Canile di Trecastelli, storia di maltrattamenti e di colpevoli mancanze di controllo

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Quella del canile di Trecastelli è storia di maltrattamenti di animali causati dai gestori, ma consentiti da mancati controlli e da spiacevoli connivenze. Una storia ordinaria purtroppo con frequenti ripetizioni in varie parti del paese, nella quale i colpevoli pagheranno sempre troppo poco. Se e quando arriveranno a essere condannati in modo definitivo questo accadrà grazie agli altri reati contestati, piuttosto che per maltrattamento di animali. Le pene per chi maltratta e la considerazione verso questo reato portano purtroppo a facili prescrizioni.

La storia del canile di Trecastelli, sequestrato nel gennaio del 2021, è la replica di vicende già viste, che si ripetono puntualmente con le stesse modalità. Un allevamento autorizzato per detenere 71 cani arriva a custodirne più di 800, dieci volte tanto il consentito. Se qualcuno si chiedesse come possa succedere una situazione tanto abnorme la risposta è davvero molto facile: chi doveva controllare, ancora una volta, non lo ha fatto. Per disinteresse, per interessi, per non dover affrontare un problema complicato, per connivenze con i titolari. Storie ordinarie, frequenti, che quasi mai portano a sanzioni che servano da deterrente.

Il Comune di Trecastelli, in provincia di Ancona, all’ultimo censimento contava poco più di settemila residenti, non certo una metropoli. In questi piccoli centri tutti conoscono vita, morte e miracoli di tutti e gli organi di controllo presenti sul territorio avrebbero dovuto essere informati su cosa accadeva nella struttura. Eppure sembra non esser stato così o forse tutti sapevano ma nessuno aveva voglia di intervenire, non sapendo come togliere le castagne dal fuoco. Nel frattempo però, in tutto questo, ci sono stati centinaia di animali detenuti, per anni, in condizioni orribili.

Il canile di Trecastelli è una storia di maltrattamenti ripetuti, sui quali sarebbe stato opportuno intervenire molto prima

Oggi a distanza di un anno dall’intervento dei militari del Raggruppamento Carabinieri Forestali CITES è stata chiusa l’indagine, portando la Procura della Repubblica di Ancona a chiedere il rinvio a giudizio dei responsabili. Per la commissione di reati gravi: in anni e anni le condotte criminose dei gestori hanno dato vita a una lunga catena di azioni criminali. Accaduti sotto gli occhi di chi doveva controllare, che in alcuni casi ha omesso di farlo mentre in altri ha agevolato colpevolmente i gestori di questa struttura. Se questo sia avvenuto per soldi o per altre utilità sarà la magistratura a stabilirlo. Certo è che i pubblici ufficiali che non hanno fatto il loro dovere sono colpevoli almeno quanto i gestori.

Le omissioni, colpevoli e dolose, hanno portato a uno dei più grossi casi di disastro sanitario, in ambito veterinario, avvenuti nella Regione Marche e non soltanto. I gestori del canile risulta che abbiano importato illegalmente cani dall’Est Europa, con tutti i rischi sanitari connessi. Rendendosi anche responsabili di aver fatto scoppiare un focolaio di brucella canis, zoonosi trasmissibile all’uomo. Un caso al momento unico in tutta Europa che aveva portato, nel giugno del 2020, al blocco sanitario del canile. Senza che fossero adottati provvedimenti per migliorare le condizioni di vita dei cani.

Ora dopo le indagini svolte dalla Procura sono emerse varie responsabilità, anche molto gravi, che hanno portato alla richiesta di rinvio a giudizio per i proprietari dell’allevamento. Che si trovano in buona compagnia, considerando che risultano coinvolti anche il comandante della Polizia Locale, insieme a veterinari pubblici e privati. Con un costo per l’amministrazione regionale che ad oggi sembra aver superato il milione e mezzo di euro, per mantenimento e cura degli animali in sequestro. Un disastro annunciato per i cani che sono transitati in questi anni dall’allevamento, ma anche per le casse pubbliche e per le associazioni coinvolte. Che hanno dovuto intervenire per cercare di aiutare gli animali e trovare, quando possibile, adozioni.

