Uccisa in Abruzzo l’orsa Amarena, madre dell’orso Juan Carrito: un’altra perdita annunciata su cui riflettere

Uccisa orsa Amarena
Foto PNALM risalente all’estate 2021

Uccisa in Abruzzo l’orsa Amarena, madre dell’orso Juan Carrito, l’orso confidente più famoso di Europa, morto a seguito di un investimento stradale nel gennaio di quest’anno. La storia di Amarena parte da molto lontano ed è quella di un’orsa diventata confidente a causa delle continue interazioni con gli uomini. Quando un orso come Amarena perde la naturale e auspicabile diffidenza nei confronti dell’uomo, diventa un fenomeno da baraccone per troppi, nonostante l’incessante lavoro del Parco per proteggerla. Raggiungendo il culmine della pressione nell’estate del 2020, quando Amarena partorì ben 4 cuccioli e nella zona dei paesini della Marsica scoppiò il caos.

L’orsa fu messa sotto assedio da turisti a caccia di una foto, ma anche dai fotografi professionisti che non volevano rinunciare a documentare questo evento eccezionale. E così Amarena già nota per le sue incursioni nei paesi come Rocca dei Marsi, San Benedetto e altri, si abituò sempre più agli uomini. La nostra specie risultava infinitamente meno pericolosa degli orsi maschi, che per le femmine con cuccioli rappresentano il pericolo più grande. I maschi di orso tendono, infatti, a uccidere i cuccioli, per far andare nuovamente in estro le femmine.

In un contesto diverso, come il Trentino, un’orsa come Amarena sarebbe già stata catturata o uccisa, ma in Abruzzo la gestione è diversa. E diversa è anche l’accettazione delle persone nei confronti degli orsi, che non può essere messa in discussione per il gesto criminale di un singolo. La comunità abruzzese conosce l’importanza degli orsi, sia sotto il profilo ambientale che economico. Gli orsi, in Abruzzo, sono una fonte di ricchezza, grazie anche a un ente parco che fa tantissime attività divulgative e educative. Facendo comprendere l’importanza di un patrimonio unico come quello degli orsi marsicani.

Uccisa in Abruzzo l’orsa Amarena, una perdita per la biodiversita e una sconfitta per gli uomini

Ancora prima di conoscere l’esatta ragione che ha portato un residente a sparare a Amarena si è già messo in moto il solito circo mediatico. Fatto di attacchi a 360°, di affermazioni a effetto fatte senza nemmeno conoscere ancora la realtà. Dove tutto si focalizza sulle responsabilità di chi ha sparato e sull’odio che la politica, e questo governo in particoolare, cavalcano per interesse elettorale. Con la solita invocazione a pene e processi esemplari, che non ci saranno perché i giudici possono solo applicare la legge, non possono inventarsela. E le leggi a tutela della fauna sono da sempre fatte per non punire troppo severamente cacciatori e bracconieri.

Certamente chi ha ucciso Amarena andrebbe punito in modo esemplare. Non può essersi trattato di un atto di legittima difesa perché il responsabile del gesto poteva restare chiuso in casa. Ma le colpe, come accadde per Juan Carrito, sono tante e eticamente non meno gravi, in senso ovviamente relativo, di quelle dello sparatore. Non possiamo dimenticare, e facendolo non aiuteremmo certo gli orsi e gli animali selvatici in generale, delle responsabilità di quella moltitudine di umani che hanno comportamenti sbagliati. Talvolta per una mancata riflessione, per assenza di educazione naturalistica, altre volte per ragioni meno nobili.

Ci sono persone che hanno atttirato deliberatamente, con azioni o omissioni, Juan Carrito e Amarena nei paesi, lasciandogli cibo, non gestendo i rifiuti, usando in qualche caso esche attrattive per fare fotografie. Una realtà denunciata da tempo, sulla quale non si è riusciti a incidere in modo importante. Come la gestione dei rifiuti che molte amministrazioni comunali non hanno ancora reso sicura, con strutture che impediscano ai selvatici di nutrirsi della frazione umida.

Amarena è stata uccisa perché “orso confidente”, cioè un morto che cammina, come sa bene chi si occupa di convivenza con i grandi carnivori

Amarena è stata uccisa da un criminale, ma non è morta per questo. E’ morta perchè era stata resa confidente, Se non si riesce a comprendere la causa e si continua a guardare solo all’effetto non faremo grandi passi avanti nella coesistenza. L’anello debole della catena non è chi ha sparato, ci saranno sempre folli e delinquenti, ma chi ha reso Amarena un’orsa che portava a spasso i suoi cuccioli nei paesi. Certo l’indignazione ha sempre più presa del ragionamento e essere forcaioli paga sempre in termini di consensi.

