La protezione dei lupi vacilla in Europa, il tempo della caccia si avvicina

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La protezione dei lupi vacilla in Europa, il tempo della caccia si avvicina proprio come quello delle elezioni europee. Nonostante un recente sondaggio abbia dimostrato che le comunità rurali sono più favorevoli ai predatori di quanto si potesse pensare, la politica non cambia direzione. Ora il nuovo obiettivo è quello di ottenere un cambio di status per l’intera specie, che dovrebbe passare da “rigorosamente protetta” a soltanto “protetta”. Rendendo più semplice la possibilità di consentire gli abbattimenti, per un contenimento numerico della popolazione.

La pressione sulla Commissione Europea arriva, come sempre, dalle due componenti che vedono nel lupo un antagonista: allevatori e cacciatori. Due categorie che non vogliono ascoltare ragioni, per motivi talvolta sovrapponibili ma spesso profondamente diversi. Gli allevatori vogliono continuare a lasciare incustoditi e senza protezione gli animali al pascolo, per una ragione economica. La custodia degli animali rappresenta un costo e una limitazione, che la categoria pur se abbondantemente foraggiata da sovvenzioni pubbliche, non vuole sopportare.

I cacciatori vivono invece un doppio problema: la dimunizione degli ungulati causati dai lupi, meravigliosi selettori, che incrina la leggenda che il miglior gestore della fauna sia il cacciatore. Mentre nella realtà il miglior modo di gestire le popolazioni faunistiche è quello di rispettare gli equilibri naturali, consentendo le dinamiche di popolazione dei predatori basate sul numero delle prede presenti. Al diminuire delle risorse alimentari diminuiscono i predatori, mentre per contro diminuendo i predatori non calanoi le predazioni sugli animali d’allevamento.

La protezione dei lupi vacilla in Europa, grazie alle pressioni politiche fatte da allevatori e cacciatori

Un terzo fattore di rischio per i predatori è legato a quanti sostengono che aprendo la caccia diminuirebbe il bracconaggio e quindi le perdite si riequilibrerebbero. Un assioma indimostrabile e difficile da poter condividere, tante sono le variabili e le motivazioni che creano il fenomeno del bracconaggio, che non possono in gran parte variare consentendo la caccia ai lupi. Non si può infatti confondere i problemi creati dalla consistenza delle popolazioni con quelle di coesistenza e vicinanza. I lupi potrebbero essere ridotti alla metà di quelli attuali, senza che questo diminuisca i conflitti. Dimostrando che il vero punto nodale della questione non è quanti sono ma cosa fanno, che danni causano.

L’allevatore che ha un branco dietro casa e non vuole usare strumenti, persone e cani per proteggere i suoi animali avrà sempre delle perdite. Fossero anche gli ultimi lupi dell’intera regione. Così come, in quell’area, sarà minore la densità di ungulati a causa della predazione dei lupi. A questo va aggiunto che gli abbattimenti praticati dai cacciatori sono molto meno intelligenti e selettivi di quelli operati dai lupi. Lo dimostrano tutte le operazioni di contenimento dei cinghiali: fallimentari quelle dei cacciatori, chirurgiche e utili quelle operate dai lupi sugli ungulati.

Questo ragionamento porta a concludere che gli abbattimenti sono il contentino dato per fini elettorali alla componente più ignorante, nel pieno significato dell’aggettivo, del mondo agricolo e venatorio. Quella componente che ancora oggi riitiene che il mondo sia suo e che i predatori siano presenze inutili e pericolose. Proprio quel sostanzioso raggruppamento nel quale, con buona approssimazione, si nascondono i bracconieri, convinti di potersi fare “giustizia da soli”.

