Lupi e orsi: chi soffia sul fuoco per risolvere un (suo) problema?

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Lupi e orsi: chi soffia sul fuoco per risolvere un (suo) problema? La risposta è composita ma non così difficile. Bisogna iniziare a dire che al contrario delle azioni virtuose, che richiedono impegno, quelle populiste si diffondono in fretta e hanno facile presa. Resta più facile assimilare lo slogan “orsi e lupi sono troppi” piuttosto che comprendere che il concetto di essere troppi è ascientifico, demagogico e, diciamolo, anche un po’ stupido! Al contrario degli uomini le popolazioni degli animali crescono o decrescono sulla base delle risorse del territorio.

Quindi, semmai, la giusta considerazione dovrebbe passare attraverso un’altra domanda, che potrebbe essere: “come mai i predatori sembrano essere così tanti?”. Pur partendo dal presupposto che in Italia non abbiamo una popolazione di predatori così esuberante, come dimostra la grande diffusione delle loro prede come cinghiali e altri ungulati. Ma si che l’interesse dei cittadini non è realmente quantitativo ma spesso soltanto di prossimità. Se lupi e orsi fossero dieci volte quelli che sono ma vivessero esclusivamente nel cuore dei boschi solo i cacciatori e gli allevatori di montagna avrebbero a che ridire. Se non fosse che spargiamo rifiuti e alimenti che li attraggono vicino ai centri abitati.

Alla stragrande maggioranza degli italiani questa vicenda appassiona e spaventa poco, anche se appassiona molto di più quelli che orsi e lupi li difendono. Talvolta chi difende i predatori è più approssimativo di Coldiretti e questo certo non giova al fronte che difende orsi e lupi. Così finisce che fra difese spesso solo emotive e prive di contenuto e accuse sostenute dall’ampio fronte agricolo-venatorio finisce sempre che pare aver ragione quest’ultimo. Che da anni strepita contro orsi e lupi ai quali vorrebbe poter sparare, vedendoli come insopportabili competitori nello sfruttamento del territorio.

Lupi e orsi, chi soffia sul fuoco e chi parla di gestione da migliorare e di coesistenza da accettare come inevitabile

La coesistenza con il mondo naturale è sempre stata difficile per l’uomo. Nei secoli della sua esistenza, dopo essere passato da lance e frecce a armi più efficaci l’uomo ha costantemente dimosrato di sapere fare veri disastri. In nome di un malinteso quanto improbabile “il pianeta è tutto mio” la nostra specie si è distinta per innumerevoli progressi garantiti per i sapiens a costo di enormi danni per gli altri animali. Questa attitudine distruttiva ha messo più e più volte a rischio gli equilibri ambientali e ha portato all’estinzione numerosi altri abitanti del pianeta. Un fatto difficile da contestare anche dal più brillante degli scienziati o dal più fantasioso dei comunicatori.

La categoria dei negazionisti, quelli che rifiutano di accettare che vi sia un problema di cambiamenti climatici o di alterazione degli equilibri ambientali, è sicuramente ben rappresentata nella società. Del resto il negare che ci sia un problema costituisce un ottimo metodo per giustificare il mantenimento dei nostri comportamenti. Se queste problematiche sono in realtà solo delle esagerazioni, ciò dimostra che il nostro modello di sviluppo non è poi così sbagliato. Un errore, certo, ma che ci permette di restare nella nostra zona di comfort.

I maggiori organismi mondiali, dall’ONU all IUCN per arrivare alle isituzioni europee, sostengono da tempo che dobbiamo provvedere a proteggere e a rinaturalizzare un terzo della superficie del pianeta. Quando parliamo di rinaturalizzare significa che dobbiamo ricreare gli equilibri perduti. E non ci può essere equilibrio se non attraverso un rapporto bilanciato fra prede e predatori. Senza predatori gli equilibri vanno in frantumi, si rompono a tutto vantaggio delle prede, che poi nuovamente rappresentano un pericolo per agricoltori e allevatori. Classico gatto che si morde la coda.

