Il concetto di troppi predatori è umano, non appartiene alle logiche della natura

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Lupi nordici

Il concetto di troppi predatori è umano, come lo è quello che ci siano troppi animali dell’una o dell’altra specie. In particolare quando questo viene considerato in senso assoluto, senza raffronto con le alterazioni che noi uomini abbiamo creato. Ogni specie si riproduce e aumenta di numero a seconda delle risorse di cibo e territorio. Unica specie animale che fa eccezione è la nostra, che quasi mai tiene in considerazioni queste variabili, dimenticandosi del concetto di portanza ambientale.

Cani falchi tigri e trafficanti

La storia del lupo sul territorio del nostro paese è l’esempio di questa realtà: persecuzione, ma anche e soprattutto diminuzione di prede e territorio, lo avevano decimato. Lasciando che per decenni restasse presente solo in piccoli gruppi in alcuni territori centro meridionali del paese. L’abbandono delle campagne, l’aumento degli ungulati causato dai ripopolamenti dei cacciatori e un nuovo status giuridico, che lo ha fatto passare da animale nocivo a specie protetta, hanno poi cambiato le sorti di un’intera specie. Il lupo piano piano, è riuscito a riprendersi i suoi spazi, ricolonizzando i territori da dove era stato spazzato via. Senza bisogno di reintrodurre alcun esemplare: nemmeno uno, nonostante le leggende.

Possiamo sostenere che ci siano troppi lupi, ma anche orsi, nutrie o cinghiali? La risposta è no, il concetto di “troppo” non appartiene alle naturali dinamiche di popolazione, tanto più quando parliamo di predatori e non di prede. Queste ultime infatti, se l’uomo altera gli equilibri, possono arrivare ad avere numeri maggiori di quanto potrebbe essere auspicabile. Ma questo avviene, quasi sempre, in carenza di un numero adeguato di predatori e in presenza di un’abbondanza di risorse alimentari a basso dispendio energetico, come i rifiuti.

Il concetto di troppi predatori non si basa dati biologici, ma solo su valutazioni di comodo della nostra specie

I predatori, ad esempio, si riproducono in modo proporzionale alle risorse di cui possono disporre, Necessitano di risorse alimentari, che sono costituite dalle specie predate e che, solo occasionalmente, possono essere gli animali allevati dagli uomini, quando non correttamente custoditi. Le loro prede d’elezione restano gli animali selvatici e per questo spesso entrano in contrasto con i cacciatori che li vedono come pericolosi avversari.

I concetti, molto sintetizzati, sono semplici e di facile comprensione. La natura rappresenta un sistema in sostanziale equilibrio, dove siamo quasi sempre noi umani i fattori destabilizzanti. L’unica specie del pianeta che si riproduce senza tenere conto di spazi e di risorse alimentari. Grazie alle nostre capacità di produrre cibo, di essere adattabili anche grazie a un costante progresso alimentato dall’uso delle tecnologie. Ma questo purtroppo non basta per incrociare adattabilità con condivisione di territorio e risorse. Non lo vogliamo fare con gli uomini, siamo ancora meno disponibili a cedere spazio ad altre specie.

La grave pandemia che stiamo vivendo ha causato molti morti e sofferenze, ma non porterà a una sostanziale riduzione della popolazione umana. Secondo le stime arriveremo a essere 8 miliardi entro il 2025 e questo accadrà nella consapevolezza che il pianeta farà moltissima fatica a sopportare questo carico. In particolare se non cambieremo le nostre abitudini e gli stili di vita, facendo un passo indietro rispetto allo sfruttamento dissennato delle risorse ambientali. Una scelta obbligata per non aprire la strada a molte altre emergenze pandemiche. Energie fossili, allevamenti intensivi e consumo di suolo sono i tre pilastri dell’Antropocene, dai quali sembra che non vogliamo distaccarci. Nonostante molte parole, che non compensano gli scarsi fatti concreti.

