“L’abbandono” di Diana Letizia, un racconto che intreccia storie di cani e vite di umani

L'abbandono Diana Letizia

“L’abbandono” di Diana Letizia, un racconto che intreccia storie di cani e vite di umani in un luogo in cui i confini si fondono. Del resto la vita di uomini e cani corre parallela da migliaia di anni, lasciando sul terreno miliardi di impronte di zampe ma anche tantissime, troppe, chiazze di sangue. Frutto dell’intolleranza degli umani, ma anche della cattiva gestione degli animali con i quali viviamo, troppo spesso con colpevole leggerezza.

Questo romanzo alterna momenti intimi, che coincidono con emozioni autobiografiche vissute dall’autrice, a riflessioni sul nostro rapporto con i cani. Che vogliono sottolineare che quando parliamo di cani non dobbiamo considerarli come una categoria, ma come una comunità di individui, proprio come accade per la nostra specie. La capacità di volerli vedere per come sono, per le loro diverse abilità e per un modo di socializzare sempre soggettivo, individuale, proprio come quello degli umani, aiuta a riflettere e a mutare il nostro angolo di visione.

Come accade nei romanzi anche “L’abbandono” tesse una storia, che nel suo svolgersi ci porta a comprendere come la sofferenza del distacco, ma anche la rinascita, facciano parte delle nostre vite. Ma anche di quelle degli animali, che noi umani spesso riusciamo solo a intravedere senza davvero voler entrare nel sentire degli altri viventi. Probabilmente per la paura di riconoscerli come esseri troppo vicini a noi per poterli considerare così poco. Ma lascio il racconto ai lettori, senza anticipazioni.

“L’abbandono” di Diana Letizia tocca temi scomodi, come la “sindrome di Noè” che colpisce molti animalisti

Il nostro rapporto con gli animali non è sempre frutto di intelligente aiuto, ma spesso si basa sulla soddisfazione dei nostri bisogni, che quasi mai coincidono, quando compulsivi, con quelli degli animali. Una verità scomoda della quale parliamo in pochi, ma pur sempre una realtà che genera sofferenza e privazioni, che non sono lenite dalle buone intenzioni. Scelte che portano i cani a finire nei canili senza avere la possibilità di trovare una via di uscita, prigionieri di un labirinto in cui non solo il denaro ma anche un amore senza riflessione li ha rinchiusi.

L’ambientazione di questo libro ha le luci calde del nord Africa, i ritmi del Marocco e una localizzazione a Taghazout. Una località della costa, probabilmente sconosciuta ai più, almeno fino all’aprile del 2018, quando il Marocco, candidato per essere sede dei mondiali di calcio, decide di fare pulizia. Non solo dei paesi, in vista dell’arrivo della delegazione della FIFA che dovrà valutare la candidatura, ma anche e soprattutto dei cani. Così una località dove la convivenza era norma si trasforma in un’arena senza toreri, ma con uomini e ragazzi armati che fanno strage di randagi.

Il racconto rende palpabile la gravità della strage, con garbo e attenzione, per far comprendere senza sconvolgere. Per consentire anche ai lettori più sensibili di capire, di entrare in una delle tante, nefaste, pagine della storia comune di uomini e cani. Rotto il patto di convivenza scatta la volontà di raccogliere dalle strade più cani possibili, ma questa scelta porta ad amassarli in modo insensato, così da avere, forse, salva la vita ma non dignità e benessere. L’esemplificazione tangibile della “sindrome di Noè”, ben conosciuta da chi si occupa di animal hoarding.

Bontà e malvagità spesso partono da punti diversi dell’orizzonte umano ma possono fondersi nelle conseguenze delle azioni

Se qualcuno pensa che il titolo del libro sia il preludio di un racconto basato sull’abbandono degli animali dovrà ricredersi. In fondo in questo romanzo siamo tutti accomunati e raccolti nelle sofferenze causate dall’essere stati, almeno una volta nella vita, abbandonati, feriti. Lacerazioni che talvolta spezzano l’anima o piccole bruciature che continueranno a farsi sentire anche quando sembrano guarite. Un viaggio, breve ma intenso, che attraversa le nostre vite di esseri umani ma non solo quelle.