Lupi e orsi sono una componente necessaria dell’equilibrio, come lo saranno sciacalli e linci

Tolto quello zoccolo duro di ignoranti (nel senso che ignorano) e cocciuti che ancora credono che il lupo sia stato lanciato dagli ecologisti dagli elicotteri, oramai dovrebbe essere chiaro ai più che sono gli errori a generare i problemi. Questi “errori” hanno creato situazioni difficili da sanare, perché una volta fatta la frittata non si possono più recuperare le uova. Introdurre cinghiali di specie balcanica, più grandi e più prolifici, è stato un errore, come sono stati gravi errori quelli di introdurre nutrie, parrocchetti, scoiattoli grigi, tartarughe palustri della Florida, gamberi della Lousiana. Errori che si sono dimostrati irreparabili, nonostante tante chiacchiere sull’eradicazione degli animali alieni.

Da decenni si considerano i cinghiali dannosi e si organizzano operazioni di controllo affidate ai cacciatori. Il risultato è stato un incremento di questi suidi sul territorio, fatto che dimostra, senza possibilità di dubbio, che la gestione a fucilate sia fallimentare. Sono decenni che sterminiamo nutrie, spariamo ai cinghiali, uccidiamo corvidi e piccioni senza ottenere alcun risultato. Non piccoli progressi, non segni incoraggianti, non trend in decrescita ma proprio nessunissimo risultato se non un costante peggioramento delle cose.

Eppure ancora oggi Coldiretti racconta ai suoi sostenitori che si possa contenere il numero dei predatori a fucilate! Ancora oggi dobbiamo assistere a spettacoli indecorosi come quello dell’amministrazione trentina, che sembra non aver altro problema sul territorio escludendo quello degli orsi. Almeno sino a quando un’informazione disattenta, quando non colpevolmente addomesticata, non racconterà con voce più alta che si possono correre più rischi con l’esposizione ai pesticidi, tanto usati nella coltivazione delle mele, che non a causa degli orsi.

Gli abbattimenti sono presentati come la chiave di volta per risolvere il problema, ma questa è una bugia pericolosa

Sicuramente costa meno garantire il diritto di tirare qualche fucilata piuttosto che sedersi a ragionare, non tanto sul perché ma sul come coesistere. Oramai anche uno stupido in buona fede sa che non è ammazzando 20 lupi che diminuiranno gli attacchi agli animali allevati. Per un predatore un vitello o una pecora senza protezione, senza cani né recinti elettrici efficaci, rappresenta una risorsa come, per noi, un’offerta speciale in un supermercato. L’importanza dell’offerta è il risparmio energetico rispetto alla caccia di un selvatico, fattore che non ha una varianza basata sul numero dei predatori.

Quindi un’associazione di categoria corretta dovrebbe dire ai suoi associati che se non vogliono perdere animali devono smettere di considerare l’allevamento allo stato brado un hobby. Servono persone presenti, che vanno pagate, cani da guardiania e recinti. Spiegando anche che meno animali saranno in offerta libera per i grandi carnivori, più questi orienteranno le predazioni verso gli ungulati selvatici. In questo modo gli agricoltori avranno minori perdite, ma anche minori danni nei campi coltivati. E invece no, meglio conquistare la piazza gettando benzina sul fuoco, così che a sentirli gridare ricordano pericolose adunate del passato.

Una politica attenta, invece, dovrebbe seguire un po’ più la scienza e meno la piazza, promuovendo la cultura e non seguendo un populismo scellerato. Cominciando con il dire agli allevatori che se lasciano gli animali al pascolo senza vigilanza né recinti elettrici gli indennizzi se li possono sognare. Del resto nessuna assicurazione al mondo pagherebbe mai qualcuno che salga bendato sull’auto e si schianti alla prima curva, salvo che, come fa la politica, non faccia rimborsi con soldi che non sono suoi.

Tempo da lupi in Europa e tempi duri per i lupi europei

Tempo da lupi in Europa

Tempo da lupi in Europa e tempi duri, probabilmente durissimi, per i grandi carnivori del continente. Ancora non si sa nulla di quali saranno le possibili alleanze sullo schacchiere, ma quello che appare come una certezza è che le elezioni hanno premiato le destre. Quella parte politica che, da sempre, trova il suo grande bacino elettotrale fra cacciatori, allevatori e nella parte meno aperta al cambiamento degli agricoltori. Un dato, quello che esce dalle urne, che sposterà gli equilibri e che darà maggior forza alle forze politiche conservatrici.