Ci sono troppi uomini e poco rispetto per l’ambiente che ci ospita, mortificato da un economia che rapina e non tutela

Se l’uomo fosse davvero sapiente, come dice il nome scientifico della nostra specie, capirebbe l’importanza dell’equilibrio. Una condizione indispensabile che viene prima di ogni altra considerazione: senza equilibrio non ci può essere ricchezza, uguaglianza, convivenza. Al suo posto ci sarà sempre e solo sfruttamento quotidiano senza aver riguardo per il futuro, assicurando sempre il soddisfacimento dei bisogni di pochi e garantendo una vita di stenti per molti. Per questo è davvero molto sconfortante dover ascoltare ragionamenti di corto periodo e vedere affrontare i problemi senza visione di quello che potrebbe succedere a fine secolo.

Ci siamo abituati a non considerare troppo la sofferenza, né quella degli umani né quella degli animali. Siamo anestetizzati dalla ricerca del benessere e non riusciamo a guardare oltre. Nemmeno in tempi bui come questi, che avrebbero potuto costituire un ottimo spunto di riflessione sullo stile di vita di ognuno di noi. Non sembra essere stato così e dopo l’iniziale coesione, che aveva fatto ben sperare. Eppure questo è il tempo del cambiamento, una sorta di ultima chiamata alla responsabilità collettiva di cittadini e governanti.

In linea teorica se perseguissimo davvero la via del cambiamento una sterzata potrebbe essere impressa, alimentando qualche speranza. Ma la nostra società sembra incapace di apprezzare l’equilibrio, di accettare il principio di condivisione di territorio e ricchezze, rinchiusa nei recinti culturali che hanno creato le premesse di questa incredibile realtà. Dimenticando che se guerra ci deve essere non sarà quella ai lupi che cambierà le sorti del mondo, salvo che finalmente non si prenda a braccare i lupi di Wall Street, quelli che spesso si arricchiscono lasciando il mondo senza acqua, cibo, istruzione, diritti. Un mondo iniquo non potrà mai essere un bel posto dove vivere.

Lupi e pastori possono convivere, imparando a difendersi dalle predazioni

Lupi e pastori possono convivere

Lupi e pastori possono convivere, se si capisce che la presenza dei predatori rende necessaria la protezione degli animali al pascolo. Per evitare che le predazioni possano innescare un conflitto permanente che diventa la causa di episodi di bracconaggio. Facendo si che i lupi scelgano come prede gli animali selvatici, contribuendo al mantenimento dell’equilibrio naturale.

Da troppo tempo i pastori hanno perso l’abitudine di dover vigilare gli animali al pascolo, essendoci stati lunghissimi periodi in cui lupi e anche orsi erano praticamente scomparsi dall’arco alpino. Ora con il loro ritorno gli animali al pascolo possono diventare un’alternativa alla caccia degli ungulati. Specie se i branchi non sono equilibrati a causa della prematura morte di qualche soggetto. Per questo è necessario che i pastori adottino le necessarie contromisure per difendere e proteggere i loro animali.

Ora grazie a Eurac Research, al Museo di Scienze Naturali dell’Alto Adige e all’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica verranno promossi dei percorsi informativi per illustrare ai pastori come convivere. Nel rispetto delle reciproche esigenze. Promuovendo corsi di formazione per i pastori di Alto Adige, Baviera e Austria nell’ambito del progetto LIFEStock Protect.

Lupi e pastori possono convivere in montagna, proteggendo gli animali domestici e migliorando la convivenza

Nei prossimi cinque anni gli allevatori di Alto Adige, Baviera e Austria riceveranno una formazione mirata alla protezione delle mandrie. Verranno istituiti dei “Centri di competenza per la protezione delle mandrie”, cinque dei quali in Alto Adige. “I primi corsi di formazione sulla protezione degli animali e sulla costruzione dei recinti si terranno la prossima primavera”. Secondo quanto illustrato da Julia Stauder di Eurac Research, che coordina il progetto sul territorio italiano.

In montagna le protezioni devono essere intelligenti e flessibili. Pensate e diversificate in base alla pendenza dei terreni e ad altre caratteristiche. Come ad esempio il dover consentire l’accesso ai pascoli ai turisti che praticano escursionismo. Consentendogli di fruire in sicurezza dei sentieri, in modo da non creare impedimenti al turismo, che rappresenta una risorsa importante.

