Vogliamo un assessorato per Animali e Ambiente in ogni città italiana

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Vogliamo un assessorato Animali e Ambiente in ogni città italiana, per segnare un cambio di passo che oramai è indispensabile. Le questioni relative agli animali e all’ambiente nelle grandi città, ma anche nelle Regioni, sono in genere accorpate ad altri settori. Una sorta di appendice che bisogna avere, spesso per gettare un po’ di fumo negli occhi, ma che non sembra così importante da meritare un assessorato autonomo. Come se queste questioni fossero secondarie, poco rilevanti.

Cani falchi tigri e trafficanti

Troppo spesso i politici si ricordano degli animali solo quando arrivano le tornate elettorali, facendo promesse, giurando impegno. Ma è anche capitato, qualche tempo fa, che la vicinanza della scadenza elettorale abbia portato cibo in regalo, per le colonie feline o per le persone indigenti con animali. Un po’ come accadeva molti anni fa a Napoli, quando un barone della Democrazia Cristiana regalava nei comizi una sola scarpa, promettendo di consegnare la seconda in caso di vittoria.

Paarliamo di Milano, città in cui abito e nella quale ho gestito la sede cittadina di ENPA fino a luglio di quest’anno, e prendiamola come esempio, certamente non unico. Le giunte che si sono succedute nel tempo, di ogni colore, hanno fatto sempre molte promesse. I fatti purtroppo sono spesso mancati o sono stati molti meno di quanto ci si potesse aspettare. Il rapporto con le associazioni si è sfilacciato e anche oggi, nei programmi dei candidati Sindaco ci sono promesse molto generiche.

Vogliamo un assessorato per Animali e Ambiente autonomo, in grado di occuparsi davvero di due temi fondamentali

In questi anni il Comune di Milano ha avuto il merito di portare al traguardo una revisione del Regolamento Tutela Animali. Ma questa operazione, si potrebbe definirla un parto molto complesso, che ha richiesto anni e anni di travaglio, ricco di compromessi politici. Con un assessore che aveva deleghe di grande spessore, come lo sport, tempo libero e grandi eventi ma anche la delega agli animali, e al controllo sull’attività del garante ai diritti degli animali. Un assessore che certo non ha mai messo gli animali al centro del suo lavoro.

Così in una città come Milano le occasioni di incontro con la componente politica e quelle ufficiali con i garanti sono state pochissime, tanto da potersi definire quasi insistenti. Non è importante sapere perché sia andata così, ma posso testimoniare che è andata così. Forse perché la politica non ha ritenuto fondanti questi temi. Un vero peccato visto che molte sono le lacune che Milano presenta sulle questioni che riguardano gli animali e l’ambiente, come la stragrande maggioranza delle grandi metropoli italiane

Una grande città che non ha un servizio pubblico di soccorso per tutti gli animali senza padrone, dal pitone al gatto intrappolato nel motore. Non ha un numero unico a cui i cittadini si possano rivolgere per ottenere il recupero o il salvataggio per qualsiasi specie animale. Così la buona volontà delle associazioni, in particolare dell’ENPA milanese, è sempre stata determinante per aiutare gli animali in difficoltà.

Mancano pochi giorni alle elezioni amministrative e sarebbe bello sentire i candidati essere concordi su questo tema

Non esistono centri, previsti per legge, per il ricovero degli animali non convenzionali e ancora sono le associazioni che devono sopperire a questa carenza. Unica nota veramente positiva sarebbe l’Unità Tutela Animali della Polizia Locale, ma il condizionale è d’obbligo, in quanto, seppur molto bravi, sono purtroppo solo i classici quattro gatti (giusto per restare in tema). Il merito di avere oggi questa unità va riconosciuto all’ex assessore Chiara Bisconti, che la fece istituire durante il mandato del sindaco Pisapia.

