politiche europee.

Le elezioni alle porte spaventano le coalizioni e la partita si gioca, anche, su diritti animali e tutela ambientale

Per arrivare alla scelta di compromesso, sulla Natural Restoration Law, passata in Commissione Ambiente dell’Europarlamento il 29 novembre si è dovuto scendere a compromessi che hanno depotenziato la portata e la visione di periodo. Certo sempre meglio di niente, ma non si può dimenticarsi di quanti hanno affossato il precedente progetto. Se queste forze in primavera arrivassero a conquistare la maggioranza dei seggi nel Parlamento Europeo il rischio di nuove dilazioni è concreto.

L’attuale impianto normativo, frutto di compromessi, prevede che entro il 2030, una scadenza molto vicina, i paesi dell’Unione procedano a ripristinare almeno il 20% della superficie terrestre e marina. Per arrivare entro il 2050 al ripristino di tutti gli habitat naturali che abbiano necessità di essere recuperati. Con la necessità di un ultimo passaggio nell’assemblea plenaria per la definitiva approvazione, che dovrebbe avvenire entro la fine di febbraio. Non dimenticando che i tempi fissati per completare le azioni potranno essere rimodulati, che poi significa semplicemente allungati.

La Commissione Europea si era impegnata, nel 2020, a rivedere tutta la normativa che riguarda la questione allevamenti e trasporti di animali. Un’attività che avrebbe dovuto chiudersi, grazie alle pressioni fatte da cittadini e associazioni, entro questa legislatura. Invece nulla è stato deciso e l’intero pacchetto dovrà essere riesaminato dal nuovo parlamento, che potrebbe avere una composizione molto diversa da quella attuale.

I cittadini devono scendere in campo con lo strumento più efficace che possiedono, il voto!

In queste elezioni si giocheranno diverse partite, che potranno cambiare radicalmente la composizione dell’europarlamento ma anche i rapporti di forza nazionali. Su cui si baseranno ancora di più le decisioni del governo più filovenatorio e legato al mondo agricolo della storia repubblicana. In buona sintesi la realtà è che non si possono più difendere i diritti degli animali e la tutela ambientale senza schierarsi, senza fare politica come cittadini. La neutralità di questi anni, sfociata in un’indifferenza collettiva verso la politica non ha pagato.

Il rischio, più che concreto, è che a votare vada sempre più chi ha un beneficio personale, tradotto in norme e sussidi, piuttosto che quanti hanno una visione più lungimirante e collettiva. I primi infatti trovano un immediato ritorno dalle loro scelte, mentre i secondi non essendo disposti a aspettare gli esiti di una trasformazione, sempre più restano a casa, lasciando che siano altri a decidere per loro.

I risultati di questa non scelta sono sotto gli occhi di tutti. Uno dei ministeri fondamentali, quello dell’ambiente, è stato dato a un politico che nulla conosce in questo settore, più impegnato a non disturbare il manovratore che a far adottare provvedimenti utili. Un ministro trasparente, quasi sconosciuto agli italiani nonostante l’importanza del dicastero, ma che ha avuto il suo ruolo nel far depotenziare la Nature Restoration Law europea. Prima di scegliere di non votare sarebbe bene pensare al debito che abbiamo nei confronti delle prossime generazioni, punite da politiche cialtrone e senza orizzonte.

Mentre in Italia la politica punta sui cacciatori per ottenere premi elettorali

Con l’arroganza che contraddistingue chi difende la caccia l’Italia cerca di modificare, in peggio, l’attuale normativa che tutela (poco) la fauna selvatica. Così l’onorevole Bruzzone (Lega) ha presentato una proposta di legge (la 1548 presentata alla Camera dei deputati) per fare a pezzi direttive internazionali e tutela minima. Uno scempio che non sarà contrastato dal ministro dell’Ambiente e che potrebbe anche vedere la luce prima delle elezioni europee.

