Il cinodromo di Maserada sul Piave è un progetto fuori dal tempo, che causa maltrattamenti e probabili scommesse clandestine

cinodromo maserada sul piave

Il cinodromo di Maserada sul Piave, non ancora ufficialmente inaugurato, è un progetto fuori dal tempo, che non tiene conto dei cambiamenti culturali della società. Da tempo in tutto il mondo sono in corso battaglie per arrivare alla chiusura di queste strutture, spesso con successo, mentre questo piccolo comune del trevigiano procede al contrario. Con l’aiuto insospettato di ENCI che per 15 anni gestirà la struttura. Un vero controsenso per un ente che dovrebbe avere a cuore non solo le razze ma anche il benessere degli animali.

Le corse dei cani sono un retaggio del passato; in Italia dove gli ultimi due cinodromi, a Roma e Napoli, si sono chiusi alla fine degli anni ’90, dopo la cessazione di tutti gli altri impianti. Una volta le corse dei cani erano eventi sui quali si poteva scommettere, un’attività che ora non è più possibile praticare legalmente, contrariamente a quanto avviene per i cavalli. Ci si interroga quindi sulle motivazioni che hanno convinto il sindaco di Maserada e la sua giunta a dare vita a questo progetto, che accontenta solo un piccolo numero di appassionati.

Ben sapendo che dietro le competizioni con gli animali si possono celare maltrattamenti, comportamenti scorretti e un giro di scommesse clandestine. L’impianto, che doveva essere inaugurato il 12 giugno, con una giornata di corse, non è stato ancora aperto al pubblico. Ufficialmente in quanto non sarebbe stato ancora ultimato. Ma le motivazioni potrebbero essere anche altre.

Il cinodromo di Maserada sul Piave fa infuriare le associazioni che si occupano di difendere i diritti degli animali

Moltissime le organizzazioni che hanno deciso di far guerra al cinodromo, ben sapendo cosa si nasconda dietro le competizioni di racing. Queste gare vedono levrieri lanciati a tutta velocità all’inseguimento di una finta lepre, che non riusciranno mai a prendere. Secondo il Comune e l’ENCI l’impianto, costato 160 mila euro, servirà solo per attività connesse all’allevamento e alla conservazione del patrimonio zootecnico. La spiegazione non convince le associazioni. Con il rischio plausibile di incidenti ai cani durante le gare.

Si è attivato anche Andrea Zanoni, già deputato e ora consigliere della Regione Veneto. Che in un comunicato stampa dice che “si tratta di uno scempio che vede distruggere un prato stabile ad alta valenza ambientale. In un’area tutelata dal Piano faunistico venatorio e di collegamento con l’adiacente sito di Rete Natura 2000 delle Grave del Piave. Soprattutto l’intervento dell’agronomo Claudio Corazzin è stato illuminante, evidenziando come il Piano di assetto territoriale stabilisca che nell’area del Parabae sia vietato realizzare nuovi sentieri e vadano invece protetti e ampliati i prati stabili”.

Un pasticcio che rischia di finire prima in un esposto alla Corte dei conti e che potrebbe finire anche per interessare la magistratura ordinaria. Qualcosa in effetti sembra non funzionare nel progetto e il continuo crescendo di polemiche ha messo questa decisione sotto i riflettori della cronaca. Andranno chiarite le motivazioni che hanno portato il Comune di Maserada a investire una somma ingente in un impianto di questo tipo.

Il Club del levriero difende a spada tratta l’impianto di Maserada, sostenendo che si tratti solo di un circuito per appassionati della razza

Forse non molti sanno che, oltre a un circuito di associazioni che si occupano di collocare i levrieri che non sono più in grado di correre, esiste un club che promuove le corse dei cani. Il Club del Levriero, oltre a diffondere la passione per questa razza, si occupa anche di sostenere queste gare fra cani, pur senza fini di lucro. Una passione che le persone attente ai diritti degli animali difficilmente possono ritenere etica e scevra da possibili maltrattamenti, come in tutte le competizioni con animali.