Servirà questa lezione per far comprendere la necessità di interventi tempestivi sui maltrattamenti e contro i traffici di animali?

Probabilmente la risposta è no, considerando i precedenti e consultando le cronache di molti altri episodi analoghi di traffici e maltrattamenti. Che hanno riguardato non solo i canili, ma tutti i settori ove vi fosse presenza di animali e quindi sottoposti a vigilanza veterinaria. Se da una parte è vero che la sanità pubblica si trova in grande crisi, dall’altro appare evidente che il meccanismo dei controlli si inceppi troppo spesso. Le origini di questo problema vanno cercate (anche) altrove. Per esempio nel fallimento del sistema di controllo sulle attività dei veterinari pubblici, anche grazie a una catena di comando con troppe figure “politiche” ai vertici.

Quando i veterinari ufficiali non fanno carriera “solo” per meriti, ma anche per sponsorizzazioni del politico di turno il sistema va in crisi. E con lui tutto quello che la sanità pubblica veterinaria deve presidiare. Una vigilanza che riguarda gli animali ma soprattutto la tutela della salute umana. Se naufraga il sistema dei controlli veterinari si mette in pericolo l’intera collettività. Lo indica il criterio “OneHealth” che ci vede tutti, uomini e animali, sulla stessa scialuppa, visto che la barca pare essere affondata già da tempo. La politica partitica ha avvelenato i pozzi, da quando ha deciso di non scegliere fra i migliori i suoi dirigenti, ma spesso solo fra i più vicini. Mortificando chi lavora con passione, restando indipendente dalla politica.

Non passa giorno. quando le associazioni denunciano e la magistratura fa il suo lavoro, che non vengano accertate situazioni terribili per gli animali. Pericolose anche per la salute umana, ma troppo spesso seppellite sotto omissioni e convenienti valutazioni da parte di chi è pagato per vigilare. Un circolo vizioso che va spezzato, ricordando a tutti gli organi di controllo e ai pubblici ufficiali che segnalare un reato è per loro un obbligo. Prevedendo pene ben più severe delle attuali per chi consenta, agevoli o non persegua fatti gravi come questi.

Canile di Trecastelli
Il servizio dei Carabinieri trasmesso dal TG3 delle Marche

Traffici di cani dai canili italiani verso altri paesi europei: una storia che non convince

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Traffici di cani dai canili italiani verso altri paesi europei: una storia che non convince per assenza di riscontri obiettivi ma anche per mancanza di presupposti logici. Dove quando parliamo di traffici si deve intendere un fenomeno criminale, finalizzato ad ottenere profitti illeciti realizzati sulla pelle dei cani. Quindi non un’attività occasionale che può comportare errori di valutazione, approssimazione, scarsa capacità di gestione, mancanza di professionalità ma una volontà dolosa di nuocere. Finalizzata alla ricerca di guadagni illegali, fatti senza preoccuparsi della sofferenza degli animali.

Cani falchi tigri e trafficanti

Questo traffico è stato inseguito e indagato dagli anni ottanta, con pochissimi riscontri che hanno portato a scoprire per lo più diverse collocazioni infelici, come spesso avviene anche nelle adozioni fatte in Italia. Il più delle volte per incapacità, molte altre per ragioni economiche. Con piccole organizzazioni, spesso composte da pochi sodali, che lucrano sui trasferimenti, speculando sulla sensibilità degli adottanti. Ma anche in questo caso sarebbe sbagliato generalizzare: molte sono adozioni ottime, ben condotte, senza speculazioni. Pochissimi, purtroppo i trafficanti nazionali di randagi, finiti alla sbarra per aver incassato i soldi in nero o aver trasportato i cani in condizioni di maltrattamento.

La narrazione cambia quando le adozioni vengono fatte fra Italia e paesi comunitari, denotando anche un po’ di provincialismo. In Italia siamo un faro per la nostra capacità di contrastare il randagismo e per la qualità delle strutture di ricovero? Nemmeno per idea, anzi. Però la logica spesso sembra essere quella del meglio maltrattati da noi che destinati a essere adottati in Germania. Stato che da tempo ha il benessere animale in costituzione e una capacità di applicare le leggi a noi, ancora e purtroppo, sconosciuta.

