Malessere animale & maltrattamenti, un titolo voluto, non casuale, per parlare di benessere degli animali negli allevamenti intensivi. Una contraddizione che in realtà nasconde una mistificazione e un inganno: bisognerebbe parlare solo di riduzione della sofferenza perché il benessere degli animali negli allevamenti intensivi non esiste. Ma il danno non si limita solo alla scelta dei termini, si traduce in maltrattamenti per gli animali se chi controlla non vede la sofferenza. Considerando le pessime condizioni di vita come l'adempimento di una necessità produttiva. Il claim potrebbe essere: "Vivi male perché devi costare molto poco!".
Guardando le inchieste giornalistiche sul tema si vedono molti maltrattamenti, che vanno ben oltre le normative di settore. Ci si chiede, quindi, perché non si leggano quasi mai notizie di denunce fatte da chi ha il dovere di controllare. Ci si interroga sul perchè i giornalismo d'inchiesta arrivi al cuore del problema molto più dei servizi veterinari ufficiali. Che dovrebbero controllare (e garantire agli animali) non certo il benessere, concetto vuoto quanto falso, ma almeno la riduzione del malessere. La risposta non è una congettura, che potrebbe essere smontata da chi difende la categoria a spada tratta. La risposta è nei fatti narrati negli atti ufficiali.
La risposta burocratica, asettica come non sono gli allevamenti, si può trovare qui, nella "Relazione annuale 2024 del Piano di controllo nazionale pluriennale (PCNP) e Le Filiere 2024". Una relazione che il ministero pubblica per rispettare un obbligo che gli deriva dall'Unione europea. Probabilmente, se l'Europa non avesse leggi che stabiliscono almeno obblighi di informazione, molti dati non sarebbero noti all'opinione pubblica. Questa relazione, alla pagina 54, tratta del "benessere animale", spacciato ai cittadini come una sorta di tutela garantita. Ma le parole, si sa, possono servire sia per informare che per deformare la realtà. Dipende da chi le sta mettendo in fila, una dopo l'altra.
Malessere animale & maltrattamenti: se le guardie chiamano i ladri per avvisarli del loro arrivo il risultato è scontato
Un altro dato attira inevitabilmente l'attenzione di chi scrive! Quello relativo alle denunce di natura penale per reati commessi negli allevamenti a danno degli animali: soltanto 38 sono stati i deferimenti alla magistratura. Meno di un terzo di punto percentuale risultano essere state le violazioni penali accertate dagli Ufficiali di Polizia Giudiziaria dei servizi veterinari. Un dato che non è credibile, non solo considerando la situazione ma anche considerando gli obblighi che il codice impone alla Polizia Giudiziaria. Il dubbio sorge legittimo a chiunque abbia familiarità con un allevamento intensivo.
Del resto i dati che stupiscono un lettore attento non si fermano qui: nell'ambito della tutela del benessere degli animali nei trasporti risultano compiute 8.927 verifiche, che hanno causato solo 6 deferimenti alla magistratura. Pochissimi i controlli rispetto al numero dei trasporti reali, calcolando che ogni anno in Italia si spostano molti milioni di animali vivi, dai polli ai suini, dalle vacche ai tacchini. Ma su pochissimi controlli eseguiti ancor meno sono ledenunce per maltrattamento. Un fatto, anche questo, davvero poco credibile secondo quanto da tempo denunciano le associazioni.