Il primo partito come sempre, da troppo tempo, è quello dell’astensione, che rappresenta il 50% degli aventi diritto al voto. Un partito che non ha bisogno di fare campagna elettorale, anche perchè vince sempre a mani basse. Un partito che oramai ha occupato l’intero territorio (o quasi) della comunità europea, ferendo gravemente la democrazia ma senza bisogno di sparare un solo colpo. Questa coalizione silenziosa è stata alimentata con un prodotto che costa pochissimo, ma rende moltissimo: la sfiducia. Quella che provano i cittadini che decidono di non usare il loro diritto più importante perché sono convinti che tanto nulla cambi.

La metà della popolazione europea ritiene inutile esercitare il diritto di voto. Appare chiaro come questo sia il classico cane che si morde la coda: il mio voto nulla può cambiare, quindi non regalo alla politica il mio tempo, che però poi sarà proprio la politica a decidere come sarà speso. Un volano che alimenta l’allontanamento delle persone dalla democrazia, rallentando quando non impedendo il progresso, anche culturale, di un intero continente.

Tempo da lupi in Europa, atteso ma non per questo meno pericoloso per ambiente e società

In Italia sono mesi che stiamo assistendo alle grandi manovre per cercare di impastoiare il cambiamento, per rallentare il green deal e per non impensierire il mondo agricolo. Abbiamo visto usare strumenti legislativi, come i decreti legge, con grande disinvoltura durante la campagna elettorale, con preoccupante noncuranza dell’opinione pubblica. Se non fosse per gli allarmi poco ascoltati lanciati da molte, abitualmente persone definite “Cassandre ambientaliste”, categoria alla quale mi onoro di appartenere. Allarmi che non hanno però convinto quel 50% di aventi diritto che si è astenuto a imboccare la strada dei seggi.

Nel nostro paese la destra di governo, quella che vorrebbe una drastica riduzione dei predatori seguendo motivazioni risibili, ha decisamente vinto. Quindi se già in costanza di campagna elettorale calpestavano le regole si può immaginare cosa succederà ora. Nel momento in cui anche la Commissione Europea virerà probabilmente verso destra, strizzando l’occhiolino alle componenti sovraniste. Del resto, sui predatori, già prima delle elezioni l’attuale presidente della Commissione si era già espressa a favore di un declassamento dello status di protezione del lupo.

In Italia abbiamo assistito a una campagna elettorale durante la quale gli abbattimenti di orsi e lupi sono stati un focus importante. Uccisioni promosse spesso da rozzi candidati davvero poco preoccupanti, ma anche da cariche di peso del governo, come il ministro Lollobrigida.

“La Commissione UE decide di ascoltare le richieste dell’Italia sulla protezione del lupo, promossa anche da ordini del giorno approvati dal Parlamento Italiano. Cambiare lo status, facendolo passare da ‘strettamente protetto’ a ‘protetto’, come proposto oggi dal presidente Ursula von der Leyen, è auspicabile e doveroso per garantire la sopravvivenza di altre specie messe a rischio dalla eccessiva proliferazione di questo animale. In sede europea, la nostra Nazione è stata la prima a chiedere la revisione, sulla base di dati scientifici, della direttiva Habitat per una gestione sostenibile ed efficace della fauna selvatica, sulla base di dati scientifici e non fondata su pregiudizi ideologici. Il ruolo dell’uomo deve essere di bioregolatore aiutando le specie in difficoltà e limitando lo sviluppo eccessivo di altre”

Così il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida sulle pagine del MASAF

Il rischio è quello di rallentare la transizione verde a livello del continente europeo

Ora vedremo quale sarà il prezzo da pagare dopo queste elezioni, in termini ambientali e di contrasto ai cambiamenti climatici. Il timore oggi è che questo riassestamento dell’Europa porti a una variazione delle politiche green, che già si sono dimostrate inefficaci, in quanto tardive, per contrastare la crisi attuale. Essendo finito il tempo dei proclami elettorali ora si deve arrivare a quello delle azioni, che dimostreranno in che direzione vorrà andare l’Europa nei prossimi anni.