La corsa dei levrieri, infatti, prevede un addestramento del cane, che viene condizionato a inseguire una sorta di lepre finta. Un comportamento che è parte dell’istinto predatorio di questa razza, ma che viene amplificato e modellato. Come avviene per i rapaci usati nella falconeria. Cani addestrati a correre dietro una finta lepre, impregnata di odori che la fanno individuare come preda. Un mondo, questo del racing, destinato a piacere più ai padroni che non ai cani.

Senza poter escludere che in questa realtà molto di nicchia, si possa nascondere un giro di malaffare, costituito dalle scommesse clandestine. Che come sempre accade sono in grado di stimolare i peggiori comportamenti umani. E’ ora che qualcuno indaghi a fondo sulle motivazioni che hanno portato l’amministrazione ad accontentare un piccolo numero di privati. Usando fondi che avrebbero potuto essere impiegati per aiutare l’intera comunità di Maserada.

Circo senza animali: riapre dopo cinque anni il famoso circo Ringling Bros & Barnum

circo senza animali

Il circo senza animali rappresenta un percorso obbligato, per eliminare la sofferenza da sotto i tendoni, per compiere un’evoluzione inevitabile. Così il famoso circo Ringling Brothers e Barnum & Bailey riapre i battenti dopo averli chiusi nel 2017. La scelta era stata presa dopo anni di proteste delle organizzazioni per i diritti degli animali, che avevano portato a un drastico calo degli spettatori. Per questo il circo aveva deciso di chiudere i battenti e sembrava che questo fosse in modo definitivo.

Cani falchi tigri e trafficanti

Invece il circo forse più famoso del mondo ha percorso la strada del cambiamento, ha capito che non era più tempo di certi spettacoli. Una decisione che prende spunto anche dal Cirque du Soleil, il circo canadese che da anni mette in scena spettacoli senza animali, con grande successo. Dimostrando che il cambiamento non solo è possibile, ma che è anche redditizio per chi abbia il coraggio, e le qualità, per affrontarlo.

L’Italia è un paese dove i cambiamenti sono accettati con grandi difficoltà, complice anche la politica sempre poco attenta a cogliere i segnali dell’opinione pubblica. Sarà anche per questo che l’occasione di arrivare a un circo senza animali, anche nel nostro paese, è sfumata grazie proprio alle indecisioni della politica. Troppo attenta a difendere le corporazioni, senza seguire l’evoluzione dei diritti e le legittime richieste delle persone, che non vogliono vedere più animali prigionieri nei circhi.

Il circo senza animali è il futuro, mentre la schiavitù sotto il tendone appartiene a un passato destinato a scomparire

Mentre diversi paesi europei hanno fatto scelte molto radicali, vietando l’uso degli animali nei circhi, in Italia evidentemente ci aspettiamo che questo avvenga per consunzione. Sembra che si stia aspettando che, una dopo l’altra le imprese circensi, nonostante i finanziamenti dello Stato, chiudano per mancanza di spettatori. In questo modo però peggiorano anche le condizioni di detenzione degli animali, visto che i circhi non investono certo in nuove strutture sapendo che, nonostante i proclami, il destino è segnato.

Eppure il circo, se non fosse intriso di sofferenza e avesse dimostrato la volontà di evolversi, di trasformarsi, sarebbe uno spettacolo ricco di un particolare fascino. Rovinato proprio dalla presenza degli animali che le persone non vogliono più vedere nei carrozzoni, trattati in pista come se fossero degli automi. I circhi che hanno fatto scelte diverse, come il famoso circo Roncalli, hanno dimostrato quanto sia falsa l’affermazione che il circo senza animali chiuda per sempre. Gli spettacoli senza animali rappresentano il futuro e non è certo un caso che il più grande circo del mondo, il Barnum, dopo cinque anni abbia deciso di ritornare in pista.

