L’insopportabile arroganza dei cacciatori che vogliono imbavagliare l’informazione

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L’insopportabile arroganza dei cacciatori che vogliono imbavagliare l’informazione, chiedendo che vengano presi provvedimenti contro la trasmissione “Indovina chi viene a cena” condotta da Sabrina Giannini. Il caso è scaturito da un’inchiesta su azioni bracconaggio messe in atto per catturare illecitamente gli uccelli da richiamo. Una pratica, quella della cattura, che dura praticamente da sempre, grazie a una norma che prevede sanzioni inefficaci. Trafficare uccelli da richiamo rende decine di migliaia di euro, in nero, rubando dalla natura un patrimonio collettivo destinato a essere venduto a caro prezzo.

La caccia con i richiami vivi rappresenta la peggior pratica del mondo venatorio, la più vile e quella che causa maggiori sofferenze, eppure trova ancora molti sostenitori. Personaggi capaci di difendere la caccia con i richiami, attaccando la RAI e Sabrina Giannini per un’inchiesta sul bracconaggio. Senza sentirsi nemmeno in obbligo di spendere una sola parola di condanna nei confronti dei predoni di natura. Giannini al rogo e cacciatori sempre e comunque sugli altari.

Paolo Sparvoli, presidente di Libera Caccia sulla rivista Big Hunter

L’insopportabile arroganza dei cacciatori monta sempre più, grazie a una politica che li supporta

Se il mondo venatorio difende anche i bracconieri significa che la misura è davvero colma. Sembra essersi rotto anche quell’ultimo argine di apparente sostegno alla legalità, che portava a fare dei distinguo fra chi le regole le segue e chi le infrange. Un ladro resta pur sempre un ladro, sia se ruba un prtafoglio sull’autobus che se cattura illegalmente animali, che sono riconosciuti come bene indisponibile dello Stato. Una questione, ben si dovrebbe capire, questa che travalica la difesa degli animali e la richiesta di avere rispetto per loro.

Certo la politica ci mette del suo, perché quando i bracconieri finiscono nei guai, per aver alterato gli anelli che identificano i richiami, tocca aiutarli. Così la Regione Lombardia decide di risolvere il problema in un attimo: se mettere gli anelli agli uccelli di cattura è così problematico, meglio cambiare contrassegno identificativo. Con un colpo di mano l’anello chiuso, con diametri che impediscono di poterlo apporre sugli animali adulti, si trasforma in una fascetta in plastica. Proprio come quelle da cablaggio degli elettricisti. Non c’è trucco, non c’è inganno e legalizza gli animali durante tutto l’anno! Un aiutino possibile grazie a una modifica della legge lombarda.

Il governo avrebbe potuto impugnare la legge della Lombardia perché in contrasto con norme nazionali e europee? Certamente, ma ha preferito non disturbare il manovratore facendo finta di nulla. Sino a quando non arriverà l’ennesima pronuncia europea che aprirà una procedura d’infrazione contro l’Italia. Un danno economico che pagheranno tutti gli italiani, trattandosi di una multa che sarà onorata con soldi pubblici. Nel frattempo migliaia di richiami di dubbia provenienza verranno legalizzati, legittimando un danno alla collettività.

Il problema, quindi, non sono i bracconieri, ma Sabrina Giannini e la sua trasmissione che porta gli italiani a vedere i Carabinieri Forestali all’opera

Ogni volta che qualcuno esprime una posizione contro la caccia la risposta è sempre la stessa: sono cittadini che pagano le tasse e hanno un’autorizzazione per poterlo fare. Vero, ma se è sempre legittimo essere contrari in un paese libero a un’attività pur lecita, diventa un atto dovuto quando chi va caccia ruba pezzi di biodiversità. Una grande differenza che non è davvero da poco: chi rispetta le regole è un cacciatore, ma chi le trasgredisce è un ladro e se questo ladro ruba migliaia di uccelli diventa anche un predone di natura. Contro il quale bisognerebbe poter avere sanzioni adeguate, come la confisca dei beni per equivalente.

Sabrina Giannini nella puntata di Indovina chi viene a cena ha seguito i Carabinieri Forestali in Italia e gli attivisti del CABS in Polonia, in azione con polizia. In entrambe le situazioni i responsabili erano italiani che trafficavano in uccelli catturati illecitamente. A dimostrazione che il mercato nero è fiorente e che il crimine, commesso a danno della natura, paga. Grazie a leggi che consentono mille scappatoie e che, anche quando vengono applicate, rappresentano una misera gabella in confronto agli illeciti profitti realizzati.