La formazione sulla necessità di convivere è parte fondamentale, sempre troppo trascurata da chi governa

Come avviene nel rapporto con i bambini è sempre più facile dire di si, piuttosto che doversi impegnare in complesse spiegazioni sulle motivazioni che portano a un rifiuto. Acconsentire a ogni richiesta è un’azione veloce come una fucilata, dagli esiti incerti sul medio lungo periodo, ma poco impegnativa nel breve. Questo è il motivo per cui la politica si impegna più a seguire la pancia che a modificare la cultura, dando segnali diseducativi che portano a credere che chi più urla, più ottiene. Così azioni opportune come quella di negare gli indennizzi a chi non usa mezzi per proteggere gli animali non vengono attivate. Per non creare disturbo alle categorie che sostengono certa politica.

Sarebbe tempo di interrogarsi quanto queste modalità di gestione ci stiano trascinando verso il baratro, anche cercando di mantenere l’informazione costantemente imbrigliata. Un fattore che diventa cruciale quando riguarda temi fondamentali come la tutela ambientale, che non è fatta solo dalla riduzione dell’uso delle energie fossili o dal contrasto alle polveri sottili. L’ambiente deve essere presentato e considerato secondo una visione olistica nella quale, per ottenere dei risultati, per arrivare a una tutela efficace, occorre difendere gli equlibri. Smettiamola di credere alle fantasie dell’ecomarketing: non serve piantare centomila alberi, serve ricostruire l’ambiente in cui ben vivrebbero centomila o un milione di alberi. Bisogna difendere le foreste, intese come ambienti, non certo creare soltanto parchi urbani che al più rappresentano una pezza su una coperta lacera e logora.

Il punto è, ancora una volta, la costatazione di quanto alimentare le paure e assecondare la piazza paghi subito e costi poco. Cercare davvero di cambiare le cose sarebbe comportamento impegnativo, che richiederebbe statisti che credono nel’importanza del bene comune. Un obiettivo decisamente troppo difficile da perseguire, la cui mancata attuazione ha già prodotto danni incalcolabili e che ancora ne causerà nel breve e nel medio periodo. Una realtà destinata a cambiare solo quando ogni cittadino si renderà conto della necessità di partecipare alla costruzione di una società migliore e diversa.

Chi ha paura del lupo cattivo? Nessuno, dicono i sondaggi!

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Chi ha paura del lupo cattivo? Nessuno, dicono i sondaggi realizzati su un campione significativo di persone che vivono in Europa nelle zone rurali. Smentendo la leggenda che narra di cittadini terrorizzati dalla presenza dei grandi carnivori vicino ai luoghi dove risiedono. Confermando ancora una volta quanto le persone siano più attente e consapevoli di quanto certa stampa e certi ambienti raccontino. Influenzando in questo modo la politica, spingendo per l’adozione di provvedimenti ingiustificati.

Il sondaggio è stato commissionato a Savanta dall’organizzazione Eurogroup for Animals, che si occupa, fra le altre cose, di fare attività di lobby presso l’Europarlamento. Gli intervistati appartengono a un campione di 10.000 persone residenti nelle zone rurali di Germania, Francia, Spagna, Olanda, Italia, Belgio, Polonia, Danimarca, Svezia e Romania. I risultati del sondaggio sono stati esattamente l’opposto di quanto viene raccontato fin troppo spesso dai media, dove si parla spesso di persone esasperate dalla presenza dei grandi carnivori. Il sondaggio ha fornito, anche, risultati molto interessanti per quanto riguarda l’aspetto informativo messo in atto verso i cittadini.

Il sondaggio, correttamente, ha escluso quanti abitano nei centri urbani, dove la possibilità di avere incontri con i grandi carnivori è sicuramente più ridotta. Eliminando così alla radice le possibili sporcature dei dati derivanti dalle opinioni dei cittadini. I cittadini sono persone che, secondo la narrazione comune, difendono la presenza di lupi e orsi perché non ne patiscono le conseguenze. Ma ora appare evidente che non siano i soli a avere a cuore la biodiversità.

