Abbattimento degli orsi in Trentino: le bugie hanno le zampe corte

abbattimento orsi Trentino bugie

Abbattimento degli orsi in Trentino: le bugie hanno le zampe corte quando le persone hanno voglia di capire. Nel mirino ora è finito l’orso M90, chiamato Sonny, reo di aver incontrato due ragazzi che camminavano sopra Mezzana, in Val di Sole. L’orso non ha avuto comportamenti aggressivi e l’incontro si è risolto senza problemi eppure il solo l’episodio rischia di diventare motivo di un ordine di abbattimento. Dopo anni in cui poco si è fatto per la convivenza, mentre molto è stato fatto per creare allarme nei residenti, sembrano essere sempre più vicini gli abbattimenti sistematici degli orsi.

Una decisione presa per mantenere la popolazione di orsi a un livello accettabile, secondo la Provincia autonoma. Una scelta scellerata che potrebbe portare all’estinzione della popolazione trentina secondo alcuni esperti. Un tormentone sulla testa dei plantigradi che ha poco di scientifico e molto di politico. In un contesto nel quale i grandi carnivori come orsi e lupi sembrano essere diventati l’unico serio problema del territorio. Il comitato spontaneo nato dopo la morte di Andrea Papi, il giovane runner morto a seguito di un incontro con un’orsa e i suoi piccoli, è diventato un supporter della linea del presidente Maurizio Fugatti. Chiedendo azioni concrete contro orsi e lupi.

Due schieramenti divisi fra chi non vuole grandi carnivori e invoca abbattimenti più o meno selettivi e quanti invocano equilibrio, consapevoli dell’importanza di queste specie. Una guerra senza esclusione di colpi, vinta nel campo dell’emotività dall’amministrazione Fugatti ma persa quasi sempre nelle aule dei tribunali. Con un dispendio di risorse e energie che, se fossero state da tempo canalizzate per cercare di affrontare il tema convivenza, sarebbero state decisamente meglio investite.

Sull’abbattimento degli orsi in Trentino si continuano a raccontare bugie alla popolazione

Mentre il governatore Maurizio Fugatti cerca di accreditarsi come il risolutore (a fucilate) delle problematiche uomo/predatori, restano aperte tutte le questioni irrisolte. Cominciando dalla gestione dei rifiuti alimentari, alla custodia degli animali in alpeggio, dalla mancanza di corridoi ecologici sino all’annosa questione delle informazioni non date a residenti e turisti. Questioni rimaste al palo che continueranno a essere “emergenze” anche qualora venisse adottata la line degli abbattimenti.

La soluzione, unica realisticamente possibile, resta quella della convivenza nell’interesse comune, con la consapevolezza dell’esistenza delle inevitabili problematiche. Nodi che vanno affrontati, non nascosti sotto il tappeto per far contenta la parte meno attenta della popolazione. Abbattendo qualche orso e qualche lupo, va detto con chiarezza, non diminuiranno i rischi di predazione, nè la possibilità di fare incontri con i predatori. Una popolazione informata, invece, può fare molto per minimizzare il rischio di incidenti, perché il rischio di un evento negativo resta pur sempre una possibilità ineludibile.

Orsi, lupi, calabroni, motocicli e monopattini, ma anche scale, cantieri e caccia creano rischi di incidenti

Sono morte moltissime persone nel 2022 fra incidenti di caccia e attività all’aria aperta: 11 vittime per la caccia (escludendo tutte le morti collaterali) e 141 morti e 386 feriti per attività legate all’escursionismo. Secondo i dati relativi al 2022 raccolti dall’Università Carlo Bo di Urbino ci sono stati anche 25 morti arrampicando in montagna e 16 fra gli appassionati di sport invernali. Sembra quindi possibile affermare senza possibilità di smentita che se si muore in montagna non sia certo per colpa di orsi e lupi. Eppure sono gli animali i protagonisti degli incubi di molte persone, grazie alle notizie diffuse da troppi organi di (dis)informazione.

Un comportamento irresponsabile se si riflette sull’importanza della coesistenza, unica scelta che sia in grado di assicurare un’ipotesi di futuro sul pianeta alla nostra specie. Che certo nell’ultimo secolo non si può affermare abbia brillato per senso di responsabilità e lungimiranza. Ben altre dovrebbero essere le paure di ognuno di noi, proprio come le proccupazioni di quanti amministrano la cosa pubblica nell’interesse della collettività. Restando banalmente al momento presente sono tali e tanti i pericoli che corre ogni minuto un animale del pianeta, umani compresi, che prendersela con lupi e orsi appare davvero ridicolo.

