La Lombardia vuole il circo senza animali e la caccia senza regole

La Lombardia vuole il circo senza animali e la caccia senza regole

La Lombardia vuole il circo senza animali ma, anche, la caccia senza regole, perché si sa che nulla rappresenta un valore universale per la politica. L'11 marzo il Consiglio Regionale lombardo ha votato a maggioranza una mozione promossa da Luca Paladini (Patto Civico) per vietare gli animali nei circhi. Un'iniziativa lodevole che, grazie al voto segreto, ha raggiunto un'ampia maggioranza di consensi, evidentemente in modo trasversale. Per una volta la politica lombarda sembra essersi schierata a favore dei diritti degli animali! Ma i diritti o sono diritti oppure diventano concessioni, specie quando non sono universali.

Che il parlamento lombardo si batta per eliminare gli animali nei circhi è un segno dei tempi, ha scritto qualcuno. Ma anche riconoscere i diritti a macchia di leopardo è un segno dei tempi, si sarà detto qualcun'altro. Così da una delle regioni patria degli allevamenti intensivi, del bracconaggio e della caccia con i richiami vivi, forte si alza il richiamo che rivendica diritti per gli animali dei circhi. Se parliamo di diritti e di animali non umani questo argomento andrebbe declinato a tutto tondo, non credete? Abbiamo infranto il muro dei diritti garantiti solo per gli animali che vivono con noi oppure abbiamo messo in atto un operazione di camouflage?

Secondo quanto scrive Kodami in un bell'articolo su questa iniziativa politica "La mozione ha ottenuto grande consenso sia dentro che fuori dall'Aula e ha ricevuto il sostegno anche dei partiti della maggioranza Lega e Forza Italia, unica contraria Fratelli d'Italia, un segnale che qualcosa forse sta cambiando anche nella sensibilità anche dei politici. Raggiunto da Fanpage.it Paladini spiega: "Chi fa politica si deve occupare della società nel suo complesso, dei diritti degli esseri umani e di tutti gli esseri viventi".

La Lombardia vuole il circo senza animali e la caccia senza regole, ma in questo modo la coerenza finisce calpestata, asservita alla convenienza

Eliminare gli animali dai circhi è un atto che ritengo dovuto, per mille ragioni che ho illustrato tante volte. Bisognerebbe però avere il coraggio di affermare che esistono dei "diritti minimi" che vanno garantiti a tutti gli animali in quanto esseri senzienti, capaci di provare emozioni e di patire sofferenze anche non fisiche. La tigre non dovrebbe stare in gabbia, per rispetto e per un riconoscimento della sua dignità, ma neanche i tordi dovrebbero stare in gabbiette da richiamo senza poter volare. Per non parlare dei maiali che avrebbero diritto a vivere, almeno, nel rispetto delle 5 libertà di Roger Brambell!

Qualcuno dirà che da qualche parte bisogna pur cominciare, ma oramai inizio a credere che questa affermazione stia logorando le regole del gioco. Se diamo questo principio per valido allora ci dovrebbe essere una priorità nei valori, non la voglia di assecondare gli elettori. Benissimo vietare il penoso spettacolo degli animali prigionieri nei circhi, ma se parliamo di vite e di numeri, di diritti violati e di sofferenza, forse, ci vorrebbero dimostrazioni di un'attenzione diversa. Certamente più attenta, più allargata e meno ipocrita.

Si ricordino i consiglieri regionali che gli animali hanno dei diritti, come i detenuti, i migranti, gli anziani non per gentile concessione, ma bensì per un valore intrinseco nella loro stessa esistenza. Non sono concessioni perchè dovrebbero essere prese d'atto legate a un riconoscimento etico dei valori intrinsechi nella vita di ogni essere vivente. Non dico che tutti dovrebbero essere vegani, anche se sarebbe certo un percorso auspicabile, dico che i riconoscimenti dei diritti dovrebbero essere universali. E che, sotto una certa soglia, non si dovrebbe mai scendere. Garantire i diritti minimi è un dovere, farlo a corrente alternata, secondo convenienza, è una sorta di presa in giro della nostra dignità di sapiens!

Criminalizzare le proteste non cambia la realtà: l’emergenza ambientale cresce ogni giorno

Criminalizzare proteste cambia realtà

Criminalizzare le proteste non cambia la realtà: l'emergenza ambientale cresce ogni giorno, mentre si fa ancora troppo poco per il cambiamento. Possono non piacere i blocchi stradali e molte azioni messe in atto da Ultima Generazione, ma certo non sono queste persone a essere un problema. Certo se questi attivisti fossero davvero ecoterroristi (per qualcun altro eco-imbecilli), come sono stati definiti da qualche illuminato politico, allora le cose cambierebbero. Ma per chi ha vissuto gli anni veri del terrorismo, con tutti gli strascichi che hanno comportato, questa definizione è davvero priva di significato.

