Nature Restoration Law europea bocciata dai partiti di governo

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La Nature Restoration Law europeà è stata bocciata dalle forze politiche che compongono l’attuale governo nazionale, durante la votazione al Parlamento Europeo. Il provvedimento, fondamentale per l’attuazione delle politiche europee, è stato approvato nonostante il dissenso delle destre, con 329 voti favorevoli, 275 contrati e 24 astensioni. Il voto contrario è stato espresso dai gruppi di Identità e democrazia (Lega), dai Conservatori e riformisti europei (Fratelli d’Italia) e da una gran parte degli appartenenti al Partito Popolare Europeo (Forza Italia).

Le destre europee hanno così pagato il loro tributo al movimento dei trattori, pur non riuscendo a spezzare la spina dorsale che regge la transizione ecologica. Questo importante passaggio è stato salutato come una grande vittoria, ma la strada non è ancora conclusa. Il via libera ottenuto dal parlamento europeo era fondamentale, ma non basta a garantirne l’attuazione. Un fatto a cui i media hanno dato scarso risalto, preferendo celebrare la vittoria che deve però essere perfezionata.

Il testo ratificato dal parlamento europeo dovrà infatti passare al vaglio del Consiglio, composto dai ministri dei 27 stati membri. Se supererà anche questo scoglio, entro quattro settimane, allora diverrà legge europea e tutti i paesi membri dovranno applicarla entro due anni. Il Consiglio potrebbe anche procedere a ulteriori modifiche del testo. Se il voto parlamentare non venisse recepito dal Consiglio d’Europa la legge decadrebbe e bisognerebbe ripartire da zero. Un’ipotesi lontana, al momento, ma le certezze si avranno soltanto al termine dell’iter legislativo.

La Nature Restoration Law europea è stata giudicata troppo restrittiva dal governo italiano

Nonostante la Nature Restoration Law sia stata modificata, proprio sulla base delle richieste degli agricoltori, il nostro governo è rimasto contrario a questa norma. Che ha ricevuto un parere negativo anche dal ministro dell’ambiente Pichetto Fratin, che ogni giorno di più sembra non comprendere il ruolo che ricopre. Con le elezioni europee alle porte gli agricoltori hanno presentato all’incasso la loro cambiale, con i governi di tutta Europa, indovinando sicuramente il miglior momento. Un gioco pericoloso per l’ambiente e per i cittadini, sui quali le politiche agricole pesano con importanti riverberi sulla tutela ambientale e sulla salute.

Le modifiche ottenute dal movimento dei trattori non sono state di poco conto, considerando che sono andate a impattare anche sulla parziale rinaturalizzazione di piccole porzioni di terreno coltivato. Aree che avrebbero dovuto essere sottratte alle coltivazioni proprio per cercare di inserire piccole oasi di natura nel mezzo di territori ipersfruttati come la Pianura Padana. Tutto gira intorno, come sempre, a nuovi sussidi che il comparto produttivo più finanziato in Europa ha ottenuto quali ulteriori compensazioni per le perdite causate dalla Restoration Law.

I governi nazionali avranno inoltre possibilità di adattare le normative nazionali, da emanare nell’ambito della cornice europea, alla situazione del paese. Consentendo così di dilitare i tempi per l’attuazione delle misure urgenti per il contenimento delle emissioni che sono alla base dei cambiamenti climatici. Con il rischio che per alimentare il consenso la politica sia più incline alla difesa delle rendite di posizione di natura economica, piuttosto che all’attuazioni di misure di tutela ambientale.

I risultati delle elezioni di giugno potranno cambiare radicalmente le politiche ambientali

Non è un mistero che le coalizioni di destra moderata e estrema propongano politiche che tendono a limitare la salvaguardia ambientale. Scelte che vanno incontro alla volontà di non limitare la libertà di azione delle categorie produttive, premiando sempre la componente economica di breve periodo. Senza considerare i danni che possano derivare da scelte che dovrebbero essere considerate obbligate, stante l’attuale situazione climatica, che certo non cambierà se si continuerà a restare alla finestra.

Considerato che il problema ambientale tocca tutti sarebbe importante che alle prossime elezioni ci fosse una partecipazione massiccia e consapevole. Ognuno decida a chi dare il voto, ma sarebbe bello sapere che ogni paese ha scelto grazie alla maggioranza dei suoi cittadini e non, come alle ultime elezioni politiche, grazie al partito dell’astensione. Questo tempo non consente più di lasciare che siano altri a scegliere per il futuro della collettività, occorre l’impegno di tutti.

