Non esiste benessere animale negli allevamenti perché gli "ospiti forzati" si trovano costretti a trascorrere la loro esistenza in condizioni che, troppo spesso, si possono definire "di mera sopravvivenza". Le normative nazionali e comunitarie continuano a usare a sproposito il termine "benessere animale", allo scopo di tranquillizzare l'opinione pubblica, ma la realtà è ben diversa.Fra l'essere tenuti in una condizione di benessere e il non essere inutilmente sottoposti a maltrattamenti vi è una grande e profonda differenza.
Negli allevamenti intensivi gli animali sono sottoposti a condizioni di "sofferenza controllata" che nulla può avere a che fare con il concetto racchiuso nel termine benessere. Vediamo le differenze di impostazione che esistono fra uomini e animali:
Il concetto di di benessere e salute umana secondo l'Organizzazione Mondiale di Sanità (OMS) - Nel 1948 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la salute ‹‹uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale››. Si tratta di un approccio che definisce la salute non come assenza di malattia, bensì come condizione soggettiva dell’individuo. Allo stesso tempo la salute viene riconosciuta come un ‹‹diritto fondamentale di ciascun essere umano senza distinzione di razza, religione, credenza politica, condizione economica o sociale››.
Il concetto di benessere e salute animale secondo l'Autorita Europea per la sicurezza alimentare (EFSA) - Per benessere degli animali si intende un loro stato di buona salute fisica e mentale. Il benessere degli animali domestici e di allevamento dipende, in larga misura, dal modo in cui vengono gestiti e accuditi dall’uomo. Una serie di fattori può incidere sul loro benessere, dalla stabulazione e dalla lettiera, allo spazio e al livello di affollamento, alle condizioni di trasporto, ai metodi di stordimento e macellazione e a procedure quali la castrazione o il mozzamento della coda.
Il primo passo per cambiare è quello di affrontare la realtà: animali umani e non umani hanno percezioni simili quando non sovrapponibili
Due sono i passaggi necessari per modificare le condizioni degli allevamenti intensivi: l'accettazione delle conoscenze scientifiche e la comprensione che non possa essere sempre la valutazione economica a prevalere. In attesa che maturino le condizioni per un definitivo allontanamento dall'attuale regime alimentare, fatto possibile ma non scontato, occorrono cambiamenti concreti. Non possiamo fare un costante make-up, cercando di rendere gradevole una realtà inaccettabile. Dobbiamo andare oltre alle fabbriche di proteine animali, chiudendo con sistemi produttivi barbari, insalubri e eticamente inaccetabili.
Se il mondo non è ancora pronto a diventare vegano potrebbe almeno cercare di essere migliore di così. Non è accettabile avere fabbriche di proteine che producono sofferenza, inquinano e offrono al consumatore prodotti scadenti, ma a prezzo basso. Se abbiamo cambiato le modalità di produzione delle aziende più inquinanti e pericolose possiamo cambiare anche la filiera alimentare, chiudendo un periodo che certo non fa onore alla nostra specie. Produrre polli o maiali come si trattasse di oggetti inanimati, forzandone la crescita e allevandoli in condizioni di maltrattamento, è insalubre, crudele, privo di etica.
Il benessere reale passa dalla possibilità di comportarsi secondo natura
Non si tratta solo di spazio, né di assenza di sofferenza fisica: per essere in reali condizioni di benessere gli animali devono poter svolgere il loro etogramma. Devono potersi comportare secondo i bisogni che sono specifici di ogni specie e essere custoditi in ambienti che, per conformazione e densità di presenze, lo consentano. L'esatto contratrio, quindi, delle condizioni di vita che possono essere garantite negli odierni allevamenti intensivi.