Coesistenza impossibile con i lupi: la Svizzera parte con massicci abbattimenti

coesistenza impossibile lupi Svizzera

Coesistenza impossibile con i lupi: la Svizzera parte con massicci abbattimenti del predatore, che potranno riguardare interi branchi. L’UFAM (Ufficio federale dell’ambiente) ha autorizzato la rimozione totale di ben 12 branchi, come misura preventiva per evitare future predazioni. Una strategia quella Svizzera che vuole massimizzare i risultati, evitando che l’alterazione degli equilibri dei branchi possa far crescere le predazioni. Con una logica distruttiva che può ritenersi efficace, fatto tutto da dimostrare, solo sul piano della difesa degli allevamenti.

Regolazione preventiva dei branchi di lupi: l’UFAM approva la maggior parte delle richieste dei Cantoni

Le decisioni assunte dalla Confederazione Elvetica costituiscono un gran brutto precedente, sia nelle politiche di conservazione del lupo che nella negazione di ogni possibile coesistenza. Una visione antropocentrica che pone le attività umane al centro e il lupo ai margini, quasi non avesse un valore per la regolazione naturale delle popolazioni selvatiche. Disponendo l’abbattimento non solo di interi branchi ma anche di un numero consistente di giovani esemplari.

La coesistenza impossibile con i lupi in Svizzera sarà di esempio per altre nazioni

Calcolando che le stime di consistenza parlano della presenza di 30 branchi di lupi in tutta la Svizzera appare chiara l’invasività del provvedimento. Che prevede la riduzione di di più di un terzo dei branchi, con ulteriore prelievo di giovani esemplari. Contro questo provvedimento sono scese in campo ben 158 organizzazioni di tutela del lupo, appartenenti a 37 paesi, che chiedono al Comitato Permanente della Convenzione di Berna e alla stessa Svizzera di rivedere il provvedimento. Per l’Italia ha firmato anche l’organizzazione “Io non ho paura del lupo“.

Tratto dalla lettera inviata al Comitato Permanente della Convenzione di Berna

Da molto tempo viene detto che l’abbattimento dei lupi non è la strada per evitare le predazioni sugli animali d’allevamento. L’unico metodo efficace è rapresentato dai mezzi di protezione, come i recinti elettrici, e dalla presenza di pastori e cani da guardiania. Gli abbattimenti servono come misura tampone per soddisfare le richieste degli allevatori, pur non essendo suffragate da risultati scientificamente apprezzabili. Scelte gestionali irresponsabili, messe in atto nella direzione opposta rispetto a quella di una coesistenza irrinunciabile.

Uno sterminio di questo genere, se venisse attuato, aprirebbe una via anche in Italia

Sicuramente il governo italiano, il più filovenatorio della storia della Repubblica, non si lascerebbe certo scappare l’occasione di un’attenuazione del livello di protezione del lupo. Con tutte le conseguenze immaginabili in un paese come il nostro dove la gestione faunistica è sempre approssimativa e lasciata in mano ai cacciatori. Con l’attuale ministro Lollobrigida che ha sempre dichiarato, non si capisce in virtù di quali competenze, che lupi e orsi nel nostro paese sono “troppi”. Uno dei concetti meno scientifici sentiti sull’argomento, per giunta detto da chi ha responsabilità di governo e dovrebbe parlare con maggior cautela.

Ora non resta che vedere come e se deciderà di intervenire il segretariato della Convenzione di Berna, che aveva già posto dei veti sul declassamento dello status di protezione del lupo. In un momento in cui l’attenzione di tutta l’Europa continentale dovrebbe essere rivolta verso un piano complessivo di rigenerazione degli equilibri naturali. Che non si potranno mai raggiungere abbattendo i predatori.

Abbattimento o captivazione permanente: questo è il dilemma spesso eluso

abbattimento captivazione permanente

Abbattimento o captivazione permanente: questo è il dilemma che spesso ci si rifiuta di affrontare. Un tema spinoso che frequentemente non viene dibattuto, quale parlano mal volentieri gli addetti ai lavori in ogni schieramento. Un punto sul quale, invece, sarebbe opportuno pronunciarsi, dopo un ampio dibattito tecnico, non emotivo. Se è vero che decidere per chi non è in grado di farlo è sempre molto difficile, è altrettanto vero che non fissare regole può diventare un paravento. Dietro al quale nascondere la sofferenza. Garantire la vita anche a costo di negare il benessere è una scelta che mi risulta difficile da condividere.