La paura del lupo cattivo è un’invenzione dei media, come emerge dal sondaggio

I cittadini europei intervistati si sono dimostrati molto più preoccupati dalla presenza dei cacciatori che da quella dei grandi carnivori. Ben il 76% degli italiani intervistati si è dichiarato favorevole al mantenimento della massima protezione dei grandi carnivori, rappresentando il dato percentualmente più alto fra i vari paesi europei. Una presa di coscienza, ma anche di posizione, netta e senza equivoci che dimostra come, nonostante gli allarmismi, l’opinione pubblica sia più avanti della politica.

Ben il 76% degli italiani che vivono nelle aree rurali, dalle valli trentine all’Appennino, dalla Maremma alla Lessinia, afferma quindi che è necessario mantenere il rigoroso status di tutela di lupi e orsi oggi assicurato dalle norme europee, giungendo a un fragoroso 80% che ritiene fermamente che i grandi carnivori abbiano tutto il diritto di esistere nel nostro Paese, in piena contrapposizione con le recenti dichiarazioni del Ministro Lollobrigida, secondo cui sarebbe necessario ridimensionare lo status di tutela dei grandi carnivori, dichiarazioni che hanno peraltro lasciato indifferenti la stragrande maggioranza dei Paesi membri dell’UE, evidentemente più consapevoli dei desideri dei propri cittadini.

Fonte: sito LAV

Dal sondaggio emerge un altro dato molto interessante, che riguarda l’informazione dei cittadini sul comportamento da tenere quando si incontrano grandi carnivori. Ben il 74% degli italiani dichiara di non sapere come comportarsi in caso d’incontro con questi animali. Una conferma di come molti incidenti avrebbero potuto essere evitati se solo ci fosse stata una corretta informazione dei cittadini. Una responsabilità degli enti pubblici preposti che da anni viene segnalata, ma che inspiegabilmente non viene raccolta dalle amministrazioni competenti.

Non sono troppi lupi e orsi ma sono i decisori politici trattano questioni che non conoscono, per guadagnare consenso elettorale

La classe politica ha una grande responsabilità nell’azione di disinformazione costante messa in atto non per tutelare i cittadini, ma per proteggere gli interessi di alcune corporazioni. Cacciatori e mondo agricolo sono le due componenti maggioritarie nel sostegno alle politiche governative, che vorrebbero ridurre il numero dei grandi carnivori. Mentre oramai è dimostrato che i danni provocati da lupi e orsi sugli animali d’allevamento sarebbero decisamente trascurabile se venissero adottati idonei strumenti di prevenzione degli attacchi.

Altro dato interessante è che fra gli agricoltori e cacciatori che hanno partecipato al sondaggio solo una piccola parte si senta rappresentata e difesa dalle proprie organizzazioni. Confermando ancora una volta la sensazione di uno scollamento fra i cittadini portatori di interessi, come cacciatori e allevatori, e le organizzazioni settoriali che li rappresentano. Evidentemente i cittadini intervistati non si sentono adeguamente rappresentati dalle organizzazioni di categoria (assimilabili a realtà come Coldiretti o Federcaccia) e questo dato emerge con chiarezza.

Per i partecipanti al sondaggio, i gruppi di interesse sono stati definiti come “un gruppo di persone che cerca di influenzare la politica pubblica e la legislazione su una particolare questione, interesse o preoccupazione”. Quando si cerca di valutare il giudizio delle comunità rurali sulle attività dei gruppi di interesse per la caccia e l’agricoltura, i risultati del sondaggio rivelano che le comunità rurali in generale non si sentono rappresentate da tali gruppi di interesse. Solo il 18% degli intervistati si sente adeguatamente rappresentato dai gruppi di interesse agricoli, mentre la percentuale scende al 12% per i gruppi di interesse venatori. È interessante notare che solo un agricoltore su tre (33%) si sente ben rappresentato dai gruppi di interesse agricoli. Meno della metà (46%) dei cacciatori si sente ben rappresentata dai gruppi di interesse sulla caccia.