Traffici di cani dai canili italiani verso la Germania, dove leggenda vuole che siano destinati alla sperimentazione o al ripieno dei wurstel

L’ipotesi più accreditata è che i cani esportati dall’Italia finiscano nei laboratori di ricerca tedeschi. Una destinazione che viene ipotizzata da quarant’anni che non ha mai trovato riscontri che giustifichino l’ipotesi di un traffico organizzato. Forse anche perché sarebbe di per se un’operazione folle, senza vantaggio economico. Con il rischio di essere scoperti considerando che il punto di partenza dei traffici è sempre lo stesso: i canili convenzionati con i Comuni. Che cederebbero gratuitamente i cani a trafficanti senza scrupoli pur di liberarsene, per non subire ulteriori costi.

Un’ipotesi poco credibile visto che i canili pubblici o convenzionati hanno degli obblighi, seppur spesso elusi, ma sono tenuti sotto controllo anche dai volontari delle associazioni. Come dimostra il recente putiferio mediatico scatenato dall’improbabile notizia che il Comune di Catania volesse cedere ben 2.500 cani a una o più associazioni per la loro deportazione in Germania. Un’ipotesi surreale, basti pensare al numero di trasporti necessari per il trasferimento degli animali e all’illogicità dell’operazione. Avete mai visto una realtà criminale organizzare un piano tanto sgangherato e anti economico?

Vero è che in diversi casi i cani siciliani hanno preso la strada del Nord Italia, per essere trasferiti in canili dai quali, in molte occasioni, non risultano essere poi usciti per andare in famiglia. Con varie indagini aperte con le più diverse ipotesi di reato, ovviamente legate all’aspetto economico: i canili possono un vero affare per chi li gestisce. Il randagismo crea danni economici ai cittadini e sofferenze agli animali, ma può diventare una miniera d’oro per molte persone. Del resto basta andare su un motore di ricerca, digitare “canili indagini” per trovare paginate di articoli. Che riguardano strutture di accoglienza e realtà italiane, ricche di storie non proprio edificanti.

Il non senso dell’esportazione massiccia di cani provenienti dai canili pubblici italiani

Ci sono diversi fattori da esaminare, specie quando parliamo di organizzazioni criminali che venderebbero gli animali per ricavarne profitto. Il primo parametro oggetto di valutazione è la redditività che va correlata al rischio. Vero che i cani sarebbero, in ipotesi, acquisiti gratuitamente dalle amministrazioni comunali che vogliono sbarazzarsene, ma movimentarli costa non poco e i rischi di finire nei guai sono molto elevati. Per le denunce dei volontari, dei gestori dei canili che si vedono sottratto l’osso e per il possibile interessamento della magistratura. I rischi reali sembrano quindi molto più elevati dei vantaggi supposti.

Quale motivazione ci può essere nel prendere cani dai canili italiani per turpi scopi? Specie quando ci sono ben altri canali e canili dove potersi approvvigionare di animali senza correre rischi, a prezzi bassi e competitivi! Considerando che stiamo parlando di cani adulti, non di razza, non commerciabili con elevati guadagni. Poco utili per la stragrande maggioranza degli esperimenti, poco appetibili per essere oggetti del desiderio sessuale. Già difficili da collocare in famiglie che amano gli animali. Per questo la risposta è: nessuna motivazione perché sono animali costosi e pericolosi.

Per anni mi sono occupato di contrasto al traffico dei cani dall’Est, quelli che fanno il viaggio opposto per intenderci, dei quali pochi si occupano. Un viaggio che inizia in Ungheria, Slovacchia, Polonia, Romania e anche oltre frontiera clandestinamente. Con cuccioli fatti passare per allevati in Europa ma con provenienza, ad esempio, ucraina. Animali di tutte le taglie e di tutte le età, di razza o pseudo tale, con una scelta che va dai cuccioli ai cani invenduti, alle fattrici finite, agli animali vecchi.