Un colpevole soddisfa, lava le cattive coscienze e permette ragionamenti semplici, come quelli contenuti in molti comunicati stampa che sto ricevendo in queste ore.

Se però si vede un obiettivo di periodo sarebbe più utile interrogarsi sui motivi di questa nuova sconfitta. Comprendendo che prima della rigorosa applicazione della legge sarebbe necessario far capire, anche a chi invoca la forca, che l’unica reale difesa della fauna è il rispetto, delle regole e degli animali. Occorre un cambiamento di rotta perché gli orsi non sono belli e non sono peluche. Non bisogna comportarsi come fossero personaggi dei cartoni animati, diversamente ci scappa il morto.

La natura selvatica è meravigliosa ma perché continui a esistere va osservata a distanza, come ospiti rispettosi che entrano a casa d’altri, non come vocianti spettatori che entrano al circo. Bisogna capire i contesti, occorre una cultura nuova e molto più profonda di quella attuale. La vita sul pianeta non è un gigantesco social, dove tutto si fonde e perde contorno. Occorrono separazioni nette e consapevolezza, se no è davvero inutile piangere sul sangue dell’orsa Amarena. E ora vediamo cosa si potrà fare per salvare i suoi cuccioli, ancora troppo piccoli per essere autonomi. Un altro enorme danno per la popolazione veramente esigua di orsi marsicani.

Investì l’orso Juan Carrito causandone la morte: prosciolto dall’Autorità Giudiziaria nonostante i social

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Una delle tante scorribande a Roccaraso di Juan Carrito

Investì l’orso Juan Carrito causandone la morte nello scorso mese di gennaio, un evento che parve subito accidentale non attribuibile al comportamento del guidatore del veicolo. Come risulta dalle attività dei Carabinieri e delle Guardie del parco intervenute sul posto: il conducente non avrebbe potuto evitare Carrito. L’orso infatti è saltato improvvisamente sulla carreggiata, da un muretto che costeggia la statale. Un tratto di strada più famigerato che famoso, visto che sono stati diverse le collisioni con altri orsi, due delle quali mortali.

Carrito è morto per un incidente stradale lungo un’arteria, la SS 17, che prima di lui, negli ultimi anni, aveva già ucciso altri 2 orsi nel tratto tra Castel Di Sangro e Roccaraso e aveva registrato l’investimento, per fortuna senza conseguenze di altri 2 individui. Nessuno di quegli orsi aveva il comportamento confidente di Carrito. A dimostrazione che Carrito non è morto perché era Carrito, ma perché, come tutti gli altri orsi era libero di muoversi sul territorio”.

Tratto dal sito del PNALM

L’investitore, Luciano Grossi, di Castel di Sangro, la tragica notte dell’investimento ha subito avvisato i Carabinieri, un comportamento purtroppo non così comune. Questo però non è bastato ad evitargli insulti sui social e denunce, da quanti non perdono occasione per cercare un momento di notorietà. Così la perdita dell’orso più famoso d’Italia ha dato il via a ogni sorta di polemica con attacchi a 360°, senza risparmiare alcuno. Dall’investitore al Parco d’Abruzzo, che secondo molti non aveva fatto a sufficienza per proteggere Juan Carrito in un crescendo di accuse decisamente senza senso. Questo non vuol dire che non possano esserci stati errori, è inevitabile, ma certo non per trascuratezza.

Investì l’orso Juan Carrito causandone la morte, ora che è stato prosciolto denuncia chi lo aveva accusato

Luciano Grossi, prosciolto dopo l’inchiesta dei Carabinieri intervenuti all’atto dell’incidente, ha dato mandato al suo avvocato di querelare quanti lo avevano insultato sui social. Ma anche contro chi, come l’associazione Stop Animals Crimes, lo aveva accusato di aver cambiato troppe volte versione dei fatti, ritenendolo responsabile della morte di Carrito. Un evento che ha addolorato tutti -oramai Carrito era diventato una sorta di “amico selvatico” per tanti di noi- colpiti ma purtroppo non stupiti dai suoi comportamenti. Causati dall’uomo per azioni, come lasciargli il cibo, o per omissioni, come non mettere in sicurezza i rifiuti. Una morte che non doveva essere usata per far partire il consueto circo mediatico di insulti basati spesso sulla più completa ignoranza sull’accaduto.