Dal report Savanta sul sondaggio

L’informazione ha un ruolo fondamentale per promuovere la coesistenza, smontando leggende e pregiudizi

Appare evidente, leggendo i dati che scaturiscono dal sondaggio, che i cittadini abbiano una visione complessivamente differente e una percezione del pericolo molto diversa da quanto raccontano i media. Come dimostra il dato, che si attesta intorno al 50%, di quanti non si sentano tranquilli a andare in giro durante la stagione della caccia. Mostrando un tasso di preoccupazione molto più alto verso i cacciatori che non verso i grandi carnivori. Che suscitano preoccupazioni solo nel 34% degli intervistati, un dato che va letto anche in base alla lamentata carenza di informazioni e agli allarmismi lanciati dai media.

Il sondaggio, che merita di essere letto per intero, fornisce un quadro dove emerge con chiarezza il riconoscimento dell’importanza dei predatori e la carenza informativa. Aumentando la qualità dell’informazione si potrebbe arrivare alla chiusura del cerchio, creando le condizioni per la pacifica coesistenza fra umani e predatori. Per questo è importante che salga l’attenzione sull’importanza di valutare notizie prima di condividerle, per evitare di fare il gioco di quanti vorrebbero aprire la caccia contro i grandi carnivori.


Orsi in Trentino: serve ragionamento, non basta il cuore per cambiare le cose

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Orsi in Trentino: serve ragionamento, non basta il cuore per cambiare le cose e farsi contare nelle piazze è sempre un errore strategico, se non si è in grado di riempirle. La polarizzazione delle scontro è diventata più funzionale alla strategia elettorale e governativa di Fugatti, che non alla tutela reale degli orsi. Usando schemi di comunicazione diversi nei contenuti, ma troppo simili nell’esporre le ragioni degli schieramenti, si cerca di infiammare le piazze, spesso con risultati molto deludenti. Per questo occorre saper coniugare cuore e cervello, seguendo una linea etica basata su una realtà meno emotiva e più tecnica.

Non basta gridare “orsi liberi” perché questo slogan non è aderente alla realtà. Un fatto che potrà non piacere ma che rappresenta una certezza per quanti si occupano di orsi, compresi i tecnici che sono stati da sempre contrari a questa politica delle catture. Gli orsi catturati e tenuti in cattività per un tempo medio/lungo non potranno essere mai rilasciati sul territorio libero. Per questo il punto dovrebbe essere quello di impedire che altri animali facciano la stessa fine, considerando gli errori commessi e evitando di ripeterli. Raffinando i ragionamenti e le argomentazioni: la semplificazione dei concetti aiuta i politici a governare, non le buone idee a camminare sulle proprie gambe.

Quanti stanno dalla parte degli orsi hanno necessità di essere credibili, di riuscire a attrarre e convincere grazie a solidi argomenti e non certo a sentimenti spesso debordanti. La comunicazione emotiva funziona poco oramai anche sui social e, per uscire dalle stanze dell’eco che riempiamo solo di chi già è schierato, occorrono altre modalità di comunicazione. Accompagnate da minor aggressività verbale, perché se l’insulto pare gratificare chi lo pronuncia è dequalificante per chi legge. Mancano argomenti e allora volano insulti, qyuesta è la conclusione di molti lettori.

Orsi in Trentino, serve ragionamento per raccontare alla pubblica opinione cosa non è stato fatto da chi si lamenta

Per spiegare il fallimento della politica del Trentino nella gestione degli orsi, reintrodotti per scelta politica e questo non va dimenticato, occorre mettere in fila gli errori. In modo da illustrare le ragioni che hanno portato alla situazione attuale.

