Lascia l’Ambiente Sergio Costa, un ministro che ha davvero servito con dignità e onore il suo paese

Lascia l'Ambiente Sergio Costa

Lascia l’Ambiente Sergio Costa, ultimo ministro di un dicastero che non c’é più. La caduta del precedente governo e l’avvento di quello di Mario Draghi hanno portato una rivoluzione. Facendo sparire il Ministero dell’Ambiente, della tutela del territorio e del mare, inglobando le competenze ne nuovo ministero della Transizione Ecologica. Una scelta che personalmente non mi convince, unificando materie competenze tanto vaste quanto complesse, che certo devono essere gestite in modo olistico, ma anche credo diverso da quello proposto oggi.

Il ministro Costa non ha sempre accontentato tutti i suoi sostenitori, che su molti argomenti lo avrebbero voluto più barricadero, ma questo, si sa, è normale. E’ naturale che non ci sia sempre stata condivisione per ogni azione, ma è difficile non apprezzare come abbia esercitato il ruolo, “senza perdere la tenerezza”. Costa ha svolto il suo compito in modo sobrio, comunicando con la giusta attenzione. Mostrando una passione e una sensibilità sui temi ambientali che gli si deve riconoscere oltre ogni possibile critica.

Grazie al ministro abbiamo avuto un coraggioso Piano Lupo, il recupero della plastica rimasta impigliata nelle reti da pesca, l’attenzione costante per la tutela ambientale. Avremmo voluto vederlo combattere con più grinta sul fronte degli orsi del Trentino, non solo facendo il tifo per l’orso M49 ribattezzato Papillon. Ma Costa è un ufficiale dei Carabinieri Forestali, un uomo dello Stato che conosce e rispetta ruoli e gerarchie. Ha mandato a ispezionare il centro di Casteller ISPRA e i Carabinieri del CITES, sono poi altri che hanno deciso di seppellire tutto sotto una coltre, imbarazzante, di silenzio.

Lascia l’Ambiente Sergio Costa e molti lo stanno già rimpiangendo, senza nulla togliere al suo successore

Il Ministero della Transizione Ecologica è stato istituito assorbendo le competenze che erano dell’Ambiente, in parte per accontentare la politica. Ma in altra parte per sottrarre alla politica un ministero così rilevante per l’attuazione del recovery plan europeo, che è stato affidato a un manager di livello come Roberto Cingolani. Con ottime competenze sotto il profilo della tecnologia, ma credo digiuno di politiche ambientali.

E’ pur vero che il Ministero dell’Ambiente ha ottimi funzionari, che poi sono quelli che fanno funzionare ogni ministero, ma è altrettanto vero che mancherà la visione politica di Costa. Sempre attento a intercettare anche i bisogni e i suggerimenti che venivano dal basso. Ma non è questo il punto, non il cuore del problema: il ministero dell’Ambiente era un vessillo da non ammainare.

Anche perché quello della Transizione Ecologica ha già nel suo nome una temporalità operativa. Quella di realizzare la transizione da un modello produttivo irrispettoso dell’ambiente a un altro tipo di sviluppo, basato su energie rinnovabili, economia circolare, filiera corta e altre scelte green. Mi chiedo quale sia il pensiero del nuovo ministro su allevamenti intensivi, deforestazione, tutela dell’ambiente. Per non parlare del rispetto dei diritti degli esseri viventi in senso generale.

I governi vanno giudicati per il lavoro che fanno e, per ora, siamo solo agli inizi di un percorso

Credo che nel nostro Paese ci siano già troppi che commentano e giudicano ancor prima di conoscere fatti e programmi. Per questo credo che sia importante lasciar lavorare il Governo, senza peraltro dimenticare che in questa fase nulla possiamo fare di intelligente e diverso. Se non sperare che laddove manchino conoscenze e competenze ci sia la volontà di chiedere, di circondarsi di persone capaci che sappiano di cosa parlano. Il mondo è interconnesso e se ogni attività fatta dall’altra parte del globo può produrre effetti da questa è altrettanto vero che lo sono anche tutte le questioni “ambientali” sul tappeto governativo.