I traffici di cani dai canili italiani sarebbero assurdi rispetto alla sterminata prateria generata dai cuccioli della tratta

Secondo le stime di qualche anno fa, realizzate dall’organizzazione CARODOG, sono otto milioni i cuccioli che ogni anno attraversano le strade della vecchia Europa. Nei paesi in cui sono prodotti come fossero elettrodomestici i cani di simil razza: corredati di documenti (veri o falsi) un carico di cani costa meno di cento euro al pezzo (così li definiscono i trafficanti), consegnati a destino. E parliamo di cuccioli vendibili, appetibili, che sul mercato possono valere un minimo di sei/settecento euro. Ma ogni “industria” produce anche uno stock di invenduti: i cani che superano i tre quattro mesi e che nessuno vuole. Troppo grandi per piacere agli acquirenti.

Quale fine facciano questi animali deve essere ancora stabilito con chiarezza. Se si pensa agli otto milioni di cuccioli che vengono commercializzati ogni anno, la stima di un 15/20% di cani che per varie ragioni restano invenduti risulterebbe essere solo per difetto. Questo significa che in Europa si crea ogni anno un surplus di oltre un milione e mezzo di cani. Animali su cui nessuno indaga. In un mercato crudele, molto crudele, che è alimentato da persone che si definiscono amanti degli animali, solo perché hanno un bulldog francese al guinzaglio.

Ma se un trafficante dovesse aver bisogno di cani da usare nei bordelli con animali, per esperimenti o per destinarli a divenire insaccati è lecito pensare che preferirebbe comprarli da un altro trafficante? Piuttosto che andare a inventarsi un commercio di animali provenienti da cani di proprietà dei sindaci d’Italia. Che non saranno tutti galantuomini ma nemmeno soltanto farabutti. Quindi davvero è un pericolo reale quello corso dai cani nelle adozioni internazionali? Davvero rischiano grosso? Oppure si tratta di una bolla di sapone più utile a trovare un supposto nemico da combattere che a tutelare gli animali?

Si dice che in Italia i cani senza padrone abbiano maggiori tutele rispetto ad altri paesi europei

Questo dato è vero per alcuni paesi, dove i randagi non hanno diritto a una permanenza in canile per tutta la vita se non sono adottati. Ma questa polemica sulle esportazioni in Italia ha avuto inizio già negli anni ottanta, quando i cani venivano abbattuti dopo cinque giorni se non trovavano padrone. Eppure anche allora, quando i canili erano strutture davvero pessime, già si era contrari a mandare i cani al di fuori dell’Italia. Ricordo la presidente di un’associazione milanese che scrisse al console tedesco, che perorava la causa delle adozioni nel suo paese, di come non si potesse avere fiducia (sic) di un popolo che aveva messo gli ebrei nei forni.

Un cane ha diritto ad avere una famiglia e a ricevere cure attenzioni. Non importa se questo avvenga a Berlino oppure a Roma, basta che ci siano le necessarie garanzie. Il punto non è il dove, ma semmai il come: le adozioni, anche fatte nel Comune vicino devono essere trasparenti e fornire garanzie su come i cani vengano trattati. Ma questo è tutt’altro problema, davvero un’altra storia visto che le adozioni fatte male anche in Italia non mancano. Con cani tolti dai canili per essere poi confinati a vita sui balconi al primo inconveniente.

Sarebbe invece tempo di indagare seriamente, a livello europeo, sulla fine che fanno i cuccioli che non vengono venduti. Con un’indagine diffusa sull’intero territorio nazionale, fatta da organi dello Stato che possano garantire mezzi e uomini per fare accertamenti diffusi. Se ci fosse la volontà questa sarebbe un’attività di tutela degli animali davvero importante.

Combattere randagismo diventa possibile solo pianificando

Combattere randagismo diventa possibile solo pianificando

Combattere randagismo diventa possibile solo pianificando, lo insegnano anche le recenti vicende del canile di Palermo che provocano grandi scontri fra i molti, troppi, contendenti.

