Abbiamo abbandonato donne e animali in Afghanistan, in balìa dei fanatici religiosi

Abbiamo abbandonato donne animali

Abbiamo abbandonato donne e animali in Afghanistan, in mano a un fanatismo religioso che riporta il paese nuovamente nel Medio Evo. Una scelta fatta con rapida disinvoltura, senza preoccuparci delle conseguenze per un intero popolo. Nella fretta sono state abbandonate non solo le persone che collaboravano con l’occidente, ma anche molti cani. Quelli delle tante imprese private che si occupavano di sicurezza. E per un momento si è temuto che ci fossero anche una parte di quelli in servizio con le truppe americane, ma la notizia è stata poi smentita.

Cani falchi tigri e trafficanti

Il mondo si è commosso per le storie degli uomini e degli animali rimasti a Kabul. Questo non è servito a modificare le scelte fatte, a garantire realmente che venissero evitate violenze e sofferenze. Pen Farthing e la sua organizzazione Nowzad hanno dovuto fare scelte drastiche. Portando in salvo circa un centinaio di cani e una settantina di gatti, ma dovendo fare l’eutanasia agli animali troppo vecchi e malati per affrontare il viaggio. A Kabul continua a operare un’altra organizzazione, questa volta americana, nel tentativo di evacuare i suoi animali.

Abbiamo abbandonato donne e animali, nonostante i servizi di sicurezza avessero avvisato i governi dei possibili scenari

Le scene a cui assistiamo nei telegiornali, sempre più sprofondate verso i titoli di coda, mettono angoscia. Ricordano come le persone si trovino costrette in vite che non hanno voluto, per scelte che sono state costrette a subire. Proprio da quel mondo occidentale che a parole difende diritti e democrazia e che nei fatti abbandona chiunque. Immolando queste vite sull’altare della convenienza politica, spesso con visioni davvero di corto periodo.

Pensare a una vita che trascorrerà guardando il mondo da dietro un velo, senza poter studiare, senza musica né libri fa accapponare la pelle. Rende percepibile il dolore e la paura, la sofferenza di chi non trova la via per poter condurre una vita libera. Donne e uomini costretti a vivere nella paura e animali condannati alla sofferenza. Chi si occuperà dei randagi di Kabul e non solo, quando le ultime organizzazioni avranno lasciato il paese?

Pen Farthing lo dice chiaramente in un’intervista rilasciata a un giornale online: in Afghanistan tutto è finito per Nowzad. L’ultimo sforzo sarà quello di evacuare in un luogo sicuro lo staff afgano dell’organizzazione. Un’operazione già tentata, ma purtroppo fallita all’aeroporto di Kabul, quando fucili alla mano, i talebani hanno bloccato la partenza dello staff. Entro pochi mesi, come purtroppo sempre succede, ci dimenticheremo dell’Afghanistan, dei sui uomini, delle sue donne e dei suoi animali.

Difficile non provare vergogna per essere scappati, dopo vent’anni di occupazione, lasciando tutto peggio di prima

L’Occidente sta dicendo che deciderà come comportarsi con il nuovo governo sulla base delle prossime azioni, ma sarebbe meglio definirlo correttamente come una nuova dittatura di fanatici integralisti. Ma in un pugno di giorni le azioni sono già state terrificanti: donne velate, cacciate dalle scuole e dagli uffici, giornalisti picchiati, manifestazioni sciolte a raffiche di mitra. I ministri di questo supposto governo sono ricercati dall’FBI e sulle loro teste pendono taglie milionarie. Serve, o meglio, serviva altro per non abbandonare un popolo?

Come possiamo assistere impotenti alla carcerazione di un intero popolo? Come possiamo pensare che in Occidente una donna possa fare l’astronauta, come Samantha Cristoforetti, e in Afghanistan una donna possa essere considerata meno di un fucile mitragliatore? Con che coraggio racconteremo alle giovani generazioni che ci siamo resi complici di quello che sarà un genocidio, almeno culturale, di un popolo intero?

Stiamo ballando sempre più vicini all’orlo di un vulcano, e dove non arriveranno gli uomini arriverà la natura. Ogni giorno dimostriamo di essere incapaci di provare reale empatia, di conoscere il valore della compassione vera, e di non comprendere neppure il valore inestimabile della libertà e quello di una vita libera dalla paura.