Caccia aperta sempre ovunque: un luna park per cacciatori nascosto in un emendamento

caccia aperta sempre ovunque

Caccia aperta sempre ovunque, anche nelle aree protette e in quelle urbane per contenere lo straripante assedio faunistico! Potrebbe sembrare un’esagerazione, ma l’attuale governo sta cercando di tradurre in realtà i sogni proibiti dei cacciatori. Non si tratta di promesse elettorali, ma di un emendamento messo nero su bianco e accolto per la discussione dalla Commissione bilancio della Camera dei deputati. Pubblicato, per trasparenza e un poco anche per arroganza, nell’accoglierlo, sul sito ufficiale del parlamento.

Si tratta di ben quindici deputati di Fratelli d’Italia, non è una questione politica ma del modo di fare politica, che si sono ingegnati per dar vita a un emendamento-capolavoro. Che propongono di inserire l’articolo 78bis nella manovra finanziaria per modificare l’articolo 19 della legge 157/92, che regola il prelievo venatoria. Una legge già di per se fuori del tempo, visto che non è una norma che tutela la fauna, ma che regolamenta, male, la caccia. Incaricando le Regioni che “provvedono al controllo delle specie di fauna selvatica anche nelle zone vietate alla caccia, comprese le aree protette e le aree urbane, anche nei giorni di silenzio venatorio e nei periodi di divieto“.

Praticamente si tratta di fatto di dar vita a una stagione di caccia infinita, un luna park per cacciatori sempre aperto, perché dalla fauna occorre difendersi. Non si può prescindere da una gestione venatoria da attuare contro questi selvatici che attentano agli umani possedimenti, compresi quelli immigrati, quasi sempre per mano umana, da altri continenti. Un intervento indifferibile e prioritario che se potesse trovare concretizzazione costituirebbe un’ulteriore follia a favore dei cacciatori.

Caccia aperta sempre e ovunque, per ricompensare gli elettori annegando la proposta nella legge di bilancio

Un altro fatto decisamente pessimo è costituito dal contenitore con il quale si cerca dii fare passare questa modifica dell’attuale normativa. Con un metodo spesso criticato dalle opposizioni, a cui fino a ieri apparteneva FDI: quello di annegare emendamenti inaccettabili nei tanti decreti omnibus di questo Stato. Un modo vergognoso, utilizzato da destra a sinistra per far passare provvedimenti che non sarebbero mai passati se fossero stati inseriti in una normativa specifica. Ma vediamole in dettaglio queste due perle politiche, che sgorgano dalle fantasie di un nutrito gruppo di parlamentari.

2. Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, per la tutela della biodiversità, per la migliore gestione del patrimonio zootecnico, per la tutela del suolo, per motivi sanitari, per la selezione biologica, per la tutela del patrimonio storico-artistico, per la tutela delle produzioni zoo-agro-forestali ed ittiche e per la tutela della pubblica incolumità e della sicurezza stradale provvedono al controllo delle specie di fauna selvatica anche nelle zone vietate alla caccia, comprese le aree protette e le aree urbane, anche nei giorni di silenzio venatorio e nei periodi di divieto. Le attività di contenimento di cui al primo periodo non costituiscono esercizio di attività venatoria. Qualora i predetti metodi si rivelino inefficaci, le regioni e le province autonome possono autorizzare, sentito l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, piani di controllo numerico mediante abbattimento o cattura.
   3. I piani di cui al comma 2 sono attuati dai cacciatori iscritti agli ambiti territoriali di caccia o nei comprensori alpini delle aree interessate, previa frequenza di corsi di formazione autorizzati dagli organi competenti a livello regionale e sono coordinati dagli agenti delle Polizie provinciali o regionali. Le autorità deputate al coordinamento dei piani di abbattimento possono altresì avvalersi dei proprietari o conduttori dei fondi sui quali si attuano i piani medesimi, purché muniti di licenza per l’esercizio venatorio, delle guardie venatorie, degli agenti delle polizie locali, nonché del personale del comando unità per la tutela forestale ambientale e agroalimentare dell’arma dei carabinieri.
   4. Gli animali abbattuti durante le attività dei controlli sono sottoposti all’analisi igienico sanitaria e in caso negativo, sono destinati al consumo alimentare.