Gli errori della politica, dall’inizio del progetto a oggi:

  • Mancata informazione e formazione: i trentini non hanno ricevuto le corrette informazioni per consentire alle persone di condividere il territorio con gli orsi;
  • Diffusione di informazioni prive di contenuto scientifico: gli orsi non sono troppi perché la loro diffusione è legata alle risorse del territorio e non possono essere “politicamente” in sovrannumero;
  • Mancata messa in sicurezza dei rifiuti: non aver ancora adottato i cassonetti dei rifiuti alimentari a prova d’orso abitua i plantigradi a cercare cibo dove non dovrebbero. Questa abituazione è causa di una colpa grave delle amministrazioni pubbliche;
  • Omessa chiusura temporanea di alcuni sentieri durante la primavera, come avviene in Abruzzo, per evitare possibili incidenti e proteggere uomini e animali;
  • Mancato rispetto del divieto di foraggiamento e uso di esche olfattive: occorre controllare che non sia sparso cibo in zone vicine all’abitato e far rispettare anche ai fotografi e alle agenzie escursionistiche, il divieto di utilizzare esche olfative per attirare i plantigradi;
  • Mancato rispetto della buona pratica di tenere i cani al gunzaglio durante le escursioni e diffondere l’uso del campanellino sullo zaino per chi fa escursioni in solitaria, sanzionando chi non rispetta i divieti già vigenti;
  • Utilizzo di strategie di comunicazione basate sulla paura, per convincere la popolazione di essere in pericolo a causa dei predatori e assenza di comunicazione comparativa, per relativizzare la paura verso i grandi carnivori.

La convivenza con gli animali selvatici è una necessità per l’uomo

Occorre, inoltre, fare comunicazione positiva nei confronti delle persone, evitando di criminalizzare tutti gli abitanti del Trentino. Ci sono persone che vogliono vivere in una provincia attenta alla conservazione dell’ambiente e alla convivenza con gli animali. Accusare tutti i trentini di essere dei mostri non agevola certamente il rapporto, che spesso viene visto come il comportamento ostile di un cittadino, mai entrato in un bosco. Per essere credibili, da qui nasce l’attenzione e la propensione all’ascolto, occorre esporre idee che siano più articolate e complesse degli slogan.

Per questo parlare per slogan non solo è inutile, ma risulta controproducente. Tutti noi siamo portati a sentire con attenzione solo le opinioni esposte da persone che le argomentano, senza semplificare tutto e senza ridurre il rapporto uomo/orso a un cartoon. La convivenza impone delle regole e delle limitazioni, che in fondo non sono molto diverse nemmeno nei rapporti umani. La nostra vita è scandita da regole e divieti, nati per agevolare la convivenza. Dai semafori alle isole pedonali, dai limiti di velocità alla raccolta differenziata per evitare conflitti le società impongono regole. Anche per la convivenza con gli animali selvatici servono ragionamenti e regole.

L’incidente occorso a Andrea Papi è stato terribile per tutti, un episodio che avremmo voluto che non accadesse mai. Ma partire da un incidente per chiedere l’abbattimento degli orsi è un errore frutto di una valutazione grossolana. Che può essere comprensibile per i suoi famigliari, che risulta poco realistica, se valutiamo quali siano le cause di morte per incidente anche solo in Trentino. Se passasse questo ragionamento bisognerebbe chiudere strade e autostrade, vietando piste da sci e escursioni in montagna.

La montagna uccide eppure questa sfida è considerata accettabile

Ogni giorno ognuno corre un pericolo, che si materializza solo quando il danno avviene. Ma che non cambia le nostre vite, considerando che nel solo 2022 ci sono state ben 504 vittime solo in montagna (dati del Corpo nazionale Soccorso Alpino e Speleologico). Siamo così sicuri che tutto il problema dei residenti in qualsiasi lembo del paese siano davvero gli animali selvatici? Quali sono le ragioni che portano a minimizzare i danni e le morti causate dall’Ilva di Taranto, solo per fare un esempio, ma a enfatizzare il rischio orsi?

Eppure i trentini dovrebbero temere più la strage compiuta ogni anno dai pesticidi, con nove milioni di morti premature ogni anno nel mondo, che non gli orsi. Per questo è importante fare divulgazione e informazione.