Tanta arroganza e mancanza di visione contenuta nell’ennesimo attacco alla biodiversità è possibile solo grazie alla situazione politica italiana. Dove governa una coalizione votata dalla maggioranza degli elettori, che non rappresentano però la maggioranza dei cittadini a causa dell’astensionismo. Se gli italiani non scenderanno dalla posizione di comfort dell’astensionismo, per cercare di cambiare la realtà, e se i partiti progressisti non smetteranno di dividersi, proponendo politiche ambientali irrilevanti sarà la fine. Inutile lamentarsi dopo di danni che sono stati consentiti dal nostro comportamento irresponsabile.

La difficile convivenza con gli orsi in Trentino è come la punta dell’iceberg

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La difficile convivenza con gli orsi in Trentino è come la punta dell’iceberg, che rivela una parte del problema, nascondendo la volontà di dominare la natura. Per meglio comprendere la questione bisogna sgombrare il piano della comunicazione dalla narrazione spesso troppo emotiva, viziata da alcuni falsi miti. Un lungo elenco di affermazioni che si può sintetizzare nell’affermazione, priva di senso, relativa all’eccessivo numero di orsi, ma anche di lupi. Come se l’enunciazione di questo concetto potesse dimostrare la volontà di convivere con i grandi carnivori, purché il loro numero non sia superiore a X. E sotto X si nasconde l’intero iceberg.

I problemi di convivenza non sono dati dai numeri, ma dai comportamenti e far credere il contrario è come nascondere il problema. Se in Trentino ci fosse una popolazione di 50 orsi qualcuno si sentirebbe di garantire che non ci sarebbe la possibilità di incidenti con gli umani? Ma se anche i lupi fossero la metà qualche scienziato potrebbe affermare che sparirebbero le predazioni sugli animali domestici? La risposta è evidentemente negativa, perchè non è una questione di risorse, sovrabbondanti in natura per entrambe le specie, ma di gestione, di regole, di volontà. Eliminare uno, due, dieci orsi soltanto perché questo tranquillizzerebbe la comunità non è la chiave di volta per risolvere il problema.

Continuando a coltivare il falso mito che sia la gestione umana a creare i presupposti della convivenza, si sottrae al discorso la responsabilità dei nostri comportamenti. Si altera il ragionamento spostando sul numero e sulla densità, il problema, ma questa è una scorciatoia per saltare alla conclusione di un ragionamento complesso. Che deve includere la nostra presenza sul territorio, il comportamento un po’ arrogante che ci porta a credere, fin da piccoli, che l’uomo sia il titolare di ogni diritto. Capace di piegare la natura ai suoi bisogni, unico dominatore di un mondo asservito ai nostri bisogni.

La difficile convivenza con gli orsi in Trentino e con i lupi nell’intero stivale rivela la nostra incapacità di creare equilibrio

Molti studiosi cercano di far comprendere il concetto, peraltro non così difficile, che la vita sul pianeta sia fatta di relazioni e di interazioni. Un concetto dal quale non possiamo sottrarci, nemmeno usando tutta la demagogia di questo mondo. Però la polarizzazione del conflitto spesso serve proprio a chi questo ragionamento non lo vuole proprio sentire. Aiutando i politici a assumere il ruolo di paladini di un equilibrio che quasi sempre non hanno idea di come ricreare. Il punto, infatti, non è la gestione ma la divisione, il rispetto degli ambienti, la comprensione del fatto che una parte del territorio appartiene al mondo naturale.

Il punto ora pare la divisione fra quanti vogliono abbattere o imprigionare gli orsi e quanti sostengono che non devono essere toccati. Che descritta così ricorda gli scontri fra tifoserie. Ma non bisogna cadere in questo tranello, che permette di liquidare il problema classificandolo come scelta irrazionalmente emotiva. La chiave di ogni ragionamento sta nel fatto che, tranne l’uomo, gli animali si trovano in equilibrio con l’ambiente che li ospita. Senza questo equilibrio tutto è perduto, sul medio periodo e noi siamo parte di quel tutto.