Trump ancora contro l’ambiente, autorizza la sfruttamento della foresta di Tongass per fini elettorali

Trump ancora contro l'ambiente

Trump ancora contro l’ambiente, a pochi giorni da quella che il mondo ambientalista spera sia la sua uscita di scena come presidente degli Stati Uniti. Con un’azione irresponsabile ma anche inopportuna, considerando che arriva a pochi giorni dalle elezioni presidenziali. Messa in atto nel suo esclusivo interesse per raccogliere consensi, in un momento in cui i sondaggi lo danno come perdente.

cai falchi tigri e trafficanti

Sotto il profilo ambientale Donald Trump è stato uno dei peggiori, se non il peggiore, presidente degli Stati Uniti. Secretando dati sulla tutela ambientale, negando i cambiamenti climatici e cercando di monetizzare l’ambiente senza seguire alcuna regola di buona gestione e prudenza. Invece di valorizzarlo per renderlo una risorsa permanente per gli americani e il mondo, ma autorizzando a sfruttarlo con una visione di corto periodo.

L’ultimo atto presidenziale, sperando che sia davvero quello finale, è stato quello di consentire lo sfruttamento della foresta di Tongass, in Alaska. Un’importante area naturale, situata in uno Stato scarsamente popolato, che era stata protetta nel 2001, al tempo del presidente Clinton. Quando l’emergenza ambientale era più lontana dal venir identificata come “LA” priorità. Eppure oggi, a pochi giorni dalle elezioni americane le cose sono cambiate.

Le azioni del presidente Trump sono ancora contro l’ambiente, nonostante manchino pochi giorni alle elezioni

La foresta di Tongass era stata protetta in modo quasi integrale, riconoscendole un grande valore naturalistico e di mitigazione ambientale. Erano stati posti sotto tutela oltre 58.000 acri di territorio, vietando costruzione di strade e abbattimento di alberi. In un ambiente che ospita la maggior popolazione di aquile calve conosciuta al mondo, ma anche orsi, lupi e salmoni selvaggi. Un patrimonio indispensabile alle comunità locali, che hanno visto crescere in modo rilevante l’ecoturismo.

La superficie arborea di Tongass assorbe l’8% di C02 del valore complessivo assorbito da tutte le foreste nazionali degli Stati Uniti. Avendo la maggior superficie boscata di ogni singola foresta americana, tanto da essere definita il polmone verde degli USA. Almeno sino al 28 di ottobre quando il presidente ha firmato un provvedimento che toglieva la protezione su Tongass. Autorizzando disboscamenti e costruzione di nuove strade per agevolarli. Con la maggioranza dei pregiati alberi abbattuti che prenderà la strada dell’Oriente.

“Tongass è l’Amazzonia americana”, ha detto in una dichiarazione Adam Kolton, direttore esecutivo dell’Alaska Wilderness League. “Questa mossa voluta dal presidente per eliminare le protezioni e le strade della foresta nazionale più grande e biologicamente ricca della nostra nazione è una calamità per il nostro clima, per la fauna selvatica e per l’economia delle attività ricreative all’aperto del sud-est dell’Alaska”.

Tratto dall’articolo pubblicato su “The Guardian”

Il provvedimento del presidente Trump è stato pubblicato il 28 ottobre, a una manciata di giorni dalle elezioni presidenziali

Uno statista deve prendere posizioni importanti per il futuro del suo paese. Mentre Donald Trump ha dimostrato di perseguire maggiormente i suoi interessi piuttosto che quelli del popolo americano. Il rischio che lo sfruttamento della foresta di Tongass inizi immediatamente, per impedire le attività legali o politiche che possano ostacolarlo, è molto concreto. Sono troppi, infatti, gli interessi economici che saranno generati da questo provvedimento.

La distruzione di un’ecosistema avviene sempre in tempi molto, molto più rapidi di quelli necessari alla sua ricostruzione. L’abbattimento di alberi per costruire strade forestali per la vendita del legname pregiato riuscirà a alterare gli equilibri di Tongass. E questo potrebbe succedere in tempi davvero molto brevi, con il rischio che molte specie animali perdano per sempre luoghi vitali per la loro esistenza. Una eventualità che evidentemente poco preoccupa il presidente Trump, sicuramente più preoccupato dalle se sorti personali in caso di mancata rielezione.

L’unica speranza per l’intero pianeta è che questi leader, che negano i cambiamenti climatici e contribuiscono a distruggere i loro paesi escano di scena. Da Donald Trump a Jair Bolsonaro, presidente del Brasile, questi presidenti rappresentano un grave pericolo non solo per le loro nazioni, ma per il futuro dell’umanità tutta.

