La risposta è spiacevole, perché mette a nudo la realtà di un giudizio morale che non risulta essere basato sull'analsi di dati comuni ma bensì di convenienze. Non è il dato scientifico che crea le categorie, perché a questo punto un cane dovrebbe avere gli stessi diritti di un asino, ma non è così. Semplicemente noi dirigiamo il nostro sguardo benevolo verso esseri viventi salvabili, che possono tranquillizzare la nostra coscienza, quando li guardiamo. Del resto è lo stesso trattamento che noi riserviamo agli esseri umani, perché ci stupiamo? Qualcuno vuole farmi credere che nella realtà, non nella teoria, un bimbo palestinese abbia gli stessi diritti reali di un bimbo italiano, inglese o francese? Certo che non è così.
Se un cane ha meno diritti di un agnello dovremmo avere la lealtà di affermarlo, come punto di partenza per fare dei ragionamenti, per farne discendere dei comportamenti. Dovremmo quindi spostare il ragionamento non basandoci (solo) sulle comuni capacità di percezione di fronte alla sofferenza e al dolore. Spostandoci nel campo della eventuale necessità: siamo consapevoli della sofferenza ma dobbiamo attenuare i diritti per ragioni alimentari e economiche. Ma il focus di questo ragionamento non è tanto verso il diritto di uccidere, ma verso la crudeltà di far vivere pessime vite, che quasi sempre terminano con un orribile morte.
La lotteria dei diritti di tutti gli animali prevede meccanismi consapevoli che massimizzano il profitto senza riguardi per la sofferenza
Il discorso è molto complesso, perché va contro una serie di percorsi mentali su cui si basa la realtà. Ogni tanto qualcuno mi chiede come si faccia a difendere i lupi, visto che straziano le creature di cui si nutrono, in sofferte agonie. Io invece mi chiedo perché non si riconosca la naturale equità di quelle predazioni. Il lupo uccide perché è un carnivoro, perché non solo non ha alternative ma non guadagna nulla più del vivere dalla sofferenza. Si tratta di un comportamento di necessità, naturale, bologico, puro e quindi eticamente corretto.
Qualcuno vede la stessa naturalità negli allevamenti intensivi? Qualcuno può negare che quelle orrende condizioni di vita siano causate da un calcolo di profitto? Qualcuno può forse affermare che facendo vivere in modo degno gli animali non ci sarebbe cibo per tutti? Qualcuno può forse sostenere che non si possa evitare di trasportare animali vivi per centinaia o migliaia di chilometri per accrescerne il valore? La crudeltà non sta nell'uccidere ma nel costringere a condurre vite impossibili. La crudeltà è una colpa grave, che non può trovare giustificazioni né morali, né pratiche. Non c'è nulla è ineluttabile nel lasciare che questo avvenga.
Una società aggressiva mette in pericolo i più deboli, animali non umani compresi, esponendoli al rischio di diventare vittime. Un contesto di aggressività verbale, come quello in cui stanno vivendo le società occidentali in questi anni, porta a sdoganare la violenza che da verbale passa ad essere agita. Le vittime di questo passaggio sono quelle che più fanno fatica a difendersi per condizione fisica o per menomata difesa, come avviene per gli animali. Una percezione che trova conferma nelle notizie di cronaca nera, dove sotto i riflettori finiscono soggetti sempre più giovani e fra le vittime sempre più anziani e animali.
Certo la cronaca potrebbe essere influenzata dalla gerarchia delle notizie, dove quelle di nera trovano sempre più spazio. Pur essendo vero che le violenze contro i più indifesi ci sono sempre state, la percezione, da uomo della strada, è che però si siano intensificate con l'alterazione dei valori. La gentilezza viene vista come una dimostrazione di debolezza mentre l'aggressività diventa un valore. Alterando gli equilibri e le gerarchie fra ciò che è bene e ciò che è male. Situazione che dovrebbe inquietare, portando gli adulti, specie quelli che hanno responsabilità e visibilità, a tenere comportamenti maggiormente equilibrati.