Nel frattempo attestano senza dubbio il fallimento delle politiche del comune. E non solo! La verità non è così difficile da vedere: in troppi su cani e canili ci lucrano, le amministrazioni vedono i cani solo come un problema che genera un costo, continuando a spendere soldi nel colpevole tentativo di cercare di prosciugare il mare a secchiate.

Mancano progetti di periodo e così ciclicamente, come da noi avviene spesso purtroppo, i problemi evolvono prendendo le sembianze dell’emergenza e solo a quel punto, sempre a quel punto, iniziano gli interventi, si cerca di tamponare, si aprono nuove praterie in cui qualcuno cerca un posto al sole o anche solo un momento di visibilità.

Dietro la gestione dell’emergenza, non solo quella del randagismo, c’è una volontà precisa, scientifica, di iniziare a occuparsi del problema solo da quel momento in avanti: l’emergenza giustifica lo scardinamento delle procedure, consente di aggirare ogni pianificazione e anche di non avere piani di periodo.

Il randagismo è gestito sempre come un’emergenza, ma non è un sisma

Serve solo uscire dall’emergenza, nel minor tempo possibile e poco importa se questa si ripresenti poco dopo, creando danno agli animali, ai cittadini, alla comunità costretta a abdicare alla legalità in nome dell’urgenza.

Così nel caso del randagismo nascono e proliferano le esigenze di trasferimenti, di staffette, di interventi straordinari: tutto questo comporta l’inevitabile giro di danaro che da sempre è più o meno nascosto dietro e dentro il business del randagismo.

Passata l’emergenza, come già successo a Palermo, i lavori di ristrutturazione del canile si fermano o non partono proprio e una vecchia e pessima struttura si riempie nuovamente di cani, sino alla prossima emergenza.

Partono i cani dal canile di Ragusa, partono i cani dal canile di Palermo, continuano gli indegni bonus offerti per l’adozione di un cane, anche di centinaia e centinaia di euro. Decisamente troppi per non far accorrere disperati e gente di malaffare.

Così sfacciati da essere venduti come notizie positive dal politico di turno che le sventola sui giornali, ma in realtà sono operazioni di marketing, offerte sottocosto fatte sulla pelle dei cani.

Cani mandati in canili al massimo ribasso

La realtà parla invece di soluzioni che non arrivano, di un randagismo che non arretra, di affari fatti sui cani e di enormi costi che potrebbero e dovrebbero trasformarsi in fatti positivi che, invece, non accadono.

Il canile di Palermo è la dimostrazione che si può combattere randagismo solo pianificando interventi di medio e lungo periodo. Anche a costo di assumere posizioni scomode, impopolari in un periodo di demagogia al potere, di populismo imperante! Diversamente questa sarà un’eredità che perpetueremo ai nostri discendenti, dopo secoli di progetti senza sbocco e dopo fiumi di denaro in gran parte finiti in tasca alle ecomafie.

Quattro conti in tasca al randagismo canino

quattro conti in tasca al randagismo canino

Fare quattro conti in tasca al randagismo canino, sfogliando il dossier Animali in città di Legambienteevidenzia l’esborso di cifre rilevanti che vanno però quasi tutte in unica direzione: i canili.

Ma se i canili assorbono quasi tutte le risorse e non servono a contrastare i fiumi di cani che derivano da riproduzioni incontrollate, inconsapevoli, irresponsabili perché non si cercano soluzioni diverse? Se la contrazione del randagismo fosse il core business di un’azienda privata questa avrebbe da tempo i libri in tribunale.

Secondo i dati di Legambiente, raccolti in modo molto attento valutando le metodiche impiegate, emerge che oltre il 76% delle risorse destinate a questo capitolo di spesa sono state assorbite dalla gestione dei canili e dal mantenimento degli ospiti, con standard qualitativi che vanno purtroppo dal canile lager alla struttura modello. Tutto questo ha ovviamente un costo che tradotto in moneta ammonta a 97.000.000, dico 97 milioni, di euro per il solo anno 2014. Stupisce il dato che riguarda la gestione delle strutture che nel 54,79% dei casi è svolta da associazioni e solo nel 34,24% risulta essere in mano a aziende o cooperative.