Peraltro essendo cambiata la sensibilità delle persone si moltiplicano anche le condanne per maltrattamenti inferti agli animali. Magari con processi troppo lenti e pene non adeguate alla sofferenza causata, ma restano comunque fatti che dimostrano un seppur tardivo cambio di attenzione. Se in Italia molti circhi continuano a esistere è anche perché troppe amministrazioni e troppi servizi veterinari pubblici hanno preferito chiudere gli occhi. Sulle condizioni di detenzione, sui maltrattamenti psicofisici subiti dagli animali, ma anche sui pericoli che queste strutture possono rappresentare per il pubblico.

Mancati controlli, omissioni e scarsa capacità di individuare la sofferenza negli animali hanno perpetuato il circo con animali

Le condizioni di vita degli animali nei circhi costituiscono la negazione di ogni diritto, per le caratteristiche intrinseche proprie dello spettacolo viaggiante. Lo capirebbe chiunque avesse la volontà di voler vedere che spazi ristretti e condizioni di vita sono incompatibili con il benessere animale. Una regola alla quale anche i circhi sono costretti a sottostare, perché nonostante quello che si crede, anche queste strutture hanno degli obblighi da rispettare. Il primo dei quali dovrebbe essere quello di garantire a ogni animale presente la possibilità di soddisfare le proprie necessità etologiche.

Mentre esiste una legge che regolamenta gli zoo, anche loro sempre più sotto il tiro dell’opinione pubblica e anche della comunità scientifica, per i circhi nulla viene stabilito sugli animali. Se non fosse per un tentativo di rimediare al vuoto normativo messo in atto dalla Commissione Scientifica della CITES. Che per cercare di riempire di contenuti questo vuoto ha stabilito delle condizioni minime per il benessere animale, travalicando forse i suoi poteri, ma surrogando sicuramente l’assenza della politica.

Possiamo sperare che l’esempio del circo Ringling Bros e Barnum & Bailey diventi un traino per il cambiamento anche in Italia. Spazzando via per sempre forme di spettacolo non più concepibili, ma anche traffici che proprio grazie a questa zona grigia, hanno permesso e continuano a permettere un commercio di grandi felini, già finito troppe volte all’onore delle cronache, ma non abbastanza all’attenzione della magistratura. Su questa linea il Senato il 18 maggio ha detto un primo si a una norma che potrebbe portare alla definitiva eliminazione degli animali. Ma prima di esultare conviene aspettare di vedere il come e il quando.

L’agnello e la compassione intermittente: storia crudele del mancato rispetto e della pietà relativa

agnello compassione intermittente

L’agnello e la compassione intermittente, quella che molti provano solo a Pasqua e non verso gli animali in genere. Eppure compassione e rispetto sono due sentimenti che potrebbero contribuire molto al miglioramento della nostra specie. Stati d’animo spesso sbandierati, talvolta raccontati ma non davvero provati, alcune volte suscitati solo da alcune specie, da alcune razze o da colori della pelle. Una sorta di intermittenza emotiva, un circuito altalenante e selettivo. Tant’è che non tutti gli animali generano gli stessi sentimenti.

Si potrebbe dire che compassione e empatia sono stati d’animo che abbiamo reso selettivi. Sulla base della tenerezza, del pericolo che incutono o del ribrezzo che suscitano. Quindi, se questo è il punto, questi sentimenti non devono essere visti come virtuosi, considerando che non coprono il senso della la vita come tale, ma solo quello di alcune creature. E talvolta nemmeno quelle. Durante il periodo pasquale molti si indignano per l’uccisione degli agnelli, per poi dimenticarsene, per non fare nulla per dar loro una sorte diversa.