Non si potrà mettere in piedi una reale transizione ecologica senza affrontare tutti i nodi che sono venuti al pettine, non facili da sciogliere, ma indispensabili da comprendere. Con il vincolo di doverli affrontare tutti in contemporanea. Una politica che tenga conto non solo della necessità di una veloce transizione energetica, ma anche dei nostri rapporti con l’ecosistema pianeta. Con scelte fatte secondo etica e non secondo i voleri della finanza, che ha creato una piramide fatta di disuguaglianza e eccessivo sfruttamento, per arricchirne pochissimi e affamarne moltissimi. Contribuendo a creare un’economia distruttiva e di rapina.

Nelle prossime settimane riusciremo a capire la direzione che intenderà prendere questo nuovo ministero sui temi ambientali e dei diritti, degli umani e degli animali. Nel frattempo vi invito a guardare il commiato del ministro Sergio Costa, fatto dalla sua pagina Facebook che per comodità viene inclusa qui. Un modo di salutare che testimonia senso di responsabilità e delle istituzioni. Qualità che servono per servire il paese con dignità e onore. Grazie generale Sergio Costa.

Il piano contro il bracconaggio stenta a decollare, nonostante gli impegni presi dallo Stato

piano contro il bracconaggio

Il piano contro il bracconaggio, in particolare nei confronti dell’avifauna, è stato approvato dalla conferenza Stato/Regioni tre anni fa. Ma sono insufficienti i progressi raggiunti, calcolando che sono quasi esauriti i tempi preventivati dal Ministero dell’Ambiente presieduto da Sergio Costa. Nonostante questo percorso fosse stato attivato per fermare l’ennesima procedura di infrazione europea in tema di caccia e bracconaggio.

Il 30 marzo del 2017 la conferenza Stato/Regioni aveva approvato l’intero piano predisposto dal Ministero dell’Ambiente con ISPRA. Una road map che doveva portare a una serie di misure a tutela dell’avifauna. Per contrastare un bracconaggio che in Italia rappresenta un fenomeno davvero imperante. Anche a causa dei rischi esigui per i responsabili di azioni di criminali nei confronti del nostro capitale naturale.

Una stortura che l’Unione Europea ci aveva richiesto di correggere quanto prima, per non aprire l’ennesima procedura di infrazione, che ci sarebbe costata milioni di Euro. Il nostro paese, infatti, è una delle culle del bracconaggio, con attività che spaziano dalle catture di uccelli canori per spiedi o gabbie alle vasche illegali per la caccia agli anatidi, specie nel Sud del paese.

Il piano contro il bracconaggio nell’aprile 2020 è ancora pieno di azioni incompiute e di informazioni non pervenute

Leggendo il documento redatto dal ministero, nel quale è obbligato a rendicontare lo stato dell’arte della sua esecuzione, ci sono molte informazioni non pervenute e azioni rimaste incompiute. Come l’effettivo recupero delle Polizie Provinciali che rappresentavano un cardine indispensabile per il contrasto al bracconaggio e non solo. Smantellate quasi ovunque in tutto il paese dopo la “quasi abolizione” delle province, al termine di una delle tante riforme incompiute.

Nonostante la loro dichiarata inutilità le Polizie Provinciali, per diffusione e impegno, spesso erano i veri baluardi della tutela contro il bracconaggio, molto più del trasformato Corpo Forestale dello Stato. Ora inglobato nei Carabinieri, disperso in mille compiti e con un organico ridotto rispetto alle necessità. E quindi in questo delicato settore emerge l’importanza del servizio di vigilanza assicurato dal volontariato. Importante, ma che dovrebbe essere ausiliario rispetto a un controllo esercitato dagli enti pubblici.

Ora siamo molto vicini al rischio di incorrere in una nuova procedura di infrazione, in quanto i tre anni non sono serviti a completare il piano nelle parti forse più importanti. L’incremento dei servizi di vigilanza, l’uniformità della legislazione in materia in sede regionale e l’inasprimento delle sanzioni. Tre fronti su i quali la difesa della fauna selvatica ha raggiunto la sua Caporetto. Per ammissione dello stesso ministero.