Questo dato andrebbe letto anche in modo diverso e cioè in che percentuale comuni, aziende e associazioni gestiscano il numero complessivo di cani presenti e forse letto così potrebbe riservare delle sorprese. Le aziende spesso gestiscono canili da moltissimi posti e quindi potrebbero essere percentualmente meno, pur gestendo un numero di cani molto più alto.

Altro tasto dolente risulta essere l’anagrafe canina, ancora gestita a macchia di leopardo dalle regioni, senza un unico sistema informatico nazionale dalla cui mancanza deriva l’assenza di un unico database.

Nel 2014 la maglia nera dei cani anagrafati spetta a Avellino con la poco edificante media di un cane ogni 722,2 cittadini, seguita a distanza da Grosseto con un cane ogni 341 abitanti. Una voragine in cui sono scomparsi migliaia di cani mai iscritti in anagrafe, considerando che la media nazionale residenti/cani risulta essere di un cane ogni 7,87 abitanti. Fino a che la popolazione canina e felina non sarà iscritta nella quasi totalità in anagrafe da questi animali fantasma deriverà una quota importante di randagi.

Legambiente parla poi di un tasso molto variabile per il destino dei cani che entrano in canile: in alcuni capoluoghi ogni 4 cani catturati ben 3 trovano una soluzione (comprese le restituzioni ai proprietari per smarrimento) mentre ci sono casi, come Trapani, dove per ogni 30 cani incanilati solo uno trova una soluzione positiva, andando ovviamente a creare sacche di cani destinati a una detenzione infinita nei canili.

Secondo quanto dichiarano a Legambiente Comuni e ASL sparse sul territorio quasi tutti sono in prima linea nel controllare il rispetto delle normative poste a tutela degli animali, affermando addirittura che in due comuni su tre, fra i capoluoghi di provincia, esiste un servizio dedicato di polizia locale. Sono i misteri di un paese che pare esserci sulla carta e dentro le statistiche ma che troppo spesso scompare quando qualcuno alza il telefono per richiedere un intervento. La realtà racconta però altro e dimostra con la sola cronaca che, dagli allevamenti ai canili, i maltrattamenti sono all’ordine del giorno nonostante i controlli. Troppe volte le sanzioni vengono applicate a seconda della convenienza dei controllori: maggiori le sanzioni amministrative che entrano nelle casse di chi eroga il servizio, minori le più severe sanzioni penali per le quali ASL e Comuni non incassano nulla.

Un mondo fatto di molte sfaccettature, di dati che non corrispondono alla realtà dei fati e che, talvolta, sono solo verosimili. Così ci si continua a dibattere, specie nelle regioni meridionali, in situazioni inaccettabili per quanto concerne il randagismo. Soprattutto senza vedere prospettive di risoluzione.

 

Dossier Animali in città 2016 - Legambiente

La migrazione del cane randagio non ferma il randagismo

la migrazione del cane randagio

La migrazione del cane randagio non ferma il randagismo, non avviene secondo logiche che favoriscano la sua adozione ma solo per motivazioni economiche. Così i Comuni credono di contenere i costi di mantenimento senza farsi troppe domande, come se il ribasso risolvesse tutti i problemi.

Che il randagismo sia un grande affare per chi lo gestisce è un dato certo, che non ha possibilità di essere smentito, considerando che ogni anno si spende certamente di più per mantenere i randagi, gli indesiderati, gli abbandonati e i rifiutati che non per combattere il fenomeno che è causa della loro esistenza.Troppo spesso la gestione avviene secondo una sola logica: quella degli appalti affidati secondo l’inaccettabile criterio del massimo ribasso.

Alla fine anziché cercare di chiudere il rubinetto che alimenta il randagismo – con attività concrete che limitino le nascite, contraggano il commercio e obblighino a adozioni responsabili – la pubblica amministrazione cerca  spesso soltanto di risparmiare con tutti gli anelli che compongono la catena di responsabilità: Stato, Regioni, Prefetture, Comuni, ASL e ATS a seconda delle denominazioni regionali.