Diana Letizia è una giornalista con una lunga storia di redazioni alle spalle e ora è il direttore di Kodami, periodico digitale che tratta temi legati agli animali e all’ambiente, con ottime performance in tempi in cui molti parlano ma pochi leggono. Il romanzo, per scelta dell’autore e della casa editrice, destina i proventi alle associazioni di tutela degli animali che operano in modo intelligente e consapevole sul territorio.

Round Robin Editore – brossura – 291 pagine – 16,00 Euro

Sterilizzare i randagi non basta per contenere i numeri del randagismo

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Sterilizzare i randagi non basta per sconfiggere il randagismo, può contribuire a contenere il numero dei randagi ma non a risolvere un’emergenza. Come avviene per tutti i fenomeni complessi una sola azione non può essere sufficiente a risolvere, servono strategie articolate e di lungo periodo. Diversamente i risultati saranno parziali e deludenti, in particolar modo quando gli sforzi fatti sul territorio non riescono a essere costanti nell’attività. La dimostrazione si è avuta durante la pandemia quando, per una serie di condizioni ben note, il numero delle sterilizzazioni si è ridotto, causando un’impennata nelle nascite.

L’incremento del numero di riproduttori, abbinato a una buona disponibilità di risorse alimentari che abbassa la mortalità, porta a un inevitabile aumento dei randagi. Quando questo accade, aumentando il numero di cani e gatti liberi sul territorio, di pari passo sale anche l’intolleranza di molti cittadini. Portando non soltanto a catture ma anche a spregevoli azioni contro i randagi. Azioni, anche illegali, che non risolvono il problema, ma che complicano non poco la vita degli animali di strada. Incolpevoli vittime di comportamenti umani irresponsabili.

Su questa problematica si sono create diverse visioni fra quanti si occupano di randagi. C’è chi dice che occorre convivere con le popolazioni di animali liberi, non accettando la loro sterilizzazione, chi vorrebbe metterli tutti al sicuro in strutture di custodia o in famiglie e chi, come il sottoscritto, ritiene la sterilizzazione un’azione necessaria, molto più utile della loro reclusione nelle strutture. Intorno al problema randagismo convivono, con grandi differenze operative e di visione, enti pubblici e singoli, volontari di associazioni e gestori privati di canili, veterinari del servizio pubblico e liberi professionisti. Creando una complesità di rapporti e sinergie operative tutt’altro che efficaci, se non in pochissimi e virtuosi casi.

Sterilizzare i randagi non basta, occorrono azioni di riduzione del commercio e lavorare per un cambiamento culturale

Il randagismo è un fenomeno complesso che si alimenta in diversi modi. L’esemplificazione più semplice è quella di paragonarlo un grande fiume, che non potrebbe essere tale se non avesse diversi affluenti. Immaginiamo la popolazione degli animali randagi, quelli che riescono a vivere la loro vita in autonomia senza aspettare aiuti umani, come se fosse il corso principale del fiume randagismo. La cui portata viene costantemente alimentata grazie al vagantismo degli animali padronali e semi padronali, lasciati liberi di girare sul territorio, ai randagi assistiti ma non sterilizzati, uniti agli abbandoni di soggetti adulti e di cucciolate indesiderate. Il gran numero di animali, fertili e riproduttivi, presenti sul territorio continua a produrre cucciolate e a ingrossare il fiume sempre più.

Spesso quando diciamo randagi il pensiero corre ai cani ma, a questo popolo di animali domestici senza casa, appartengono a buon titolo anche i gatti. Che ripercorrono con identiche motivazioni le strade che originano il fenomeno del randagismo canino, con uguali dinamiche di popolazione. La sola differenza sta nel dar vita a comunità meno problematiche e appariscenti: per taglia, comportamento e abitudini. Creando quindi qualche conflitto in meno, ma arrivando comunque, senza controllo riproduttivo, a una notevole possibilità di crescita sul territorio. Per questo in tutto il mondo sono operativi programmi di cattura, sterilizzazione e rilascio (TNR – Trap – Neuter – Release) che per essere utili devono raggiungere una parte importante della popolazione di randagi.

