Cani vaganti e lupi ibridi: leggende da sfatare e comportamenti sicuramente da cambiare

cani vaganti e lupi ibridi
Foto tratta da pagina FB WAC

Cani vaganti e lupi ibridi, una realtà vecchia e un piano di intervento serio mai realizzato per contrastare vagantismo e randagismo. In questo modo l’ibridazione continua, il randagismo resta endemico e crescono le leggende che vogliono gli ibridi più aggressivi e meno timorosi dell’uomo. Convinzione che non trova alcuna conferma scientifica, ma che come tutte le storie intriganti corre veloce di bocca in bocca. Alimentando paure ingiustificate, ma costruendo strade pericolose che fanno sentire odore di caccia e abbattimenti.

Cani falchi tigri e trafficanti

Bisogna sgombrare il campo dalla prima falsità: gli ibridi non sono pericolosi per l’uomo, come non lo sono i lupi. Non esistono evidenze scientifiche che dimostrino una maggior aggressività o una propensione ad avvicinarsi agli insediamenti umani. Un lupo ibrido è soltanto un incrocio che mette in pericolo esclusivamente la purezza genetica della sottospecie canis lupus italicus. Quindi è inutile cercare di far passare questo indesiderato prodotto, derivante dalla cattiva gestione dei cani di proprietà, come un pericolo.

Peraltro è bene dire che gli incroci fra specie o sottospecie affini, sono fenomeni che avvengono in modo naturale per varie cause. Il problema, come sempre, è quando l’uomo ci mette del suo creando i presupposti perché l’ibridazione avvenga grazie alla non gestione dei cani domestici. Il problema, senza scendere troppo in argomenti che è giusto lasciare ai tecnici, non è quindi l’ibridazione in sé, ma il fatto che questa sia antropogenica, cioè causata dai comportamenti umani. Come accade per il mancato governo dei cani di proprietà.

Cani vaganti e lupi ibridi sono un problema causato dalle attività umane, per una gestione “distratta” dei cani

Un problema questo che non mette in pericolo solo la specie lupo, ma che costituisce il principale serbatoio di alimentazione del randagismo canino. Una realtà che accade per disinteresse, per ignoranza, per scarsa attenzione da parte di chi ha cani e li lascia liberi di vagare, non sterilizzati, senza controllo. Un comportamento che per inciviltà produce gravi danni e costi per la comunità. Generando sofferenze evitabili ai cani randagi che popolano la penisola, con particolare rilievo numerico al sud del paese.

Per decenni si è pensato che per risolvere il randagismo fosse sufficiente catturare i cani vaganti e rinchiuderli in canili o peggio ucciderli nelle camere a gas, come avveniva sino al 1991. Poi si è capito quanto fosse importante la sterilizzazione, che però avviene dopo la cattura dei cani e, quasi sempre, con la loro custodia nei canili. Nessun legislatore, sino ad ora, ha avuto il coraggio di imporre la sterilizzazione dei cani di proprietà e così il randagismo prolifera, sia in senso figurato che nella realtà.

Vagantismo e randagismo hanno creato occasioni di accoppiamento lupo/cane, non così scontate ma certo non infrequenti. Specie dove il tasso di randagi e cani vaganti risulta essere particolarmente alto. Per questo il Parco dell’Appennino Tosco Emiliano, con il suo Wolf Apennine Center, aveva messo in piedi il progetto M.I.R.CO.-Lupo, un progetto LIFE comunitario, realizzato per lo studio del fenomeno e la rimozione incruenta degli ibridi o la loro sterilizzazione.

Rimozione incruenta e sterilizzazione dei lupi ibridi sono attività complesse da attuare, come peraltro lo sarebbero gli abbattimenti

Non si può fermare il vento con le dita, come non si possono rimuovere per magia tutti gli ibridi, in tutte le declinazioni immaginabili. Si possono solo minimizzare gli impatti di questa problematica, che non potrebbe essere agevolmente risolta nemmeno a colpi di fucile, come qualcuno vorrebbe fare. Inutile cercare scorciatoie, perché è dagli anni ’80 si sente parlare, a cadenze cicliche, della necessità di preservare i lupi, magari abbattendo i cani randagi (ma non intervenendo sul vagantismo). Un’idea cruenta e senza possibilità di successo, già declinata su altre specie senza ottenere alcun risultato efficace.