In queste elezioni i candidati green sono stati davvero molto poco presenti. Una colpa che credo vada ripartita fra tutti i player che giocano al tavolo della tutela ambientale e della difesa dei diritti degli animali. La sconfitta è confermata, anche, dalla mancata elezione dei pochi candidati credibili dell’area ambientalista/animalista. Unica consolazione la mancata elezione di personaggi riciclati e dubbi e il restare al palo del Partito Animalista. Resta la certezza che, ancora una volta certi temi non siano in grado di attrarre elettori e su questo bisognerebbe aprire delle profonde riflessioni.

Lo dimostra anche l’ottimo risultato di Alleanza Verdi Sinistra, che però a dispetto del nome ha schierato come candidati di bandiera due persone che poco c’entrano con ambiente e animali. Ilaria Salis e Mimmo Lucano hanno sicuramente raccolto moltissime preferenze ma, forse, non hanno attratto gli elettori della parte maggiormente attenta alle tematiche verdi. In futuro servirà avere maggior credibilità e autorevolezza, con la creazione di un movimento d’opinionea davvero capace di attrarre la parte migliore di quanti sono interessati alla tutela dei diritti degli animali e della difesa dell’ambiente.

La protezione dei lupi vacilla in Europa, il tempo della caccia si avvicina

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La protezione dei lupi vacilla in Europa, il tempo della caccia si avvicina proprio come quello delle elezioni europee. Nonostante un recente sondaggio abbia dimostrato che le comunità rurali sono più favorevoli ai predatori di quanto si potesse pensare, la politica non cambia direzione. Ora il nuovo obiettivo è quello di ottenere un cambio di status per l’intera specie, che dovrebbe passare da “rigorosamente protetta” a soltanto “protetta”. Rendendo più semplice la possibilità di consentire gli abbattimenti, per un contenimento numerico della popolazione.

La pressione sulla Commissione Europea arriva, come sempre, dalle due componenti che vedono nel lupo un antagonista: allevatori e cacciatori. Due categorie che non vogliono ascoltare ragioni, per motivi talvolta sovrapponibili ma spesso profondamente diversi. Gli allevatori vogliono continuare a lasciare incustoditi e senza protezione gli animali al pascolo, per una ragione economica. La custodia degli animali rappresenta un costo e una limitazione, che la categoria pur se abbondantemente foraggiata da sovvenzioni pubbliche, non vuole sopportare.

I cacciatori vivono invece un doppio problema: la dimunizione degli ungulati causati dai lupi, meravigliosi selettori, che incrina la leggenda che il miglior gestore della fauna sia il cacciatore. Mentre nella realtà il miglior modo di gestire le popolazioni faunistiche è quello di rispettare gli equilibri naturali, consentendo le dinamiche di popolazione dei predatori basate sul numero delle prede presenti. Al diminuire delle risorse alimentari diminuiscono i predatori, mentre per contro diminuendo i predatori non calanoi le predazioni sugli animali d’allevamento.

La protezione dei lupi vacilla in Europa, grazie alle pressioni politiche fatte da allevatori e cacciatori

Un terzo fattore di rischio per i predatori è legato a quanti sostengono che aprendo la caccia diminuirebbe il bracconaggio e quindi le perdite si riequilibrerebbero. Un assioma indimostrabile e difficile da poter condividere, tante sono le variabili e le motivazioni che creano il fenomeno del bracconaggio, che non possono in gran parte variare consentendo la caccia ai lupi. Non si può infatti confondere i problemi creati dalla consistenza delle popolazioni con quelle di coesistenza e vicinanza. I lupi potrebbero essere ridotti alla metà di quelli attuali, senza che questo diminuisca i conflitti. Dimostrando che il vero punto nodale della questione non è quanti sono ma cosa fanno, che danni causano.

L’allevatore che ha un branco dietro casa e non vuole usare strumenti, persone e cani per proteggere i suoi animali avrà sempre delle perdite. Fossero anche gli ultimi lupi dell’intera regione. Così come, in quell’area, sarà minore la densità di ungulati a causa della predazione dei lupi. A questo va aggiunto che gli abbattimenti praticati dai cacciatori sono molto meno intelligenti e selettivi di quelli operati dai lupi. Lo dimostrano tutte le operazioni di contenimento dei cinghiali: fallimentari quelle dei cacciatori, chirurgiche e utili quelle operate dai lupi sugli ungulati.