La Nature Restoration Law è una legge che, quando attuata, porterà significativi cambiamenti nella tutela e nella riqualificazione ambientale. La norma prevede che entro il 2030 siano ripristinate almeno il 20% delle aree terrestri e marine degradate (prima il limite era fissato al 30%), per arrivare al 60% entro il 2040 e al 90% entro la metà del secolo. Un obiettivo che, se raggiunto, potrebbe fare la differenza. In particolare se accompagnato anche da ulteriori azioni concrete, come la riduzione degli allevamenti e dei consumi di proteine animali.

Nella storia dell’uomo non ci sono mai stati periodi come questo, dove si deciderà il nostro futuro sul pianeta

La nostra specie è arrivata a un bivio, che non si era mai presentato a partire dalla nostra comparsa sul pianeta. Dove saranno fondamentali le nostre decisioni sulla strada da intraprendere e dal coraggio nell’affrontarla. Guardando al futuro con altruismo, pensando non all’oggi ma alle nuove generazioni. Se, invece, insisteremo nel portare avanti un modello economico insostenibile per il pianeta che ci ospita saremo costretti a tempi difficili. Ulteriori innalzamenti della temperatura con conseguenti sconvolgimenti climatici porteranno a carestie e migrazioni epocali, ma anche a guerre per le risorse idriche e alimentari.

Il modello di sviluppo occidentale è stato predatorio e irresponsabile e non possiamo cercare di continuare a nasconderlo. Negli ultimi cinquant’anni abbiamo cambiato gli equilibri climatici, l’uso delle risorse e peggiorato la qualità di vita delle persone che abitano nella parte più povera del pianeta. Creando le condizioni che le costringono a migrare, per avere un futuro che spesso non arriveranno mai a vedere. Ma non basta il terrore per fermare chi ha fame, chi cerca di avere una vita diversa, migliore. Proprio come non bastano i coccodrilli nei fiumi e i predatori nella savana a fermare le grandi migrazioni stagionali degli erbivori in Africa.

Per quella parte di mondo che paga con maggiore durezza quegli sconvolgimenti climatici che non ha causato, per andare incontro alla quale dobbiamo cambiare comportamenti e scelte. Per questo la Nature Restauration Law sarà fondamentale: l’impronta ecologica di un grande continente come quello europeo deve diminuire. Lo possiamo fare, lo dobbiamo fare. Con azioni concrete ma anche usando le matite, andando a votare senza più nascondersi dietro il fantasma della disillusione.

Animali e ambiente sono argomenti fondamentali, ma non sfondano in politica

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Animali e ambiente sono argomenti fondamentali, ma nel nostro paese non sfondano in politica. Eppure la presenza di una componente animalista e ambientalista sarebbe davvero importante in momenti come questi. Dove i temi della tutela di animali e ambiente, nel senso più ampio e inclusivo possibile, dovrebbero essere i primi a essere scritti sulle agende politiche. Invece in Italia, al contrario di quanto avviene in altri paesi europei, i partiti ecologisti non riescono a sfondare il muro dell’indifferenza. Bocciati senza appello da un elettorato che relega chi si è presentato alle elezioni come realtà politica ecologista o animalista a percentuali risibili.

Non sono stati premiati dagli elettori i vari e diversi partiti animalisti, monotematici e con una complessiva assenza di visione politica, ma nemmeno quelli più strutturati e storici come le varie costole degli originari “verdi”. Questi ultimi poi, dopo un exploit alla tornata elettorale del 1996, dove riuscirono a eleggere 14 deputati e 14 senatori , sono da tempo rinchiusi in uno recinto molto più stretto. Un perimetro politico che rischia di rimpicciolirsi ulteriormente dopo le recenti divisioni all’interno dell’Alleanza Verdi-Sinistra. Una coalizione che ha assunto una connotazione politica netta a sinistra del PD, necessaria anche per superare la soglia di sbarramento.

Una situazione apparentemente incomprensibile in un momento storico dove clima, biodiversità, allevamenti e agricoltura intensiva, tutela delle aree naturali dovrebbero essere questioni centrali. Temi che destano allarme e grande preoccupazione nell’opinione pubblica, mentre risultano essere non abbastanza recepiti dalla politica in generale. Con le associazioni ambientaliste e animaliste che dimostrano grande difficoltà a agglutinarsi, ma anche nel divenire effettivi e efficaci punti di riferimento per la politica e i cittadini. Lasciando aperto un vuoto divenuto una voragine, che rischia di essere occupato da chi usa gli stessi argomenti ma solo per fini strumentali e con scopi opposti.