Ho scritto spesso su questo blog e sui giornali le azioni di Carrito, ho cercato di raccontare, come molti altri, come gestione dei rifiuti e comportamento delle persone fossero la causa delle sue azioni. Un orso può nascere curioso, più intraprendente di altri, può anche avere un’intelligenza particolare, come può accadere a un umano, ma se diventa confidente la colpa è solo della nostra specie, dei nostri comportamenti. Gli animali selvatici non vanno fatti diventare fenomeni da baraccone, devono avere paura dell’uomo se vogliono sopravvivere, e devono stare lontano dai nostri insediamenti. Chi dice il contrario giustifica comportamenti che possono soddisfare il proprio ego, potendo però anche condannare a morte un animale.

Fra le tante cose scritte e dette in quei giorni, pro e contro il Parco, responsabile secondo i detrattori di non aver fatto quanto era possibile e di aver alterato la verità dei fatti, una considerazione è mancata del tutto. Certo è sempre più facile accusare che difendere, anche perché le accuse, anche le più stupide, sono sempre più condivise dei pacati ragionamenti. Quello che non ho letto è legato al sostantivo “coraggio”, alla determinazione di far restare Carrito un orso libero. Di non far fare a questo giovane orso marsicano la fine di M49, l’orso trentino rinchiuso da anni, in pochi metri quadrati, nel centro di detenzione di Casteller.

Carrito è morto da orso libero, quello per cui ci siamo battuti strenuamente fin da quando aveva iniziato a manifestare i suoi comportamenti sopra le righe nella Valle del Giovenco poco dopo essersi separato dal suo nucleo familiare con mamma Amarena e i suoi 3 fratelli. Un piccolo ma importante inciso per tutti coloro che in queste ore si sono affannati a spargere notizie false. Amarena, la mamma di Carrito, è viva e vegeta. 

Tratto dal sito del PNALM nei giorni appena successivi alla morte di Juan Carrito

Se Juan Carrito è morto da orso libero questo lo si deve alle scelte fatte dal Parco d’Abruzzo

Può essere che il PNALM abbia fatto degli errori nella gestione del problema Carrito. Ma anche molte cose importanti come, per esempio, grazie alle sinergie con l’associazione Salviamo l’Orso la messa in sicurezza di molti tratti della SS17. La strada della morte, anche se fuori dai confini del parco, ora è un po’ più sicura per gli animali. Ma non è per questo che parlavo di coraggio. La scelta coraggiosa è stata quella di difendere ostinatamente e con ogni mezzo la libertà di Carrito. Rifiutando la scorciatoia più facile costituita dal rinchiudere quest’orso, dal sollevarsi dalla responsabilità che l’orso, confidente e problematico, potesse causare la morte di una persona.

Con tutte le inevitabili conseguenze di natura penale, amministrativa e erariale che sarebbero potute ricadere sulla testa di Giovanni Cannata, presidente del PNALM e del direttore del parco Luciano Sammarone. Se Carrito è morto da orso libero questo fatto deve essere riconosciuto come un merito loro, unitamente alla tolleranza che da sempre gli abitanti di quei luoghi hanno sempre avuto nei confronti della fauna. Ma ricordo di aver letto pochi apprezzamenti e riconoscimenti e molte critiche, senza meriti per aver operato scelte non facili per un amministratore pubblico.

Con i tempi che corrono per la difesa della fauna occorrono persone di coraggio e di principi, capaci di non svendere alla politica la conservazione del nostro patrimonio naturale. Per questo è importante fare informazione di qualità, senza tener conto di quanto questa possa piacere ai tuttologi dei social, agli odiatori di professione. Le opinioni possono divergere, ma il dibattito deve sempre restare civile, senza dimenticare l’obiettivo primario: la difesa del capitale naturale.

Animali a rischio investimento sulle strade: se ne parla tanto ma si fa troppo poco

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Animali a rischio investimento sulle strade: se ne parla tanto ma si fa troppo poco per mettere in sicurezza le nostre strade. Dopo la morte dell’orso Juan Carrito, investito e ucciso da un auto in Abruzzo, il tema torna prepotentemente alla ribalta. Ma l’esperienza insegna come su questo argomento i riflettori restino accesi per poco tempo, senza riuscire a far mettere in atto le azioni necessarie per prevenire queste collisioni, che hanno quasi sempre esito fatale per gli animali e spesso anche per le persone.