Ritornando al parallelismo fra fiume e randagismo possiamo dire che senza gli affluenti, che continuano a portare nuova linfa vitale al fiume, in Italia il fenomeno del randagismo canino e felino si sarebbe grandemente e drasticamente ridotto. Ovviamente questa considerazione va modulata considerano il paese, l’antropizzazione e le contromisure attuate per contenere le problematiche, anche di natura sanitaria, del randagismo. Non si possono mettere a confronto paesi diversi, come ad esempio l’Europa e l’India o l’Italia e il Marocco per fare delle valutazioni complessive. Quello che è certo è che ovunque il numero dei randagi non è mai diminuito a seguito di catture, deportazioni e uccisioni.

I canili non risolvono il randagismo, cani e gatti liberi sul territorio devono essere la transizione verso un paese più civile

Per arrivare a una corretta gestione del randagismo occore compiere una profonda invesione di rotta, a cui devono contribuire tutte le componenti coinvolte, nessuna esclusa. Affrontando e guardando il problema con un occhio laico, che metta in fila non solo i soggetti coinvolti ma anche i tasti, e sono molti, che vanno toccati. Rispetto delle regole di convivenza, responsabilità nei confronti della collettività, preparazione, educazione e cooperazione. Questi potrebbero essere i cinque pilastri su cui fondare la costruzione del cambiamento. Consapevoli del fatto che se i randagi possono costituire (talvolta) un problema, cause e responsabilità della loro presenza sono solo umane.

Partiamo dal problema fondamentale, legato al rispetto delle regole. il Mahatma Gandhi sosteneva che la civiltà di un popolo sia misurabile da come vengono trattati gli animali. Io aggiungerei anche da come vengano gestiti i rifiuti. Sono sempre loro, infatti, i protagonisti dell’alterazioner dei nostri rapporti con gli animali, domestici o selvatici. Il cibo è uno strumento potente di condizionamento, di abituazione ma anche di sostentamento. I rifiuti per un animale rappresentano una fonte proteica low cost, ai quali accedono tutte le specie, dai lupi ai cani, dagli orsi ai gatti, per arrivare a ratti, cinghiali e cornacchie. Una certezza alimentare che li avvicina, con conseguenze indesiderate, ai nostri mondi.

Se ci fosse molta attenzione nella gestione dei rifiuti, rendendolo inavvicinabili per gli animali, i tanto temuti incontri pericolosi con i predatori sarebbero azzerati o quasi. Diminuirebbe anche la presenza di specie che consideriamo infestanti, come le cornacchie, e scenderebbe drasticamente anche quella di cani e gatti randagi. Questo punto attiene al rispetto delle regole da parte dei cittadini e all’intelligente lungimiranza, non così frequente, degli amministratori. I rifiuti attirano gli animali nei contesti urbani, vicino alle abitazioni, sui bordi delle strade e in mille altri luoghi. Generando inutili conflitti che potrebbero essere facilmente evitati, se solo lo si volesse veramente.

La sanità pubblica deve smettere di voltarsi dall’altra parte e i volontari devono essere preparati

La responsabilità nei confronti della collettività impone al legislatore e al servizio pubblico di mantenere quel che promette e di avere visione di periodo. Inutile ripetere da più di mezzo secolo il mantra che. per combattere il randagismo, mancano le risorse. Affermiamo invece che una politica miope non fa bene i conti e non mette risorse dove servirebbero, dimenticando di fare i conti di quanto costi, in termini economici alla collettività, questa scelta. Così le sterilizzazioni restano spesso un dovere scritto ma non agito, le assenze dei Servizi Veterinari pubblici contribuiscono a ingrassare i privati che gestiscono le strutture, e manca un piano di periodo che esuli dalla pura gestione sanitaria del problema, che spesso risult approssimativa quando si parla di animali.