Certo ci sono le esigenze produttive, esistono le ragioni economiche ma esiste come interesse umano prevalente il poter vivere sul pianeta. Affrontando il problema in modo concreto, urgente e certamente con un grosso prezzo da pagare, non hai predatori, non agli animali ma al ciclo della vita e all’equilibrio. Per questo da tempo il grido d’allarme degli scienziati afferma, inascoltato, che sia necessario proteggere integralmente un terzo di terre emerse e oceani.

Proteggere un terzo di terre emerse e oceani è una necessità, non certamente un capriccio

Guardate con attenzione questo video, non è prodotto da un’associaziuone ambientalista ma dalle Nazioni Unite. Non è un capriccio di pochi, ma è una necessità oramai diventata innegabile.

Abbiamo bisogno di lasciare che almeno un terzo del pianeta sia considerato anbiente naturale intangibile e non possiamo pensare di proteggere il territorio peggiore. Occorre capire che dobbiamo ripiegare, riconsiderare e pensare in modo diverso: non sono orsi e lupi a casa nostra ma siamo noi che abbiamo invaso i loro territori. Un concetto che noi uomini facciamo fatica ad accettare anche quando si tratta dei diritti dei nostri simili. I risultati di questo potere egoistico e straripante è sotto gli occhi di tutti. Pochi però vogliono capire ragioni e cause, ma se scavassero non troverebbero equità e pace, ma denaro e potere.

Per questo, anche per questo, diventa urgente comprendere, analizzare e cercare di capire. Non fermandosi ai titoli ma cercando i contenuti, provando a capire anche quello che non ci piace, come la gravità e l’urgenza di cambiare modelli di vita. Il problema non è l’orso che sbrana un cinghiale o un tenero capriolo, il problema siamo noi che sbraniamo il pianeta e i nostri simili. Serve sottrarre, non aggiungere: meno allevamenti, meno energie fossili, meno arroganza, meno pregiudizi. L’unico ingrediente da aggiungere senza limiti è il rispetto.

Animali e diritti: le telecamere entrano nei macelli in Spagna, ma restano molte le contraddizioni, proprio come in Italia

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Animali e diritti: telecamere nei macelli obbligatorie in Spagna, che sarà così il primo paese dell’Unione Europea a dotarsi di questo strumento di controllo. Sono diversi anni che in tutta Europa e anche in Italia viene chiesta questa misura di sorveglianza nei macelli. Senza riuscire a ottenere che le molte promesse fatte dalla politica si traducessero in realtà. Il provvedimento varato dal governo spagnolo prevede, finalmente, che le telecamere siano obbligatorie per tutti i macelli, anche i più piccoli e persino in quelli mobili.

Le telecamere dovranno essere installate in ogni luogo ove vi sia presenza di animali vivi, sia per evitare maltrattamenti aggiuntivi che per monitorare i tempi di attesa. Per norma europea gli animali devono essere macellati nel minor tempo possibile. Evitando che una lunga permanenza nelle strutture dei macelli possa essere causa di ulteriori sofferenze. Questo provvedimento costituisce un passo avanti, anche se sottrae sofferenza ma non può risolvere i molti problemi dell’allevamento.

Il traguardo resta sempre quello di poterci liberare dalla dipendenza dalle proteine animali, anche grazie all’arrivo sul mercato della carne coltivata. Un passaggio quest’ultimo che sarà davvero epocale, nel momento che sarà possibile arrivare alla completa sostituzione della carne derivante dall’uccisione di animali. Nel frattempo ogni azione che porti a una riduzione delle sofferenze degli animali negli allevamenti e in tutte le fasi della produzione deve essere comunque accolta con grande soddisfazione. Come la drastica diminuzione dei consumi, per qualsiasi ragione avvenga.