Gli effetti dei pesticidi sulla salute umana. Nove milioni di morti premature ogni anno, circa 385 milioni di casi di avvelenamento acuto non intenzionale da pesticidi in tutto il mondo e circa 11.000 decessi. Questi i numeri di una pandemia nascosta generata per la massimizzazione dei profitti dell’industria dell’agricoltura intensiva. Lavoratori agricoli, donne in gravidanza e bambini sono i soggetti più a rischio di esposizione ai pesticidi sia in maniera acuta, sia cronica con effetti a breve e a lungo termine. I bambini sono particolarmente vulnerabili all’esposizione ai pesticidi a causa della loro fisiologia, del comportamento e dell’esposizione prenatale. Sui feti e neonati la tossicità dei pesticidi risulta amplificata rispetto agli adulti.

Tratto da Repubblica – La pandemia silenziosa dei pesticidi

Le azioni di bracconaggio sui lupi sono in crescita, come l’allarme che rimbalza ad arte sui media

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Le azioni di bracconaggio sui lupi sono in crescita come in parallelo i media, sapientemente imboccati, riescono a far crescere il sentimento di paura nei confronti del predatore. Una sorta di partitura ben orchestrata che deve portare, nelle intenzioni di chi la organizza, a un via libera verso l’abbattimento selettivo dei lupi, per dare un contentino agli allevatori. Lupi uccisi a colpi di fucile un po’ in tutta Italia, anche nei parchi come quello dello Stelvio o nel Parco Regionale del Matese, in Campania.

Un crescendo di uccisioni a colpi di fucile che una volta rimanevano nascoste, facendo prediligere ai bracconieri la tecnica delle tre “S”: spara, scava, sotterra. Mentre ora, sarà anche grazie alle dichiarazioni di alcuni ministri e al governo più filo-venatorio della Repubblica, gli episodi di bracconaggio si moltiplicano, con cadaveri lasciati volutamente in bella mostra. Come a rappresentare la possibilità per il bracconaggio contro i lupi di rialzare la testa. Messaggi inquietanti per chi si occupa di tutela ambientale e della difesa degli animali, ma forse anche messaggi chiari verso la politica perché adotti provvedimenti.

Quello che appare è un quadro a tinte fosche che vede un’esposizione preoccupante del bracconaggio, stimolato probabilmente anche dalle dichiarazioni “esuberanti” dei politici come il ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida. In un momento in cui l’idea del fare sembra prevalere rispetto all’idea di risolvere i problemi. Ben sapendo che l’abbattimento dei lupi non servirà a risolvere il problema delle predazioni degli animali lasciati incustoditi al pascolo. Il numero delle predazioni degli animali allevati non dipende dal numero dei lupi, ma dall’attrattività delle prede: se sono facili da uccidere sono cibo a basso dispendio energetico.

Azioni di bracconaggio sui lupi in crescita, senza che nemmeno il ministero dell’ambiente faccia sentire la sua voce

Le azioni di bracconaggio sono passate inosservate, anche quando un gruppo di cacciatori di cinghiali ha ucciso un lupo vicino alle case, davanti agli occhi di un bambino. Sui media solo poche righe, nessuna dichiarazione ufficiale delle autorità e nemmeno dei politici. Completamente assente anche il ministro dell’ambiente Gilberto Pichetto Fratin, che non risulta abbia mai detto parola contro il bracconaggio., tanto da far rimpiangere persino il suo predecessore Cingolani.

Per fortuna, almeno per il momento, esistono baluardi europei difficili da espugnare, anche per i fautori della caccia al lupo, come la Convenzione di Berna, Senza contare la legge sulla caccia che classifica il lupo come specie particolarmente protetta, che senza modifiche non consente deroghe al divieto di abbattimento. Visti i tempi non bisogna certo sentirsi rassicurati: a modificare la legge 157/92 basta un atto parlamentare. In questo momento, forse, la miglior barriera contro la caccia selvaggia al lupo sono i fondi del PNRR, che potrebbero esserci negati in caso di palesi violazioni.