Temi che andrebbero declinati con argomenti che non siano solo il miglioramento delle aree cani o la pet therapy. Oppure la concessione delle strutture comunali in uso gratuito alle associazioni, purché curino gratis gli animali degli indigenti. Che sintetizzato significa che il Comune ci mette immobili sfitti e le associazioni centinaia di migliaia di euro. Le questioni che riguardano animali e ambiente nelle grandi città meriterebbe voli più alti, obiettivi più ambiziosi, non buttati a pioggia ma scelti per creare una costante di percorso.

Eppure nei programmi quando si parla di ambiente si sentono temi sicuramente importanti, come la mobilità sostenibile e le piste ciclabili (anche se queste ultime qualcuno le vorrebbe purtroppo demolire) ma altri sono proprio assenti. Mancano progetti di rinaturalizzazione vera, che non significa piantare gli alberi o, quantomeno, non soltanto. Esiste infatti una grande differenza fra un parco cittadino e un’area pensata per favorire la vita e la sosta degli animali selvatici.

La tutela di animali e ambiente deve essere quotidiana, presente in ogni giorno dell’anno

Servono progetti di sensibilizzazione dei cittadini sui diritti degli animali, con costanti campagne per l’adozione e per la disincentivazione del commercio, per promuovere un’alimentazione più sostenibile. Attività che non dovrebbero essere condotte saltuariamente, ma che dovrebbero costituire tasselli di una programmazione costante. Non per attrarre consenso, ma per il convincimento della reale importanza di questi temi.

Sarebbe fantastico che a pochi giorni dalle elezioni tutti i candidati si impegnassero a far si che nelle prossime giunte fosse previsto un assessorato per gli animali e l’ambiente. Senza altri compiti, che si occupi solo di questo, ma che possa effettivamente fare la differenza, con fondi dedicati e non risicati. I tempi sono maturi per fare scelte nuove e impegnative, ma anche oramai obbligate, imperative. Ci vuole coraggio e visione, grande impegno e volontà, ma nel complesso mi sembra una bella sfida. Che deve essere vinta nell’interesse di tutti.

Lascia l’Ambiente Sergio Costa, un ministro che ha davvero servito con dignità e onore il suo paese

Lascia l'Ambiente Sergio Costa

Lascia l’Ambiente Sergio Costa, ultimo ministro di un dicastero che non c’é più. La caduta del precedente governo e l’avvento di quello di Mario Draghi hanno portato una rivoluzione. Facendo sparire il Ministero dell’Ambiente, della tutela del territorio e del mare, inglobando le competenze ne nuovo ministero della Transizione Ecologica. Una scelta che personalmente non mi convince, unificando materie competenze tanto vaste quanto complesse, che certo devono essere gestite in modo olistico, ma anche credo diverso da quello proposto oggi.

Il ministro Costa non ha sempre accontentato tutti i suoi sostenitori, che su molti argomenti lo avrebbero voluto più barricadero, ma questo, si sa, è normale. E’ naturale che non ci sia sempre stata condivisione per ogni azione, ma è difficile non apprezzare come abbia esercitato il ruolo, “senza perdere la tenerezza”. Costa ha svolto il suo compito in modo sobrio, comunicando con la giusta attenzione. Mostrando una passione e una sensibilità sui temi ambientali che gli si deve riconoscere oltre ogni possibile critica.

Grazie al ministro abbiamo avuto un coraggioso Piano Lupo, il recupero della plastica rimasta impigliata nelle reti da pesca, l’attenzione costante per la tutela ambientale. Avremmo voluto vederlo combattere con più grinta sul fronte degli orsi del Trentino, non solo facendo il tifo per l’orso M49 ribattezzato Papillon. Ma Costa è un ufficiale dei Carabinieri Forestali, un uomo dello Stato che conosce e rispetta ruoli e gerarchie. Ha mandato a ispezionare il centro di Casteller ISPRA e i Carabinieri del CITES, sono poi altri che hanno deciso di seppellire tutto sotto una coltre, imbarazzante, di silenzio.