I servizi veterinari dovrebbero essere non solo un presidio sanitario ma anche un bastione contro i maltrattamenti evitabili
Che qualcosa non funzioni sulla tutela dei diritti minimi degli animali è un dato che salta all'occhio. Lo si evince valorizzando i numeri, analizzando il mercato, incrociando i dati disponibili. Una realtà che dipinge un quadro abbastanza desolante su quella che dovrebbe essere una tutela reale. Con i veterinari in prima fila per garantire almeno quei diritti minimi, che non dovrebbero risultare essere ancora meno di quanto previsto dalle leggi speciali. Le motivazioni possono essere le più disparate, che vanno dalle difficoltà operative alla poca preparazione sulle attività di Polizia Giudiziaria, dal vuoto degli organici alla carenza di direttive chiare, con una politica sempre più invasiva e invadente. Un peso che si nota nelle nomine dei dirigenti nelle strutture sanitarie territoriali
Le Procure dovrebbero aprire indagini conoscitive sui mancati controlli, ma per farlo servirebbero uomini e mezzi che non ci sono. La poltica ha scoperto, al di là di tante chiacchiere su diritti, ruoli e doveri, che il miglior modo per rendere innocua la magistratura è quello di privarla dei mezzi, delle risorse che servono per fare le inchieste. Facendo annegare i pubblici ministeri in una palude fatta di carte e cavilli, di mancanza di personale amministrativo e di forze di polizia costantemente sotto organico. E' questo il miglior modo per evitare indagini e inchieste, senza necessità di doversi sporcare più di tanto le mani.
Intanto chi non ha colpe soffre, mentre chi ha vantaggi dal mantenere questa situazione paludosa si arricchisce. I grandi marchi che gestiscono la filiera degli allevamenti e della distribuzione prosperano, mentre la sofferenza degli animali non si placa, non trova contenimento. Ancora una volta il punto non sta nell'uccisione, ma nelle sofferenze inutili che gli animali sono costretti a suibire per disinteresse, incuria o, peggio, connivenza. Un inferno per gli animali e, spesso, anche un problema sanitario per la collettività.
Dietro la falconeria oggi si nascondono anche e soprattutto interessi economici, nemmeno quella passione descritta da Federico II di Svevia. Che scrisse il famoso trattato "De Arte Venandi cum Avibus" ("L'arte di cacciare con gli uccelli"). I rapaci addestrati vengono utilizzati come attori in spettacoli di volo, come richiamo per portare ii ragazzi a giocare ai falconieri, come "operai" nelle attività di allontanamento degli uccelli. Tutte attività economiche legittime, almeno al momento, che non devono però godere di una copertura pubblicitaria che esalti la bellezza del rapporto fra uomo e animale.
Chi pubblicizza in metropolitana, e non soltanto, la falconeria propone incontri e passeggiate con rapaci addestrati a cifre che vanno da poche decine a centinaia di euro. Con proposte diffuse su tutto lo stivale, declinate in vario modo, dove si propone come una sorta di "iniziazione naturalistica" il passare qualche ora in compagnia dei rapaci. Attività che in qualche caso sono sponsorizzate dalla presenza di veterinari falconieri, per i quali bisognerebbe chiedere ai vari ordini a cui appartengono un pensiero su questo singolare binomio.
La falconeria è basata sul condizionamento del rapace, la cui esistenza in vita dipende dall'uomo
Non fatevi ingannare dal volo libero degli uccelli addestrati perché la libertà e tutt'altra cosa. Si può parlare di libertà quando un animale è nelle condizioni di condurre la sua esistenza secondo natura, senza dover trascorrere la sua vita in una gabbia o su un trespolo. La libertà non sta quindi nel volo, che rappresenta un inganno, una sorta di illusione ottica, un "trompe-l'œil" come chiamano i francesi l'abilità pittorica di ingannare lo sguardo. Questi fieri uccelli rapaci, predatori apicali, sono di fatto ridotti a "comparse" costrette a recitare una selvaticità assente.
In realtà il falconiere, proprio come il circense, crea negli animali un meccanismo di dipendenza che impedisce (quasi sempre, ma ogni tanto scappano) il loro allontanamento. La realtà è che questi animali sono imprintati dalla nascità, riconoscono nell'uomo il loro padrone, quello che garantisce la loro esistenza in vita. Dipendono dall'uomo per il cibo e questo, come in quasi tutte le forme di condizionamento, rappresenta la leva principale del rapporto uomo/animale. Sono uccelli che passano più tempo legati o in gabbia di quanto non ne passino a volare. Sono animali che vivono in cattività, termine che deriva daL latino "captivus", che significa prigioniero.