Animali e diritti: con le telecamere nei macelli la Spagna compie un balzo in avanti, ma restano corride e feste religiose

Mentre da una parte la Spagna ha compiuto un grande balzo in avanti, per eliminare inutili sofferenze nei macelli, dall’altra resta al palo sui maltrattamenti agli animali. Dimostrando che una parte del paese è nel futuro, mentre un’altra è ancora ferma a riti medioevali, con feste simili a sacrifici pagani e con la corrida. Un paese con una sensibilità e un’attenzione ai diritti degli animali che marcia a corrente alternata: stessi animali, diritti diversi. Si tutelano quelli destinati al macello e si torturano, con maltrattamenti atroci, le stesse specie nel corso di manifestazioni popolari e feste religiose.

Contraddizioni che appaiono per noi inconcepibili, per la violenza che è insita in manifestazioni come quelle del Toro de la Vega o nelle corride. L’Italia pur essendo ancora molto indietro nell’assicurare una tutela degli animali, spesso anche a causa di inerzie politiche e scarsi controlli, ha infatti da tempo previsto come reato moltissime forme di violenza agite nei confronti degli animali. Certo restano ancora consentite manifestazioni equestri come il Palio di Siena, sempre più contestato, o i circhi, ma la violenza gratuita sugli animali, seppur poco perseguita, è legalmente vietata.

Altro tasto dolente sono le attività come allevamenti, trasporti di animali vivi e macelli dove si dovrebbe fare molto di più, ma quando ci sono in ballo interessi economici le cose cambiano. Nonostante gravissimi fatti di cronaca, basati su inchieste che continuano a svelare reati e maltrattamenti compiuti a danno degli animali. Queste situazioni non sono considerate lecite, semplicemente vengono troppo spesso coperte con omissioni o favoreggiamenti. Situazione ben diversa è quella che accade in Spagna durante le feste religiose dove torturare gli animali è un comportamento considerato normale, giustificabile.

La politica italiana promette di migliorare le condizioni di vita degli animali e di far crescere i loro diritti: solo promesse elettorali?

Probabilmente le promesse, come sempre accade, hanno un elevato tasso di probabilità di restare tali. Animali e clima sono bandiere troppo spesso agitate per raccogliere voti, contando sul fatto che molti amanti degli animali siano, purtroppo, più emotivi che riflessivi. Credendo spesso a chi le promette più grosse, dimenticandosi poi di lavorare davvero per trasformare le promesse in risultati concreti. Così si spacciano disegni di legge come conquiste, ordini del giorno presentati nell’uno o nell’altro ramo del parlamento come vittorie storiche. E nulla cambia mai per davvero, perché in effetti gli animalisti hanno la memoria corta.

Una spiegazione più che plausibile di questo comportamento l’ha data Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica nel 2021, parlando di mancati provvedimenti sul clima. Illustrando in una lunga intervista a Repubblica, con concetti semplici, la pochezza della nostra classe politica.

I politici sempre più spesso hanno uno orizzonte di pochi anni, quelli del loro mandato, non intraprendono azioni di lungo termine i cui risultati rischiano di essere inutili per la rielezione. E il clima è uno degli argomenti che ha pagato questa scarsa lungimiranza politica. Però è vero anche che finora gli elettori non si sono fatti molto sentire. Hanno votato anche loro in base ai propri interessi di breve periodo. Dunque la responsabilità è sia dei politici che degli elettori: se questi ultimi non fanno in modo che sia conveniente per i partiti fare una politica climatica, i politici non la attueranno certo in modo spontaneo”.

Elettori e eletti sono quindi corresponsabili sui mancati provvedimenti?

Occorre davvero dividere in modo equanime le responsabilità fra politici e elettori? La risposta non può che essere affermativa, visto che sono proprio gli elettori che hanno fatto avanzare una classe politica spesso incolta, becera e populista. Proprio come accade per i bambini, i politici nel corso di questi decenni hanno continuato a alzare l’asticella delle promesse vuote e non hanno quasi mai dovuto pagarne la colpa. I bambini ai quali si consente troppo diventano maleducati mentre i politici diventano arroganti e fanfaroni. Dimostrando in più una parallela crescita del loro ego e della capacità di banalizzare questioni complesse. Il risultato è di fronte agli occhi di tutti, almeno di chi li tiene aperti.