Lascia l’Ambiente Sergio Costa e molti lo stanno già rimpiangendo, senza nulla togliere al suo successore

Il Ministero della Transizione Ecologica è stato istituito assorbendo le competenze che erano dell’Ambiente, in parte per accontentare la politica. Ma in altra parte per sottrarre alla politica un ministero così rilevante per l’attuazione del recovery plan europeo, che è stato affidato a un manager di livello come Roberto Cingolani. Con ottime competenze sotto il profilo della tecnologia, ma credo digiuno di politiche ambientali.

E’ pur vero che il Ministero dell’Ambiente ha ottimi funzionari, che poi sono quelli che fanno funzionare ogni ministero, ma è altrettanto vero che mancherà la visione politica di Costa. Sempre attento a intercettare anche i bisogni e i suggerimenti che venivano dal basso. Ma non è questo il punto, non il cuore del problema: il ministero dell’Ambiente era un vessillo da non ammainare.

Anche perché quello della Transizione Ecologica ha già nel suo nome una temporalità operativa. Quella di realizzare la transizione da un modello produttivo irrispettoso dell’ambiente a un altro tipo di sviluppo, basato su energie rinnovabili, economia circolare, filiera corta e altre scelte green. Mi chiedo quale sia il pensiero del nuovo ministro su allevamenti intensivi, deforestazione, tutela dell’ambiente. Per non parlare del rispetto dei diritti degli esseri viventi in senso generale.

I governi vanno giudicati per il lavoro che fanno e, per ora, siamo solo agli inizi di un percorso

Credo che nel nostro Paese ci siano già troppi che commentano e giudicano ancor prima di conoscere fatti e programmi. Per questo credo che sia importante lasciar lavorare il Governo, senza peraltro dimenticare che in questa fase nulla possiamo fare di intelligente e diverso. Se non sperare che laddove manchino conoscenze e competenze ci sia la volontà di chiedere, di circondarsi di persone capaci che sappiano di cosa parlano. Il mondo è interconnesso e se ogni attività fatta dall’altra parte del globo può produrre effetti da questa è altrettanto vero che lo sono anche tutte le questioni “ambientali” sul tappeto governativo.

Non si potrà mettere in piedi una reale transizione ecologica senza affrontare tutti i nodi che sono venuti al pettine, non facili da sciogliere, ma indispensabili da comprendere. Con il vincolo di doverli affrontare tutti in contemporanea. Una politica che tenga conto non solo della necessità di una veloce transizione energetica, ma anche dei nostri rapporti con l’ecosistema pianeta. Con scelte fatte secondo etica e non secondo i voleri della finanza, che ha creato una piramide fatta di disuguaglianza e eccessivo sfruttamento, per arricchirne pochissimi e affamarne moltissimi. Contribuendo a creare un’economia distruttiva e di rapina.

Nelle prossime settimane riusciremo a capire la direzione che intenderà prendere questo nuovo ministero sui temi ambientali e dei diritti, degli umani e degli animali. Nel frattempo vi invito a guardare il commiato del ministro Sergio Costa, fatto dalla sua pagina Facebook che per comodità viene inclusa qui. Un modo di salutare che testimonia senso di responsabilità e delle istituzioni. Qualità che servono per servire il paese con dignità e onore. Grazie generale Sergio Costa.

Stiamo andando in direzione uguale e contraria al buonsenso, che dovrebbe far invertire la rotta

andando direzione uguale contraria buonsenso

La direzione che la politica sta imprimendo ai piani di supposta rinascita economica ci sta indicando un futuro, a tinte fosche. Tutto sembra progettato per voler far riprendere un volano che giri sempre nello stesso modo. Senza accorgersi che è quello che ha distrutto l’ambiente e le nostre vite. Facendoci credere che la felicità fosse nel possedere l’ultimo modello di telefono, di auto, di vestito alla moda. Consumando, inutilmente è bene dirlo, molto più di quanto mai ci potessimo permettere per la sostenibilità.