Il nostro paese è molto arretrato, rispetto a altre realtà europee, nell’adozione di provvedimenti concreti per tutelare gli animali selvatici. Costretti ad attraversare le nostre infrastrutture come strade, autostrade e binari ferroviari mettendo a repentaglio la sicurezza dei conducenti e la loro vita, per mancanza di adeguati corridoi ecologici. Una strage silenziosa sulla quale esistono pochi dati: se non si verificano collisioni importanti auto/animale i continui investimenti non fanno notizia. Specie quando riguardano animali di piccola taglia come volpi, tassi, ricci, faine o altri animali di taglia medio piccola.

Eppure queste collisioni sottraggono al nostro patrimonio naturalistico un numero consistente di animali, un’impressione non corroborata da dati certi, ma dai cadaveri di animali che si osservano percorrendo molte strade. Per evitare questi incidenti esistono soluzioni immediate, come una drastica riduzione della velocità quando si attraversano aree naturalistiche, specie nelle ore notturne, e la creazione di attraversamenti sicuri. La riduzione della velocità non può essere lasciata alla scelta del singolo automobilista, che spesso ignora i cartelli di pericolo, ma può essere ottenuta con controlli automatici della velocità. I proventi di queste sanzioni potrebbero essere destinati alla messa in sicurezza delle strade mediante la creazione di attraversamenti sicuri.

Animali a rischio investimento sulle strade: servono più controlli automatizzati

L’assenza di strutture per l’attraversamento sicuro delle strade da parte degli animali è un problema serio e non soltanto per garantire la sicurezza della circolazione. Le barriere, spesso invalicabili, costituite dalle nostre reti viarie rappresentano ostacoli fisici che impediscono il libero spostamento degli animali sul territorio. Con conseguenze che impattano anche sulla loro distribuzione e sulla tutela della biodiversità, così importante per mantenere l’ambiente in equilibrio.

La morte dell’orso Juan Carrito ha privato la popolazione degli orsi marsicani, che è di circa una settantina di esemplari, di un giovane maschio che non aveva ancora raggiunto la maturità sessuale. Un danno importante quando colpisce una popolazione così piccola, di una sottospecie unica che vive in un areale molto piccolo. Ma sulla stessa statale dove è stato investito Carrito negli anni precedenti erano stati investiti e uccisi già tre orsi, mentre altri due erano rimasti soltanto feriti e qualche giorno fa è stato investito un lupo.

Una situazione di pericolo che ha costretto il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, con l’aiuto dell’associazione Salviamo l’orso, a fare interventi per la messa in sicurezza di quel tratto stradale. Pur non avendo una competenza diretta ma con il solo intento di evitare altre morti in un tratto di strada molto pericoloso. Purtroppo il giovane Juan Carrito, sempre in cerca di nuovi percorsi, ha superato le reti arrampicandosi per poi balzare sulla carreggiata, un comportamento con conseguenze fatali. Del resto gli animali sono imprevedibili e i mezzi di dissuasione, seppur indispensabili, non possono fornire certezze assolute. Mentre la riduzione della velocità resta sempre la miglior prevenzione contro gli incidenti.

Tutte le nuove infrastrutture devono prevedere corridoi per garantire attraversamenti sicuri agli animali selvatici

Occorre che sul tema delle collisioni con la fauna e sulla necessità di creare corridoi che consentano agli animali selvatici attraversamenti sicuri si passi dalla teorizzazione alla concretizzazione. Mettendo in campo normative e risorse che consentano di tradurre in realtà i mille impegni sempre annunciati e mai attuati. L’amministrazione pubblica deve concentrare i suoi sforzi futuri in massima parte sulle attività di tutela ambientale e per il contrasto al cambiamento climatico. Magari sottraendo risorse a quella gestione venatoria della fauna che ha portato zero risultati sotto il profilo pratico.

Sarebbe bello fra qualche tempo poter affermare che la morte di Juan Carrito, che tanto ha colpito l’opinione pubblica, abbia fatto da spartiacque, facendo diventare concreta l’attenzione sulla sicurezza degli animali selvatici. In questo un grande aiuto lo possono fornire i cittadini, rallentando la velocità quando si percorrono strade che attraversano ambienti naturali e evitando di fornire cibo, anche involontariamente, ai selvatici. Per evitare di condizionarli e renderli così confidenti, mettendoli in pericolo e facendo perder loro il timore nei nostri confronti, che è invece indispensabile per la loro salvezza.