Per questo l’idea di studiare e minimizzare gli impatti sulla purezza della specie lupo causata dagli ibridi, attraverso un processo di rimozione dei cuccioli, quando si riescono a individuare, e alla sterilizzazione pare l’unica via intelligente. Come ha dimostrato il LIFE M.I.R.CO-Lupo, un progetto oramai giunto al termine naturale.

L’ibridazione antropogenica rappresenta una grave minaccia per la conservazione del lupo. Il progetto LIFE M.I.R.CO-Lupo si propone di assicurare migliori condizioni di conservazione per il lupo agendo sulla perdita dell’identità genetica della specie dovuta al fenomeno dell’ibridazione con il cane attraverso la neutralizzazione del potenziale riproduttivo degli individui ibridi lupo-cane e dei cani vaganti eventualmente presenti nell’area di progetto.
Cosa significa neutralizzazione riproduttiva? Gli esemplari identificati come ibridi su base genetica vengono catturati e sterilizzati, sia i maschi che le femmine. Non si tratta in nessuno dei due casi di interventi invasivi né di asportazione di parte degli organi riproduttivi: gli interventi lasciano agli animali piena funzionalità ormonale, semplicemente evitano la fecondazione e dunque la trasmissione di un patrimonio genetico in parte di eredità canina alle generazioni successive
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Tratto da una pubblicazione del Wolf Apennine Center

Nell’ibridazione l’aspetto inganna: per stabilire la purezza di un lupo occorrono esami genetici e quindi catture

Nulla è facile in natura e questo purtroppo mal si combina con l’irruenza umana, che spesso ritiene di poter risolvere senza prima capire. E spesso senza nemmeno avere i rudimenti più banali per poter pensare di affrontare un problema complesso, comportamento questo tipico del peggior mondo venatorio e anche agricolo. Ma alcune volte neanche la conoscenza scientifica aiuta, quando in nome della purezza della specie si invocano gli abbattimenti dei cani randagi.

Quanti sanno che Nerone, il lupo capobranco nell’oasi di Castel di Guido, è un ibrido, eppure resta saldamente al comando del suo gruppo familiare? Quanti conoscono la storia di Luce, ibrido fulvo che ha vissuto da lupo, sino a quando un cinghiale non ha posto fine alla sua vita? Uccidendo la lupa in uno scontro che fa parte della vita selvatica, mentre era di un bracconiere il pallettone che è stato, invece, trovato infisso nel suo radiocollare quando è stata recuperata per la necroscopia. Un bracconiere che è stato meno efficace, come spesso avviene, di un cinghiale.

Per avere certezze sulla purezza di un lupo, sul suo eventuale condizione di ibrido e su altre considerazioni che riguardano le generazioni, occorrono esami genetici, che hanno senso solo su lupi catturati. Se si vogliono mettere in atto azioni di riduzione del problema e non solo raccolte di dati che possono essere ottenuti, in questo caso, anche senza catture. La sintesi di un problema reale è che, come sempre, la conoscenza e l’onesta intellettuale sono due doti indispensabili per fare progetti intelligenti. Il resto costituisce solo disinformazione interessata.

Per difendere i lupi (e non solo) occorre combattere il randagismo: per farlo occorrono azioni, informazione e corretta divulgazione

Non si può parlare di tutela dei lupi e degli animali selvatici in genere, se non si fanno piani di medio/lungo periodo di reale contrasto al randagismo. Un’emergenza che oggi viene ancora affrontata con criteri che hanno dimostrato i loro limiti già nel secolo scorso. Occorre partire da un concetto più severo, ma certo più efficace: chi si occupa di gestire un cane deve essere responsabile delle sue azioni. Ma anche delle omissioni di controllo e di vigilanza, proprio come accadrebbe con un minore.