Questo ragionamento porta a concludere che gli abbattimenti sono il contentino dato per fini elettorali alla componente più ignorante, nel pieno significato dell’aggettivo, del mondo agricolo e venatorio. Quella componente che ancora oggi riitiene che il mondo sia suo e che i predatori siano presenze inutili e pericolose. Proprio quel sostanzioso raggruppamento nel quale, con buona approssimazione, si nascondono i bracconieri, convinti di potersi fare “giustizia da soli”.

La formazione sulla necessità di convivere è parte fondamentale, sempre troppo trascurata da chi governa

Come avviene nel rapporto con i bambini è sempre più facile dire di si, piuttosto che doversi impegnare in complesse spiegazioni sulle motivazioni che portano a un rifiuto. Acconsentire a ogni richiesta è un’azione veloce come una fucilata, dagli esiti incerti sul medio lungo periodo, ma poco impegnativa nel breve. Questo è il motivo per cui la politica si impegna più a seguire la pancia che a modificare la cultura, dando segnali diseducativi che portano a credere che chi più urla, più ottiene. Così azioni opportune come quella di negare gli indennizzi a chi non usa mezzi per proteggere gli animali non vengono attivate. Per non creare disturbo alle categorie che sostengono certa politica.

Sarebbe tempo di interrogarsi quanto queste modalità di gestione ci stiano trascinando verso il baratro, anche cercando di mantenere l’informazione costantemente imbrigliata. Un fattore che diventa cruciale quando riguarda temi fondamentali come la tutela ambientale, che non è fatta solo dalla riduzione dell’uso delle energie fossili o dal contrasto alle polveri sottili. L’ambiente deve essere presentato e considerato secondo una visione olistica nella quale, per ottenere dei risultati, per arrivare a una tutela efficace, occorre difendere gli equlibri. Smettiamola di credere alle fantasie dell’ecomarketing: non serve piantare centomila alberi, serve ricostruire l’ambiente in cui ben vivrebbero centomila o un milione di alberi. Bisogna difendere le foreste, intese come ambienti, non certo creare soltanto parchi urbani che al più rappresentano una pezza su una coperta lacera e logora.

Il punto è, ancora una volta, la costatazione di quanto alimentare le paure e assecondare la piazza paghi subito e costi poco. Cercare davvero di cambiare le cose sarebbe comportamento impegnativo, che richiederebbe statisti che credono nel’importanza del bene comune. Un obiettivo decisamente troppo difficile da perseguire, la cui mancata attuazione ha già prodotto danni incalcolabili e che ancora ne causerà nel breve e nel medio periodo. Una realtà destinata a cambiare solo quando ogni cittadino si renderà conto della necessità di partecipare alla costruzione di una società migliore e diversa.

Chi ha paura del lupo cattivo? Nessuno, dicono i sondaggi!

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Chi ha paura del lupo cattivo? Nessuno, dicono i sondaggi realizzati su un campione significativo di persone che vivono in Europa nelle zone rurali. Smentendo la leggenda che narra di cittadini terrorizzati dalla presenza dei grandi carnivori vicino ai luoghi dove risiedono. Confermando ancora una volta quanto le persone siano più attente e consapevoli di quanto certa stampa e certi ambienti raccontino. Influenzando in questo modo la politica, spingendo per l’adozione di provvedimenti ingiustificati.

Il sondaggio è stato commissionato a Savanta dall’organizzazione Eurogroup for Animals, che si occupa, fra le altre cose, di fare attività di lobby presso l’Europarlamento. Gli intervistati appartengono a un campione di 10.000 persone residenti nelle zone rurali di Germania, Francia, Spagna, Olanda, Italia, Belgio, Polonia, Danimarca, Svezia e Romania. I risultati del sondaggio sono stati esattamente l’opposto di quanto viene raccontato fin troppo spesso dai media, dove si parla spesso di persone esasperate dalla presenza dei grandi carnivori. Il sondaggio ha fornito, anche, risultati molto interessanti per quanto riguarda l’aspetto informativo messo in atto verso i cittadini.

Il sondaggio, correttamente, ha escluso quanti abitano nei centri urbani, dove la possibilità di avere incontri con i grandi carnivori è sicuramente più ridotta. Eliminando così alla radice le possibili sporcature dei dati derivanti dalle opinioni dei cittadini. I cittadini sono persone che, secondo la narrazione comune, difendono la presenza di lupi e orsi perché non ne patiscono le conseguenze. Ma ora appare evidente che non siano i soli a avere a cuore la biodiversità.