Comportamenti aggressivi che, talvolta, colpiscono anche i difensori dei diritti dei più deboli, come gli animali, che pur difendendo valori eticamente rilevanti perseguono lo scontro come strumento. Questo costante innalzamento dell'asticella porta a comportamenti che speravamo di non dover rivedere. Come quelli del presidente della prima potenza mondiale, capace di irridere la sofferenza dei palestinesi, proponendo di trasformare Gaza nella Costa Azzurra del Medio Oriente. Un nuovo paradiso per fruitori ricchi e benestanti, costruito sulle rovine di quello che, per condizioni di vita, era una sorta di campo profughi anche prima della guerra e che ora è diventato un cimitero.
Una società aggressiva mette in pericolo i più deboli, contribuendo a dar vita a una deriva pericolosa per tutti
La nostra specie, i sapiens, dovrebbe avere tutti gli strumenti per comprendere che l'unica chiave che possa portare reale benessere è la coesistenza. Stile di vita che passa dalla volontà di condividere e dalla comprensione che, attraverso questo comportamento, si possano ottenere maggiori vantaggi collettivi. Un ragionamento semplice e efficace che però cozza contro una condizione che diventa sempre più concreta: la ricchezza di pochi creata a danno di moltissimi. Una moltitudine che, a causa di condizionamenti, sembra non voglia rendersi conto di essere stata addomesticata. Strani animali questi sapiens, che si infiammano per nulla, combattono guerre inutili e però si fanno rubare il capitale da scaltri predoni, sorridendo.
Secondo OXFAM l'1% degli individui possiede il 45% della ricchezza del pianeta, realtà incontestabile ma anche indigeribile. Per far diventare i ricchi sempre più ricchi abbiamo fatto diventare i poveri, quelli poveri per davvero, sempre più poveri. Tanto che il 44% della popolazione vive con meno di sette dollari al giorno. In questo mondo distopico ci stiamo sempre più traformando in animali da reddito, esattamente come quelli non umani che costringiamo negli allevamenti intensivi. Facendoci guerra per consentire ad altri di arricchirsi, un comportamento davvero molto poco sapiens.
«Divide et impera (in italiano, "dividi e comanda") è una locuzione latina secondo cui un'autorità può più efficacemente controllare e governare un popolo con il dividerlo in più parti, provocando rivalità e fomentando discordie al suo interno (Wikipedia).» Bene sapere che le parti più deboli di questa catena, come anziani, persone con disabilità gravi e animali saranno quelle soggette a maggiori privazioni dei diritti. Perché anche negli indifesi, tragicamente, esiste una piramide rovesciata, ma della sofferenza.
Coltivare la fermezza annaffiandola con la gentilezza è la miglior via per un cambiamento
Occorre sgombrare il campo da un pregiudizio: avere modi gentili non significa non essere fermi nelle posizioni. Non occorre essere arroganti per difendere i diritti, per cercare di operare per un cambiamento. Non è l'autorità ma l'autorevolezza a creare i presupposti per essere ascoltati; non servono seguaci, che ricordano le sette, ma compagni di viaggio sulla strada del cambiamento. Difendere i diritti degli animali, umani e non umani, non può essere fatto a prescindere da queste considerazioni. Perché chi sceglie di difendere i diritti dovrebbe, prima di tutto, ricordarsi dei suoi doveri.
Abbiamo bisogno di combattere la violenza, verbale e fisica, e abbiamo il dovere di dire che chi la pratica non dovrebbe poterlo fare impunemente. Non dobbiamo mai confondere l'aggredito con l'aggressore, la vittima con il carnefice perchè sono i ruoli e non le vittorie a fare la differenza. Chi più urla non ha ragione, semplicemente cerca di convincervi della sua capacità di essere il vostro leader, ma se avesse davvero questa capacità potrebbe anche solo sussurrarlo per convincere.
Una bimba è stata in mare appesa a un pneumatico per tre giorni e i suoi compagni di sventura, più di quaranta, sono finiti sul fondo del mare. Un mare che sta diventando un cimitero, enorme, terribile, che inghiotte vite di disperati. Mentre qui si aspettano nascite e l'arrivo dei Re Magi, molti che dai paesi dei magi provengono finiscono le loro vite in un modo tragico. Ma non saranno qualche decina di migliaia di morti, fra guerre e naufragi, a rovinarci la festa. Molti di noi continueranno a mangiare con serenità lenticchie e zampone, senza preoccuparsi del resto e, tantomeno, senza chiedersi che vita abbia avuto in sorte il maiale che era il legittimo proprietario di quello zampone.