Ci vuole programmazione e determinazione, con il coraggio di abbandonare schemi che si sono dimostrati perdenti. I canili non sono la soluzione e i costi che genera questa politica di contrasto al randagismo andrebbero indirizzati meglio. Per cercare di risolvere il problema, per non trasformare il randagismo in una fonte di reddito per il malaffare. Senza continuare a farsi tentare da soluzioni solo apparenti: i canili stanno al contrasto del randagismo come i fucili stanno alla gestione faunistica.

Il pregiudizio è molto più pericoloso per l’uomo del lupo, lo dimostrano i dati scientifici

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Foto Wolf Apennine Center

In un mondo che si alimenta di fake news il pregiudizio fa più danni della realtà. Facendo percepire da troppi il lupo come un pericolo, basandosi anche sulla leggenda della sua reintroduzione, falsa ovviamente. Come falsa è quella che riguarda la sua pericolosità per l’uomo, considerando l’assenza di aggressioni dimostrate da oltre 150 anni. Purtroppo la favola di Cappuccetto Rosso e quelle create da certa stampa e dal mondo venatorio hanno alterato il modo di percepire il lupo.

Come è stato scritto e detto più volte il lupo, al pari di tutti gli altri animali, non è buono o cattivo. Fa soltanto la sua vita, quella per il quale l’evoluzione lo ha plasmato. Ponendolo al vertice della catena alimentare, che sin dai primordi è costituita da predatori e prede. Che sono restate in armonico equilibrio sino a quando noi uomini abbiamo smesso di essere cacciatori raccoglitori, molti millenni fa.

MirCo Lupo (Minimizzare l’Impatto del Randagismo canino sulla COnservazione del lupo in Italia) in questi anni si è occupato di studiare contrastare l’ibridazione fra lupi e cani. Un fenomeno preoccupante per il patrimonio genetico lupino. Che nasce da una pessima gestione del vagantismo dei cani di proprietà. Ora il progetto, che ha fatto molto per cercare di contrastare falsi miti ma anche di creare ponti fra le varie categorie interessate al problema, sta per terminare. Lasciando un vuoto di comunicazione e di divulgazione che dovrà essere riempito, in modo efficace e realistico.

Il pregiudizio che vede il lupo come pericoloso è duro a morire, mentre il bracconaggio imperversa

Secondo le stime dei ricercatori che hanno seguito in questi anni il progetto MirCO Lupo, gestito dal Parco nazionale dell’Appennino tosco Emiliano, il bracconaggio incide in modo pesante sulla popolazione del predatore, senza fortunatamente compromettere la sua esistenza. Il lupo è un animale adattabile, opportunista, intelligente e con grande mobilità sul territorio. Capace di avanzare se l’ambiente è favorevole, ma anche di ripiegare quando le condizioni non gli consentono scelta.

Lo ha già dimostrato nel dopoguerra, quando dopo essere stato perseguitato in ogni modo, anche mettendo taglie sulla sua testa che venivano incassate dai cosiddetti lupari, cacciatori pagati per sterminarli. In quegli anni bui per la specie il lupo si è rifugiato nelle foreste dell’Abruzzo e della Calabria, resiliente e paziente. Per poi tornare a colonizzare lo stivale. Quando l’abbandono della montagna e l’abbondanza di prede, che i cacciatori con ripopolamenti sconsiderati gli avevano messo a disposizione, avevano consentito la sua ripresa. Grazie anche alle misure di protezione che negli anni ’70 vennero garantite alla sua specie, da allora ritenuta particolarmente protetta.

Ora il lupo vive in pianura come in montagna e si avvicina all’uomo quando questo crea le condizioni favorevoli. Magari aprendo una mensa per il predatore, che essendo versatile bilancia volentieri la sua dieta fra prede e carogne. Approfittando delle carcasse degli animali che troppi allevatori smaltiscono illegalmente. Ma anche mettendo fine alla vita di animali morenti che vengono buttati ancora vivi nelle concimaie, per risparmiare sui costi di abbattimento e smaltimento. Pratiche illegali, certo, ma chi conosce questo mondo sa quanto siano diffuse.