La paura del lupo cattivo è un’invenzione dei media, come emerge dal sondaggio

I cittadini europei intervistati si sono dimostrati molto più preoccupati dalla presenza dei cacciatori che da quella dei grandi carnivori. Ben il 76% degli italiani intervistati si è dichiarato favorevole al mantenimento della massima protezione dei grandi carnivori, rappresentando il dato percentualmente più alto fra i vari paesi europei. Una presa di coscienza, ma anche di posizione, netta e senza equivoci che dimostra come, nonostante gli allarmismi, l’opinione pubblica sia più avanti della politica.

Ben il 76% degli italiani che vivono nelle aree rurali, dalle valli trentine all’Appennino, dalla Maremma alla Lessinia, afferma quindi che è necessario mantenere il rigoroso status di tutela di lupi e orsi oggi assicurato dalle norme europee, giungendo a un fragoroso 80% che ritiene fermamente che i grandi carnivori abbiano tutto il diritto di esistere nel nostro Paese, in piena contrapposizione con le recenti dichiarazioni del Ministro Lollobrigida, secondo cui sarebbe necessario ridimensionare lo status di tutela dei grandi carnivori, dichiarazioni che hanno peraltro lasciato indifferenti la stragrande maggioranza dei Paesi membri dell’UE, evidentemente più consapevoli dei desideri dei propri cittadini.

Fonte: sito LAV

Dal sondaggio emerge un altro dato molto interessante, che riguarda l’informazione dei cittadini sul comportamento da tenere quando si incontrano grandi carnivori. Ben il 74% degli italiani dichiara di non sapere come comportarsi in caso d’incontro con questi animali. Una conferma di come molti incidenti avrebbero potuto essere evitati se solo ci fosse stata una corretta informazione dei cittadini. Una responsabilità degli enti pubblici preposti che da anni viene segnalata, ma che inspiegabilmente non viene raccolta dalle amministrazioni competenti.

Non sono troppi lupi e orsi ma sono i decisori politici trattano questioni che non conoscono, per guadagnare consenso elettorale

La classe politica ha una grande responsabilità nell’azione di disinformazione costante messa in atto non per tutelare i cittadini, ma per proteggere gli interessi di alcune corporazioni. Cacciatori e mondo agricolo sono le due componenti maggioritarie nel sostegno alle politiche governative, che vorrebbero ridurre il numero dei grandi carnivori. Mentre oramai è dimostrato che i danni provocati da lupi e orsi sugli animali d’allevamento sarebbero decisamente trascurabile se venissero adottati idonei strumenti di prevenzione degli attacchi.

Altro dato interessante è che fra gli agricoltori e cacciatori che hanno partecipato al sondaggio solo una piccola parte si senta rappresentata e difesa dalle proprie organizzazioni. Confermando ancora una volta la sensazione di uno scollamento fra i cittadini portatori di interessi, come cacciatori e allevatori, e le organizzazioni settoriali che li rappresentano. Evidentemente i cittadini intervistati non si sentono adeguamente rappresentati dalle organizzazioni di categoria (assimilabili a realtà come Coldiretti o Federcaccia) e questo dato emerge con chiarezza.

Per i partecipanti al sondaggio, i gruppi di interesse sono stati definiti come “un gruppo di persone che cerca di influenzare la politica pubblica e la legislazione su una particolare questione, interesse o preoccupazione”. Quando si cerca di valutare il giudizio delle comunità rurali sulle attività dei gruppi di interesse per la caccia e l’agricoltura, i risultati del sondaggio rivelano che le comunità rurali in generale non si sentono rappresentate da tali gruppi di interesse. Solo il 18% degli intervistati si sente adeguatamente rappresentato dai gruppi di interesse agricoli, mentre la percentuale scende al 12% per i gruppi di interesse venatori. È interessante notare che solo un agricoltore su tre (33%) si sente ben rappresentato dai gruppi di interesse agricoli. Meno della metà (46%) dei cacciatori si sente ben rappresentata dai gruppi di interesse sulla caccia.