Tutti, salvo pregevoli eccezioni che non rappresentano la maggioranza, con le loro responsabilità, tutti con la loro parte di colpevoli omissioni che continuano a mantenere a livelli inaccettabili il randagismo, disperdono fondi pubblici per arricchire una moltitudine di privati sul territorio della penisola, spesso senza alcun criterio di reale efficienza che coniughi e declini le varie necessità.

Recentemente, proprio grazie alle famose gare al massimo ribasso è accaduto che un un numero importante di cani sia stato trasferito dalla Sicilia alla Campania, soltanto in base al crititerio determinante di un risparmio sull’offerta economica della gara.

Questa è la dimostrazione di una mancanza di comprensione del problema da parte di molti amministratori pubblici, sia nello stilare i criteri che presiedono le gare, sia nel non fissare un decalogo che introduca e fissi dei parametri che siano più determinanti del solo prezzo, almeno sotto il profilo del risultato di medio periodo.

Senza alimentare la migrazione del cane randagio, che come i carri armati ai tempi della guerra, appaiono e scompaiono secondo convenienza. 

Provo a dare una schematizzazione di questo pensiero:

  • il costo di gestione di un cane deve essere quantificato all’interno di una forchetta che non deve avere troppe variazioni. I costi (mantenimento, custodia, cure, gestione del benessere) non possono essere appaltati con la logica del massimo ribasso, che troppo spesso corrisponde al minimo benessere;
  • la riduzione dei costi complessivi passa dalla capacità di far scendere il tempo medio di permanenza dei cani nei canili, tramite un’efficace attività di adozione senza ricorrere a incentivi economici per gli adottanti che siano diversi da voucher per la cura degli animali;
  • il trasferimento dei cani fra strutture che siano molto distanti dai Comuni che appaltano il servizio agevola le possibilità di truffa ai danni delle amministrazioni e se questo avviene in regioni diverse, ma con un tasso di randagismo altrettanto elevato, rappresenta un’attività scellerata: la capacità di assorbimento del territorio di destinazione sarà uguale/inferiore a quella di origine e quindi questo comporterà, con buona probabilità per i cani, di passare dallo status di ospiti temporanei a quello detenuti in via definitiva;
  • la distanza dai luoghi di origine inoltre allontana dal territorio il problema costituendo così un fattore negativo anche sotto il profilo psicologico, alterando nel cittadino la percezione del fatto che il randagismo sia un problema della comunità i cui costi vengono spalmati sull’intera collettività. Il Comune, infatti, non ha più un canile sul territorio e se lo ha questo ospita solo pochi animali, avendo (de)portato gli altri altrove;
  • il Comune ha difficoltà di controllo sulle modalità di gestione, adozione e reale permanenza dei cani e le visite iniziali, fatte generalmente per tranquillizzare quanti hanno protestato contro queste iniziative, non costituiranno verifiche continuative ma, al massimo, azioni spot scarsamente utili;
  • il punteggio più alto al progetto dovrebbe essere dato valutando criteri legati alla capacità di usare un adeguato e procedurizzato programma di match fra adottanti e cani che rappresenta il miglior modo per evitare adozioni sbagliate, con conseguente ritorno degli animali in struttura o detenzioni in condizioni inadeguate quando non di maltrattamento.
  • Le strutture devono essere accoglienti al fine incentivare le visite, gestite da operatori capaci di esercitare attività di marketing in grado di stimolare le adozioni, anche attraverso una buona gestione dei canali social media;

I canili non devono essere luoghi di detenzione, solo posti di passaggio in cui dare alla maggioranza degli ospiti la possibilità di trovare una nuova casa, di non gravare sulle strutture pubbliche. Ma perché questo avvenga, come al Monopoli, si riparte dal via: sterilizzare, educare, disincentivare il commercio, educare a un possesso responsabile.

Basterebbe capire che la migrazione del randagio non ferma il randagismo che, come tutti i problemi, per essere risolto va affrontato non va delocalizzato, non va fatto dimenticare.

 

 

 

I cani della Sicilia finiscono in Campania

Parlo di randagismo con Angelo Vaira e Rosita Celentano durante la trasmissione "Chiedimi se sono felice" del 26 febbraio 2017

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