Agricoltori e cacciatori rappresentano lo zoccolo duro del bacino di voti di questo esecutivo e a poco servono i dati scientifici che classificano i lupi come i più efficaci bioregolatori degli ungulati, come i cinghiali. Quello che vuole la piazza non è certo il dato scientifico. ma poter sparare sia ai lupi che ai cinghiali, cercando di tenere aperto il più possibile il luna park venatorio. Mentre i cittadini restano disorientati grazie a un’informazione approssimativa, orientata più dalle veline di Coldiretti e Federcaccia che da conoscenze scientifiche dei redattori.

Il lupo è il nemico numero uno degli allevatori, anche se i danni da predazione dei lupi vengono indennizzati

Le predazioni che i lupi fanno nei confronti degli animali al pascolo sono sempre indennizzate dalle Regioni. In modo insoddisfacente sentendo gli allevatori, che spesso scordano quanti incentivi riceva l’agricoltura e dimenticano come in ogni attività esista il rischio di impresa. Accettato quando si parla delle grandinate, considerate un fenomeno naturale imponderabile, ma non se a provocar danni è un altro fenomeno della natura: il lupo. Colpevole di aver da sempre cattiva fama e di volersi comportare proprio come la natura lo ha programmato: un superpredatore ai vertici della catena alimentare.

Gli allevatori sembrano accettare più di buon grado le predazioni fatte dai cani randagi, seppur non ricevano in questi casi alcun indennizzo, probabilmente riconoscendosi come corresponsabili del fenomeno randagismo. Lasciando cani interi liberi di vagare sul territorio, spesso senza alcun controllo e senza essere iscritti all’anagrafe, liberi di riprodursi grazie a comportamenti irresponsabili. Cani che alcune volte possono essere causa di disgrazie, la cui unica colpa però è ascrivibile all’uomo, come successo per l’uccisione in Calabria di Simona Cavallaro.

La speranza è che, prima o poi, qualcuno si accorga che anche con il nuovo corso della politica e sino a decisione contraria il lupo resta un animale particolarmente protetto. Che non può essere ucciso impunemente da qualche delinquente a colpi di fucile, avvelenato o deliberatamente investito con l’autovettura. Senza che nulla sia lasciato intentato per assicurare i responsabili alla giustizia.

Il concetto di troppi predatori è umano, non appartiene alle logiche della natura

concetto troppi predatori umano
Lupi nordici

Il concetto di troppi predatori è umano, come lo è quello che ci siano troppi animali dell’una o dell’altra specie. In particolare quando questo viene considerato in senso assoluto, senza raffronto con le alterazioni che noi uomini abbiamo creato. Ogni specie si riproduce e aumenta di numero a seconda delle risorse di cibo e territorio. Unica specie animale che fa eccezione è la nostra, che quasi mai tiene in considerazioni queste variabili, dimenticandosi del concetto di portanza ambientale.

Cani falchi tigri e trafficanti

La storia del lupo sul territorio del nostro paese è l’esempio di questa realtà: persecuzione, ma anche e soprattutto diminuzione di prede e territorio, lo avevano decimato. Lasciando che per decenni restasse presente solo in piccoli gruppi in alcuni territori centro meridionali del paese. L’abbandono delle campagne, l’aumento degli ungulati causato dai ripopolamenti dei cacciatori e un nuovo status giuridico, che lo ha fatto passare da animale nocivo a specie protetta, hanno poi cambiato le sorti di un’intera specie. Il lupo piano piano, è riuscito a riprendersi i suoi spazi, ricolonizzando i territori da dove era stato spazzato via. Senza bisogno di reintrodurre alcun esemplare: nemmeno uno, nonostante le leggende.

Possiamo sostenere che ci siano troppi lupi, ma anche orsi, nutrie o cinghiali? La risposta è no, il concetto di “troppo” non appartiene alle naturali dinamiche di popolazione, tanto più quando parliamo di predatori e non di prede. Queste ultime infatti, se l’uomo altera gli equilibri, possono arrivare ad avere numeri maggiori di quanto potrebbe essere auspicabile. Ma questo avviene, quasi sempre, in carenza di un numero adeguato di predatori e in presenza di un’abbondanza di risorse alimentari a basso dispendio energetico, come i rifiuti.