Stiamo andando in direzione uguale e contraria al buonsenso, che dovrebbe far invertire la rotta, dimostrando di volere realmente il cambiamento. Che passa inevitabilmente attraverso rinunce e modifiche dello stile di vita. Quel cambiamento che deve portare a una rivalutazione complessiva, a una redistribuzione delle ricchezze e a un brusco rallentamento dello sfruttamento, di ambiente e persone. Consumare meno, mangiare tutti in armonia con quel che ancora resta del pianeta.

Un cambiamento di rotta che può e deve avvenire ora, nell’attimo presente, e non può essere rimandato, investendo migliaia di miliardi della collettività per non cambiare nulla. Certo cambiare è una scelta difficile, complessa e forse impopolare ma questa decisione va presa, per responsabilità. Per sottrarre il futuro dei cittadini al potere economico di una manciata di persone, che si sono arricchite senza preoccuparsi del futuro, del benessere collettivo.

Andando in direzione uguale e contraria al buonsenso forse avremo perso l’ultima grande occasione

Vi è una grande consapevolezza sul fatto che i voli aerei siano una delle cause maggiori di inquinamento, eppure stiamo finanziando, in tutta Europa, compagnie aree sull’orlo del fallimento. Con soldi pubblici che nel caso di Alitalia alimentano un fiume carsico che non ha mai dato certezze. Ma davvero è sensato andare a supportare quella parte di economia che sta implodendo, sapendo che nulla sarà più come prima? Potrà avere un senso salvare dal fallimento le compagnie che organizzano crociere, avendo la consapevolezza che probabilmente nessuno vorrà più salire su quelle navi, che si sono rivelate trappole galleggianti durante la pandemia?

L’economia del pianeta è crollata come un castello di carte, come una città durante un violento terremoto. Da queste macerie, come dovrebbe avvenire per le città distrutte da un sisma, dovranno nascere realtà diverse: se fossero edifici dovrebbero essere antisismici, ma anche progettati per avere il minor impatto ambientale possibile, per inquinare di meno, per usare materiali di recupero. E invece noi stiamo cercando di risollevare le compagnie petrolifere, proprio quelle che hanno prodotto questo tipo di finanza, che sono sempre state contigue al lato peggiore della politica coloniale.

Eppure pensate quanti posti di lavoro potrebbero nascere da queste macerie della vecchia economia, se cercassimo di far ripartire tutte quelle infrastrutture necessarie a uno sviluppo armonico: dal recupero delle aree dismesse, interrompendo il consumo di suolo, alle energie rinnovabili e alla digitalizzazione, a un uso diverso delle produzioni agricole che devono servire per sfamare gli uomini e non per ingrassare animali negli allevamenti intensivi.

Paradossalmente cambiare il modello di sviluppo è meno complesso quando è distrutto

Eppure noi non stiamo andando in questa direzione. Non stiamo spendendo sufficienti parole per spiegare ai cittadini che il cambiamento deve avvenire oggi. Come è sempre successo per tutti i cambiamenti epocali che hanno caratterizzato la vita del’uomo questi avvengono quando si creano improvvise e diverse condizioni economiche. Ma nei secoli scorsi, paradossalmente, la ricchezza era meno concentrata in rapporto con la popolazione del mondo e anche per la finanza non era così facile fare rete, come oggi. Dove un pacchetto di byte è in grado di cambiare il destino di un paese in una frazone di secondo.

Oggi è tutto a portata, tutto più vicino, il mondo è solo un grande condominio. Così bisogna fare una riflessione su come, per esempio, si difendano risorse vitali, come l’Amazzonia e, contemporaneamente proprio l’Italia sia una delle cause della deforestazione. Importando proprio da quelle terre molti prodotti, sicuramente non indispensabili. Ma molto usati dalle nostre eccellenze del made in Italy,

Noi dobbiamo pretendere, non semplicemente chiedere, dal nostro governo, ma anche dalla Commissione Europea e dai parlamenti nazionali, che i soldi per la ricostruzione siano utilizzati per riconvertire l’economia. Per seguire un modello di sviluppo che coniughi benessere diffuso, rispetto ambientale, equità climatica e difesa della biodiversità. Spezzando una sudditanza con il mondo della finanza, fatto dalla ricchezza di pochi e dalla vita miserevole di tantissimi, per instaurare un mondo basato sul diritto alla felicità degli esseri viventi. Prima che sia davvero troppo tardi!