Siamo noi cittadini che abbiamo consentito alla politica di esprimere il peggio, smettendo di esercitare il controllo sulla delega data. Pensando che se il paese va verso lo sfascio, culturale e economico, sia molto meglio barricarsi nel salotto di casa propria, magari agitandosi soltanto sui social. Una deriva che colpisce duro in Italia e che spesso ha contagiato non solo i partiti ma anche i corpi intermedi. Che sono passati dall’essere un utile stimolo a cercare di inseguire proprio chi dovrebbe essere in grado di rappresentare i cittadini.

Eppure è noto che una società migliore è creata dal livello culturale e dall’educazione civile dei suoi componenti. Per questo lo stimolo a questo processo di crescita, in tema di tutela ambientale e crescita dei diritti animali, dovrebbe essere il primo obiettivo di tutte le realtà sociali che si occupano di operare in questi settori. Invece l’impressione è che, anziché promuovere la crescita culturale che spesso non è compito popolare, sia privilegiata l’attività di raccogliere consensi, di guadagnare visibilità. Un po’ come ha recentemente dimostrato l’improbabile legame fra il WWF e il Jova Beach Party.

Combattimenti fra cani: sgominata gang ma occorre potenziare la normativa sul maltrattamento

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Combattimenti fra cani: sgominata gang che operava nel Nord Italia per arrivare a far combattere i cani fino in Serbia. Dove sembra non essere così difficile aggirare i divieti in materia, dove queste lotte avvengono con regolarità. Lo rivela un’inchiesta condotta dalla Procura di Sanremo, che scoperchia un calderone fatto di maltrattamenti, droghe e sostanze proibite e complicità. Senza poter scordare il solito fiume di denaro che scorre sempre alimentato dai cimini contro gli animali.

L’indagine è stata condotta dalla Squadra Mobile della questura di Imperia ben sette anni fa, come rivela un articolo pubblicato in questi giorni su La Stampa. Un tempo davvero lungo che rischia di non lasciare spazio a condanne definitive. Il tempo trascorso dalla commissione dei reati, che finiranno sul tavolo del GUP di Imperia il 17 aprile, rischia di vanificare lo sforzo investigativo. Calcolando i tempi per la prescrizione di molti reati introdotti dalla riforma, che impedirà quasi certamente che possano arrivare al terzo grado di giudizio.

Reati molto gravi, con una serie di aggravanti, che sono costati indicibili sofferenze agli animali impiegati nei combattimenti. Si va dall’associazione per delinquere al maltrattamento di animali, dal falso al divieto di combattimento e all’uso di sostanze dopanti. Questa non è la prima indagine che avviene sul territorio italiano che vede la definizione di una rete criminale che arriva nei paesi dell’area balcanica. Il fenomeno, pur essendo riservato a un pubblico molto ristretto, muove grandi interessi economici. Legati ai profitti derivanti dalle scommesse clandestine. Gestite da organizzazioni mafiose che usano i combattimenti fra animali per fare soldi facili, con rischi limitati.

cani falchi tigri e trafficanti

Combattimenti fra animali, la gang sgominata rischia molto poco visto il tempo trascorso e le normative in vigore

La notizia dell’udienza davanti al GUP di Imperia Anna Bonsignorio ha suscitato abbastanza scalpore sui media. I fatti sono molto gravi e il numero delle persone coinvolte nei combattimenti clandestini, individuati dalla Polizia di Stato, è rilevante. Ma questo probabilmente non basterà per ottenere davvero giustizia. In alcuni casi l’assenza di condanne potrebbe consentire a figure professionali, come i veterinari coinvolti, di continuare il loro lavoro come se nulla fosse successo.