Molte norme sono ferme alla metà del secolo scorso e quelle che le hanno innovate, come la legge 281/91, hanno affermato principi sacrosanti, senza concretizzarli tutti. Ancora una volta viene identificato il canile o il rifugio come strumento di risoluzione, ma in realtà in molti casi si tratta di intombare gli animali, proprio come si è fatto spesso con i rifiuti pericolosi. Buttati in luoghi inacessibili, per togliere di mezzo i primi e per levare dalle dalle strade i secondi. Spesso grazie a figure criminali che nei decenni hanno tratto enormi profitti da entrambe le attività. Grazie a strutture di reclusione per animali dove i termini benessere e etologia restano sepolti sotto appalti senza controllo.

Per contro anche i volontari devono fare la loro parte, cercando di essere protagonisti preparati del cambiamento, e non soltanto comparse emotive che seguono l’istinto. Senza essere in grado di fare scelte, di confrontarsi con la politica, di conoscere il settore dove hanno deciso di impegnarsi. Difendono una categoria che non può protestare, ma a maggior ragione devono essere interpreti delle reali esigenze. Smettendo di pensare che la salvezza dei randagi sia nei box dei canili. Per fortuna (dei randagi) non sono tutti così e fra loro ci sono attivisti che sanno il fatto loro, spesso in perenne lotta con le componenti animaliste più emotive.

Saranno educazione e rispetto a sconfiggere il randagismo, non norme scarsamente applicate

Educazione e divulgazione sono i migliori strumenti per ottenere un reale cambiamento: quando la società riconoscerà davvero il diritto al benessere degli animali e la necessità etica di avere comportamenti responsabili. Attraverso questo progresso culturale si arriverà alla riduzione del commercio di animali come pet, si comprenderà il dovere di essere responsabili nella gestione di cani e gatti. Si chiuderanno le porte a una serie di comportamenti dannosi che oggi sono ritenuti normali. Le leggi servono a correggere le devianze della collettività, non sono uno strumento per educare una società a essere rispettosa dei diritti altrui.

Continuare a invocare nuove norme serve più alla politica, che continua a agitarle senza renderle mai concrete e soprattutto attuate. Quando mancano i controlli, se non viene percepita la gravità dei comportamenti è difficile ottenere sia il cambiamento che la puntuale applicazione. Il percorso culturale è più lento della promulgazione di un decreto, ma è più efficace in quanto permanente, una volta entrato nel comune sentire. Il commercio di pelli e pellicce non è crollato per legge, ma è la consapevolezza delle persone che fa sentire in difetto i pochi che ancora le indossano. Una strada senza ritorno, un cambiamento culturale sempre più diffuso.

In attesa che la cultura cambi ognuno è chiamato a avere comportamenti rispettosi, a cercare di farsi promotore di una cultura che parli di rispetto, di convivenza, di condivisione delle risorse. Avendo la consapevolezza che sia sempre meglio l’uso pacato della conoscenza, piuttosto che il ricorso all’aggressività data dall’ignoranza, che quando non ha sufficienti argomenti usa la prevaricazione per convincere, Perdendo così ogni possibilità di essere credibili.

Animali randagi e turismo: non sono rifiuti da spazzare via dalle strade

animali randagi e turismo

Animali randagi e turismo, quando arriva la stagione estiva i problemi si amplificano e chi ne paga le conseguenze sono cani e gatti senza padrone. Da una parte sono visti come se fossero rifiuti da nascondere dalla vista dei visitatori, dall’altra sono spesso considerati vittime di pericoli inesistenti. Così per i randagi l’estate, in particolar modo per quelli che vivono in località turistiche, si trasforma spesso in una pessima stagione. Che rischia di avere un unico destino: finire dietro le sbarre di uno dei tanti rifugi per animali indesiderati.