Animali e ambiente sono argomenti fondamentali, in cima agli interessi dell’opinione pubblica che però non premia gli attuali partiti

Probabilmente le ragioni di questo scarso potere attrattivo del variegato fronte ecologista sono molteplici, ma quel che pare certo è che sia necessario un radicale cambiamento di passo. Uno svecchiamento delle modalità con cui questi temi vengono affrontati, ma anche una nuova capacità di parlare alle persone, con una visione olistica e non settoriale che renda credibili i programmi. In un momento delicato come l’attuale è impossibile pensare che una forza politica possa essere monotematica, senza riuscire a declinare un programma a tutto tondo capace di convincere.

Non basta proporsi come una realtà che si occupa di voler tutelare animali e ambiente. Occorre essere credibili in tutte le varie materie che spaziano dall’economia alla sanità, dall’occupazione alla sicurezza dei cittadini. Come dimostrano i risultati ottenuti dai partiti ecologisti alle elezioni europee del 2019, quando 12 partiti di area “verde” in Europa hanno, nei vari paesi, superato il consenso del 10%. Mentre in Italia Europa Verde si è inchiodata al 2,4%, non superando la soglia di sbarramento del 4%. Ottenendo di restare così esclusa dal parlamento europeo.

La disillusione sembra dominare gli elettori sensibili alla questione ecologica: prima abbandonando i Verdi a causa dei loro errori e delle loro lotte interne, poi allontanandosi dal Movimento 5 Stelle che ha tradito le promesse ambientaliste del 2018, sono oggi orfani di un’offerta politica che difficilmente sembra soddisfarli.

Tratto da un articolo su Il Grand Continent scritto da Hanna Corsini

Sarebbe tempo di farsi domande e di studiare nuove strategie credibili per una politica ambientale che conquisti gli elettori

In Germania i verdi hanno raggiunto alle ultime elezioni europee del 2019 il 20,5% ottenendo ben 24 seggi e diventando il secondo partito tedesco. Arrivando a raddoppiare il risultato elettorale ottenuto nelle elezioni europee del 2014. Un vero e proprio trionfo, che ci si può soltanto augurare che venga esteso e mantenuto nelle elezioni della primavera 2024. Una scadenza che difficilmente vedrà affermazioni simili nel nostro paese. Probabilmente le elezuioni non vedranno neanche la presenza di molti candidati ecologisti nelle liste dei partiti tradizionali.

Le elezioni europee sono alle porte, ma il movimento ambientalista e animalista resta sempre al palo, attualmente incapace di creare politiche attrattive e soprattutto credibili. Dove finti e veri paladini della questione verde hanno sino ad ora raccolto giganteschi flop, che dimostrano quanto siano lontani dalle aspirazioni degli elettori. Che non si fanno convincere dalle emozioni quando non trovano solide motivazioni, come avviene invece per i partiti tradizionali che, per esempio, possono contare su uno zoccolo duro composta da agricoltori, allevatori e cacciatori. Che da sempre rappresentano un serbatoio fedele di voti, che si riconoscono, anche se talvolta non completamente, nelle proposte politiche degli attuali partiti.

Servirebbe un laboratorio permanente e plurale, capace di dar vita a un movimento nuovo

Facendo un parallelo fra la fine degli anni ’80, che fu il tempo in cui in Italia presa vita il cosiddetto movimento verde, e i giorni nostri non si può negare che il consenso abbia punito gli ecologisti. In tempi in cui l’emergenza ambientale derivava da grandi disastri ambientali, come l’ICMESA di Seveso (1976), Bhopal in India (1984) e l’incubo nucleare di Chernobyl (1986) il nostro paese rispose, politicamente, premiando il movimento ecologista. In quei tempi di disastri, ma anche di minor coscienza ecologica e di minor attenzione all’ambiente, i cittadini credettero nelle istanze ambientaliste. Per poi staccarsi dal movimento in tutte le varie declinazioni e mutazioni, negandogli il voto.

Tutela ambientale, biodiversità e questione animale sono argomenti fondamentali, ma gli elettori dimostrano di volere programmi concreti e di non essere più disponibili a firmare cambiali in bianco. In particolare in anni come questi dove il primo partito è quello dell’astensione, composto da quanti hanno smesso di fidarsi delle regole della democrazia. Purtroppo la magia sembra non riuscirà nemmeno alle prossime elezioni: tutto lascia, purtroppo, intendere che l’Italia non sarà in grado di dar un concreto aiuto alle forze ambientaliste presenti in Europa.