Chiunque si sia interessato di combattimenti fra animali ha un’idea ben precisa di quanto questi eventi siano cruenti. Ci si indigna per molti maltrattamenti, terribili, ma probabilmente si fatica a comprendere le violenze a cui viene sottoposto un cane da combattimento. A partire dall’addestramento, al potenziamento della muscolatura per arrivare alla desensibilizzazione al dolore, a un’aggressività incredibile nei confronti dei conspecifici. Grazie a sevizie, botte, collari elettrici, antidolorifici e sostanze dopanti.

Questa violenza, subita dal cane senza possibilità di difesa, può essere tollerata e vissuta solo da una persona priva di scrupoli, di empatia e della minima compassione. Criminali che sono feccia umana, che non provano pietà nei confronti di uomini e animali, a loro volta dopati dall’adrenalina dei combattimenti e delle scommesse, dei soldi che scorrono a fiumi, come se trafficassero droga. Uomini che hanno una grande capacità criminale, imprenditoriale e organizzativa, che denota un’intelligenza messa al servizio del malaffare, sulla quale bisognerebbe fare delle riflessioni.

Organizzare, fiancheggiare o assistere a combattimenti criminali è un segnale di pericolosità sociale da tenere sotto stretto controllo

Nei crimini contro gli animali il legislatore, sino ad oggi, ha punito il reato ma non ha pensato alla necessità di misure di controllo. Per tutelare la società da persone capaci di commettere reati violenti, con crudeltà che non possono essere sottovalutate solo perché commesse su animali. Uomini, che come sembra poter accadere in questa inchiesta, restano mostri a piede libero, non sottoposti a misure di prevenzione e di interdizione. Che sarebbero previste se il legislatore avesse contezza dell’argomento.

La violenza è spesso soggetta a pesi e misure diverse, a seconda dei luoghi, delle vittime e dei contesti, senza spesso preoccuparsi che il problema è la “qualità” e nn il soggetto verso la quale è rivolta. Chi è disponibile ad assistere a un combattimento all’ultimo sangue fra cani, non è un bullo di periferia, ma una persona priva di valori morali tanto da compiacersi di fronte alla violenza. I latrati, l’odore del sangue, gli occhi… Queste persone sono potenzialmente pericolose, vanno assoggettate a misure di prevenzione come l’obbligo di firma e di dimora, il divieto di possedere e svolgere lavori con soggetti fragili come minori, diversamente abili, anziani, animali. Per sempre o almeno sino a quando un giudice non valuti l’efficacia di un serio percorso riabilitativo.

Lo dice la scienza, lo suggerirebbe il buon senso per tutelare uomini e animali. Chi sevizia un animale non compie un reato minore, ma mette in atto un crimine efferato, grave e pericoloso. Per questo occorre cambiare la normativa, ribaltare la visione comune che normalmente si ha nei confronti dei reati violenti ai danni degli animali. Per atti molto meno gravi, sotto il profilo della reale pericolosità sociale, sono stabilite misure di prevenzione importanti, ora occorre che in questo novero di misure vengano fatti rientrare anche i reati violenti verso gli animali. Senza sconti, senza possibilità di prescrizione.

Sugli animali diamo i numeri, uccidendo il buon giornalismo e l’informazione responsabile

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Sugli animali diamo ai numeri, con sempre maggior disinvoltura, senza effettuare controlli, togliendo spesso agli organi di informazione credibilità. Privando in questo modo i lettori di notizie attendibili, su argomenti che sono ritenuti sempre più importanti dall’opinione pubblica. Un’importanza che troppi media riservano solo ai click che le notizie sugli animali sono in grado di attivare, ma non alla qualità dell’informazione che spesso è soltanto un brutto “copia & incolla”. Fatto senza controlli sull’attendibilità delle fonti, anche quando sono da sempre inaffidabili.