Il claim pasquale diventa una sorta di inno alla vita degli agnelli, meno dei capretti, molto meno per i maialini e via via a scendere. Sino all’ultimo anello della catena rappresentato da pesci e affini. Mangiare agnelli a Pasqua, per chi consuma carne, non diventa così riprovevole: non vedendo differenza nella scelta e non comprendendone le motivazioni. Che invece ci sono e dovrebbero essere viste e comprese anche da quanti la carne la consumano. La limitazione del danno passa attraverso la conoscenza, non dalla difesa a oltranza dei propri piaceri o delle tradizioni.

L’agnello e la compassione intermittente: quella suscitata da alcuni animali e non da altri, senza pensare alle condizioni di vita e alla sofferenza

Come per tutti gli argomenti anche qui possono esistere concetti assoluti, come fare scelte vegane, e altri relativi come scegliere di consumare meno carne e pesce, cercando di evitare le provenienze da allevamenti intensivi. Scelte di buon senso che, come tutte le decisioni mediate, spesso non piacciono a nessuno. Non ai vegani, che le giudicano troppo facili e non risolutive, non a chi pensa che gli animali siano allevati per finire in pentola. Eppure oggi sono queste scelte a fare la differenza.

Nel cibarsi di animali ci possono essere decisioni che potrebbero migliorare le cose: un agnello resta sempre un cucciolo, ma se non venisse trasportato come se si trattasse di un carico di bulloni sarebbe certo meglio. Invece è proprio questo che avviene: animali strappati alle madri, fatti viaggiare in condizioni disumane e macellati peggio del solito. L’aumento della richiesta è come il sonno della ragione, genera mostri. Con pochi, pochissimi controlli su trasporto e macellazione. Un motivo universale per non mangiare agnelli e capretti.

Bisogna spendersi di più per informare le persone, per far loro capire come il mancato rispetto e una pietà ondivaga non vadano bene. Con una comunicazione che abbia il coraggio di non parlare solo alla pancia delle persone ma anche alla loro testa. L’emozione è passeggera, può crescere di fronte a una foto e scomparire leggendo un menù: il cervello crea spesso dicotomie. Per questo bisogna parlare alla testa: le convinzioni sono meno temporanee delle emozioni.

Diffondendo la cultura del rispetto si crea consapevolezza e non solo emozione: le due cose unite amplificano il risultato

La comunicazione sceglie spesso le frasi emotive, quelle che fanno scattare il click o la donazione. Se si privilegia la ragione il risultato è più difficile da raggiungere rispetto all’emozione. Un esempio che conosco bene: quando ho tolto la pubblicità dal blog ho detto che era per rispetto dei lettori, stimolando a offrire una piccola cifra per sostenere questo sforzo. Il risultato dopo molti mesi è che ho ricevuto offerte per ben 2,5 euro. Eppure il rispetto del lettore è un argomento forte, quando viene compreso. Ma va benissimo così.

Troppo spesso le scelte le decide il marketing perché tutti si occupano di raccogliere fondi, anche le cause più nobili. Ma credo occorra mediare fra la corretta informazione, quella che fa crescere la consapevolezza, e la pura raccolta di fondi. Che va benissimo per situazioni emergenziali come la guerra, dove non c’è il bisogno di convincere alcuno che i conflitti siano di per se orribili, dove basta raggiungere l’obiettivo economico e avere la coerenza di rispettarlo.

Quando lo scopo, invece, è quello di raccontare situazioni per essere artefici di un cambiamento allora il comportamento deve essere diverso. Il cardine dell’operazione deve diventare l’errore di consumare animali provenienti da situazioni crudeli, non la raccolta fondi che passa a essere una subordinata. In questo modo si avranno forse meno donazioni, ma si sarà contribuito a creare nuove convinzioni. Quelle che servono a cambiare la società, quelle che ci potrebbero traghettare verso una collettività più attenta ai diritti. Diversamente si crea il marketing che accresce la temporanea illusione di aver combattuto un errore tragico; non quello di mangiare agnello (o non solo) ma quello di far viaggiare anime animali anziché carni, come si chiede da tempo.