Quindi se provate rispetto non date soldi a chi sfutta gli animali, siano circensi o falconieri, e sappiate che nessun animale selvatico, anche se riprodotto in cattività, vorrebbe spontaneamente fare il servo. Di un padrone che lo domina, che ne altera carattere e comportamento, che gli impedisce di svolgere il suo etogramma, che lo priva della libertà. Perchè falconiere fa rima con carceriere, anche se chi partecipa alle loro esibizioni non vede il backstage.
Veterinari falconieri: eticamente sono categorie che possono convivere?
Fra i falconieri non pochi praticanti quest'attività sono veterinari e non lo nascondono, ma anzi esibiscono la qualifica professionale come fosse una garanzia di benessere per gli animali. Certo la falconeria è attività lecita, consentita dalle leggi anche se, in realtà, se ne parla solo nella norma che regolamenta la caccia. Che consente la falconeria a chiunque sia in possesso della licenza di caccia. Ma un conto è curare gli animali dei falconieri, legittimo e doveroso, un conto è praticare la falconeria. Un confine etico che, a mio parere, non dovrebbe essere consentito valicare.
Il progresso degli studi etologici, il riconoscimento non solo formale degli animali come esseri senzienti, dovrebbe portare a una diversa considerazione di molte attività. La cattività e l'alterazione dei comportamenti naturali a fini ludici dovrebbero essere vietati, foss'anche solo per coerenza con quello che lo stesso Stato ha posto come limiti allo sfruttamento animale. Pensate un po', è come se, pensando agli umani, fosse vietato picchiarli ma non condizionarli per alterare in modo permanente il loro comportamento. Per fortuna questo genere di azioni, se poste in essere dei confronti dei sapiens, sarebbero considerate un reato grave. Ma sugli animali siamo ancora al "liberi tutti"!
Ancor'oggi in molti sono convinti che il randagismo si possa combattere solo con i canili. Usando un paradosso è come se si pensasse di risolvere il problema della procreazione consapevole aumentando il numero degli orfanotrofi. I canili sono il punto di caduta, la certificazione del fallimento di una prevenzione scarsa che porta a saturare le strutture di animali indesiderati, non voluti. Un mix fra capricci di irresponsabili e cattiva gestione di cani dei quali avremmo dovuto occuparci, prima di farli finire dentro una gabbia.
Cani, canili e randagismo: strutture con migliaia di cani diventano miniere d'oro per chi gestisce la sofferenza
I cani rinchiusi nei canili sono come i detenuti nelle prigioni: esseri viventi con diritti attenuati, spesso del tutto inesistenti. La differenza sta nell'assenza di colpa dei detenuti, che per i cani è sempre una certezza, e per il fatto che per molti di loro l'uscita dal canile sarà solo dentro ai sacchi neri, con destinazione inceneritore. Moltissimi canili sono strutture private che guadagnano per ogni giorno di permanenza degli ospiti e, al pari degli alberghi, pochi sono i gestori contenti quando gli ospiti terminano il soggiorno. Così spesso i volontari delle associazioni vengono visti come il fumo negli occhi, specie se agevolano le adozioni, diminuendo il guadagno dei gestori.
Nella puntata "Bastardi senza gloria" Sabrina Giannini ci fa fare un viaggio, breve ma intenso, in canili lager e in strutture gestite con attenzione. Presentandoci veterinari che assistono e curano e altri che delinquono, tanto da trovarsi imputati per maltrattamento di animali e altri reati. Mentre la politica non cerca di moralizzare e normalizzare un settore gestito scandalosamente ma punta il dito sulle associazioni che disturbano il manovratore. E' accaduto in Abruzzo dove un consigliere regionale ha proposto di vietare l'ingresso di associazioni e volontari nei canili.