Così il giorno di Capodanno viene diffusa una notizia lanciata dalla famigerata associazione “AIDAA” sui botti. Nella velina subito rilanciata dalle agenzie si parla di 400 cani e gatti morti a seguito di petardi e fuochi d’artificio. Peccato che manchino del tutto le fonti di acquisizione dei dati che sono alla base del solito comunicato stampa, come è chiaro a chiunque segua questo settore. Una certezza per chi ben conosce il fondatore dell’associazione e le sue improbabili dichiarazioni, ma anche la sicurezza sull’impossibilità di avere i dati citati. In assenza di un osservatorio efficace e, soprattutto, reale sulle tantissime questioni che hanno al centro gli animali.

Così agenzie e le principali testate, fra le quali il Messaggero di Roma, si buttano letteralmente sui botti, contribuendo a far esplodere il fegato di chi conosce i protagonisti e il settore. Il Messaggero lo fa con un titolo drammatizzante: “Botti Capodanno, strage di animali: 400 fra cani e gatti morti, migliaia fuggiti. Bilancio peggiore rispetto al 2020”.

Errori di percorso, inciampi casuali e non voluti o strategie di clickbaiting?

Qualcuno potrebbe pensare a un incidente di percorso, un abbaglio preso da un’agenzia che ha causato il diffondersi di fake news. Non è così, non si tratta di un caso isolato. Come non possono essere considerati episodi sporadici tutte le falsità che spesso vengono pubblicate sugli animali. Confondendo realtà con fantasia, notizie con bufale, delle quali vengono digerite anche corna e zoccoli.

La realtà è che la buona informazione costa, ma nessuno vuole oramai pagare. Aumentando spesso l’incapacità del lettore di distinguere fra il vero e il falso, fra la notizia e la bufala. Così in un attimo il disastro si amplifica, grazie alla condivisioni delle fake news in rete, che vengono a loro volta ricondivise. Seguendo l’assunto che un fatto pubblicato da un giornale è per certo vero, e se viene postato da un amico stimabile la verifica l’avrà fatta certamente lui. Un effetto domino letale, che rende vero, falso e verosimile un impasto indistinguibile, una polpetta indigesta sulla cui tossicità si riflette troppo poco.

I giornali online vivono sulla pubblicità, con redazioni ridotte all’osso e con collaboratori pagati pochissimo. Che se vogliono poter arrivare alla fine del mese con un compenso dignitoso, che gli consenta almeno la sopravvivenza, sono costretti a scrivere tanto, verificando poco. In altri casi le regole le dettano gli investitori pubblicitari, che possono dare o togliere il loro sostegno a seconda delle politiche editoriali. Tutto deve tornare in ogni economia e i media non sono un’eccezione.

Sugli animali diamo i numeri e in questo modo tutto diventa opinabile, come le false notizie sui lupi, presentati come animali demoniaci

Così i lupi assediano i paesi, spaventano i bambini che non si sentono sicuri di poter uscire a giocare, per la paura ingenerata da queste creature del demonio. Raccontate non con il piglio della scienza, ma con il cipiglio delle veline di qualche sindacato di agricoltori o del mondo venatorio. Notizie false, gonfiate, capaci però di creare l’effetto valanga: partono che sono una palla di neve ma dopo anni che girano sulla rete diventano come le isole di spazzatura negli oceani. Inquinanti, pericolose, capaci di generare una falsa cultura che sembra essere diventata invincibile.

Tornando alla notizia degli animali morti a Capodanno c’erano tutti gli ingredienti per capire che fosse una polpetta avvelenata. Un’associazione non credibile quanto fantomatica, capace di dare sempre con furbizia proprio quella che è un’esca fantastica per avere l’attenzione dei media. I giornali vogliono i dati per dar corpo alla notizia, per renderla credibile e si abbeverano a questa fonte per i botti, ma non soltanto. Questa associazione da costantemente i numeri: del randagismo, degli abbandoni e persino dei gatti neri scomparsi nella notte di Halloween. Imbonitori, che sembrano però essere più ascoltati dai media di quanto lo sia Papa Francesco dai fedeli.