Animali: inchiesta di Presa Diretta sul nostro rapporto con cani e dintorni, fra amore e crimine

animali inchiesta presa diretta

Gli animali e l’inchiesta di Presa Diretta, la trasmissione d’inchiesta di RAI 3: forse troppa carne al fuoco fanno si che l’indagine un po’ si diluisca nel costume. Rivelando eccessi del nostro rapporto con gli animali da compagnia, ma anche mode, traffici, delinquenza e pericoli per la salute. La trasmissione ha messo sul tavolo molti argomenti, giocando forse un po’ troppo su piani diversi, molto differenti fra loro, cosa che ha fatto sorgere qualche polemica. Non sempre ingiustificata, pur apprezzando molto la volontà di parlare di questi temi.

Cani falchi tigri e trafficanti

Giudicando questa puntata da addetto ai lavori credo che vada promossa per l’impegno e rimandata agli esami di riparazione per lo sviluppo di alcuni contenuti. Esistono eccessi di amore, quelli che portano gli animali a essere sottoposti a trattamenti di bellezza che francamente sono discutibili, se non ridicoli. Cani completamente snaturati da padroni, nel senso letterale del termine, che li costringono a sottoporsi a costosi trattamenti di bellezza. Un mondo patinato che rivela tutte le fragilità umane e le aspettative riversate su animali costretti a subire. Maltrattati per eccesso di benessere.

Il nostro rapporto con i pet spesso non è equilibrato, costruito in una relazione solo apparentemente biunivoca dove, in realtà, gli animali spesso subiscono senza difesa. Un circolo chiuso che per alcune cose si trasforma quasi una setta, dove gli adepti difendono a spada tratta le scelte fatte, che spesso si traducono in sofferenza gratuita. Un esempio sotto gli occhi di tutti sono i cani brachicefali, tema spinoso affrontato anche dall’inchiesta “Amore bestiale” di Presa Diretta. L’allevamento e il commercio dei cani che vivono in apnea per restare eterni cuccioli. Per piacere a padroni che li adorano e sono la causa del loro maltrattano, in un rapporto d’amore malato.

Gli animali nell’inchiesta di Presa Diretta sono presentati sempre in bilico fra eccessi di amore e maltrattamenti di ogni tipo

Un mondo quello dei pet che smuove miliardi di euro, che conquista sempre più segmenti di mercato, in una società che troppo spesso parla poco con i suoi simili e si rifugia in rapporti di comodo. I cani amano il proprio custode senza riserve, non possono giudicare, non possono sapere delle umane debolezze. Una favola simile a quella di Cappuccetto Rosso, dove si dice che il lupo abbia occhi grandi per guardare meglio la bambina, mentre per i bulldog questo difetto è stato esasperato solo per piacere. Occhi frontali grandi come quelli umani, un aspetto da cucciolo e un nasino appena accennato, che purtroppo gli impedisce di respirare.

Cani che abbiamo modificato geneticamente compiendo un percorso inverso a quello che avrebbe fatto l’evoluzione. Per creare animali che assomiglino a eterni bambini sono stati incrociati i soggetti peggiori, quelli portatori di caratteristiche che racchiudono sia desideri estetici che patologie severe. Animali che non dovrebbe essere permesso far riprodurre, che andrebbero fatti estinguere dolcemente per non perpetuare la sofferenza. Una richiesta che i veterinari fanno da tempo, inascoltati. Mentre questi cani continuano a essere allevati in sordidi posti in angoli sperduti dei paesi dell’Est Europa, diventati i leader di questo mercato. Che dovrebbe fare orrore e che invece risulta essere florido e fiorente.

L’inchiesta di Presa Diretta ad alcuni non è piaciuta, come a Roberto Marchesini, perché ha toccato troppi punti e talvolta in modo sommario o, secondo Marchesini, addirittura mistificante. Senza affondare come forse avrebbe potuto, per mancanza di tempo, per vastità di argomenti e anche perché entrava in un mondo forse non così ben conosciuto. Argomenti già visti in TV, trattati anche con maggior piglio da Sabrina Giannini, che non sempre trovano le giuste casse di risonanza, perché quello degli animali rappresenta una sorta di mondo di mezzo.