Stiamo diventando insensibili a ogni sofferenza, alla tristezza di un mondo umano che osservato con attenzione non si può definire ben riuscito. In effetti non guardando le cose con attenzione i confini sfumano, i concetti perdono d'importanza, la sofferenza prima si sfuoca e poi svanisce. Certo è singolare che, chi crede, attraversi questo periodo a cuor leggero, visto che si dovrebbe festeggiare la nascita di chi promette di togliere i peccati del mondo, non di quanti li commettono. Per questo credo che sul Natale si raccontino davvero troppe palle, che non sono quelle che finiranno per addobbare l'albero.
Natale e diritti: si potrà arrivare a un momento in cui l'empatia sarà considerata un bene primario?
Quello che preoccupa di questo nuovo millennio è che sembriamo anestetizzati, incapaci di vedere il circostante. Annegati nei social come in un "mondo altro", qualcosa che ci consente, o forse ci invita, a non considerare questo. Forse il più bel regalo che possiamo farci a Natale è un dono personale: provare a riflettere se questo tipo di collettività ci piace davvero. Nessuno ha la bacchetta magica, ma io voglio continuare a commuovermi per una bimba che ha la sua vita appesa a una camera d'aria. Voglio continuare a cercare di fare qualcosa, anche se so che sarà sempre troppo poco, per cercare di cambiare rotta.
Voglio fare il possibile perché i diritti degli altri animali vengano considerati, si dia un valore alla sofferenza, si cerchi di non nasconderla per profitto. Senza la presunzione di essere perfetto, ma con la convinzione e la voglia di provarci. Ecco questo è il regalo che credo tutti dovremmo farci a Natale. L'altro, ma sarebbe un miracolo più che un regalo, e io non credo nei miracoli, sarebbe quello di far sparire gli arroganti, gli arruffa popolo, quei cialtroni che vorrebbero trarre vantaggi sulla pelle dei disperati. Quelli che insegnano a odiare invece che a rispettare.
Senza doveri gli animali non hanno diritti, ma li perdono anche le categorie fragili umane. Spesso viene confusa la presenza di norme che tutelano gli indifesi, in tutte le loro declinazioni, con un'applicazione reale e efficace. Ma nessun precetto funziona solo per la sua esistenza: senza una costante e puntigliosa applicazione le leggi restano solo parole vuote.
Quando si parla di diritti, animali o umani, spesso si lamenta quanto questi siano così frequentemente negati. Ma ciò accade davvero perché le norme non siano sufficienti o siano poco incisive? Forse accade, invece, perché le leggi non vengono fatte rispettare realmente. Inutile promettere nuove norme se non si riesce a ottenere il rispetto di quelle già esistenti.
L'Italia ha moltissime leggi, decisamente troppe e quasi mai riunite in Testi Unici, realtà che agevolerebbe la comprensione di chi le deve far applicare, ma anche di quanti le dovrebbero rispettare. Nulla appare mai chiaro, ogni norma racchiude al suo interno almeno una scatola cinese contenente disposizioni correlate, preesistenti e collegate. Complicando la vita dei cittadini onesti, dei controllori e agevolando, invece, quella dei trasgressori.
Il maltrattamento di animali è una storia di diritti negati
Si leggono fin troppo spesso notizie di cronaca che raccontano episodi di maltrattamento a danno di animali, perseguiti con grave ritardo a causa di inerzie. Non mancano poi le storie di persone che nonostante precedenti condanne continuano impunite a svolgere la stessa attività. Narrazioni intrise di omessi controlli, di ritardi, di ordinaria burocrazia e di processi che non si chiudono in tempi accettabili.