Dal report Savanta sul sondaggio

L’informazione ha un ruolo fondamentale per promuovere la coesistenza, smontando leggende e pregiudizi

Appare evidente, leggendo i dati che scaturiscono dal sondaggio, che i cittadini abbiano una visione complessivamente differente e una percezione del pericolo molto diversa da quanto raccontano i media. Come dimostra il dato, che si attesta intorno al 50%, di quanti non si sentano tranquilli a andare in giro durante la stagione della caccia. Mostrando un tasso di preoccupazione molto più alto verso i cacciatori che non verso i grandi carnivori. Che suscitano preoccupazioni solo nel 34% degli intervistati, un dato che va letto anche in base alla lamentata carenza di informazioni e agli allarmismi lanciati dai media.

Il sondaggio, che merita di essere letto per intero, fornisce un quadro dove emerge con chiarezza il riconoscimento dell’importanza dei predatori e la carenza informativa. Aumentando la qualità dell’informazione si potrebbe arrivare alla chiusura del cerchio, creando le condizioni per la pacifica coesistenza fra umani e predatori. Per questo è importante che salga l’attenzione sull’importanza di valutare notizie prima di condividerle, per evitare di fare il gioco di quanti vorrebbero aprire la caccia contro i grandi carnivori.


Orsi in Trentino: serve ragionamento, non basta il cuore per cambiare le cose

orsi Trentino serve ragionamento

Orsi in Trentino: serve ragionamento, non basta il cuore per cambiare le cose e farsi contare nelle piazze è sempre un errore strategico, se non si è in grado di riempirle. La polarizzazione delle scontro è diventata più funzionale alla strategia elettorale e governativa di Fugatti, che non alla tutela reale degli orsi. Usando schemi di comunicazione diversi nei contenuti, ma troppo simili nell’esporre le ragioni degli schieramenti, si cerca di infiammare le piazze, spesso con risultati molto deludenti. Per questo occorre saper coniugare cuore e cervello, seguendo una linea etica basata su una realtà meno emotiva e più tecnica.

Non basta gridare “orsi liberi” perché questo slogan non è aderente alla realtà. Un fatto che potrà non piacere ma che rappresenta una certezza per quanti si occupano di orsi, compresi i tecnici che sono stati da sempre contrari a questa politica delle catture. Gli orsi catturati e tenuti in cattività per un tempo medio/lungo non potranno essere mai rilasciati sul territorio libero. Per questo il punto dovrebbe essere quello di impedire che altri animali facciano la stessa fine, considerando gli errori commessi e evitando di ripeterli. Raffinando i ragionamenti e le argomentazioni: la semplificazione dei concetti aiuta i politici a governare, non le buone idee a camminare sulle proprie gambe.

Quanti stanno dalla parte degli orsi hanno necessità di essere credibili, di riuscire a attrarre e convincere grazie a solidi argomenti e non certo a sentimenti spesso debordanti. La comunicazione emotiva funziona poco oramai anche sui social e, per uscire dalle stanze dell’eco che riempiamo solo di chi già è schierato, occorrono altre modalità di comunicazione. Accompagnate da minor aggressività verbale, perché se l’insulto pare gratificare chi lo pronuncia è dequalificante per chi legge. Mancano argomenti e allora volano insulti, qyuesta è la conclusione di molti lettori.

Orsi in Trentino, serve ragionamento per raccontare alla pubblica opinione cosa non è stato fatto da chi si lamenta

Per spiegare il fallimento della politica del Trentino nella gestione degli orsi, reintrodotti per scelta politica e questo non va dimenticato, occorre mettere in fila gli errori. In modo da illustrare le ragioni che hanno portato alla situazione attuale.

Gli errori della politica, dall’inizio del progetto a oggi:

  • Mancata informazione e formazione: i trentini non hanno ricevuto le corrette informazioni per consentire alle persone di condividere il territorio con gli orsi;
  • Diffusione di informazioni prive di contenuto scientifico: gli orsi non sono troppi perché la loro diffusione è legata alle risorse del territorio e non possono essere “politicamente” in sovrannumero;
  • Mancata messa in sicurezza dei rifiuti: non aver ancora adottato i cassonetti dei rifiuti alimentari a prova d’orso abitua i plantigradi a cercare cibo dove non dovrebbero. Questa abituazione è causa di una colpa grave delle amministrazioni pubbliche;
  • Omessa chiusura temporanea di alcuni sentieri durante la primavera, come avviene in Abruzzo, per evitare possibili incidenti e proteggere uomini e animali;
  • Mancato rispetto del divieto di foraggiamento e uso di esche olfattive: occorre controllare che non sia sparso cibo in zone vicine all’abitato e far rispettare anche ai fotografi e alle agenzie escursionistiche, il divieto di utilizzare esche olfative per attirare i plantigradi;
  • Mancato rispetto della buona pratica di tenere i cani al gunzaglio durante le escursioni e diffondere l’uso del campanellino sullo zaino per chi fa escursioni in solitaria, sanzionando chi non rispetta i divieti già vigenti;
  • Utilizzo di strategie di comunicazione basate sulla paura, per convincere la popolazione di essere in pericolo a causa dei predatori e assenza di comunicazione comparativa, per relativizzare la paura verso i grandi carnivori.