Sono a macchia di leopardo anche i controlli messi in atto dai Carabinieri Forestali e un cambio di normativa resta sempre all’orizzonte

Secondo il rapporto che prende in esame il 2019 i controlli sono stati molto diversi in base alle regioni, sia su base popolazione che territorio. Così si possono riscontrare 7.773 controlli in Abruzzo, con l’individuazione di 22 reati, contro un numero esiguo di controlli effettuati in Lombardia, solo 2.563 controlli. Che però hanno portato però all’accertamento di ben 250 reati. Dimostrando un tasso di crimini accertati molto elevato, nonostante i pochi controlli effettuati, spesso in concorso con le guardie volontarie.

Il cambio di normativa invece, anche per la capacità di rallentare l’iter politico da parte delle associazioni venatorie, resta sempre all’orizzonte, in attesa dell’approvazione del collegato ambientale. Che dovrebbe trasformare in delitti molti reati contravvenzionali ora previsti, per chi abbatte animali protetti o mette in atto azioni contro l’avifauna. Ma resta, al momento, sempre un’attesa che in un paese come il nostro, che ha una legge vecchia di trent’anni, rischia di restar tale per molto tempo.

La pandemia ha le sue colpe, da dividere con il nostro parlamento

Sicuramente la pandemia ha fatto ritardare l’approvazione delle normative, ma vero è che nonostante le buona intenzioni del ministro Costa, le pressioni venatorie restano comunque forti. Quel che è certo è che nessuno voleva metterci mano prima delle elezioni regionali e amministrative. La politica è sempre molto prudente quando sfiora certi argomenti e dobbiamo ringraziare le pressioni dell’Europa. Ora speriamo che il provvedimento riesca a trovare l’approvazione definitiva.

Anche se le sanzioni proposte siano spesso sotto i limiti della sospensione condizionale e non prevedano un sequestro per equivalente dei beni, in relazione agli illeciti guadagni. Sanzioni inadeguate per danni irreparabili. Per questo bisognerebbe calcolare il valore per la collettività di ogni animale ucciso, che andrebbe aggiunto alla sanzione penale.

Sergio Costa resterà ministro dell’ambiente o sarà sostituito?

Sergio Costa resterà ministro dell'ambiente

Sergio Costa resterà ministro dell’ambiente oppure, come suggerirebbero i rumors, sarebbe ritenuto sacrificabile anche dal MoVimento 5 Stelle? In effetti Italia il Ministero dell’Ambiente non è visto, purtroppo, come uno dei dicasteri più importanti dalla politica.

Questo potrebbe significare che il ministro Costa diventi una merce di scambio per diversi motivi, il primo dei quali è che in effetti non è nella pianta organica di un partito. L’indipendenza non sempre viene vista come un valore aggiunto, così come l’indipendenza di pensiero che certo non è mancata a Sergio Costa. Nel bene e nel male.

In queste ore molti media nemmeno considerano il ministero dell’ambiente quando partecipano al toto ministri, quasi fosse un dicastero trasparente. Una dimostrazione di come la tutela ambientale sia considerata più un argomento di facciata, da spendere per aver consensi, senza però spendersi troppo per ottenere risultati.

Sarebbe una buona scelta confermare Sergio Costa

Sergio Costa ha alle spalle una carriera e indagini che parlano da sole, ha realizzato il Piano Lupo con indicazioni coerenti e coraggiose , ha mantenuto la schiena dritta con le Regioni. Anche con quelle amministrate da partiti che facevano parte del governo.

In queste ore ancora non si conosce il nome di chi dirigerà politicamente il Ministero dell’Ambiente, ma si può solo augurarsi che il prescelto sia una figura di livello. Resta il fatto che sarebbe stata un’ottima scelta quella di far proseguire a Sergio Costa il lavoro che aveva iniziato. Con grande passione e indipendenza di giudizio.

Un ministro che ha parlato sempre con i fatti e che ha avuto la dignità del suo ruolo, senza sconfinamenti, senza invasioni di campo. Un modo di operare diverso, in un governo sin troppo occupato a comunicare, molto più di quanto sia stato effettivamente realizzato.