Ripartiamo con una economia verde, piena di nuovi colori per vedere il mondo con altri occhi

Ripartiamo con una economia verde

Ripartiamo con una economia verde, colorata, sorridente per trasformare un periodo doloroso e buio per la collettività umana in un’opportunità per tutti. Quando la pandemia sarà passata, lasciando il suo pesante strascico di morti e sofferenza, ci ritroveremo con un’economia pesantemente compromessa. Che dovrà essere ripensata per non commettere identici se non peggiori errori, con conseguenze ancora più pesanti.

Non sarà possibile cambiare l’attuale modello di sviluppo per magia, non si potrà schiacciare un bottone e azzerare le scelte fatte sino ad ora. Sarà necessario passare attraverso una transizione che dovrà essere fortemente voluta dalle persone, senza attendere che siano scelte politiche a dargli sostanza. Se faremo ancora una volta l’errore di delegare tutto alla politica il cambiamento potrebbe non esserci affatto.

Dobbiamo ritornare a riempire le piazze, reali e virtuali, del nostro impegno. Dovremo essere consapevoli che da questa parte del mondo non ci potrà essere un cambiamento senza rinunce. La società dei consumi ci ha portato a sfruttare il pianeta senza criterio, insegnandoci che il valore fondamentale stava nel possedere. Mentre è nel vivere, nell’aver diritto alla felicità.

Ricominciamo da una economia verde, più equa. Valutiamo felicità e condivisione e la gioia di un abbraccio

Per fare questo non sarà sufficiente che in Oriente chiudano i wet markets, che in Cina si smetta di mangiare i cani e che venga perseguito duramente il traffico di specie selvatiche. Bisogna smantellare gli allevamenti intensivi, ridurre il consumo di alimenti di origine animale, ritornare a un’agricoltura che nutra gli uomini e non serva per allevare animali da carne.

Occorre ripensare nuove attività che consentano di ridurre le emissioni di gas, serra sfruttando energie alternative e non inquinanti. Riconsiderare lo sfruttamento delle foreste e impegnarsi perché i grandi polmoni verdi del nostro pianeta riprendano vigore. Difendere gli oceani che sono importanti quanto le foreste e che ricoprono i due terzi del nostro pianeta. Il loro equilibrio è fondamentale per la nostra specie, tanto quanto l’aria che respiriamo.

Tutti dobbiamo impegnarci a ridurre i consumi, a minimizzare gli sprechi, a smettere di inseguire l’illusione che la chiave della felicità sia nell’ultimo modello di cellulare. In questi mesi qualche cosa dovremmo averlo compreso. Nulla vale quanto la vita, i nostri affetti e la possibilità di stare vicini. Abbiamo provato l’isolamento e ci siamo sentiti soli, come forse non si erano mai sentiti nemmeno i nostri nonni durante le guerre. Questa epidemia ci ha tolto i rapporti sociali, ci ha allontanato gli affetti, ha fatto morire le persone in una drammaticamente solitudine.

La vita è in un battito di ali, in un respiro, nei colori e nelle speranze di un mondo più giusto

Rispettare uomini e animali e capire, finalmente, che non esistono separazioni. Tutto sul pianeta è connesso, la nostra esistenza è strettamente dipendente a quella degli altri esseri viventi. Non esiste un mondo fatto da umani, animali non umani, ambiente: esiste un unico ecosistema che ci abbraccia e ci unisce tutti e che dobbiamo smettere di violentare.