Cani e gatti però non possono essere considerati come rifiuti lasciati in giro, che contribuiscono a dare un’idea di degrado dei contesti urbani. Una visione pericolosa e irragionevole che porta ad adottare quasi sempre soluzioni che non risolvono, ma solo tamponano visivamente un problema. Utilizzando sistemi che ancora oggi vanno dagli avvelenamenti alle catture, messi in atto con il solo scopo di ripulire le strade da presenze indesiderate. Senza preoccuparsi mai delle cause che portano questi animali a condurre una vita da randagi.

A questa non gestione del problema si mescola l’eccesso di attivismo di molti turisti, specie stranieri, che vivendo in luoghi con un basso tasso di randagi, pensano che tutti gli animali senza padrone siano in difficoltà. Anche quando il pericolo è molto relativo e sicuramente molto più basso di quello che potrebbero correre che finendo in una struttura. Canili e gattili non sono luoghi di villeggiatura per animali in difficoltà, ma spesso diventano trappole infernali dalle quali, una volta entrati non si esce più.

Animali randagi e turismo rappresentano un pericoloso binomio, quando l’emotività prevale

Nonostante quello che ancora molti credono il randagismo non si combatte con canili e gattili, ma solo con la crescita culturale. Quel complesso di informazioni e di riconoscimento di diritti che porta a un radicale cambiamento nel nostro modo di gestire, o di non gestire affatto, gli animali con i quali viviamo. Anche se qualcuno ancora pensa che i randagi siano per le strade per la mancanza di strutture destinate ad accoglierli. Un’idea bizzarra quanto sbagliata, come se tutto si potesse incentrare non sul modi di affrontare il problema, per evitare che si crei, ma solo di nasconderne gli effetti. Cosa che sta avvenendo sistematicamente da più di mezzo secolo.

Le amministrazioni pubbliche quasi sempre si ricordano del randagismo solo quando analizzano i costi o quando, come accade spesso, sono oggetto di critiche. Dimenticando che senza intervenire sulla prevenzione, come in ogni cosa, sarà sempre necessario rincorrere gli effetti. I randagi non sono virus sui quali non abbiamo controllo, ma sono i risultati di riproduzioni indesiderate che portano a avere un numero di animali molto superiore a quanti li vogliano ospitare. La sproporzione fra offerta e domanda genera un fenomeno che non ha nulla di occulto, di incomprensibile o di ingestibile.

In un momento storico come questo, dove le strutture per il ricovero dei randagi e degli indesiderati sono strapiene, occorre farsi delle domande, avendo la capacità di trovare delle risposte. Prendere animali dalla strada senza criterio ha portato a una popolazione di animali che non andranno mai in famiglia, restando rinchiusi nelle strutture in quanto difficilmente adottabili o del tutto inadottabili. A causa di problemi comportamentali o di fobie che non possono essere curate in canili o in gattili. Animali che in una casa avrebbero davvero poche possibilità di resistere più di qualche giorno prima di essere restituiti o, peggio, abbandonati.

Prendere cuccioli dalla strada, senza farsi altre domande, non sempre li salva e spesso li condanna

Occorre partire da un presupposto: ogni animale è un individuo con un proprio carattere e temperamento che si forma in giovane età nel periodo di socializzazione. Avviene con i bambini, avviene con gli animali: il contesto in cui crescono è capace di influenzare per sempre il loro comportamento. Un cucciolo di qualsiasi specie quando viene strappato prematuramente alla sua famiglia non riceve le cure parentali, che sono indispensabili per far crescere un individuo equilibrato. Una situazione che rischia di compromettere, per sempre, il suo percorso di vita.

Decidere di prendere un animale dalla strada è una buona azione solo se si trova in una situazione di pericolo reale. Una scelta attenta e motivata, alcune volte sicuramente emotivamente difficile ma giusta: non tutti gli animali sono da salvare. Quando consegniamo un cucciolo a un’associazione o a una struttura non lo abbioamo salvato, ma spesso abbiamo risolto un nostro problema emotivo, scaricando su altri la necessità di trovare una soluzione. Che molto probabilmente non saranno in grado di assicurare al malcapitato animale salvato.