La convivenza con gli animali selvatici è una necessità per l’uomo

Occorre, inoltre, fare comunicazione positiva nei confronti delle persone, evitando di criminalizzare tutti gli abitanti del Trentino. Ci sono persone che vogliono vivere in una provincia attenta alla conservazione dell’ambiente e alla convivenza con gli animali. Accusare tutti i trentini di essere dei mostri non agevola certamente il rapporto, che spesso viene visto come il comportamento ostile di un cittadino, mai entrato in un bosco. Per essere credibili, da qui nasce l’attenzione e la propensione all’ascolto, occorre esporre idee che siano più articolate e complesse degli slogan.

Per questo parlare per slogan non solo è inutile, ma risulta controproducente. Tutti noi siamo portati a sentire con attenzione solo le opinioni esposte da persone che le argomentano, senza semplificare tutto e senza ridurre il rapporto uomo/orso a un cartoon. La convivenza impone delle regole e delle limitazioni, che in fondo non sono molto diverse nemmeno nei rapporti umani. La nostra vita è scandita da regole e divieti, nati per agevolare la convivenza. Dai semafori alle isole pedonali, dai limiti di velocità alla raccolta differenziata per evitare conflitti le società impongono regole. Anche per la convivenza con gli animali selvatici servono ragionamenti e regole.

L’incidente occorso a Andrea Papi è stato terribile per tutti, un episodio che avremmo voluto che non accadesse mai. Ma partire da un incidente per chiedere l’abbattimento degli orsi è un errore frutto di una valutazione grossolana. Che può essere comprensibile per i suoi famigliari, che risulta poco realistica, se valutiamo quali siano le cause di morte per incidente anche solo in Trentino. Se passasse questo ragionamento bisognerebbe chiudere strade e autostrade, vietando piste da sci e escursioni in montagna.

La montagna uccide eppure questa sfida è considerata accettabile

Ogni giorno ognuno corre un pericolo, che si materializza solo quando il danno avviene. Ma che non cambia le nostre vite, considerando che nel solo 2022 ci sono state ben 504 vittime solo in montagna (dati del Corpo nazionale Soccorso Alpino e Speleologico). Siamo così sicuri che tutto il problema dei residenti in qualsiasi lembo del paese siano davvero gli animali selvatici? Quali sono le ragioni che portano a minimizzare i danni e le morti causate dall’Ilva di Taranto, solo per fare un esempio, ma a enfatizzare il rischio orsi?

Eppure i trentini dovrebbero temere più la strage compiuta ogni anno dai pesticidi, con nove milioni di morti premature ogni anno nel mondo, che non gli orsi. Per questo è importante fare divulgazione e informazione.

Gli effetti dei pesticidi sulla salute umana. Nove milioni di morti premature ogni anno, circa 385 milioni di casi di avvelenamento acuto non intenzionale da pesticidi in tutto il mondo e circa 11.000 decessi. Questi i numeri di una pandemia nascosta generata per la massimizzazione dei profitti dell’industria dell’agricoltura intensiva. Lavoratori agricoli, donne in gravidanza e bambini sono i soggetti più a rischio di esposizione ai pesticidi sia in maniera acuta, sia cronica con effetti a breve e a lungo termine. I bambini sono particolarmente vulnerabili all’esposizione ai pesticidi a causa della loro fisiologia, del comportamento e dell’esposizione prenatale. Sui feti e neonati la tossicità dei pesticidi risulta amplificata rispetto agli adulti.

Tratto da Repubblica – La pandemia silenziosa dei pesticidi