Vale per tutti gli animali destinati a trascorrere una vita dietro le sbarre e per questo credo sia importante, ma anche doveroso, fare una riflessione. Senza preconcetti, basati sulla ponderata valutazione laica di pro e contro fatta da una pluralità di esperti. Se è vero che la cattività, nel caso degli orsi, allontana dalla violenza di uno sparo è altrettanto vero che mette al riparo le nostre coscienze e sensibilità, ma non le loro vite. La sofferenza del giorno per giorno, con gradienti vari e diversi, è la stessa che condanna a morire di noia gli animali di uno zoo. Quella che resta visibile nei sentieri scavati dalle zampe sul terreno dei recinti, sempre gli stessi, percorsi in modo ripetuto, quasi ossessivo.

Scelta sicuramente difficile come tutti i pensieri che le gravitano intorno, che non può essere elusa semplicemente al grido di “lasciamoli liberi”. Certo questa sarebbe la soluzione migliore, ma quando si arriva a un punto nel quale bisogna scegliere fra vita e morte, lì non ci sono terze vie. Non esiste più, nemmeno per noi, la possibilità di non esprimerci, di non scegliere, in nome dell’etica o della convenienza. Un bivio di fronte al quale bisogna decidere che strada imboccare, nell’interesse degli animali.

Abbattimento o captivazione permanente: scelte che mettono di fronte a un bivio etico

Del resto che la cattività rappresenti molto spesso una prigionia dai risvolti crudeli viene detto a chiare lettere quando, ad esempio, si parla di zoo e delfinari. Ma non in modo netto quando i detenuti sono rinchiusi a vita in altri luoghi, come santuari per orsi, solo per restare sul tema, o anche canili. Il baratto etico che sta alla base di questa differenza di valutazioni è la giustificazione dell’aver salva la vita, ma non è la “motivazione” della detenzione a cambiare o attenuare la sofferenza. La differenza cambia quando vi è una piena e consapevole analisi del benessere garantito dalle condizioni di detenzione. Che non può essere valutato solo sulla base dello spazio a disposizione o su criteri estetici.

Per fare una valutazione complessiva occore tenere presente l’etologia della specie e la sua origine: un conto è un animale selvatico che proviene da anni di cattività o da riproduzioni in cattività e altro è un soggetto di cattura. Bisogna valutare le caratteristiche della struttura e le condizioni di vita offerte, il tempo che si può dedicare alle interazioni o alla creazione di continui diversivi. In cattività la noia uccide, prova un animale nello spirito, lo riduce a un simulacro dell’animale che sarebbe stato se avesse vissuto libero.

Esistono sistemi per realizzare misurazioni e valutazioni scientifiche sul livello di stress che genera la cattività, esaminando per esempio i livelli del cortisolo.

La definizione di “benessere animale” e le modalità di determinazione di tale parametro sono ancora ampiamente dibattute. C’è, però, una generale concordanza sul fatto che una condizione di malessere dia origine a variazioni fisiologiche e comportamentali che possono essere rilevate e misurate. Tra i parametri endocrini, il più studiato è, senza dubbio, il cortisolo, in quanto connesso con l’attivazione dell’asse ipotalamico-pituitario-surrenale in condizioni di stress e quindi ritenuto indicatore ideale di benessere, benché debba essere utilizzato con cautela in quanto un aumento dei livelli di questo ormone non si verifica con ogni tipo di stressor.

Viggiani, Roberta (2008) La determinazione del cortisolo nel pelo per la valutazione del benessere animale, [Dissertation thesis], Alma Mater Studiorum Università di Bologna.

Il focus deve essere il benessere garantibile e non la sola esistenza in vita

Sarebbe tempo di fare ragionamenti a tutto campo, mettendo al centro i bisogni e il benessere degli animali, non l’accondiscendenza verso la componente emotiva. Questo, se pensiamo che anche un pesce rosso nella boccia possa essere sofferente e maltrattato, deve essere il primo punto dal quale far nascere una riflessione. L’argomento è spinoso, ma ritornando agli orsi qualcuno potrebbe mai pensare che la detenzione di M49 a Casteller sia compatibile con il suo benessere?

La questione è complessa e certo l’articolo non ha la pretesa di indicare la via, ma solo di stimolare una vera e complessiva riflessione che faccia aprire un dibattito a tutto tondo. La difesa della vita oltre ogni altra considerazione non può essere vista come una motivazione sufficiente a far detenere a vita animali nelle strutture. La difesa della vita non può diventare una motivazione che giustifichi la detenzione in qualsiasi condizione, non può far chiudere gli occhi davanti alla sofferenza.