Tutte cose che potrebbero prendere una via completamente diversa, solo se ognuno facesse il suo dovere, se ogni persona che ha dei compiti li svolgesse con professionalità e impegno. Nell'interesse della società in cui vive e quindi anche sua e della sua famiglia. Quando si pensa agli animali o agli umani maltrattati istintivamente il pensiero va a criminali, che operano nell'ombra. Malfattori nascosti e irraggiungibili, che le forze dell'ordine fanno fatica a stanare e a individuare.
Non è proprio cosi: moltissimi crimini sono commessi in strutture soggette ad autorizzazione e, di conseguenza, a controlli. Unendo uomini e animali questi fatti accadono in canili e in asili, in allevamenti e in case di riposo, in macelli e strutture d'accoglienza. Insomma in realtà che non sono gestite dalla SPECTRE dei film di James Bond, ma in contesti che prevederebbero un dovere di vigilanza.
Ma i controlli sono a macchia di leopardo, spesso incoerenti e senza tener in conto criticità già evidenziate oppure, ancor peggio, vengono svolti sommariamente, talvolta per collusioni o impreparazione, altre volte per banale volontà di non aver seccature.
Un livido, una ferita, una frattura possono essere segnali di violenza
Non tutti sanno che chiunque esercita una professione sanitaria (medici e veterinari ad esempio) ha l'obbligo del referto. In pratica deve informare la Procura di ogni ipotesi di reato della quale venga a conoscenza. Obbligo che si rafforza, nel caso dei veterinari, se sono pubblici dipendenti incaricati della vigilanza. In questo caso hanno la qualifica di Ufficiali di Polizia Giudiziaria e le incombenze conseguenti.
Chiunque, avendo nell'esercizio di una professione sanitaria prestato la propria assistenza od opera in casi che possono presentare i caratteri di un delitto per il quale si debba procedere d'ufficio, omette o ritarda di riferirne all'Autorità indicata nell'articolo 361, è punito con la multa fino a cinquecentosedici euro.
Articolo 365 del Codice Penale
Eppure, se togliamo quanto accade nei Pronti Soccorsi degli ospedali, dove esiste quasi sempre un posto di polizia, questa norma viene troppo spesso disattesa. Le segnalazioni per maltrattamento di animali fatte alle Procure dai veterinari liberi professionisti sono realmente molto poche, tanto per dirne una.
Il coraggio di difendere i diritti e di pretendere i doveri
Quanti controlli fatti dai veterinari del Servizio Sanitario Nazionale negli allevamenti intensivi o nei canili nei canili portano a denunce per maltrattamento? Sicuramente meno di quanto che le situazioni dovrebbero far scattare: lo raccontano la cronaca e le inchieste giornalistiche.
Questo dimostra, ce ne fosse bisogno, che per dare diritti alle categorie indifese prima occorre che tutti rispettino i loro doveri. Bisogna cambiare mentalità, metodo e smettere di parlare solo della necessità di modificare le norme. Magari proprio durante la campagna elettorale.
Per non mortificare i tanti che lavorano con scrupolo, i cittadini che vorrebbero sentirsi sostenuti e i soggetti deboli che subiscono. Ogni volta che questo succede, per colpa, è come se la nostra società perdesse un pezzo, si sgretolasse un pochino. L'onesta, il coraggio e il rispetto sono virtù che vanno incentivate, sostenute, abbracciate. Tenute come anelli preziosi capaci di tenere insieme la nostra vita collettiva, il bene comune, i diritti.
Tutte cose delle quali una società come la nostra, in un tempo fatto di chiaroscuri e dove talvolta il buio ferisce più della luce, ha davvero un grande, grandissimo bisogno.
Vita senza diritti per animali e uomini, dove pochi si arricchiscono e molti, troppi, soffrono per creare ricchezza.
La nostra storia è cambiata da quando abbiamo smesso di essere cacciatori e raccoglitori, per diventare stanziali. Praticando l'agricoltura e l'allevamento.
Così l'uomo non dipendeva più dalla costante necessità di ricercare il cibo, potendo dar vita a strutture sociali più complesse. Quelle che hanno via via strutturato il passaggio da gruppo a società, suddivisa in classi con ruoli e possibilità diverse.