Ma il fenomeno che riempie i canili è complesso, non riguarda solo il randagismo ma anche il mondo degli acquisti d'impulso, di chi compra i cani con la stessa leggerezza con cui ordinerebbe un caffè al bar. Spesso questi cani, molossoidi e altre razze di difficile gestione, come i pastori belga Malinois che stanno entrando prepotentemente in classifica, una volta entrati nelle strutture non usciranno più. Detenuti a vita, anche in strutture pessime dove è già difficile parlare di sopravvivenza, senza possibilità di avere un fine pena. Vite che si consumano dietro le sbarre per scelte irresponsabili di qualche sapiens.
I servizi veterinari pubblici sono, ancora una volta, nell'occhio del ciclone
Accusare un intero comparto sarebbe sbagliato, perché nella sanità pubblica ci sono moltissimi validi professionisti, ma che qualcosa non funzioni nei servizi veterinari regionali è indubbio. Sono troppe le notizie che riguardano accertamenti non compiuti, verifiche non fatte o fatte male, vertici della sanità veterinaria regionale nominati per appartenenza politica e non per competenza. Il benessere degli animali, dai canili agli allevamenti, passa dal rispetto delle poche normative che li tutelano e dalla serietà dei controlli. E i canili tenuti in certe condizioni sono testimonianze di tutto quello che non viene rilevato durante le ispezioni.
Ma se i servizi veterinari sono spesso carenti lo stesso bisogna dire di molti comandi di Polizia Locale che, pur avendo convenzioni per la custodia dei randagi, non controllano o lo fanno in modo superficiale. Le polizie locali sono un importante presidio, indicato dalla normativa, per la tutela degli animali contro i maltrattamenti e il loro lavoro è fondamentale. A patto che riescano a staccare le loro attività di controllo tagliando il cordone ombelicale che, immotivatamente, li lega ai servizi veterinari regionali. Maggiore autonomia, compreso il ricorso anche all'impiego di veterinari liberi professionisti, si traduce in maggiori tutele per tutti.
Servizi veterinari e controlli inutili: quel preavviso che agevola i reati perchè serve solo alla compilazione dei report che richiede la burocrazia. Un servizio di Report, realizzato da Giulia Innocenzi. ha portato alla luce un colossale traffico di carni scadute, congelate e ricongelate all'interno di un noto macello della provincia di Mantova. Nello stabilimento si macellava dal lunedì al venerdì, mentre al sabato gli operatori si dedicavano all'attivita di "ricondizionamento" di lotti di carne scaduta. Le partite di carne venivano poi ricongelate e destinate, come se niente fosse, al consumo umano.
Le truffe e le operazioni illegali nell'ambito della filiera alimentare non sono certo una novità, ci sono sempre state e ci saranno ancora. Non esiste un solo settore che sia esente da questo genere di attività illegali. Senza che vi sia alcuno scrupolo per il fatto che questi "taroccamenti" possano essere un potenziale pericolo. Ma nei macelli e negli allevamenti intensivi succede di tutto, talvolta a danno dei consumatori, molto più spesso a danno degli animali.
Una realtà che in parte dipende dalla scarsa qualità dei controlli, spesso realizzati con il "metodo così fan tutti", come diceva il compianto Maurizio Santoloci. Dall'inchiesta di Report, per l'ennesima volta, emerge il fatto che le operazioni di riconfezionamento delle carni avvenivano di sabato, giorno in cui l'ATS non esegue controlli. Che comunque, per stessa ammissione del veterinario responsabile dell'ATS Valpadana, avvengono con preavviso. La motivazione del preventivo avviso è disarmante: senza preavvisare i veterinari rischierebbero di perdere troppo tempo.