Le proteste pacifiche sono azioni di disobbedienza civile che devono essere riconosciute come portatrici di un valore. Specie quando cercano di accendere i riflettori non su un problema ma su un dramma del quale si parla molto, facendo in realtà troppo poco. I cambiamenti climatici sono una certezza, i danni economici che porteranno sono ampiamente previsti dal mondo della finanza etica, ma anmche dalle Nazioni Unite, e le migrazioni in atto sono la punta dell'iceberg. Ma la confusione dell'informazione porta a omologare questi attivisti a dei black block, come se spaccassero e vandalizzassero tutto quello che trovano sul cammino.

In un mondo digitale chi scende sul terreno del reale sarebbe già da apprezzare solo per questo. Per la volontà dell'esserci, di metterci la faccia, di esporsi a dei rischi e di subire processi e denunce. In un paese come il nostro che sembra aver perso il senso del valore della libertà, spesso troppo occupato a subire l'informazione, senza avere voglia di indagare le ragioni dei fenomeni. I cambiamenti climatici sono diventati un'emergenza in Europa, ma si trasformano in drammi nei paesi più poveri del mondo. Mentre l'economia e la politica ci rassicurano che stiamo efficacemente combattendo le cause delle mutazioni del clima e ionvece stiamo andando a sbattere su una nave senza pilota.

Criminalizzare le proteste non cambia la realtà e Ultima Generazione non fa eco-terrorismo

Quando i blocchi stradali li fanno gli operai che difendono il posto di lavoro sono azioni illegittime ma scusabili, perché devono mantenere la famiglia. Ma se si tratta degli attivisti, siano di Ultima Generazione che di quanti difendono i diritti di tutti gli esseri viventi, allora le cose cambiano. Stranamente il lavoro è un diritto, ma voler avere un futuro sembrerebbe di no! Così queste proteste diventano inutili, fatte da ragazzini (e non è vero) che vogliono avere visibilità. Mentre il loro esserci, con sistemi di pacifica disubbidienza civile, ci aiuta a ricordarci che ogni giorno perdiamo biodiversità. Eppure la disobbedienza civile ce l'ha insegnata il Mahatma Gandhi, anche con il suo motto "Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo".

Nelson Mandela, indimenticato primo presidente del Sud Africa post segregazione razziale, fu premiato nel 1993 con il Nobel per la pace. Un giusto riconoscimento, dato a un uomo che aveva messo in atto azioni, anche violente, per lottare contro la segregazione dei neri. Per usare un paradosso ha lottato con mezzi estremi per un mondo che non voleva vedere più in bianco e nero, come ricorda questo brano tratto da un articolo di Daniele Scalea:

Perché è vero che Mandela è stato l'uomo della resistenza non violenta, della pacificazione, della "nazione arcobaleno", dell'amnistia, della filantropia. Ma è stato anche e non solo quel Mandela. C'è pure un'altra faccia di Mandela, quella del militante, del cospiratore, che non è opposta ma complementare alla prima. Che non è il rovescio "cattivo" della faccia "buona". È altresì il Mandela che non si vuole ricordare perché, alla nostra società assuefatta alla violenza ignobile e insensata che viene compulsivamente narrata o descritta dai TG ai film, dalla musica ai videogiochi - a questa società tanto caratterizzata dalla violenza fine a se stessa, riesce invece difficile accettare e riconoscere l'esistenza di una violenza "nobile", una violenza motivata dal senso di giustizia e tendente al giusto.

Huffington Post del 7 febbraio 2014

Il rispetto delle leggi è un valore assoluto, ma bisogna anche valutare le motivazioni delle trasgressioni

Non condividere il principio che il fine giustifica i mezzi non può significare voler essere ciechi. Abbiamo bisogno di innescare reali cambiamenti e se fossimo davvero attenti non avremmo necessità di avere queste proteste per averne consapevolezza. Invece insistiamo nel divorare la terra a morsi per non turbare economia e finanza, continuando a distruggere l'ambiente che avremmo dovuto da tempo imparare a proteggere. Un terzo della superficie di mari e oceani andrebbe tutelata e liberata dalle attività umane, mentre noi continuiamo a comportarci come i tarli inconsapevoli, sull'unico tavolo che ci ospita.

Se si vuole togliere di mezzo gli attivisti che difendono l'ambiente il sistema è facile: leviamogli la terra sotto i piedi della protesta, cominciando a fare cose per davvero e smettendo di raccontarle soltanto. Alla politica, ma non soltanto, manca il senso dell'urgenza che non sfugge invece, e per fortuna, a un'altra grande parte del paese, che certo non è composta da eco-terroristi. Chi si occupa e si preoccupa di difendere ambiente e biodiversità nell'Antropocene non è un profeta di sventure, una fastidiosa Cassandra. E' soltanto una persona che racconta facili previsioni, non per vaticinio ma per senso della realtà, del tempo presente che stiamo vivendo.

Ragionamenti da fare ora, perché quello che tanto preoccupa l'Europa non diventi davvero un'invasione: non più migranti economici e richiedenti asilo, ma torme di migranti climatici disperati e affamati. E non ci sarà più tempo per il futuro, neanche prossimo, perché la realtà potrà essere descritta solo utilizzando il presente indicativo. E non sarà un bel racconto!