La tratta dei cuccioli, il maltrattamento genetico, il commercio senza freni e senza controlli sono temi ancora poco indagati

Una realtà composita, che comprende, inevitabilmente, anche sostenitori di diverse associazioni, che in Italia sono molto tiepide nello scontrarsi con i proprietari, con le star e con gli influencer, che hanno reso questi animali veri oggetti del desiderio. Purtroppo mai soggetti di diritto, nonostante il recente inserimento degli animali in Costituzione.

Presa Diretta, trasmissione di giornalismo investigativo ha avuto il grande merito di aver svelato tanti altarini, proprio come Report sempre su RAI 3. Ma questa volta è stata meno graffiante e incisiva di quanto si sperava. Così il risultato finale è stato una via di mezzo fra un’inchiesta e un’indagine sul costume, che ha un poco scolorito il tema dei diritti e della sofferenza. Puntando molto sui rapporti malati che abbiamo costruito con gli animali che, per amore o per forza, condividono le loro vite con la nostra. Senza purtroppo affrontare temi scottanti come randagismo e canili.

La strada è ancora lunga e speriamo che altre inchieste seguano e indaghino questi temi. Il traffico, lo sfruttamento, il commercio e il maltrattamento genetico sono creati dalla domanda. L’offerta, quella dei trafficanti e di chi lucra su vite, è modulata su quello che le persone chiedono. E se Matilda, il bulldog francese di Chiara Ferragni, ha centinaia di migliaia di follower sulla sua pagina Instagram questo contribuirà a far aumentare sempre più la domanda. Persone che vogliono possedere queste razze, senza conoscere, senza giudizio e senza criterio. Figlie di un tempo dove molto, se non tutto, è solo apparenza.

Grazie comunque a Presa diretta per aver trattato un tema scottante

Bisogna riuscire a fare educazione, anche attraverso le trasmissioni d’inchiesta e il giornalismo investigativo, ma con maggior tempo per affrontare i problemi che sono molti e più complessi rispetto a quanto appare. Nel grande mare del rapporto fra uomo e animali da compagnia si annida molta più sofferenza di quanto ci si possa immaginare. Che non può essere cancellata dalla devozione o dalla replica di riti umani, come la sepoltura in cimiteri per animali.

Dobbiamo imparare a seppellire per sempre i maltrattamenti inflitti agli animali per il nostro egoismo. Ringraziando trasmissioni come Presa Diretta quando portano nelle case italiani spezzoni di un modo sconosciuto a molti. Un contributo importante dato all’informazione su temi spesso trascurati, come i diritti e il benessere degli animali.

Pessima gestione degli orsi in Trentino e la PAT incassa un’altra sconfitta di fronte al Consiglio di Stato

pessima gestione orsi Trentino

Per la pessima gestione degli orsi in Trentino la Provincia Autonoma di Trento incassa una nuova bocciatura dal Consiglio di Stato. In un’articolata sentenza il massimo organo amministrativo accoglie il ricorso delle associazioni protezionistiche ENPA e OIPA, con analoghe motivazioni di altre pronunce. Alla fine, senza entrare troppo nelle pieghe normative, la realtà è che l’ennesima bacchettata arriva a causa di decisioni arbitrarie, carenze istruttorie e decisioni sproporzionate.

Una decisione che sbatte la porta in faccia a Maurizio Fugatti e ai suoi deliri di onnipotenza. La gestione degli orsi in Trentino deve seguire le normative e non possono esistere scorciatoie, messe in atto a danno degli orsi. L’unica parte della sentenza che personalmente giudico molto discutibile è che le spese siano state compensate fra le parti. Mentre sarebbe stato giusto che la PAT fosse condannata a risarcirle. Per eccesso di arroganza, per dar corpo al danno erariale. Ma questo resta solo un parere che non sminuisce la portata della decisione.