Serve svuotare le strade dai randagi, ma per farlo bisogna limitare le nascite, impedire ai nostri animali non sterilizzati di vagare a piacere sul territorio senza custodia. Bisogna impedire la vendita di animali domestici in rete o nei negozi e realizzare campagne di sensibilizzazione contro le adozioni d’impulso. Occorre informare le persone che l’estetica non è la caratteristica più importante, che non bisogna alimentare un mercato fatto spesso di sofferenze e traffici. Il problema non sono gli abbandoni estivi, un finto problema, ma le scelte irresponsabili fatte ogni giorno dell’anno.

Il randagismo si combatte con l’educazione delle persone al possesso responsabile degli animali

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Il randagismo si combatte con l’educazione delle persone al possesso responsabile degli animali, che si deve tradurre nella volontà di gestirli mettendo in atto comportamenti responsabili. Troppo spesso si ritiene che il randagismo sia un fenomeno inevitabile, come se fosse una componente naturale insita nella comunità umane. Ma se questa idea poteva avere un fondamento agli inizi del secolo scorso in Europa e ancora ora in determinate aree geografiche del mondo, in Italia adesso è solo una vergogna da cancellare. Il randagismo, canino e felino, esiste solo a causa della cattiva, quando non pessima, gestione degli animali domestici.

Le mancate attenzioni che troppe persone dimostrano verso questo problema sono alla base di un fenomeno complesso, che ha una capacità rigenerativa proporzionale alle nostre omissioni. Avere un cane oppure un gatto non è un obbligo ma è frutto di una decisione, che quando presa alla leggera, senza pensare troppo, crea danni. Agli animali che spesso conducono una vita di stenti, alla collettività che paga il danno economico che deriva da comportamenti sbagliati che generano un effetto moltiplicatore. Capace in poco tempo di riportare il numero degli animali randagi a una costante rigenerazione che compensa morti e malattie.

Quanti pensano che il principale strumento con cui curare la piaga del randagismo siano le strutture come canili e rifugi, coltivano un illusione che non avrà successo. Il canile, per il randagismo canino ad esempio, è soltanto il punto di arrivo del problema, che anziché tradursi in una speranza di una esistenza diversa spesso si concretizza in una triste prigionia a vita. Un luogo frequentemente gestito da persone che hanno trovato nel randagismo una fonte di reddito che non conosce crisi, almeno sino quando non si chiuderanno i rubinetti che alimentano la sorgente.

Il randagismo si contrasta solo con l’educazione al rispetto e alla legalità

Canili che ospitano migliaia di cani che ogni giorno riempiono il salvadanaio della criminalità, svuotando quello della collettività. Spesso grazie all’inerzia degli enti pubblici, che trincerandosi dietro la mancanza di risorse, dimenticano quante ne vengono sperperate per tenere gli animali imprigionati. Dimenticandosi le problematiche di ogni genere che sono la naturale conseguenza di una convivenza non gestita: sanitarie, economiche, ambientali e di sofferenza per gli animali. Eppure basterebbero pochi comportamenti diligenti per arrivare, in modo incruento e in pochi anni, a una drastica riduzione del randagismo.

Primo presupposto è che ognuno capisca di dover essere responsabile dei problemi causati dagli animali con cui vive, per utilità o per piacere. Una responsabilità basata su due presupposti, entrambi della massima importanza, il primo di ordine morale e il secondo legato agli obblighi legali. L’educazione di una comunità al rispetto degli animali e delle regole contribuisce a rafforzare il senso civico, a tutto vantaggio dei suoi componenti. Iscrizione di cani e gatti in anagrafe, sterilizzazione e cura sono tre doveri, che quando si traducono in comportamenti virtuosi, rappresentano uno strumento vincente per contrastare il randagismo.