Non bisogna dimenticare che oltre ai recinti elettrificati una delle protezioni indispensabile è rappresentata dai cani. Che devono rappresentare una tutela per gli animali al pascolo, senza diventare un pericolo per i turisti. Che devono avere sempre un atteggiamento attento e rispettoso nei loro confronti.

L’orso M49 deve scappare dalla strana coppia

orso M49 deve scappare

In questo momento in Trentino e limitrofi si cerca un pericoloso latitante che rappresenta un pericolo per l’incolumità pubblica. Per questo l’orso M49 deve scappare, inseguito da un manipolo di forestali che lo braccano. Su disposizioni di Maurizio Fugatti, il signore che si vede nella foto insieme al ministro dell’interno Matteo Salvini. Entrambi giurano di essere al servizio di tutti, anche se è evidente che un orso, per giunta sloveno, non è una figura che si possa includere nel gruppo.

Le motivazioni sono da ricercare in alcuni comportamenti da orso, tipici di un plantigrado, che M49 ha messo in atto, forse con più pervicacia di altri orsi. Ma si tratta pur sempre di comportamenti tipici della specie che non sono alterazioni indicative di una reale pericolosità. L’orso non predilige la vacca della malga, semplicemente sceglie una fonte di proteine più semplice da raggiungere. Del resto nessun animale scarta una facile preda per iniziare una competizione con quella irraggiungibile.

Tutti i predatori attaccano soggetti in difficoltà per una logica di sopravvivenza. Se fossero uomini diremmo che sono degli approfittatori di deboli e inermi, ma stiamo parlando di orsi. Che non hanno una morale, una fede, un credo ma si comportano secondo quanto l’evoluzione gli ha trasmesso. Il cibo è la cosa più importante per raggiungere due scopi: sopravvivere e riprodursi. Un comportamento ovvio e naturale quindi.

L’orso M49 deve scappare non perché è pericoloso, ma in quanto orso

Appurato che M49 è appunto un orso con comportamenti ursini, in un territorio che è antropizzato oggi quanto qualche anno fa, ci si chiede quale sia il problema. Considerando peraltro che il numero dei suoi simili non è cresciuto in modo esponenziale, tale da creare chissà quali problematiche.

Eppure gli orsi sono l’unico caso di ripopolamento di grandi carnivori fatto in Italia, nell’ambito di un progetto europeo. Un LIFE che ha avuto inizio nel 2010. Con fondi erogati dalla Comunità Europea, con un progetto condiviso dalla comunità locale. Importando in Trentino orsi sloveni, quindi anche sotto il profilo politico, del tutto comunitari, cosa non secondaria visti i tempi.

Il progetto partiva dalla volontà di rimpolpare una popolazione di orsi ridotta al lumicino, anche sotto il profilo genetico, nonostante fosse vietato cacciarli da decenni. Al contrario del lupo infatti, che mai è stato oggetto di reintroduzione, il numero di orsi presenti nel massiccio Adamello Brenta non si è mai ripresa negli anni, dando segni di recupero. Da qui il primo progetto LIFE e il rilascio di esemplari catturati in Slovenia, fatto con i soldi comunitari.

Fugatti dice che i grandi carnivori sono incompatibili con l’agricoltura di montagna

Forse sono i politici il problema, quelli che devono sempre avere un nemico da combattere, per giustificare la propria esistenza, la focalizzazione dell’attenzione popolare, l’interesse politico del proprio bacino di voti. Sentite l’intervento fatto da Fugatti all’assemblea del Trentino e giudicate da soli.

Avrete sentito dire che il problema sono i grandi carnivori, che sono incompatibili con le mandrie o le greggi al pascolo. Mentre è il pascolo libero, non controllato, a essere un problema in un ambiente naturale sano, che sia composto da prede e predatori. La questione infatti è basata sulla necessità di riportare le cose al punto antecedente allo sterminio dei predatori.