Occorre qualcosa di nuovo e di diverso, qualcosa di più credibile. Che possa essere visto dall’elettorato come una possibilità concreta per tutelare territorio, ambiente e animali, per cambiare e far progredire la nostra cultura. Per sfatare la leggenda che quanti si occupano di difendere ambiente e diritti siano utopisti e estremisti, incapaci di declinare proposte credibili per uno sviluppo nuovo e diverso. Un movimento capace di attrarre voti dai diversi orientamente politici, smettendo di parlare soltanto ai potenziali elettori di una parte che deve essere ritenuta minoritaria nel paese. Sembra giunto il tempo di fare grandi riflessioni, oramai non più rimandabili.

Abbiamo bisogno di costruire orizzonti sereni, per poter vivere un futuro diverso

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Dobbiamo riuscire a costruire orizzonti sereni, modificando il nostro stile di vita, ripensando al significato di collettività, rispetto e tutela dell’ambiente. Valori che in questi tempi stiamo riscoprendo, obbligati ad arrestare le nostre vite, costretti a pensare anche senza avere la voglia di farlo. Ormai ci sono pochi dubbi sul fatto che questo modello di sviluppo sia basato su concetti artificiali, costruiti, che non corrispondono al reale.

Costruire orizzonti sereni per il futuro significherà avere meno, a livello individuale, condividere di più, allargare i confini del nostro senso collettivo. Questo, seppur detto in poche parole rappresenta un obiettivo difficile da raggiungere: si tratta di imparare a respirare un’aria nuova, a riconsiderare i nostri bisogni. A comprendere che nessun modello basato sull’esclusione possa essere eticamente accettabile.

La famiglia umana, termine bellissimo nella sua inclusività, deve trovare la forza di ripensare stili di vita che non sono naturali, ma che ci sono stati imposti. Facendoci credere che i concetti principali che dovevano connotare la nostra esistenza fossero possedere, consumare e guadagnare. Secondo quei concetti che sono diventati un patrimonio collettivo delle società occidentali dopo l’immediato dopoguerra, nella seconda metà del secolo scorso.

Pensavamo di costruire orizzonti sereni, sino a che un piccolissimo virus ha spazzato le nostre stupide certezze

La miglior esemplificazione della realtà è sempre quella della piramide: sia che si parli della catena alimentare che della suddivisione della ricchezza. La piramide è un esempio chiaro, facile da comprendere, di una costruzione stabile dove il piccolo vertice preme con tutto il suo sottostante su una base. Proprio come accade per la suddivisione della ricchezza che l’economia ci ha imposto. Creando l’illusione che si trattasse di benessere, di equa condivisione dei vantaggi, scambiando beni di di consumo con cieca sudditanza.

Le ricchezze di questo pianeta sono in mano a una piccola, piccolissima, infinitesima parte della popolazione mondiale. Non c’è condivisione, non c’è equità, non vi è alcun rispetto dei bisogni delle persone, degli animali, del pianeta.

La ricchezza globale, in crescita tra giugno 2018 e giugno 2019, resta fortemente concentrata al vertice della piramide distributiva: l’1% più ricco, sotto il profilo patrimoniale, deteneva a metà 2019 più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone. Ribaltando la prospettiva, la quota di ricchezza della metà più povera dell’umanità – circa 3,8 miliardi di persone – non sfiorava nemmeno l’1%. Nel mondo 2.153 miliardari detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione globale.

Tratto dall’articolo “L’1% della popolazione mondiale due volte più ricco di 6,9 miliardi di persone” sul periodico del Terzo Settore VITA il 19/01/2020

Bisogna ripensare al modello di sviluppo, ma soprattutto ogni persona deve impegnarsi per il cambiamento

Forse ci voleva il coronavirus per far comprendere davvero le emergenze ambientali, per far smettere di considerarle come le paturnie di quattro ambientalisti invasati. Per far comprendere come Donald Trump fosse davvero un pericolo, con le sue politiche ambientali e con il negazionismo climatico. Replicato senza scrupoli negando anche le problematiche della pandemia che ora si è trasformata, per sua stessa ammissione nella Pearl Harbour degli Stati Uniti. Una tragedia che pagherà chi ha meno, anche negli USA.