La morte dell’orso Juan Carrito deve aprire strade nuove verso il cambiamento

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Foto tratta dal sito del Parco della Majella in occasione della sua traslocazione

La morte dell’orso Juan Carrito non deve essere inutile: l’orso più famoso del mondo a causa delle sue scorribande ci lascia innumerevoli spunti su cui riflettere. Riflessioni che devono andare oltre all’impatto emotivo perché, per chi ha seguito la sua storia, è stato come se fosse venuto a mancare qualcuno che si conosceva bene. In fondo un esempio di determinazione nel perseguimento degli obiettivi, seppur indotti da comportamenti umani sbagliati.

Non amo umanizzare gli animali, trovo che sia un po’ come sottrar loro qualcosa che è nell’essenza di ogni essere vivente. Il rispetto e l’affetto non sono dovuti solo agli uomini, ma soprattutto il rispetto è un sentimento che bisogna provare, come compassione ed empatia, verso tutti gli abitanti di questo fantastico e bistrattato pianeta.

M20, al secolo Juan Carrito, è uno dei quattro cuccioli nati nella primavera del 2020 nel Parco d’Abruzzo dall’orsa Amarena, una madre fantastica ma purtroppo confidente. Un’orsa che ha avuto un parto eccezionale con ben quattro cuccioli, evento rarissimo, riuscendo a farli crescere tutti. Un evento ancora più eccezionale del parto, considerando le mille insidie che popolano la vita di tutti i cuccioli, in particolare quelli di orso. Piccoli orsetti che corrono sempre il rischio di venire uccisi dai maschi della loro stessa specie, costringendo la madre a tenerli lontani dai pericoli.

La morte dell’orso Juan Carrito è stata una sorta di appuntamento a Samarcanda, voluto dagli uomini però

Amarena, già abituata a entrare nei paesi per cercare piante da frutto, in particolare proprio le ciliegie, ha iniziato a vivere sempre più vicino ai paesi. Per evitare ai suoi cuccioli incontri mortali, non immaginando quanto gli uomini sappiano, spesso, essere molto più pericolosi degli orsi maschi. Così nell’estate del 2020 Amarena è stata assediata ogni giorno da centinaia di turisti. Che volevano vederla, fare un video o una foto da postare sui social. Un assedio incessante che nemmeno i Guardia Parco e i Carabinieri Forestali sono riusciti a impedire.

Più Amarena e i suoi cuccioli venivano pressati, inseguiti e perseguitati più era facile che questa vicinanza potesse diventare fonte di problemi. Così il più intraprendente dei suoi cuccioli, che sono come quelli di uomo uno diverso dall’altro per carattere e temperamento, ha cominciato a imparare che non aveva motivo per aver paura delle persone. Una pessima visione del mondo, questa, per un animale selvatico, che per vivere bene deve avere paura di noi e non vederci come creature diverse ma socievoli. Una condizione, quella di provare paura nei confronti degli uomini che spesso rappresenta la sottile frontiera fra vita e morte. Oppure fra vita libera e una destinata a essere vissuta da prigioniero, come successo all’orso trentino M49.

Così, crescendo, Juan Carrito, che deve il suo nome proprio all’omonimo paese del Parco, ha cominciato a visitare fattorie e pollai, senza disdegnare apiari e altri insediamenti umani. Per poi iniziare a frequentare il centro di Roccaraso, arrivando perfino a entrare in una pasticceria del centro. Per queste e altre incursioni finì per essere catturato e portato in montagna, nella speranza che potesse restarci. Nulla da fare, dopo pochi giorni o settimane Carrito tornava a Roccaraso. Questo anche perché qualcuno lasciava cibo per attirarlo e il Comune non aveva messo in sicurezza i bidoni dei rifiuti.

La morte di Juan Carrito dovrebbe insegnarci ad avere più attenzioni verso il capitale naturale

Il Parco, anzi i parchi visto che Carrito faceva il pendolare fra il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, quello del Gran Sasso e dei Monti della Laga e l’area protetta della Majella, hanno fatto sempre il possibile per proteggerlo. Qualcuno potrà anche dire che non è stato fatto abbastanza, ma la realtà è che quando il danno è fatto non sempre è possibile ripararlo. Una volta diventato confidente Juan Carrito aveva, in fondo, solo due possibilità: morire da orso libero a causa di un incidente o finire la sua vita da orso prigioniero, in cattività, come per fortuna non è stato.