Peraltro nel tempo presente esistono strumenti e tecnologia per prevenire gli attacchi, per evitare le predazioni. Basterebbe che la politica smettesse di essere così arrogante nella gestione ambientale, così calcolatrice nel tornaconto elettorale. Sarà per questo che si nota la mancanza di statisti, che programmano il futuro, e la sovrabbondanza di politicanti, quelli che fanno già fatica a parlare di domani.

Le imbarazzanti dichiarazioni di Fugatti, che raccontano del centro da cui M49 è scappato come di un’eccellenza europea per la gestione degli orsi e i ritardi nella diffusione di immagini e di versioni credibili, creano molte perplessità. Ma se la Lega è il partito dei cacciatori, così non dovrebbero essere i pentastellati, che però non vanno oltre le prese di posizione del ministro Sergio Costa, che ha ribattezzato M49 con il nome di Papillon. In memoria del celebre evaso.

Il lupo ostaggio della cattiva politica

lupo ostaggio della cattiva politica

Il lupo ostaggio della cattiva politica? Si e non è una domanda retorica, ma una certezza che ogni giorno che passa trova ulteriore conferma. Un cocktail di pochi selezionati ingredienti può portare la la politica a ottenere grandi risultati. Convincendo l’opinione pubblica di un pericolo non reale, per mettere in atto azioni gradite al mondo agricolo e venatorio. Per poi riuscire a raccogliere consensi da tutti.

Questo è il quadro che esce dalla lunga intervista fatta a Ulrich Wotschikowsky, pubblicata dall’Alto Adige in un lungo articolo che potete leggere qui. Un racconto che spiega in modo chiaro e efficace molti dei retroscena e dei luoghi comuni che popolano le leggende sui lupi. Fatto da una persona che conosce bene l’ambiente venatorio e che, in aggiunta, è un grande esperto dei predatori.

La sostanza, ma leggete l’intervista integrale perché si possono comprendere molte cose in dettaglio, è che intorno al lupo, come sappiamo, ruotano interessi politici. Fatti di consenso e di voti in una complessa alchimia che riesce a mescolare gente comune e cacciatori, politici e pastori ma anche finti esperti.

Wotschikowsky, a dispetto del cognome impronunciabile, lo espone in maniera molto chiara, sostenendo che la gestione dei lupi a colpi di fucile, come vorrebbe la politica è inutile. Occorre cambiare le strategie di protezione degli animali sui pascoli, usando i sistemi di un tempo, i cani da guardiania, oppure i mezzi più moderni come i recinti elettrici.

Il lupo sulle Alpi non è un pericolo per l’uomo, ma la politica è un pericolo per il lupo

Secondo l’esperto è il lupo ostaggio della politica e non la popolazione del Trentino o dell’Italia che sia, davvero, in pericolo per la sua presenza. E di lupi sull’arco alpino ne arriveranno anche dai confini Est del paese, infatti l’espansione dell’areale del lupo è strettamente legata alla presenza di prede. Che nel nostro paese non mancano certo, anche grazie a dissennati ripopolamenti venatori.

«So di assessori regionali e di esponenti di spicco del mondo politico altoatesino pronti a infiammare le platee parlando di risolvere il problema “legalmente o illegalmente” o di sedicenti esperti che evocano le tre “s”: sparare, scavare, seppellire.

Dall’intervista di Ulrich Wotschikowsky pubblicata sul quotidiano “Alto Adige”

Bisogna pensare che ora e in futuro non sarà più possibile lasciare animali incustoditi al pascolo, come si riscontra quasi sempre dove ci sono predazioni. I costi di queste protezioni, così come gli indennizzi, devono essere considerati come collettivi: la fauna è di tutta la comunità ed è giusto che i costi siano ripartiti su tutti i cittadini.

Il rispetto nei confronti dei predatori parte anche da una gestione veloce e corretta della liquidazione degli indennizzi a favore degli allevatori che hanno subito perdite. Occorre infatti sgomberare il campo da ogni possibile causa di contrasto. Imparando a veicolare giuste informazioni per evitare che il consenso alla cattiva politica arrivi dalle leggende messe in piedi dai cacciatori.