Quindi l’orso M57, l’oggetto della contesa giudiziaria non è colpevole di aver aggredito una persona ma forse viceversa. Il comportamento del carabiniere che si è scontrato con l’orso è stato imprudente. Mentre l’atteggiamento dell’orso è stato inizialmente dettato da mera curiosità. Sino a quando la persona non ha deciso di mettere in atto comportamenti scorretti. Forse anche un poco da bullo, visto che di notte dopo aver visto l’orso cerca di spaventarlo. Mentre avrebbe dovuto arretrare con tranquillità. Peraltro una persona che, per mestiere, dovrebbe sapere come evitare inutili situazioni di pericolo.

La pessima gestione degli orsi in Trentino porterà alla liberazione dell’orso M57, imprigionato senza motivazioni?

Solo nelle prossime settimane si vedrà quale sarà il destino dell’orso M57. Dopo che il Consiglio di Stato ha sancito che la sua captivazione è stata un abuso. Dopo che è stato nuovamente scritto che le condizioni di detenzione a Casteller, il luogo di prigionia di M49 e M57, possono essere viste come un maltrattamento. Qualcosa dovrebbe quindi succedere e l’ipotesi, che scaturisce dalla sentenza è che in linea di principio nulla osta a un’eventuale liberazione. Condizionata però a una valutazione di pericolosità, ma anche legata al tempo autunnale e ai danni subiti. Il letargo, fra l’altro, incombe.

Senza poter dimenticare che M57, al pari del suo compagno di prigionia, è stato sottoposto a castrazione. Una situazione complessiva che seppur in mera teoria pare favorevole a un’ipotesi di liberazione temo che si scontrerà con altra realtà. I lunghi mesi di prigionia, le sofferenze patite, la castrazione, la somministrazione di sedativi e la vicinanza con l’uomo potrebbero aver prodotto danni. Un’ipotesi tutt’altro che remota. Gli animali selvatici sono delicati, anche quando sono grossi quanto un orso.

Qualcuno si prenderà la responsabilità di decidere per la liberazione dell’orso? Certo sarebbe giusto, un piccolo ma grande risarcimento per il male subito. Il giudizio è stato lasciato però alla Provincia di Trento, sentito il parere dell’ISPRA e questo, salvo sviluppi davvero clamorosi, fa pensare a un prolungamento della detenzione. Ingiustificata quando è stata disposta, forse difficile da revocare oggi. Dimostrando che i tempi della natura e quelli della giustizia sono incompatibili. Il rischio di questa vicenda è che si trasformi in una vittoria di Pirro. Inutile per M57.

Gli animali avrebbero diritto a un risarcimento per ingiusta detenzione e i responsabili meriterebbero una condanna

La vicenda di M57 non è una questione che riguarda un orso. Rappresenta la dimostrazione dei danni che possono essere prodotti da una cattiva politica. Dall’arroganza di chi pensa di poter fare quello che vuole, con lo scopo di mantenere il consenso elettorale. Passando via attraverso le maglie troppo larghe di una giustizia che arriva, ma quasi sempre con tempi inaccettabili. Almeno per poter essere applicata in un caso come quello dell’orso M57.

La speranza, che temo vana, è che questo ennesimo precedente porti a dei cambiamenti. Che si arrivi a individuare le responsabilità di chi ha ristretto gli orsi in condizioni di maltrattamento. L’attivazione seppur tardiva della magistratura penale, che in tutta questa vicenda è stata la grande assente. Il convitato di pietra che è passato sopra ai maltrattamenti inferti agli orsi e messi nero su bianco dai Carabinieri Forestali. Sarebbe giusto che chi ha fatto il danno sia portato a risponderne, senza che questo possa togliere la sofferenza inutilmente patita da un orso che poteva restare libero.