L’abuso della credulità popolare è un reato punito con una multa sino a 15.000 Euro, ma sulle panzane si chiudono gli occhi

Secondo l’articolo 661 del Codice Penale “Chiunque, pubblicamente, cerca con qualsiasi impostura, anche gratuitamente, di abusare della credulità popolare è soggetto, se dal fatto può derivare un turbamento dell’ordine pubblico, alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 15.000.” Non turba l’ordine pubblico pensare che i lupi assedino i paesi, mettendo in pericolo i bambini? Forse si, ma solo imparando a valutare con attenzione: chi scrive dovrebbe verificare sempre, e quando sbaglia rettificare. In un paese dove le fonti sono spesso avvelenate, il dovere del controllo non dovrebbe essere svolto soltanto per pura deontologia.

In Italia si fatica ad avere dati realistici in tutti i campi e quelli sugli animali non fanno eccezione. Alcune rare volte perché si cerca di occultarli, il più delle volte perché non vengono raccolti, non vengono aggregati, non gli vien data alcuna importanza. Facciamo fatica a conoscere i numeri del randagismo, perché le istituzioni non li raccolgono o non li trasmettono, e così gli unici disponibili sono datati e parziali. Ma mancano anche i dati complessivi dei procedimenti per maltrattamento di animali: quanti finiscono archiviati, prescritti, mai istruiti? Sappiamo quanti sono gli animali da compagnia in Italia solo grazie al fatto che rappresentano un dato economico rilevante, un mercato miliardario.

Ben diverso quando si parla di allevamenti, trasporti di animali vivi, fauna abbattuta dai cacciatori: per i primi i dati sono spesso espressi in quintali, per la fauna le Regioni ritirano i tesserini dove i cacciatori dovrebbero segnare gli animali abbattuti, ma i dati disponibili sono pochi, mai completi e spesso non si riescono ad ottenere. Si può quindi davvero pensare che questa associazione possa dare, lo stesso giorno, i dati degli animali morti per i botti di Capodanno? Neanche credendo che Biancaneve non sia il personaggio di una favola.

Alcuni giornali e agenzie che hanno pubblicato la falsa notizia

TestataDataLink
Il Mattino01/01/20222https://www.ilmattino.it/pelo_e_contropelo/animali_morti_botti_di_capodanno_cani_gatti_fuggiti_aida-6414027.html
Il Sicilia04/01/2022https://www.ilsicilia.it/strage-di-animali-a-capodanno-morti-almeno-400-fra-cani-e-gatti-per-i-botti-centinaia-quelli-scappati/
Napoli Today04/01/2022https://www.napolitoday.it/animali/capodanno-2022-animali-morti.html
ADN Kronos01/01/2022https://www.adnkronos.com/capodanno-2022-morti-almeno-400-tra-cani-e-gatti-per-i-botti_4VvGGRER0mmb4Vv7VE3luR
Corriere della Calabria04/01/2022https://www.corrieredellacalabria.it/2022/01/01/botti-di-capodanno-aida-record-di-cani-e-gatti-morti-in-calabria/
Corriere Etneo01/01/2022https://www.corrieretneo.it/2022/01/01/capodanno-in-sicilia-e-calabria-record-di-cani-e-gatti-morti-per-i-botti-sono-almeno-400/
TGCOM2401/01/2022https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/botti-di-capodanno-aida-almeno-400-gli-animali-domestici-morti_43877659-202202k.shtml
VelvetPets03/01/2022https://velvetpets.it/2022/01/03/botti-di-capodanno-strage-cani-e-gatti-oltre-400-animali-morti/

Una sola testata si interroga e si pone dubbi sulla veridicità della notizia ed è Kodami, alla quale bisogna dare atto dell’attenzione.