In Italia manca l’educazione sul modo di rapportarsi con le varie componenti naturali, che bisogna imparare a conoscere e a rispettare. Nessun animale selvatico deve essere antropomorfizzato, riconoscendo che le vite di uomini e animali si possono intersecare nella condivisione dei territori e delle risorse, ma senza sovrapporsi. Mondi che devono restare separati, nei quali gli uomini devono imparare a entrare e uscire in punta di piedi. Con la consapevolezza che la cosa più importante non è vedere o farsi una foto con l’orso, ma riconoscere la sua importanza senza interferire, nei limiti del possibile, con la nostra presenza.

Occorre poi frammentare quelle barriere continue costituite dalle nostre infrastrutture: strade e ferrovie non devono diventare ostacoli pericolosi e insormontabili. Occorre costruire corridoi ecologici, sottopassi, ponti e strutture idonee che consentano agli animali di potersi spostare senza essere costretti ad attraversare strade e autostrade. In Italia se ne parla da decenni ma la loro realizzazione resta sempre ferma al palo, mentre si continuano a teorizzare di opere faraoniche inutili e dannose, come il ponte sulla Stretto di Messina.

Impariamo ad avere coscienza delle nostre azioni, con la consapevolezza di poter creare grandi problemi alla biodiversità

L’orso marsicano è una sottospecie unica, un patrimonio importante costituito da poche decine di esemplari che devo essere considerati preziosi. Perdere un orso, anche un solo orso, rappresenta un enorme danno fatto alla biodiversità, considerando che proprio gli orsi sono considerati una specie ombrello fondamentale per il mantenimento dell’equilibrio naturale. Difendere gli animali selvatici parte dall’avere comportamenti responsabili: guidare con attenzione e moderando la velocità specie di notte, non alimentando gli animali grazie anche a una corretta gestione dei rifiuti. Ma anche tenendo i cani sempre al guinzaglio quando si fanno escursioni in natura, senza inseguire mai gli animali per fare una foto.

Cerchiamo di veicolare solo informazioni corrette, diffondiamo le buone pratiche come quella di non alimentare e non interagire con i selvatici. Chiediamo ai politici che votiamo di attivarsi per la costruzione dei corridoi ecologici, per dare maggiori risorse in uomini e mezzi alle aree protette. Cerchiamo di essere tutti una componente attiva per la difesa dell’ambiente e di tutte le forme di vita, non fermiamoci a considerare solo gli animali “simpatici”. Ogni essere vivente è importante, ogni organismo ha un suo posto nella natura, anche se spesso non siamo in grado di conoscere quale sia.

Juan Carrito è diventato un simbolo che resterà nel cuore di tutti le persone che si sono in qualche modo occupate di lui. Non lasciamolo diventare un’icona vuota e priva di contenuti, ma trasformiamolo in un animale che è stato capace di indicarci i nostri errori, di insegnarci che non c’è amore senza rispetto e che ogni animale ha caratteristiche uniche e inimitabili. Non esistono animali buoni o cattivi, mentre esistono individui profondamente diversi fra loro, per carattere e comportamento, proprio come lo siamo noi, senza però avere fini diversi che non siano il perseguimento della propria esistenza e della perpetuazione della specie.

Juan Carrito torna a Roccaraso, dopo 18 giorni dalla sua traslocazione sul massiccio della Majella

Juan Carrito torna Roccaraso
Foto Parco Nazionale della Majella

Juan Carrito torna a Roccaraso, lasciando i boschi in cui aveva passato buona parte dei giorni trascorsi in montagna dopo la sua traslocazione. Una possibilità che tutti temevano, una realtà che era vista come molto probabile. Dopo aver passato alcuni giorni in montagna, comportandosi da orso e nutrendosi del cibo a disposizione e non dei rifiuti, Carrito ha ripreso la strada di Roccaraso. Troppo forte il condizionamento subito, che ora gli esperti stanno valutando se sia possibile far regredire.