500 bulldog francesi cuccioli spediti dall’Ucraina al Canada, ma molti muoiono durante il trasporto aereo

bulldog francesi cuccioli spediti

Ben cinquecento bulldog francesi cuccioli spediti dall’Ucraina al Canada, per essere piazzati sul mercato locale. Ma purtroppo la spedizione finisce in tragedia: questa razza di cani ha seri problemi nella respirazione. All’arrivo, fra lo sconcerto dei funzionari dell’aeroporto si scopre che ben 38 animali erano già morti e altri si presentavano in cattive condizioni. Vittime di commercianti senza scrupoli e di una compagnia aerea che mai avrebbe dovuto accettare il carico.

Il volo da KIev a Toronto dura ben dieci ore, alle quali vanno aggiunte quelle necessarie all’imbarco e allo sbarco dei poveri animali. Un tempo di almeno 16/18 ore complessive durante il quale gli animali sono stati lasciati al loro destino. Un fatto inconcepibile specie quando riguarda cuccioli, troppo giovani per affrontare un viaggio così lungo, in stiva, che anche se pressurizzata rappresenta un grave pericolo per queste razze.

La Canadian Food Inspection Agency ha ora aperto un’inchiesta per comprendere come un fatto di questo genere sia potuto succedere. Senza che le autorità sanitarie del paese di destinazione fossero preventivamente avvisate di una spedizione di animali così particolare. Cinquecento cuccioli, spediti tutti in un solo blocco, rappresenterebbero un numero enorme anche per l’Europa.

500 bulldog francesi cuccioli spediti per essere venduti a caro prezzo nei negozi canadesi

Secondo il Washington Post che per primo ha dato la notizia, questi cuccioli in Canada possono raggiungere un valore molto alto, maggiore ancora di quello europeo. Nei negozi un cucciolo di bulldog francese può arrivare a costare fra i 4.500 e gli 8.000 dollari canadesi. Ragione che rende molto vantaggioso questo commercio, anche se dovesse arrivare morta la meta dei cuccioli.

Sono tante le compagnie aeree che rifiutano di far volare animali brachicefali, a muso schiacciato, anche in cabina con i passeggeri, sapendo quanto sia alto il rischio morte durante il volo. Per questo bulldog, carlini, shitzu e altre razze simili vengono deliberatamente lasciate a terra. Razze di animali maltrattati geneticamente, che esistono solo grazie a una selezione esasperata, quanto sbagliata.

Per le autorità canadesi questa importazione di cuccioli rappresenta anche un rischio sanitario, per la rabbia

I cuccioli, sul cui destino ci saranno notizie nei prossimi giorni, sono potenziali portatori di rabbia, provenendo da un paese, l’Ucraina, che non ha ancora sconfitto la diffusione del virus rabido. Un’ipotesi che in un periodo di pandemia ha messo in grande allerta le autorità sanitarie. Una spedizione comunque eccezionale ma non unica, considerando che da tempo anche il Nord America è diventato terra di conquisti per i trafficanti di cuccioli.

Secondo un rapporto delle autorità degli Stati Uniti, ogni anno sono importati circa un milione di cani. Un numero davvero importante, anche se molto più basso degli otto milioni di cuccioli che ogni anno arrivano nella vecchia Europa. Ma ora le autorità stanno pensando di riuscire a modificare le leggi per impedire che questo traffico possa crescere ancora. Con sofferenza per gli animali e rischi sanitari per gli uomini.

Molti paesi dell’Est, secondo il Washington Post che cita un rapporto di Dogs Trust, si stanno buttando in questo affare: Lituania, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Serbia,Romania e Ucraina. Profitti alti, rischi bassi e una rete capillare di piccoli allevatori che riforniscono trafficanti senza scrupoli. Fiancheggiati spesso da veterinari compiacenti e da funzionari pubblici corrotti. L’unico rimedio sarebbe quello di riuscire ad azzerare la domanda, convincendo gli acquirenti che queste scelte non sono meno immorali dei traffici messi in atto.

La strage di animali causata dalla pandemia è una tragedia silenziosa, senza riflettori

strage di animali causata dalla pandemia
Una civetta zibetto in un allevamento

In queste settimane è in atto una strage di animali causata dalla pandemia di Covid19 e sta avvenendo in tutto il mondo. Per ragioni molto diverse, ma con alla base sempre il sacrificio di diversi milioni di animali, spesso con metodi brutali. Su questa realtà, che ha differenti motivazioni, si sono volutamente spenti i riflettori. In parte perché tutto ora ruota intorno agli umani, in altra parte perché le industrie delle proteine preferiscono non parlarne. Per non contrariare i clienti.