Facendo un salto temporale enorme e arrivando all'era moderna il concetto di mondo si è stravolto: tutto è diventato vicino, raggiungibile, sfruttabile. Possono viaggiare per il pianeta merci e alimenti, carni e animali vivi oltre naturalmente alle persone. Sono cambiate le tecniche di allevamento, di pesca, di sfruttamento delle risorse ma anche quelle di sfruttamento delle persone.
Dall'Australia partono navi stalla cariche di ovini destinati ai paesi orientali e medio orientali, dall'America ma anche da alcuni stati dell'Africa partono invece tonnellate e tonnellate di carne verso i paesi più sviluppati. Mentre dai paesi sviluppati partono tonnellate e tonnellate di rifiuti verso quelli del sud del mondo.
Stiamo riempiendo il Terzo Mondo di rifiuti elettronici
L'Europa sta riempiendo l'Africa di spazzatura elettronica, ufficialmente destinata al riciclo ma nella realtà troppo spesso destinata semplicemente all'ammasso. Piano piano ci stiamo mangiando l'Africa, ma stiamo distruggendo anche le grandi foreste pluviali del centro e Sud America. Per allevare bestiame, per ricavare legno, per produrre olio di palma.
E fra poco sarà la volta dell'Artico, grazie ai cambiamenti climatici che poco stiamo facendo per arginare, che costituirà la nuova frontiera dello sfruttamento del pianeta. Per questo sarebbe indispensabile creare un'area protetta che ne impedisca ogni sfruttamento.
In tutto questo "progresso" abbiamo creato le "fabbriche della carne", gli allevamenti intensivi, mostruosi, inquinanti, bolge dantesche per gli animali. Per produrre proteine con un ciclo in perdita: il processo di conversione fra proteine vegetali e animali è decisamente sfavorevole. Senza contare le emissioni di gas serra e il consumo di acqua.
Qualcuno dei meno informati potrebbe pensare che, essendo un pianeta sovrappopolato, vi sia necessità di produrre sempre di più e che tutta la colpa stia proprio lì, nella crescita demografica eccessiva. Che è un problema reale, ma non è la causa di questa assurda distribuzione delle risorse. Di una produzione dissennata e di un consumismo, per alcune aree geografiche, spinto all'eccesso.
Li chiamiamo allevamenti ma nella realtà sono vere fabbriche della carne
Per quanto riguarda gli allevamenti intensivi la loro esistenza non ha nemmeno la giustificazione etica di aumentare le rese, per sfamare le persone. Se anche le rese aumentano quello che è importante è che il costo di produzione scenda. Più è basso il costo più aumentano i consumi. A danno di ogni idea di possibile benessere animale. Ma questo per l'economia è secondario.
"L’anno scorso, da soli, 26 ultramiliardari possedevano l’equivalente ricchezza della metà più povera del pianeta (nel 2017 erano 43, ndr). Una concentrazione di enormi fortune nelle mani di pochi, che evidenzia l’iniquità sociale e l’insostenibilità dell’attuale sistema economico".
Secondo la Banca Mondiale nel mondo ci sono 2,4 miliardi di esseri umani che devono essere considerati estremamente poveri. Un numero davvero impressionante di persone che non fanno fatica a vivere ma a sopravvivere.
"L’1% più ricco del Pianeta detiene quasi la metà della ricchezza aggregata netta totale (il 47,2%, per la precisione), mentre 3,8 miliardi di persone, pari alla metà più povera degli abitanti del mondo, possono contare appena sullo 0,4 per cento"
Alle prossime elezioni europee teniamo conto, nell'esprimere il voto, che se vogliamo garantire un futuro al pianeta e se vogliamo sperare che sia almeno un poco migliore di quello attuale dobbiamo scegliere. Che significa votare, che significa privilegiare le persone che all'interno delle varie forze politiche abbiano attenzione verso la tutela ambientale e il rispetto dei diritti umani e animali.
Non sarà facile ma dobbiamo impegnarci tutti per far crescere il potere dell'etica rispetto allo strapotere dell'economia. Per un mondo più giusto per tutti, ma anche perché continui a esserci un mondo. Non è più tempo di restare affacciati alla finestra: deve diventare il tempo dell'azione.
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