Come si trasformerà il pianeta in questo secolo segnerà pesantemente il futuro della nostra specie sulla Terra. Sta a noi, insieme, trovare la voglia, l’impegno e il desiderio per cambiare il corso delle cose. Dimostrando che non siamo così irresponsabili, che abbiamo capito il valore del respiro. Non solo quello che il Covid19 può spegnere per sempre, ma quello del nostro pianeta, della famiglia umana e di tutti gli esseri viventi. La strada non sarà facile, non sarà breve ma è l’unica in grado di garantire un futuro. Non esiste un secondo pianeta, dobbiamo imparare a rispettare il posto più bello dove l’uomo possa sperare di vivere.

Il più grande rischio per gli esseri umani sono i cambiamenti climatici, non i virus

rischio per gli esseri umani

L’Antartide si sta letteralmente liquefacendo e questo è uno dei grandi rischi per gli esseri umani, molto più delle pandemie. Che per quanto pericolose e causa di un ingente numero di morti, sono destinate a passare. Mentre l’Antartide ha raggiunto temperature mai segnate prima.

Dal 23 al 26 gennaio 2020 in Antartide è stata registrata quella che per gli scienziati si può definire come un’anomala ondata di calore. Con punte di 18,3 C° che hanno comportato una liquefazione di grandi superficie di giaccio. Con minime superiori allo zero anche nelle parti più remote della penisola antartica.

Questo indesiderato innalzamento delle temperature antartiche ha un notevole riverbero sull’ecosistema circostante, messo a dura prova da inondazioni ed esondazioni. Che contribuiscono in modo significativo ad alterare la vita sia animale che vegetale presenti nella zona polare.

Lo scioglimento dei ghiacci e i cambiamenti climatici sono un’emergenza molto difficile da contrastare

Il rischio per gli esseri umani non è soltanto quello al quale assistiamo oggi a causa della pandemia di coronavirus, ma sono soprattutto le conseguenze dei cambiamenti climatici e delle modificazioni ambientali che ne derivano. L’innalzamento delle temperature potrà avere sulla nostra specie conseguenze ben più pericolose di un virus. Con minori possibilità di essere fermato in tempi brevi.

Se oggi siamo terrorizzati di quanto sta avvenendo, peraltro ampiamente previsto dagli scienziati da più di un decennio, lo dovremmo essere a maggior ragione per l’emergenza climatica. Mentre questo problema epocale viene sempre annunciato ma scarsamente combattuto. Con il rischio che situazioni pandemiche come queste possano ripetersi, magari in contemporanea con catastrofi naturali. Con conseguenze disatrose.

Pur nell’immane tragedia attuale non dobbiamo permettere che la pandemia causata dal coronavirus offuschi le altre emergenze. Siamo in un momento cruciale, di svolta epocale. Non possiamo continuare a comportarci come se ogni problema fosse in realtà staccato dagli altri, perché non è così.

Il più grande rischio per gli esseri umani è che le ragioni dell’economia sovrastino le esigenze di ricreare un equilibrio

Bisogna che l’uomo impari a considerare il pianeta con una visione olistica, senza separare gli argomenti come se potessero essere considerati e risolti uno ad uno. Nulla è slegato e questa pandemia dovrebbe averlo dimostrato in tutta la sua tragica crudezza. Non possiamo continuare a fare finta che il problema non esista oppure che sia circoscrivibile.

I mega allevamenti di maiali realizzati in Cina a ridosso delle foreste sono una delle cause della diffusione del coronavirus, ma anche dei cambiamenti climatici. Deforestando, alterando gli ecosistemi, immettendo quantità enormi di liquami e di gas serra. Non esistono anelli della catena delle azioni umane che possano essere separati dalla catena a cui appartengono.

Sarà importante che alla fine di questa pandemia, che lascerà un modello economico in ginocchio, vengano fatte scelte oculate per fare ripartire l’economia. Bisogna approfittare dell’insegnamento e vedere la tragedia come una opportunità di cambiamento. Ignorarla potrebbe essere una delle ultime scelte. Gli altri comportamenti potrebbero essere obbligati dal succedersi degli eventi.