Una necessità in una situazione emergenziale come quella italiana, specie al Sud, dove i canili traboccano di animali indesiderati e le strade sono affollate di animali randagi, che sopravvivono grazie all’empatia e alla compassione di molti. In questo contesto sterilizzare gli animali di proprietà, nel senso largo del termine, per evitarne la riproduzione dovrebbe essere incentivato e considerato un dovere. Superando i luoghi comuni che raccontano della necessità, per una femmina di cane o di gatto, di fare almeno una cucciolata e gli stereotipi machisti che non verrebbero la castrazione dei maschi, senza parlare dell’illusione che tutti i nuovi nati saranno sistemati benissimo.

La mancata sterilizzazione di cani e gatti è la sorgente del randagismo, in una realtà costituita da poche adozioni responsabili e tanti cuccioli indesiderati

“Tanto i cuccioli li piazzo subito” è la risposta più frequente data da chi rifiuta di far sterilizzare i propri animali, che magari sono anche lasciati liberi di vagare incustoditi sul territorio. Certo sistemare un cucciolo è più facile che far adottare un animale più cresciuto, anche perché un cucciolo intenerisce maggiormente, ma quando cresce? Quando il tenero batuffolo di pelo diventa un animale con tutte le sue esigenze oppure è diverso, per taglia o carattere da quello che si credeva, quanti saranno disponibili davvero a condividere la vita con lui?

Così finisce che nelle aree meno urbanizzate gli animali prendono la via della strada, andando ad aggiungersi a quelli già presenti sul territorio. Continuando a riprodursi senza controllo, falcidiati dalle malattie ma sempre in grado di far crescere il numero dei randagi. Una catena di eventi coincatenati che non ha ancora consentito di battere il randagismo, anche grazie a una serie di carenze legislative, di mancati controlli e di mancate sterilizzazioni da parte del servizio veterinario pubblico. Proprio quest’ultimo avrebbe dovuto rappresentare il perno su cui fa girare l’intera attività di contrasto al randagismo, ma purtroppo non è stato così.

Il servizio pubblico doveva rappresentare il tratto di unione fra la prevenzione delle zoonosi, il reale contenimento del randagismo canino e felino e una corretta valutazione del benessere animale. Invece appare evidente che qualcosa non ha funzionato, lasciando proliferare canili gestiti in condizioni indegne, limitando le sterilizzazioni a numeri risibili, non riuscendo a garantire il benessere degli animali. Unica certezza è che quello che doveva essere una funzione importantissima, messa al servizio di popolazione e animali, spesso si è trasformata in un potere senza controllo, che risponde soltanto a se stesso. Per restare in tema, il classico gatto che si morde la coda.

Cani al guinzaglio nelle aree naturalistiche: rispettare le regole per difendere l’ambiente

cani guinzaglio aree naturalistiche

Tenere i cani al guinzaglio nelle aree naturalistiche è un comportamento intelligente e rispettoso delle regole. Quando entriamo negli ambienti naturali dobbiamo sempre comportarci come ospiti educati, consapevoli di andare a casa d’altri. La fauna che li abita non deve essere disturbata dalla nostra presenza e la stessa considerazione deve essere fatta per gli animali che ci accompagnano. Non può bastare credere di avere un cane obbediente per pensare che sia normale lasciarlo libero. Un comportamento che oltre a essere vietato dalla legge dovrebbe essere evitato per buonsenso.

Cani falchi tigri e trafficanti

Un cane, in modo del tutto incolpevole, può creare gravi problemi agli animali selvatici, in particolar modo durante la stagione riproduttiva. La presenza di piccoli, che spesso si trovano a terra, amplifica la possibilità che un cane libero faccia disastri ma anche che possa essere esposto inutilmente a pericoli. Quasi tutti gli scontri fra uomini e orsi in Tentino sono stati causati dalla presenza di cani lasciati liberi. Che una volta arrivati vicino a un’orsa con i cuccioli ne hanno provocato l’inevitabile reazione e, in alcuni casi, questo ha coinvolto anche i conduttori degli animali, accorsi in loro difesa.