Testo inserito Articolo 78bis della V Commissione permanente

Non basta aver la caccia aperta tutta l’anno, ci vuole altro per accontentare i cacciatori

Per questo la proposta di creare un articolo bis anche nella legge sulla caccia, l’ormai famigerata 157/92, che stabilisca chi coordina e mette in atto il piano di sterminio faunistico. Provvedimento che non dovrebbe mai essere accettato dall’Europa ma nemmeno dalla nostra Corte Costituzionale, almeno si spera. Il primo tassello del piano è quello di affidare ai Carabinieri Forestali l’esecuzione del progetto e il suo coordinamento. Mossa geniale pensata per sottrarre risorse alle già scarse forze in campo sulla tutela degli animali e dell’ambiente, che ancora sfugge ma comprende anche la fauna per restare in equilibrio.

1. Con decreto del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, di concerto con il Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste e sentito, per quanto di competenza, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale e previa intesa in sede di conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano è adottato entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge il piano straordinario per la gestione ed il contenimento della fauna selvatica, di durata quinquennale e adottato.
   2. Il Piano costituisce lo strumento programmatico, di coordinamento e di attuazione dell’attività di gestione e contenimento numerico della presenza della fauna selvatica sul territorio nazionale mediante abbattimento e cattura.
   3. Le attività di contenimento disposte nell’ambito del Piano non costituiscono esercizio di attività venatoria e sono attuate anche nelle zone vietate alla caccia, comprese le aree protette e le aree urbane, nei giorni di silenzio venatorio e nei periodi di divieto.
   4. Il Piano è attuato e coordinato dal Comando unità per la tutela forestale, ambientale e agroalimentare dell’Arma dei Carabinieri, il quale può avvalersi dei cacciatori iscritti agli ambiti territoriali di caccia o nei comprensori alpini, delle guardie venatorie, degli agenti delle Polizie locali e provinciali munite di licenza per l’esercizio venatorio, nonché dei proprietari o conduttori dei fondi sui quali il Piano trova attuazione, purché muniti di licenza per l’esercizio venatorio».
78.015.
 Foti, Angelo Rossi, Cerreto, Caretta, Almici, Ciaburro, La Porta, La Salandra, Malaguti, Marchetto Aliprandi, Cannata, Giorgianni, Lucaselli, Mascaretti, Tremaglia.

Proposta di creazione dell’articolo 19/bis nella legge 157/92 – L’elenco al termine è quello dei 15 deputati di Fratelli d’Italia che lo hanno proposto

La vera perla lessicale è nel comma 2): il piano costituisce lo strumento (…) di attuazione dell’attività di gestione e contenimento numerico della (…) fauna selvatica. Si ritorna all’idea di sempre dei partiti filovenatori come FDI e Lega: non esiste il concetto di condivisione finalizzata al mantenimento dell’equilibrio. Resta sempre e solo lo stucchevole e antiscientifico modo di identificare nella caccia la strada dell’equilibrio ambientale. In aperta contraddizione del principio olistico “One Health” (un pianeta, una salute) nel quale si dovrebbe muovere ogni Stato europeo e non soltanto.

Caccia aperta e tregua finita: da oggi ricomincia l’insensata guerra contro la fauna

caccia apertura tregua finita

Caccia aperta e tregua finita: il primo settembre in molte regioni italiane sono consentite le aperture anticipate dell’attività venatoria. Soltanto per alcune specie e non in tutta Italia, grazie ai ricorsi proposti dalle associazioni di tutela ambientale presso i tribunali amministrativi, che sono stati spesso accolti, bloccando o limitando l’inizio anticipato della stagione venatoria. Un balletto che si ripete ogni anno: le Regioni pubblicano i calendari, spesso sono illegittimi, ci sono i ricorsi e tutto si ferma.

Cani falchi tigri e trafficanti

Le normative consentono alle Regioni di approvare i calendari venatori con grande ritardo, per ostacolare i ricorsi, una pratica questa che dovrebbe essere modificata. Le amministrazioni regionali non dovrebbero poter insistere nell’emettere provvedimenti amministrativi contro legge e restare senza punizione. Costringendo le associazioni a investire denaro in ricorsi che sarebbero inutili, se le osservazioni della magistratura venissero recepite puntualmente negli anni a venire.