Il concetto di troppi predatori non si basa dati biologici, ma solo su valutazioni di comodo della nostra specie

I predatori, ad esempio, si riproducono in modo proporzionale alle risorse di cui possono disporre, Necessitano di risorse alimentari, che sono costituite dalle specie predate e che, solo occasionalmente, possono essere gli animali allevati dagli uomini, quando non correttamente custoditi. Le loro prede d’elezione restano gli animali selvatici e per questo spesso entrano in contrasto con i cacciatori che li vedono come pericolosi avversari.

I concetti, molto sintetizzati, sono semplici e di facile comprensione. La natura rappresenta un sistema in sostanziale equilibrio, dove siamo quasi sempre noi umani i fattori destabilizzanti. L’unica specie del pianeta che si riproduce senza tenere conto di spazi e di risorse alimentari. Grazie alle nostre capacità di produrre cibo, di essere adattabili anche grazie a un costante progresso alimentato dall’uso delle tecnologie. Ma questo purtroppo non basta per incrociare adattabilità con condivisione di territorio e risorse. Non lo vogliamo fare con gli uomini, siamo ancora meno disponibili a cedere spazio ad altre specie.

La grave pandemia che stiamo vivendo ha causato molti morti e sofferenze, ma non porterà a una sostanziale riduzione della popolazione umana. Secondo le stime arriveremo a essere 8 miliardi entro il 2025 e questo accadrà nella consapevolezza che il pianeta farà moltissima fatica a sopportare questo carico. In particolare se non cambieremo le nostre abitudini e gli stili di vita, facendo un passo indietro rispetto allo sfruttamento dissennato delle risorse ambientali. Una scelta obbligata per non aprire la strada a molte altre emergenze pandemiche. Energie fossili, allevamenti intensivi e consumo di suolo sono i tre pilastri dell’Antropocene, dai quali sembra che non vogliamo distaccarci. Nonostante molte parole, che non compensano gli scarsi fatti concreti.

Ci sono troppi uomini e poco rispetto per l’ambiente che ci ospita, mortificato da un economia che rapina e non tutela

Se l’uomo fosse davvero sapiente, come dice il nome scientifico della nostra specie, capirebbe l’importanza dell’equilibrio. Una condizione indispensabile che viene prima di ogni altra considerazione: senza equilibrio non ci può essere ricchezza, uguaglianza, convivenza. Al suo posto ci sarà sempre e solo sfruttamento quotidiano senza aver riguardo per il futuro, assicurando sempre il soddisfacimento dei bisogni di pochi e garantendo una vita di stenti per molti. Per questo è davvero molto sconfortante dover ascoltare ragionamenti di corto periodo e vedere affrontare i problemi senza visione di quello che potrebbe succedere a fine secolo.

Ci siamo abituati a non considerare troppo la sofferenza, né quella degli umani né quella degli animali. Siamo anestetizzati dalla ricerca del benessere e non riusciamo a guardare oltre. Nemmeno in tempi bui come questi, che avrebbero potuto costituire un ottimo spunto di riflessione sullo stile di vita di ognuno di noi. Non sembra essere stato così e dopo l’iniziale coesione, che aveva fatto ben sperare. Eppure questo è il tempo del cambiamento, una sorta di ultima chiamata alla responsabilità collettiva di cittadini e governanti.

In linea teorica se perseguissimo davvero la via del cambiamento una sterzata potrebbe essere impressa, alimentando qualche speranza. Ma la nostra società sembra incapace di apprezzare l’equilibrio, di accettare il principio di condivisione di territorio e ricchezze, rinchiusa nei recinti culturali che hanno creato le premesse di questa incredibile realtà. Dimenticando che se guerra ci deve essere non sarà quella ai lupi che cambierà le sorti del mondo, salvo che finalmente non si prenda a braccare i lupi di Wall Street, quelli che spesso si arricchiscono lasciando il mondo senza acqua, cibo, istruzione, diritti. Un mondo iniquo non potrà mai essere un bel posto dove vivere.

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