Su questi temi un dibattito serio sarebbe auspicabile e urgente, coraggioso e necessario. Un dovere ineludibile, specie nel momento che sono sempre gli uomini a decidere cosa tocchi in sorte agli animali.

Al lupo, al lupo e l’Europa risponde con una minor protezione

lupo lupo europa risponde

Al lupo, al lupo e l’Europa risponde con una minor protezione, perché le elezioni si stanno avvicinando rapidamente e il consenso è importante. Specie quando un provvedimento di contenimento del predatore è al centro delle richieste di allevatori e cacciatori, lobby in grado di orientare i voti. In uno scacchiere politico che vede le forze politiche progressiste minacciate dall’avanzamento dei partiti dell’ultra destra, da sempre più vicine a queste corporazioni. In questo gioco politico il lupo, inconsapevolmente, diventa merce di scambio, non più componente fondamentale dell’equilibrio faunistico.

Dopo decenni di tutela assoluta, dopo fiumi di parole spese per difendere l’importanza dei predatori la politica, assediata da ben altri predatori, sta per capitolare. Contro il parere non soltanto di animalisti e ecologisti ma anche della scienza, preoccupata da questa ennesima manifestazione di asservimento politico. Il riconoscimento dell’importanza di specie apicali come i predatori, gli unici capaci di tenere efficacemente sotto controllo le popolazioni di ungulati, non basta più per mantenere alta la guardia.

Da una parte si racconta all’opinione pubblica l’importanza di piani europei di ristorazione della natura e di obbiettivi di lungo periodo, dall’altra si subiscono le pressioni dei gruppi di potere. In mezzo i cittadini, che poco si informano, quasi per nulla partecipano e spesso si abbeverano a fonti inquinate di informazione. Vittime, ma non innocenti, di un potere politico che prima ha saputo creare le condizioni per allontanare le istituzioni dai cittadini e poi ha usato il disinteresse per restare in sella.

Al lupo, al lupo e l’Europa risponde cavalcando un ipotetico pericolo derivante dai predatori, nascondendo i vantaggi della presenza

La protezione dei lupi, garantita dalla Direttiva Habitat del maggio 1992, nasce per una difesa di una specie che in quegli anni era in preoccupante declino in Europa, essendo vicina al reale pericolo di scomparsa. Ora le condizioni sono mutate, anche nel nostro paese, e la popolazione di questi predatori ha avuto una sorprendente ripresa. Ma se il lupo in Europa non è più a rischio di estinzione questo non significa che possa essere abbattuto senza pensieri. Esiste infatti una logica di tutela delle specie in pericolo e un’altra che dovrebbe valutare il rapporto costi benefici derivanti dalla presenza del lupo. Senza contare la destrutturazione dei branchi, causata dagli abbattimenti, che potrtebbe essere causa di nuove problematiche.

“La concentrazione di branchi di lupi è diventata un pericolo reale per il bestiame e potenzialmente anche per gli esseri umani”
Ursula von der Leyen
Presidente Commissione europea

Poche parole ben studiate, capaci di riassumere e di sintetizzare in un concetto penetrante che il lupo rappresenta un pericolo per l’economia, ma anche per la nostra specie. Un inciampo politico ponderato, per chi ha sempre parlato dell’importanza di avere una nuova visione europea di rapporto con l’ambiente e gli altri viventi. Parole che nascondono la promessa elettorale di voler tenere in conto le esigenze delle componenti agricole e venatorie. Senza tenere in conto l’importanza della presenza dei predatori per garantire gli equilibri faunistici.

Sta crescendo la strategia della paura, suscitando timori immotivati nei cittadini verso i lupi

Nella schizofrenia che spesso accompagna in questi ultimi anni la politica si parla dei pericoli derivanti dalla presenza dei lupi e della necessità di contenere cinghiali e altri ungulati. Mettendo quindi sullo stesso piano comunicativo sia la terapia che la patologia. La malattia è stata creata dal mondo venatorio, che ha immesso cinghiali balcanici di grossa taglia e molto prolifici e che gestisce gli abbattimenti con logiche perverse, agevolando la loro crescita. La cura sono i lupi, che hanno nei cinghiali la loro preda d’elezione, contribuendo a ridurne il numero in modo davvero efficace e selettivo. Su questo argomento sono intervenute associazioni come Euclipa, nata con il proposito di diffondere la conoscenza e la consapevolezza sulla crisi climatica ed ecologica.