Con piani intelligenti di comunicazione e con un sistema che non penalizzi gli allevatori si sottrae ossigeno sia alla cattiva politica che al raccordo fra allevatori e cacciatori. Riportando la gestione faunistica in un contesto che non veda al centro gli interessi venatori, la competizione per le prede e l’idea che i cacciatori siano i migliori regolatori perché così non é, come dimostrano i fatti.

Catturiamo gli orsi trentini

catturiamo gli orsi trentini

Al grido di “catturiamo gli orsi trentini” il presidente della provincia di Trento Maurizio Fugatti, eletto in una coalizione di centro destra, ha lanciato un ultimatum al ministro Costa.

Secondo Fugatti in Trentino infatti ci sono dai 20 ai 30 orsi di troppo, che devono essere catturati e, conseguentemente, rinchiusi in strutture. Per questo ha chiesto l’autorizzazione al Ministero dell’Ambiente, dal quale però non ha ancora avuto risposta. E’ quanto emerge a margine della riunione del Consiglio provinciale che si è tenuto oggi a Stenico.

In caso il ministro Sergio Costa continui a non rispondere Fugatti ha dichiarato che “il Trentino si prenderà le sue responsabilità“. Che tradotto dal politichese significa che procederà a catture, o peggio ad abbattimenti, senza avere l’autorizzazione dal ministero.

Del resto che la politica trentina assecondi la componente più legata al mondo agricolo e venatorio del territorio non è cosa di adesso. Una parte dei trentini, da tempo, vorrebbe avere sul loro territorio solo orsi di peluche.

Gli orsi del Trentino devono lottare contro l’ignoranza

La motivazione di Fugatti è sempre la stessa, quella che ha portato gli allevatori diverse volte a mettere in atto proteste: gli orsi sul territorio sono troppi. Questa affermazione è però in contrasto con i dati scientifici che parlano di una crescita della popolazione molto limitata e poco consistente.

La soluzione di catturare gli orsi apre le porte a uno scenario che per i plantigradi potrebbe essere peggiore dell’essere abbattuti. La vita in cattività è una sofferenza per questi animali, che non possono essere detenuti in condizioni di accettabile benessere.

L’orso, quando non ha enormi spazi in cui vivere, tende a distruggere tutto e a scavare per trovare una via di fuga. Per questo in quasi tutti gli zoo del mondo questi animali sono confinati in fosse di cemento. Dove trascorrono la loro triste esistenza morendo di noia.

Ma i trentini hanno scelto di volere gli orsi tempo addietro, con una consultazione popolare. Grazie a questa scelta i plantigradi stati introdotti dalla Slovenia, con i fondi stanziati da un progetto LIFE europeo. La reintroduzione era stata voluta per aumentare il numero di orsi dopo che la loro consistenza era ridotta al lumicino.

Gli orsi non sono nemici da battere, ma una componente del territorio

Qualcuno continua invece ad alimentare la paura dei residenti, scarsamente formati e informati dall’amministrazione. Per questo si da corpo ai fantasmi, si parla di aggressioni, anche se a cominciare da quella attribuita a Daniza sono molti più i dubbi che le certezze.

Le aggressioni sono spesso state inventate oppure ingigantite, raccontando anche fatti non veri. Come il morso dato a uno scarpone dall’orsa Daniza, lasciando il segno un canino che aveva perso, in realtà, molto tempo prima. Una fake news costruita ad arte. Come non sono stati evidenziati a sufficienza gli errori, come quello di andar per boschi lasciando i cani liberi.

Bisogna dire che la maggior parte dei trentini non sono affatto turbati dagli orsi e non li vorrebbero né catturare né abbattere, ma si sa che fa meno rumore una foresta che cresce di un albero che cade. E il mondo agricolo e venatorio sa bene come amplificare il rumore e la paura.

Bisognerà a questo punto attendere la risposta del Ministro Sergio Costa, che già con il piano lupo ha dimostrato di non voler lisciare il pelo a quanti li vorrebbero abbattere. Vedremo cosa succederà con gli orsi e se il governo provinciale avrà davvero il coraggio di sfidare a viso aperto il governo centrale in caso ottengano solo un prevedibile diniego.