Un comportamento inaccettabile in uno stato di diritto, considerando anche che la maggior parte dei giudizi finiscono sempre per avere le spese compensate. Così le Regioni usano i soldi pubblici, mente le associazioni devono usare le risorse di soci e simpatizzanti. Questo per garantirsi il favore dei cacciatori, sempre molto riconoscenti verso la politica che li difende. Eppure la caccia dovrebbe aprirsi la terza domenica di settembre, a chiusura (si spera) della stagione riproduttiva. Una certezza molto opinabile considerando che l’attuale legge ha quasi trent’anni e che allora erano minori gli sconvolgimenti climatici.

Caccia aperta e tregua finita, nonostante la fauna sia un patrimonio collettivo difeso nell’interesse della comunità internazionale

Il tempo di rivedere le normative che riguardano la difesa dell’ambiente e degli animali non è più rimandabile. La decisione non può essere basata su convenienze politiche, su scambi di voti o altri rapporti di forza fra la politica e determinate categorie. La revisione deve tenere conto delle conoscenze scientifiche, molto cambiate rispetto a tante norme, e anche del mutato scenario ambientale. Inutile parlare di transizione ecologica e di green economy se poi nulla cambia davvero, lasciando i cittadini smarriti.

La credibilità di uno Stato deriva dalla capacità di mettere al centro gli interessi collettivi. Che significa avere attenzione per le richieste fatte dalla maggioranza delle persone. Sempre più irritate verso un potere che sembra sordo alle richieste, ma anche alle sue stesse dichiarazioni. Mentre si parla di proteggere un terzo delle aree naturali del pianeta noi cosa facciamo? Apriamo la stagione della caccia in anticipo. Dimostrando quanto la nostra specie non meriti la definizione di homo sapiens, ma al massimo quella di homo insapiens.

Più complesso il discorso dei referendum per l’abolizione della caccia (ben due in contemporanea) che hanno creato una crepa nel mondo ambientalista. Da una parte gli organizzatori dei referendum, l’Associazione Ora rispetto per tutti gli animali e il Comitato Si aboliamo la caccia, dall’altra tutte le altre associazioni, la cui posizione può essere riassunta dal parere espresso dalla LAV. Due posizioni inconciliabili, ma anche due visioni del metodo operativo molto differenti. Certamente un doppio referendum promosso in simultanea dalle associazioni rappresenta un grave errore di metodo, che insieme a molte problematiche tecniche rischia di vanificare le attese.

Se così fosse l’unico vincitore, spiace dirlo, sarà la componente legata al mondo venatorio, che si ricompatterà. Mentre l’opinione pubblica non capirà cosa sia successo nella galassia di quanti si sono sempre dichiarati contro la caccia.

Volere è potere solo quando il percorso per arrivare al risultato è correttamente pianificato

In questo caso, comunque ognuno la possa vedere, è chiaro che la pianificazione del corretto percorso sia saltata. Creando un corto circuito che non solo rischia di vanificare il risultato, l’abolizione della caccia, ma la credibilità dell’intero movimento che difende ambiente e diritti degli animali. In democrazia ognuno può scegliere liberamente cosa fare, nei limiti imposti dalle leggi, ma non bisognerebbe mai dimenticare il contesto. Giuridico, tecnico ma anche mediatico, perché la credibilità deve essere costruita ogni giorno e non tutti i simpatizzanti della galassia ambiental/animalista avranno voglia di entrare nelle pieghe della questione. Di capire le motivazioni di ogni parte che gravita nella medesima orbita.

Un fallimento dell’iniziativa, per mancato raggiungimento del numero di firme, inammissibilità del quesito o mancato raggiungimento del quorum, aprirà ulteriormente le contese e farà gioire i cacciatori, ma non soltanto. E non sarà così facile gettare la responsabilità al di fuori del campo di gioco. Per capire l’ipotetico danno basta pensare ai partiti ecologisti (per non parlare degli animalisti) nel nostro paese, che scontano percentuali di consenso elettorale risibili. Un dato che avrebbe potuto e dovuto far riflettere. Gettare il cuore oltre l’ostacolo, ammesso che questo sia il caso, non è sempre la scelta migliore e sarebbe tempo che si imparasse a fare scelte eticamente politiche. Senza inseguire per forza il consenso.

Ci sarà il tempo per fare ulteriori riflessioni sul referendum

La riflessione al momento si ferma qui. Politicamente sarebbe uno sbaglio addentrarsi ora nelle pieghe della questione, fare riflessioni ulteriori sulla credibilità che viene a mancare. Adesso occorre soltanto cercare di approfondire, non limitarsi a guardare cosa succede sul palco, ma anche provare a capire cosa avviene dietro le quinte. Detto con il massimo rispetto per tutti gli attivisti che in questo momento stanno contribuendo alla raccolta delle firme. Lo fanno con il cuore, e questa ora resta l’unica certezza.