In Cina il governo ha deciso di indennizzare gli allevatori di fauna destinata al consumo alimentare, per riconvertirli all’allevamento di specie domestiche. Sicuramente meno problematiche per quanto riguarda la possibile trasmissione di virus potenzialmente pericolosi per l’uomo. Come è accaduto per il virus SARS-CoV-19 che, compiendo il salto di specie dal pipistrello è passato all’uomo.

Secondo dati pubblicati dal giornale South China Morning Post l’allevamento di animali selvatici per usi alimentari vale in Cina qualcosa come 74 miliardi di dollari. Una cifra di tutto rispetto se consideriamo che si tratta di un settore molto di nicchia, che però occupa ben 14 milioni di persone. Numeri enormi rapportati a quelli italiani, molto più ridimensionati se vengono parametrati sulla popolazione cinese.

La strage di animali causata dalla pandemia colpirà indiscriminatamente in tutto il mondo dai maiali agli zibetti

Il governo cinese ha proposto di acquistare dagli allevatori gli animali selvatici, in cambio di una contropartita economica. Se infatti è vero che la Cina non ha ancora stabilito un divieto definitivo di allevamento e commercio di questi animali, altrettanto reale è la chiusura dei wet markets di fauna. E recentemente, secondo una notizia pubblicata da ANSA, la provincia di Wuhan ha vietato, per un periodo minimo di 5 anni, la vendita di animali selvatici e la riapertura dei mercati.

Nel frattempo tutti gli animali degli allevamenti da riconvertire saranno abbattuti. Nella provincia di Hunan gli agricoltori saranno pagati 84 dollari per ogni esemplare di istrice o di zibetto che consegneranno alle autorità, per essere avviati alla distruzione. Mentre un chilo di serpenti vale 17 dollari e i ratti del bambù valgono 75 yuan. Mentre chi vorrà allevare animali selvatici per la medicina orientale dovrà munirsi di un’apposita licenza. Eppure proprio dalle civette zibetto era partita, nei primi anni 2000, l’epidemia di SARS che aveva costituito la prova generale di quella in corso.

Ma se ad Oriente gli allevamenti stanno chiudendo e questo sarà solo un bene, risparmiando sofferenze e catture in natura degli animali, impossibile non sottolineare che questo, in un tempo molto breve, comporterà l’uccisione di milioni di animali. E se è vero che sarebbero morti comunque e che venivano allevati in condizioni di gravi privazioni è altrettanto vero quanto il mondo sia ora distratto dai diritti dei più deboli, di chi pagherà a caro prezzo i costi della pandemia.

Le fabbriche di proteine non causeranno minori sofferenze agli animali nel mondo occidentale

Occorre sfatare il mito che in Oriente succedano crudeltà che da noi non capitano. Certo le leggi sono diverse, ma anche il progresso culturale è differente: non ci può essere paragone fra un allevatore europeo rispetto ai contadini delle aree rurali più povere. Vite che calpestano il suolo della Terra nello stesso anno, pur vivendo, in termini di progresso, in secoli diversi. Così succede che anche in Occidente accadano stragi silenziosi, che avvengono nelle fabbriche della carne, lontano dai riflettori ma anche dalle attenzioni delle cronache.

Secondo un articolo pubblicato su The Guardian i produttori di maiali dello Iowa potrebbero dover iniziare a uccidere 700.000 suini a settimana, a causa del blocco dei macelli causato dal’epidemia. Con metodi e destinazioni delle loro carni molto discutibili, sia sotto il profilo della sofferenza animale che etici. La carne, per non far abbassare il prezzo, verrà avviata alla distruzione e non sarà nemmeno cedute alle organizzazioni caritatevoli. Che sotto la presidenza Trump non hanno avuto certo vita facile.

Stessa sorte è già toccata a due milioni di polli, che non potevano essere macellati per rifornire i mercati. E che sono stati uccisi con metodi disumani, come l’uso di schiume a base acquosa per soffocarli o l’interruzione dell’areazione forzata. Metodi che hanno fatto infuriare le associazioni di tutela degli animali come Mercy for Animals, che li hanno giudicati come causa di gravissimi maltrattamenti.

La realtà è che nel mondo si stanno producendo “animali” come se fossero automobili o televisori e non è più possibile arrestare la catena di produzione, senza che questo causi la morte violenta di milioni di animali, che finiranno letteralmente gettati nella spazzatura. Quando la produzione non ha mercato da prodotto si trasforma velocemente in scarto e poco importa ogni altra considerazione.

Per questo diventa importante che l’emergenza sanitaria non faccia scomparire tutto il resto, che diventi un enorme tappeto planetario dove nascondere le peggiori schifezze.