Ora più che mai sul futuro di questo giovane orso si addensano nubi nere, foriere di una captivazione che potrebbe diventare permanente. L’orso, con il suo comportamento indotto, sta galoppando dall’essere un animale confidente verso il diventare un orso problematico. Che non riesce a stare lontano dagli ambienti urbani, che si sono dimostrati un irrinunciabile fast food. Ma un orso, anche se di indole pacifica, resta sempre un orso e non può convivere con gli uomini all’interno di un centro abitato.

Ora si prevede una nuova cattura, con la quarta sedazione in pochi mesi, e il suo ricovero probabilmente presso il centro di Palena. Una struttura del Parco della Majella dove era stato già ospitato prima dell’ultimo trasferimento in montagna. Con lo scopo di essere sottoposto a un programma di rieducazione, che sembrava essere già stato messo in atto, prima della smentita dell’ente parco. Un percorso difficile, ruvido e pieno di incognite.

Juan Carrito torna a Roccaraso e questo rappresenta la conferma della potenza del condizionamento da rifiuti

In Trentino un orso come Carrito sarebbe già stato catturato o abbattuto, mentre in Abruzzo stanno facendo più del possibile per un futuro diverso. Ma è evidente che la buona volontà non è sempre sufficiente per ottenere il risultato sperato. Specie quando parliamo di animali intelligenti, con un comportamento alterato da una lunga teoria di errori commessi dagli uomini. Qualcuno potrebbe pensare che non si possa impiegare così tanto tempo e risorse per risolvere un problema che riguarda un solo orso. Una chiave di lettura sbagliata.

Gli orsi marsicani appartengono a una sottospecie, un unicum endemico di questa zona e per questo importantissimo. La popolazione è composta da un numero basso di esemplari, che per ragioni etologiche, faticano a disperdersi sul territorio. Per questo il rischio che questa sottospecie possa scomparire, scendendo sotto il numero minimo di esemplari, è più che concreto. Una ragione per la quale non è possibile pensare di poter rinunciare anche a un solo orso.

Una situazione che avrebbe dovuto portare a comportamenti più responsabili delle istituzioni e degli stessi cittadini e turisti. Invece nonostante i tavoli in in Prefettura e le continue sollecitazioni dei Parchi coinvolti nella tutela dei marsicani, troppe questioni sono rimaste senza risposta. La prima e la più importante resta sempre quella della messa in sicurezza dei rifiuti. Una carenza di troppe amministrazioni comunali che non hanno voluto investire su questo con progetti e risorse. Dal Trentino all’Abruzzo corre un filo rosso di inadempienze e sottovalutazioni che hanno causato problemi seri. Non solo agli orsi ma a tutte le specie selvatiche.

Juan Carrito dovrebbe diventare il simbolo che riunisce tutti gli errori commessi dagli uomini

Il ritorno di Carrito a Roccaraso è il risultato di un cocktail di ingredienti avvelenati, che nemmeno gli sforzi dei due Parchi nazionali coinvolti sono riusciti a mitigare. Eppure l’impegno profuso è stato davvero molto, ma non è bastato a scongiurare il peggio. I parchi non hanno potere impositivo sulle amministrazioni, hanno bisogno di avere la loro collaborazione e questa è mancata. Possono invece porre divieti e limitazioni nelle aree che amministrano per residenti e turisti, ma non possono mettere un Guardia Parco a ogni svolta di strada.

La voglia di natura mai come in questi anni ha portato i turisti a rifugiarsi nelle aree protette, ma questa pressione non porta sempre risultati positivi. Aiuta l’economia del territorio ma conduce anche a eccessi, a ricerche di facili guadagni, cercando di attirare gli animali selvatici per farli vedere, fotografare. Senza porsi troppe domande, senza saper prevedere i danni che da questi comportamenti potevano derivare. Ora molti sono in pena per la sorte di Juan Carrito, ma se non impariamo a rispettare prescrizioni e divieti questa storia purtroppo si ripeterà.

Con la bella stagione le invasioni del territorio degli animali selvatici saranno all’ordine del giorno. Troppe persone non rispettano l’obbligo di restare sui sentieri, di non lasciare in giro rifiuti, di non alimentare gli animali selvatici. Anche prescrizioni banali, come quelle di tenere i cani al guinzaglio, sono viste con fastidio perché per troppi andare a camminare nei boschi significa di poter godere di tutte le libertà. Senza i vincoli imposti dalla città. Un errore che causa danni enormi e che può essere evitato solo se si è educati a rispettare la natura che ci ospita.