In quanto predatore apicale, il lupo svolge un ruolo fondamentale negli ecosistemi europei e ha un impatto diretto e indiretto sulle popolazioni di ungulati (come cervi e cinghiali), che ne costituiscono la loro preda principale. Una funzione che dovrebbe essere considerata anche sul lato economico visto che, solo in Italia – e come afferma la stessa Coldiretti – questi animali sono responsabili di milioni di euro l’anno di danni. Oltre alla predazione diretta, i lupi influenzano il comportamento delle loro prede attraverso la cosiddetta” ecologia della paura”, ovvero la loro sola presenza induce cambiamenti comportamentali e fisiologici nelle specie predate creando un impatto positivo sul paesaggio e consentendo a molte altre piante e animali di prosperare.

Brano tratto da un comunicato lanciato da Euclipa

La realtà sta nel fatto che la tutela dell’ambiente e il contrasto allo sconsiderato strapotere delle corporazione agricole e venatorie ha bisogno dei cittadini. Senza la forza di questa massa critica, che grazie al potere del voto sarebbe in grado di orientare le scelte, la battaglia rischia di essere persa in partenza. Solo la partecipazione capillare e la nascita di una nuova coscienza sociale potrà portare a un effettivo cambiamento di strategia. Obbligando la politica a confrontarsi con cittadini consapevoli e interessati al loro futuro.

Piano lupo va in soffitta come (speriamo) il ministro Galletti

Piano lupo va in soffitta

Il piano lupo va in soffitta per i prossimi due anni e possiamo sperare che sia presto accompagnato dal ministro dell’Ambiente Galletti, che si è rivelato il peggior ministro dall’istituzione del dicastero.

Secondo quanto battuto dalle agenzie di stampa il ministero avrebbe deciso di rinviare qualsiasi abbattimento a data da destinarsi e non prima di aver fatto eseguire censimenti, che possano effettivamente dare qualche dato certo sulla consistenza del predatore.

Il ministro parlerebbe, il condizionale è d’obbligo, di un blocco di due anni degli abbattimenti in deroga, peraltro mai autorizzati dalla Comunità Europea per il nostro paese. Di fatto quindi più che parlare di blocco sarebbe corretto parlare di rinvio, visto che gli abbattimenti non sono mai partiti.

Con un impegno economico di 1,5 milioni di Euro da qui al 2020 per la realizzazione dei censimenti e probabilmente per incrementare gli indennizzi dati agli allevatori. Questa possibilità dovrebbe arrivare a breve alla Conferenza Stato-Regioni dopo essere stata presentata alla conferenza degli assessori regionali all’agricoltura.

Sul fronte lupo l’aria infatti è sempre densa di nuovole tempestose, viste anche le richieste recenti della Val d’Aosta (leggi qui) che a fronte della presenza di circa 20 lupi, malcontati, già invoca piani d’abbattimento come se fosse assediata dalla popolazione lupina.

Per non parlare degli allarmismi che provengono dalla veneta Lessinia (leggi qui) o dal Salento, dove i lupi sarebbero stati appena avvistati, secondo alcuni senza certezza, e però avrebbero già prodotto danni sbranando animali. Perché in tutta Italia pare essere più ricercato il lupo, per danni reali o presunti che non Igor il russo, il famoso pluriomicida scampato a ogni ricerca.

Intanto però, grazie anche alla campagna mediatica che agricoltori e cacciatori hanno lancitato contro il lupo, con articoli sulla stampa a volte esilaranti per manifesta assurdità dei contenuti (leggi qui), continuano gli episodi di bracconaggio messi in atto a danni del predatore, che rappresentano la punta dell’iceberg delle azioni messe in atto a danno del lupo.

Molti atti di bracconaggio sono infatti messi in atto in modo meno eclatante di altri. Non tutti i bracconieri sono anche esibizonisti e chi ammazza un lupo non è sempre disposto a rischiare per appendere il cadavere alla fermata dell’autobus come recentemente successo a Rimini.

Nel contempo però agricoltori e cacciatori si lamentano dei danni fatti dai cinghiali e dai caprioli chiedendone l’abbattimento. Ma gli ungulati sono la preda di elezione del lupo e se lasciassimo che la natura facesse il suo corso la loro popolazione sarebbe tenuta sotto controllo in un modo più naturale e, sicuramente, efficace degli abbattimenti.

Sul lupo insomma si scatenano non solo odio e appetiti del mondo venatorio, ma anche la disinformazione che lo azzanna ogni giorno (leggi qui) con fake news.