La caccia non è uno sport, era una necessità mentre ora è solo un gioco crudele che genera danni

caccia non è uno sport

La caccia non è uno sport, era un’attività necessaria per la sopravvivenza quando gli uomini erano un popolo di cacciatori raccoglitori. Ora nella migliore delle ipotesi può essere definita un’attività ludica. Quando non un gioco crudele praticato peraltro su un bene collettivo che è la fauna. L’attività venatoria non ha niente di sportivo sotto qualsiasi angolatura la si osservi. A parte quella di essere inserita fra quelle pratiche riconosciute dal CONI, anche se slegata dall’abbattimento di animali, ma alle altre attività (tiro).

Non si capisce quindi lo scalpore che ha suscitato identica affermazione fatta da Flavio Insinna, conduttore televisivo. Provocando una levata di scudi da parte delle associazioni venatorie. Consapevoli di quanto questa attività sia invisa alla stragrande maggioranza degli italiani. Esclusi i politici che hanno sempre visto nei cacciatori un importantissimo serbatoio di voti elettorali.

Forse è arrivato il momento di ribaltare l’onere della prova. Siano i cacciatori a spiegare ai cittadini che non amano questo loro gioco, perché vada qualificato come sport. Magari iniziando proprio dalla caccia da appostamento ai migratori. Che si pratica seduti dentro un capanno, sparando a uccellini che pesano meno della cartuccia che li ucciderà. Appostamento verso il quale vengono attirati con l’inganno. Attuato usando loro simili ingabbiati che cantano per un’alterazione indotta del comportamento, che proprio non ha nulla di sportivo.

La caccia non è uno sport perché non possiede alcuna caratteristica che la possa far definire come un’attività sportiva

Forse si confondono attività sportive praticate usando armi da caccia, una su tutte il tiro al piattello, con le varie forme di caccia praticate in campagna. Aventi per scopo unico la ricerca e l’abbattimento di un animale, con un rapporto del tutto sbilanciato fra cacciatore e cacciato. Che non uccide per fame ma esclusivamente per divertimento.

ORIGINI DELLO SPORT

Le esercitazioni sportive erano in un primo tempo singole, poi divennero collettive e praticate anche dalle donne sin dal Medioevo; l’esercizio più diffuso e più antico dovette essere la corsa, alla quale si aggiunsero, subito dopo, i lanci e i salti, utili per la caccia e per le guerre. Ben presto emersero altre manifestazioni indispensabili per la sopravvivenza, dalle quali derivarono il nuoto, la canoa, l’equitazione, la lotta, il pugilato, la scherma contemporanee, a cui si aggiunsero giochi con palle costituite di erba e di grossi frutti.

Sport – Wikipedia

Bisogna attualizzare il concetto di caccia, intesa come abbattimento della selvaggina, per ottenere una diversa regolamentazione della materia. Oramai lontana dalle necessità e riferibile a una mera attività ludica che non ci possiamo più permettere. La difesa della biodiversità imporrebbe la chiusura della caccia, anche considerando il contributo risibile dato al mantenimento degli equilibri faunistici.

Cambiare le priorità, sottraendole alla caccia per mettere al centro la tutela faunistica, il nostro capitale naturale

Occorre un cambiamento legislativo importante, che sposti l’attività venatoria come focus della questione, mettendo al centro il bene collettivo e la tutela della biodiversità. Chiudendo molto, se non del tutto quel cordone ombelicale che lega ai cacciatori la normativa vigente sulla tutela faunistica, lasciando sullo sfondo tutto il resto. Compresi i dritti dei cittadini, di poter fruire della natura senza rischiare una pallottola vagante.

Su questo occorre impegnarsi, facendo crescere un movimento d’opinione meno emotivo ma più attivo, meno di pancia ma più portato al ragionamento. Per creare i presupposti di un cambiamento sociale in grado di far balzare come priorità assolute la tutela ambientale e faunistica fra le priorità del futuro. Per ottenere un cambiamento reale che possa far crescere, come in molti paesi europei, il valore di una reale politica green.

Caccia aperta e pace finita in campagna: per mesi la natura non è più un bene collettivo

Caccia aperta e pace finita

Caccia aperta e pace finita dal 20 settembre alla fine di gennaio: lo Stato consegna la fruizione di una gran parte delle aree naturali ai cacciatori. Che quest’anno non potranno certo dimenticarsi dei loro sostenitori politici visto che l’apertura della caccia coincide con il giorno delle elezioni. I cacciatori sono sempre meno, ma appare evidente che contino più di quanti a caccia non vanno.