Servizi veterinari e controlli: preavvisare un'ispezione dovrebbe essere considerato reato
Spesso i cittadini si chiedono come sia possibile che negli allevamenti di animali per il consumo umano vengano trovate situazioni assurde e gravi. Come è possibile che pessime condizioni di allevamento e costanti maltrattamenti non siano rilevati dai servizi veterinari pubblici, mentre trovano pesanti conferme nelle inchieste? La risposta, in buona parte, trova una motivazione nelle modalità di controllo degli stabilimenti, che evidentemente spesso non vengono effettuati con modalità idonee al raggiungimento dell'obiettivo.
La sanità veterinaria dovrebbe costituire un presidio di legalità posto a garanzia di cittadini e animali, in grado di prevenire in massima parte i comportamenti dannosi. Comportamenti che alcune volte sono dannosi per incuria e trascuratezza, mentre altre volte rientrano nell'esecuzione di disegni criminosi complessi, che non sfuggirebbero a controlli approfonditi. Scrivo questo a ragion veduta, essendomi occupato di indagini che hanno riguardato anche gli allevamenti. Indagini che magari erano messe in campo pochi giorni dopo i controlli dei servizi veterinari pubblici, che non avevano rilevato condizioni di detenzione pessime.
Questo non significa che sia sempre così o che gli organi di controllo siano composti da personale corrotto. La realtà è che nella nomina dei dirigenti dei servizi veterinari, e non solo di ATS, la politica è invasiva peggio di una metastasi. Condizionando i ruoli alle necessità politiche, mortificando la professionalità di chi vorrebbe lavorare bene, in un'organizzazione che troppo spesso non premia il merito ma l'appartenenza. Finalizzando l'operatività non al raggiungimento di effettive garanzie per animali e cittadini ma all'assolvimento degli obblighi burocratici. Un modo semplice per non disturbare il manovratore, per non scoperchiare un pentolone che è l'inferno per milioni di animali ogni anno.
Gli investigatori delle associazioni sono bravissimi o chi ha il dovere di controllo non è efficace?
Sicuramente gli investigatori delle associazioni sono dei professionisti specializzati in investigazioni sul campo. Ma il problema, spesso, sta nella scarsa volontà di chi avrebbe il potere di controllare di arrivare al punto. Leggendo verbali di ispezioni e sentenze ci si rende conto di quanta superficialità possa esserci stata in alcune occasioni relative al maltrattamento degli animali. Come ci si può rendere conto leggendo le considerazioni dei magistrati, quando, con scarsa frequenza, i maltrattamenti di animali arrivano a sentenza.
Quanto poi al verbale di ispezione dell 'ATS di Milano in data 21/3/2019 6 - che testualmente conclude "le condizioni degli animali, pur non essendo ottimali … non configurano una situazione di reale maltrattamento (sic)" - si rileva che esso va letto per intero, anche laddove evidenzia che "gli animali presenti … si mostrano in uno stato di estrema magrezza" ovvero laddove ritiene necessari interventi di mascalcia ed evidenzia la presenza di un flemmone7 alla parte distale dell'arto posteriore destro di una bovina come pure tipiche lesioni cutanee da dermatofitosi presenti in svariati vitelli: il tutto senza minimamente controllare che agli animali in questione fossero state somministrate ( o fossero in corso di somministrazione) le necessarie terapie.
(...)
Nella fattispecie, quanto alla totale assenza di cure, la consulente (...) ha rilevato (pag. 25) che nell'azienda (...) la registrazione dei trattamenti farmacologici effettuati è ferma al 2016, e dunque per quasi tre anni nessuno dei 78 capi di bestiame è stato sottoposto a cure; e certamente non contraddicono tali conclusioni le due sole fatture per l'acquisto di farmaci in date 27/4/2018 e 27/11/2018 che la difesa è riuscita a recuperare e ha prodotto all'udienza del 25/3/2025. Deve dunque concludersi che configura lesione rilevante per il delitto di maltrattamento di animali, oltre che il cagionamento di una lesione, anche l'omessa cura di una malattia che determina il protrarsi della patologia con un significativo aggravamento fonte di sofferenze e di un'apprezzabile compromissione ne dell'integrità dell'animale, con conseguente affermazione della penale responsabilità degli imputati.