Si stima che il bracconaggio incida sulle cause di morte dei lupi per una percentuale che varia dal 20 al 30%

Sulla base di queste stime, ancora imperfette, i ricercatori ritengono che che il rinnovamento della popolazione dei lupi avvenga mediamente ogni tre anni. Ma l’incidenza del bracconaggio è sottostimata: essendo reato uccidere i lupi spesso i bracconieri applicano la regola delle tre “S”: spara, scava, seppellisci. Sottraendo le prove sulle che testimonierebbero uccisioni illecite.

I tempi sono maturi per rivedere le necessità della comunicazione e guardare a ogni progetto come un singolo anello di una lunga catena. Comunicando l’importanza di vedere il nostro capitale naturale in modo olistico, interconnesso come in effetti lo è sul serio. Non serve la difesa di una specie se questa viene vista come una realtà a se stante. Occorre capire che l’ambiente deve essere mantenuto in equilibrio. Senza demandare la gestione alla politica e al mondo venatorio, troppo legati, troppo interessati, nel caso del lupo, a alimentare la paura verso i predatori.

Parco del Gargano combatte randagismo e ibridazione fra cani e lupi

Parco del Gargano combatte randagismo

Il Parco nazionale del Gargano combatte randagismo e ibridazione fra cani e lupi con un nuovo progetto, che punta a coinvolgere le varie realtà presenti sul territorio. Promuovendo la sterilizzazione dei cani vaganti e diffondendo i criteri di una gestione responsabile del vagantismo canino. Mettendo in campo azioni concrete per contrastare comportamenti irresponsabili.

Per poter realizzare il progetto l’ente parco si propone di creare una sinergia fra istituzioni, associazioni di volontariato e comunità locale. Mettendo in campo anche tutte le risorse necessarie per incentivare le buone pratiche, come la sterilizzazione. Il randagismo, oltre a essere una fonte di problemi per i cani, rappresenta anche un pericolo per i lupi. Che, quando convivono sullo stesso territorio con i cani, possono dar vita a fenomeni di ibridazione.

Il presidente del parco, Pasquale Pazienza, ha già tracciato una road map da seguire nei prossimi mesi per attuare concretamente il progetto. Coinvolgendo le forze di polizia che controllano il territorio, con in testa i Carabinieri Forestali, e le associazioni animaliste, ambientaliste e di protezione civile. Con il coinvolgimento indispensabile dei Comuni che ricadono nei confini del parco, che devono fare la loro parte.

Per combattere il randagismo occorre creare grandi sinergie

Appare oramai chiaro che non si possa contrastare efficacemente il randagismo operando su territori di piccole dimensioni, lasciando in mano solo ai Comuni la risoluzione del problema. Una delle principali cause del randagismo ha origine dalla mancata gestione dei cani di proprietà, lasciati liberi di vagare su un vasto territorio senza essere sterilizzati. In questo modo si moltiplicano gli accoppiamenti indesiderati e le nascite e su questo occorre far sensibilizzazione.

L’ente parco si è ispirato al progetto creato da Zero cani in canile e lo ha rimodulato secondo le esigenze di un territorio prevalentemente agricolo. Individuando una serie di azioni che messe in campo simultaneamente dovrebbero essere in grado di produrre i risultati attesi. Mettendo in atto informazione, formazione, sterilizzazioni e controlli.

Un gruppo di lavoro presso l’ente parco funzionerà da cabina di regia, per coordinare gli interventi nei diversi Comuni e per la creazione di gruppi operativi sul territorio. Attività necessaria per pianificare campagne di sensibilizzazione verso i cittadini, ma anche preso le aziende degli allevatori che operano all’interno del parco, per illustrare i progetti di sterilizzazione. Successivamente si passerà alla fase operativa che prevede l’avvio delle operazioni di sterilizzazione, con controlli sul territorio messi in campo dalle forze di polizia.

Senza trascurare una campagna informativa nelle scuole, che preveda il coinvolgimento attivo dei ragazzi. Sensibilizzazione e educazione dovranno coinvolgere anche i turisti che ogni anno visitano il Parco nazionale del Gargano. Ora occorre attendere per poter valutare il risultato di una pianificazione che, sulla carta, sembra avere tutti i requisiti per poter raggiungere buoni risultati.