Sergio Costa resterà allora ministro dell’ambiente?

Dovendo fare una previsione, sulla base di quello che si può leggere sui media ma anche sulla base di quanto detto dai rispettivi schieramenti, la risposta, dovrebbe essere no.

Nemmeno il capo politico del MoVimento, Luigi Di Maio, sembra abbia speso parole per ottenere la sua riconferma. Appare certo che la figura e la poltrona di Costa sia vista da molti come una posizione sacrificabile.

Preoccupa che nel nostro paese i temi ambientali non siano ritenuti prioritari, nemmeno in un momento come questo, dove dovrebbero essere i primi dell’agenda politica.

In un momento in cui non è ancora chiara quale sarà la sorte dei Carabinieri Forestali, che rischiano di essere sempre più inglobati nell’Arma dei Carabinieri. Mentre avrebbero dovuto restare una specialità, un settore strategico da potenziare, da far crescere per un efficace contrasto dei crimini ambientali.

In breve si potrà avere comunque la risposta certa a questo quesito.

La presenza dei lupi accresce la biodiversità e tutela il territorio

La presenza dei lupi accresce la biodiversità

La presenza dei lupi accresce la biodiversità e tutela il territorio: chi afferma il contrario dovrebbe essere in grado di contrastare questa tesi che è la chiave di lettura del valore dei predatori.

Mancano una manciata di giorni perché la Conferenza Stato Regioni esprima il suo parere sul piano del Ministero dell’Ambiente, che rende il lupo cacciabile dopo quasi mezzo secolo di protezione assoluta.

Da una parte il ministro Galletti e il suo piano di (sic) tutela, dall’altra la Conferenza Stato Regioni, una buona rappresentanza del mondo scientifico e le associazioni di protezione; in mezzo, come spesso accade, l’inconsapevole lupo. L’unico che si comporta solo secondo le sue necessità etologiche, mantenendo ben saldo il ruolo a cui lo ha condotto l’evoluzione.

Le leggende costruite dall’uomo sui predatori hanno portato all’estinzione anche animali meno evocativi del lupo, come ad esempio l’avvoltoio degli agnelli o gipeto: come tutti gli avvoltoi anche il gipeto è un necrofago, eppure, nonostante questo è stato portato all’estinzione perché ritenuto, senza motivo, un predatore di agnelli. Solo dopo decenni è stato finalmente reintrodotto sulle Alpi, aggiustando un anello della catena alimentare rotto dall’uomo, dal bracconaggio e dall’ignoranza.

Così il lupo viene visto come un pericolo, un nemico da tenere sotto controllo, reo di predare qualche capo di bestiame e, soprattutto, di mettersi in competizione con i cacciatori nel controllo delle popolazioni di ungulati. Ma è davvero un pericolo? Guardando questo video non si direbbe:

La morale ci dice che dove l’ambiente è in equilibrio, dove non ci sono specie che prendono il sopravvento su altre, tutto torna a essere e vivere secondo un ciclo armonioso, fatto di prede e predatori, di alberi, arbusti e prati che a loro volte alimentano e arricchiscono la vita del territorio, lo preservano dal dissesto idrogeologico. Un regalo che animali e piante fanno all’uomo.

Quello che il video racconta non è una visione idilliaca della natura ma bensì è la narrazione dell’importanza di salvaguardare la biodiversità, grazie a un equilibrio che è andato avanti per secoli e secoli fino a quando non è stato rotto dall’uomo.

Questa sarebbe dovuta essere la politica del nostro ministero, che invece si è schierato a favore degli abbattimenti, spacciati come un mezzo per tutelare il lupi dal bracconaggio. Ora possiamo solo sperare che le regioni italiane mettano il ministro Galletti in un angolo, seguendo l’ashtag di questa, per adesso fortunata, campagna: #CacciaUnNo agli abbattimenti.

Non dimentichiamo mai che la presenza dei lupi accresce la biodiversità e tutela il territorio

#CacciaUnNo #IoStoConIllupo