Bisogna pensare che le prescrizioni che vengono date ai visitatori da chi gestisce aree naturalistiche sono sempre motivate e non sono semplici raccomandazioni. Sono divieti disposti per tutelare gli animali selvatici da una presenza invasiva e quindi pericolosa. Per questo devono essere rispettati da tutti senza eccezioni e ben vengano le sanzioni nei confronti di chi infrange le regole. Un cane lasciato libero darà probabilmente sfogo al suo atavico istinto da predatore: per questo deve essere tenuto sotto stretto controllo. Non una punizione nei confronti del cane, ma una tutela necessaria degli altri animali.

I cani al guinzaglio nelle aree naturalistiche dove sono ammessi parlano dell’educazione del conduttore

Alcune volte il concetto di rispetto per gli animali si traduce in comportamenti molto diversi fra loro. A seconda della specie dell’animale, del contesto in cui ci si trova e delle limitazioni che ci vengono imposte. Rispettare gli animali dovrebbe essere un concetto rotondo, privo di spigoli, di differenze e di distinguo. Questo però non sempre avviene e le motivazioni sembrano dettate da personalismi: “il mio cane si diverte”, “se avessi immaginato che dovevo tenerlo al guinzaglio lo lasciavo a casa” oppure “ma cosa vuole che sia se insegue un capriolo, tanto lo fa solo per giocare”.

Ragionamenti, se così possiamo chiamarli, che hanno poco di logico e di scientifico ma molto di egoistico. Giustificazioni che vorrebbero trasformare i comportamenti sbagliati in azioni giustificabili, spesso con la motivazione che siano altre le cose davvero importanti di cui sarebbe opportuno occuparsi. In realtà nulla è più importante di quanto sia osservare le regole che disciplinano l’accesso in un’area protetta o comunque selvatica. Comprendendo che sono state fissate delle limitazioni per tutelare un interesse collettivo. Senza essere accondiscendenti con quanti non capiscono la differenza fra un’oasi e un parco cittadino, dove sarebbe comunque opportuno avere sempre comportamenti rispettosi.

In fondo basterebbe poco, sarebbe sufficiente informarsi senza pregiudizi sui pericoli per le specie selvatiche causati dagli animali domestici lasciati liberi. Con una piccola ricerca si potrebbero scoprire molte informazioni sugli equilibri degli ecosistemi e sui danni che vengono causati, fra gli altri, da indesiderate invasioni di campo. Comprendendo così i rischi per la fauna causati dai nostri comportamenti e dalle nostre mancate attenzioni, provocati da azioni banali, ma solo apparentemente di poco conto.

Animali al guinzaglio e restare sui sentieri sono le regole d’ore di chi rispetta la natura

Le aree protette di tutto il mondo hanno in comune le stesse regole base per i visitatori e se questo avviene è per un motivo preciso. Chi gestisce un’oasi o un parco ha ben presente la necessità di minimizzare gli impatti umani che rappresentano il cuore del problema: occorre quindi fare delle scelte per tutelare l’ambiente e le specie che ci vivono. Per farlo sono necessarie prescrizioni che possono anche non piacere al turista, ma che sono fondamentali per difendere l’integrità dell’area protetta. Un esempio per tutti viene dalla regola più ovvia che però è anche la meno rispettata: il divieto di uscire dai sentieri tracciati durante un’escursione.

Per gli animali selvatici i sentieri che percorriamo rappresentano una specie di corridoio nel quale camminano esseri potenzialmente pericolosi. Considerando però che si spostano sempre secondo gli stessi itinerari gli umani non rappresentano una fonte eccessiva di disturbo. Almeno sino a quando non si allontanano dai tracciati. Nel momento in cui decidono di abbandonare i sentieri è come se andassero a casa d’altri senza essere invitati. Rischiando di calpestare nidi e tane, di spaventare i piccoli e anche di correre inutilmente qualche pericolo.

Basta davvero poco per mettere in atto i comportamenti giusti. Avendo la consapevolezza di volersi comportare come ospiti che rispettano l’ambiente, fieri di essere un esempio per quanti incontrano nel loro cammino. La natura non deve essere difesa soltanto a parole: contano i fatti e gli esempi, come ben sa ogni buon escursionista.