Sentenza N. 13798/23 R.G. Tribunale di Milano del 22/07/2025 relativa a un procedimento penale attivato dalle Guardie Zoofile di ENPA Milano di cui ero responsabile, nel 2019. all'epoca dei fatti.
La realtà è che noi umani tendiamo a rimuovere quello che succede agli altri animali che usiamo come cibo. Ci commuoviamo davanti al leopardo che uccide la gazzella o per il vitello ucciso dal lupo e, magari, pensiamo ogni male dei predatori. Dimenticando che loro non hanno alternative perché si sono evoluti esattamente per fare quel "lavoro", quello per il quale sono stati modellati dall'evoluzione. Il nostro pensiero però risulta in gran parte viziato dall'assenza di informazioni su quanto avviene dietro e dentro le fabbriche di proteine. Allevamenti dove nulla è naturale, non la vita, non la morte. E se qualcuno cerca di raccontarlo la gran parte delle persone cambia canale o scrolla il suo telefonino perché si sente a disagio. Meglio far finta di non sapere, certo meglio non vedere.
Le normative che tutelano gli animali prodotti dalle fabbriche di proteine, gli allevamenti intensivi, nel corso degli utimi anni hanno previsto qualche tutela in più. Misure di protezione che sono spesso vanificate dalla costante ricerca di profitto, dall'indifferenza verso la soffererenza, dalla scarsità dei controlli ma anche dalla loro qualità, spesso infima. Poi ci sono gli animali poco iconici come i crostacei, molto lontani da noi, incapaci di stimolare compassione e empatia nella maggioranza delle persone. Animali costretti a subire trattamenti inumani che potrebbero essere evitati, semplicemente facendo viaggiare le carni e non gli animali vivi. Ma i crostacei non hanno molti difensori, sono gli ultimi fra gli ultimi, in una scala dominata dall'emotività piuttosto che dalla loro capacità di provare dolore.
La crudeltà si nasconde dietro l'indifferenza ai maltrattamenti evitabili che gli animali subiscono nei trasporti
Il trasporto di animali vivi potrebbe essere ridotto in modo importante con macelli di prossimità vicini ai luoghi di produzione. Basta spostamenti, basta camion stracarichi di manzi, vitelli, suini, polli e tacchini. Ma basta anche con i viaggi degli astici che partono dal Canada, vivi, ammassati in scatole, attraversando in volo l'oceano per arrivare, sempre vivi, sui banchi frigoriferi delle pescherie e dei supermercati. Un'odissea inutile, crudele, evitabile: basterebbe far viaggiare le carni, gli animali morti, refrigerati o congelati all'origine, senza dover sfruttare l'incredibile fisiologia dei crostacei che gli consente di restare vivi fuori dall'acqua per molti giorni.
Invece gli astici, e non solo loro, partono per questo viaggio transoceanico per arrivare sulle nostre tavole, soffrendo le pene dell'inferno. La scienza, infatti, ci dice che i crostacei sono esseri senzienti, in grado di provare dolore, di soffrire a causa di stimoli negativi. Non urlano, non hanno voce ma sono costretti a vivere una lunga agonia che talvolta termina in una pentola d'acqua bollente. Dove possono volerci anche fino a tre minuti perché finalmente possano trovar pace. Passando dall'essere animali vivi alla condizione di alimenti. Una sorte davvero terribile, degna di un film horror, che dovrebbe essere vietata mettendo fine a questo paradosso nel quale esseri senzienti sono trattati come fossero cose.
Il cambiamento è possibile, basta dimostrare alla politica che lo vogliamo davvero
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