Il potere, anzi lo strapotere, di determinate categorie è dovuto in fondo non tanto ai numeri di ognuna, ma alle sinergie che sono state costruite. Cacciatori e agricoltori sono due categorie che spesso hanno interessi comuni, che uniti a quelli dell’indotto armiero e venatorio, costituiscono un grande potere. Economico, elettorale e di conseguenza politico. Tanto da costringere la politica a scendere a patti. Penalizzando la maggioranza degli italiani, meno coesi su fronti comuni.

Se noi pensiamo, analizzando la questione venatoria solo alle scorribande nelle campagne, rischiamo di perdere il senso della realtà. Ma anche di non essere in grado di mettere in campo strategie che vadano a spezzare i fondamentali di queste alleanze. Anelli di una catena fatti di favori reciproci, di voti e veti incrociati che fanno sì che la situazione resti immutata nel tempo.

Caccia aperta e pace finita per animali e cittadini, anche se in realtà la guerra con il mondo naturale non chiude mai

Occorre chiedersi come mai agricoltori e cacciatori siano così coesi e come mai, ad esempio, non si metta mai in dubbio la validità della gestione faunistica fatta con le doppiette. Dopo decenni di fallimenti nella gestione della fauna e dopo altrettanto tempo in cui i cacciatori non sono stati la soluzione ma la causa dei problemi. Lo dimostrano le immissioni dei cinghiali balcanici, più prolifici e grandi di quelli italiani, o quelle della fauna alloctona. Come le minilepri, il colino della Virginia e gli stessi fagiani.

Animali che non avrebbero dovuto essere introdotti in natura, cosa invece avvenuta nel corso di pochi decenni, con la sola esclusione del fagiano, che vanta millenni di colonizzazione del nostro paese. Animali che poi si pretenderebbe di eradicare (dopo avercele messe) dal territorio come avviene con le minilepri. In fondo fallimenti e abusi sono sempre stati tollerati, per due ragioni. Una economica e una dovuta al costante tamponamento dei problemi causati dalle specie che creano danni all’agricoltura.

Nutrie, piccioni, cinghiali, caprioli e altre specie sono costantemente oggetto di abbattimenti controllati perché sono troppi. Recentemente la sola Lombardia ha “regalato” a meno di 700 cacciatori ben 20.000 piccioni, da abbattere durante la stagione della caccia. Un contentino per gli agricoltori, che possono integrare questa quota con quelle già previsti dai piani provinciali. Senza preoccuparsi di mettere in atto misure che non agevolino riproduzione e alimentazione dei colombi negli allevamenti.

Parlare di strapotere dei cacciatori limita l’orizzonte di un problema più ampio, da analizzare con cura

La gestione faunistica a colpi di fucile non ha risolto un solo problema negli ultimi decenni, mentre ne ha creati davvero tanti. A cominciare dall’inquinamento causato da tonnellate di piombo che ogni hanno sono sputate dai fucili nell’ambiente. Per non parlare del bracconaggio, dei maltrattamenti agli animali vivi usati come richiamo e a pratiche decisamente poco ortodosse. Grazie anche a una normativa che prevede sanzioni ridicole per chi sbaglia la mira. Spesso centrando anche ignari cittadini o compagni di battute di caccia.

Per cambiare la situazione bisognerebbe iniziare guardare la natura come un unico ecosistema, tenuto in equilibrio da meccanismi delicati che noi abbiamo stravolto. Non vogliamo i grandi carnivori, per qualche predazione sul bestiame, ma poi chiediamo ai cacciatori di far strage di ungulati in quanto troppi. Mentre se la selezione fosse fatta dai lupi avremmo già risolto il problema, in modo del tutto naturale.

Quindi non bisogna dire che i cacciatori hanno tutte le colpe: come il ragno hanno tessuto una tela perfetta di alleanze. Che nemmeno il buonsenso riesce a sgretolare, perché fino ad oggi l’etica è stato un valore morale, ma l’economia una realtà sostanziale. Alla quale abbiamo permesso di avvelenare i pozzi, di condizionare le scelte della politica e di divorare sempre più natura. Facendo finta di non vedere che questa economia è gestita da meno persone di quelle che starebbero a bordo di una nave da crociera. E intanto, la nave pianeta, piano piano affonda.