Ora ci siamo accorti, anche se ancora non con il giusto grado di urgenza, come l’allevamento intensivo rappresenti un pessimo ciclo di produzione delle proteine: dannoso per la salute, per l’ambiente e estremamente sfavorevole secondo modelli matematici. Adesso che siamo confinati ci siamo resi conto che possiamo vivere senza consumare troppo e che il bene più prezioso sono libertà, affetti e abbracci.

Proprio ora che stanno scomparendo, anche per l’epidemia, i nostri anziani : gli ultimi testimoni di una storia diversa, che non avrà più cantori, che rischia di essere dimenticata. Racconti di vite che non erano fatte per il consumismo, che avevano conosciuto la fame, quella vera, e la perdita della libertà.

Riprendiamoci la storia finché siamo in tempo, recuperiamo la nostra umanità, fermiamoci a pensare prima che sia davvero troppo tardi. Ce lo chiedono le giovani generazioni ed è un debito che dobbiamo onorare, ora, senza altri ritardi. Una salute, un mondo con uomini e animali non umani.

Si è aperta la COP 13, in India, sulla tutela della fauna migratoria

tutela della fauna migratoria

Si è aperta la COP 13, in India, sulla tutela della fauna migratoria, che rappresenta una parte importantissima della biodiversità del pianeta. Un patrimonio da difendere a ogni costo, che unisce Stati e popoli della Terra con le migrazioni che lo attraversano.

COP13 aggiungerà probabilmente alcune nuove specie in pericolo, per affrontare i problemi e le minacce che stanno emergendo per alcuni animali, come l’elefante asiatico. Non bisogna infatti commettere l’errore di pensare che il popolo migratore sia composto solo da uccelli. Pesci e mammiferi compiono grandi migrazioni, come quelle che avvengono nelle vaste pianure dell’Africa per erbivori e predatori o quelle messe in atto dai cetacei.

Frammentazione del territorio, riduzione degli habitat, inquinamento, bracconaggio e cambiamenti climatici sono solo alcuni dei fattori che mettono a rischio i migratori. Altre volte, come ad esempio avviene in Italia per le rondini, anche la stupidità umana ha un suo peso, quando porta alcuni incivili a distruggere i loro nidi.

Tutelare la fauna migratoria è un dovere della comunità internazionale

Le rotte migratorie sono sempre costellate di pericoli, sia che attraversino il cielo, la terra o il mare. Attraversando confini che per gli animali non esistono, ma che possono invece cambiare le misure di protezione, aumentando o diminuendo la tutela delle specie che li attraversano. Le migrazioni richiedono grandi sforzi in termini energetici per essere affrontate, fatiche e rischi che si moltiplica in caso di altre avversità.

Per questa ragione il concetto di “connettività ecologica” costituisce la principale priorità per questa sessione della Conferenza delle Parti. La creazione e il mantenimento di corridoi migratori sicuri, che colleghino diverse aree geografiche. Un modo per supportare concretamente le specie migratrici durante le diverse fasi dei loro cicli di vita naturali, come l’allevamento e l’alimentazione. 

Il declino della biodiversità è costante e non c’è più tempo da perdere per difendere il patrimonio naturale

Il Rapporto di valutazione globale delle Nazioni Unite sulla biodiversità pubblicato a maggio 2019 ha stabilito che stiamo correndo il rischio di perdere 1 milione di specie, comprese quelle migratorie, se non intensifichiamo le nostre azioni. Un nuovo rapporto che sarà illustrato durante la COP 13 indica che, nonostante alcune storie di successo, le popolazioni della maggior parte delle specie migratorie stia diminuendo. 

Per questo il tempo rimasto è davvero poco e occorrono politiche di ampio respiro, concrete e rapidamente attuabili. Per non rendere la tutela dei migratori solo un’intenzione, un gesto di buona volontà, ma una concreta azione di salvaguardia.

#FridaysForFuture: il risveglio dal torpore riempie le piazze

#fridaysforfuture
#FridaysForFuture in Indonesi – Dal profilo FB di Greta Thunberg

FridaysForFuture: il risveglio dal torpore riempie le piazze con milioni di persone in tutto il mondo, in una protesta pacifica. Sono belli da vedere, colorati e non violenti, riuniti insieme per il futuro, convinti che sia l’unione a fare la differenza.

Dopo decenni di nulla, di scarsa attenzione per il sociale, di disinteresse per la politica, di vite spese spesso solo sui social ora sono tornate a riempirsi le piazze. La realtà, quella fatta di colori, odori, voci, confronto, volontà di esserci e di stare insieme è tornata protagonista. Già questo, da solo, basterebbe per alimentare la fiammella della speranza.

Nonostante le critiche dei soliti benpensanti, dei benaltristi e di quelli che pensano sia solo un mezzo per saltare la scuola. Un modo di pensare vecchio, da persone vecchie, non all’anagrafe ma per la vita. Pronti solo a criticare i ragazzi perché sporcano, bruciano dei simboli allegorici inquinando, fumano alla manifestazione sul clima! Mai come ora è vero che quando il dito indica la luna lo sciocco guarda il dito.

E quanti urlano sui social e non solo denunciando l’inganno creato con Greta Thunberg, dipinta come la testimonial di una colossale operazione di marketing. Secondo il tristo ragionamento una ragazzina, per giunta con la sindrome di Asperger, non può aver fatto tutto da sola. E infatti lei è stata solo il catalizzatore, nulla di più e nulla di meno. Senza sottovalutare però #AspiPower, quella capacità di mettere in fila i concetti su un tema senza possibilità di divagazioni, tipica delle persone come Greta.

I ragazzi di #FridaysForFuture ci devono riempire il cuore di gioia

Le piazze non hanno mai risolto i problemi, non è il loro compito, non è nelle loro possibilità. Non ci vuole un genio per comprendere che non saranno loro a rivoluzionare l’economia. Per capire che le decisioni si prendono in altre stanze, non nelle piazze. Quindi importa poco di quanta conoscenza tecnica abbia il singolo partecipante, alla manifestazione.

C’i sono persone che deridono i ragazzi di #FridaysForFuture, accusandoli di essere arroganti, credendo di poter risolvere il problema. Li definiscono poveri illusi, presuntuosi che pensano basti fare cortei colorati, sia sufficiente lanciare qualche slogan per cambiare il mondo.. Illusi che pensano di riuscire a far diventare improvvisamente lungimiranti Trump e Bolsonaro.

Evidentemente queste persone non riflettono sul fatto che qualcosa è cambiato. Che anche durante decenni di mala politica, di sfruttamento, di saccheggio del territorio e delle vite di milioni di persone, le piazze del mondo non sono mai state così piene. Forse dai tempi della guerra in Vietnam e del colpo di stato in Cile, quando il mondo era molto più “lontano e vasto” ma si credeva ancora alle cause.

La realtà è che i soloni di oggi sono della generazione che non solo ha spazzato via le speranze di tutti, giovani compresi , ma anche fatto credere che tutto fosse inutile, nulla poteva cambiare. Così l’unica ricetta è stata quella di rinchiudersi nell’individualismo, raccontando che, in fondo, l’unico valore da difendere era quello di potersi comprare il nuovo smartphone. Una sorta di obsolescenza programmata della ragione.

Ma i giovani si sono ripresi le piazze, lasciando a casa i politici

Niente bandiere di partito, non un incidente, nessun leader solo la voglia di dire “noi siamo qui, noi vi costringeremo a fare il vostro dovere”. La difesa non di un diritto di categoria, non di posti di lavoro, non il sostegno a una parte politica. Solo una voglia trasversale, planetaria, di poter continuare a abitare questo mondo, l’unico che abbiamo.

Non sono perfetti, non sono degli economisti, non hanno ricette ma sono in possesso di due requisti fondamentali per aver successo: l’entusiasmo e la gioventù. Il primo ha il potere di essere un catalizzatore planetario, la seconda quello di dare alla parola “futuro” un’accezione reale. Che manca a molti, troppo occupati a raschiare il barile dell’oggi.

Chi vorrà fare una manifestazione in piazza in futuro dovrà confrontasi con i numeri dei giovani di #FridaysForFuture, piaccia o non piaccia. Dovrà confrontarsi con la gioiosa e pacifica protesta di chi esponeva cartelli dove lo slogan più violento era “ci avete rotto i polmoni“. Più gentili e spiritosi di tantissimi adulti sui social, compresi ex ministri che di odio ne han seminato a piene mani.

Deve essere chiaro che non sono loro a doversi rimboccare le maniche per risolvere il problema ambientale, non ancora perlomeno, ma chi governa. Dando vita a politiche ecologiche, compatibili, illuminate che educhino tutti ad avere maggior rispetto dell’ambiente, a ridurre la nostra impronta ecologica

Imparando anche a comunicare in modo positivo, magari evitando di ostentare un bell’hamburger da New York, subito dopo aver partecipato al summit sul clima, considerando che proprio il consumo di carne è uno dei motivi principali del surriscaldamento globale. Forse meglio non lamentarsi troppo della consapevolezza dei ragazzi di #FridaysForFuture .