Per questa ragione l'allevamento intensivo, così com'è inteso oggi, non può essere oggetto di un miglioramento: è una modalità di allevamento che deve essere progressivamente eliminata. Peraltro il tasso di conversione proteico è talmente negativo nella produzione della carne che, se smettessimo domani di coltivare per produrre foraggio per gli animali, potremmo ridurre sino a sconfiggere la fame nel mondo. Coltivando i campi per alimentare persone e non per produrre mangimi per alimentare animali maltrattati che, oltretutto, potranno dare solo carni di qualità scadente. Un sistema fallimentare, basato sulla sofferenza.
Nominato il Commissario Europeo al benessere animale, per la prima volta nella UE: una scelta coraggiosa che traccia una direzione o solo fumo negli occhi? Questa è la domanda che sembra risuonare anche nei corridoi del parlamento europeo, dove molti dubbi sembrano esserci sulla nomina dell'ungherese Oliver Varhelyi. Il nuovo commissario ha una formazione giuridica e sembra non essersi mai occupato di animali in precedenza: un punto che non depone a suo favore. Non fa ben sperare nemmeno la sua provenienza politica, considerando che è stato eletto nelle schiere del partito di Victor Orban, che l'Europa la vorrebbe subalterna ai voleri dei singoli stati membri.
Dalla lettera di incarico al nuovo commissario indicato dalla presidente della Commissione Europea:
"Vorrei affidarle il ruolo di Commissario per la salute e il benessere degli animali. (...)
Sulla base della legislazione esistente in materia di benessere degli animali, lei modernizzerà le norme sul benessere degli animali, anche per quanto riguarda l'importazione di animali esotici, tenendo conto della sostenibilità, delle considerazioni etiche, scientifiche ed economiche e delle aspettative dei cittadini".
Nominato il Commissario Europeo alla salute e al benessere animale, ma di benessere si parla davvero poco
La presidente von der Leyen, da scaltra politica di lungo corso, ha inserito il benessere animale nel tutolo della proposta di incarico, per poi relegare il contenuto al fondo. In una delega che ha come primo obiettivo la salute dei cittadini europei e dove, gli animali, entrano per ademmpiere ai dettami del paradigma One Health. Annegando il benessere degli animali, al quale i cittadini europei sono sempre più attenti, in fondo alla lettera di missione. Il concreto rischio è che il benessere animale resti solo un'enunciazione di principio, come è successo per il riconoscimento degli animali come esseri senzienti, sancito dal trattato di Lisbona del 2007.
La legislazione comunitaria rappresenta una parte importantissima della normativa sul benessere animale. Le leggi nazionali adottate da ogni singolo paese sono infatti costrette nel recinto delle norme comuntarie e questo, anche per l'Italia, è stato motivo di progresso e innovazione della nostra legislazione in materia. Non si può però nascondere quanto il benessere animale sia stato sempre un concetto asservito alle esigenze economiche, piuttosto che al reale riconoscimento di diritti. Una sorta di mantello magico sotto il quale far scomparire enormi questioni etiche.
Le associazioni aumentino le pressioni verso i governi per ottenere cambiamenti reali
Pur essendo consapevoli che la battaglia delle associazioni ricordi quella di Davide contro Golia, abbiamo bisogno di raggiungere esattamente lo stesso improbabile epilogo. Diventando quei sassolini capaci di far saltare gli ingranaggi, protagonisti attivi per cambiare il corso delle cose. Prendendo atto della realtà che, dal mio punto di vista, passa dalla consapevolezza che la nomina di questo commissario sia un provvedimento di bandiera, una sorta di camouflage per nascondere la volontà di restare fermi o di muoversi con limitatissimi orizzonti.
La leva può passare soltanto attraverso una maggior sensibilizzazione dell'opinione pubblica, basata sull'informazione e sulla consapevolezza. La difesa dei diritti animali passa dalla creazione di uno zoccolo duro di elettori che, attenti alle problematiche animali e ambientali, si comportino come cacciatori e agricoltori. L'unico linguaggio compreso dalla politica passa attraverso il consenso elettorale: non è bastato e non basterà quanto accade fuori dalle urne. Occorre creare un fronte compatto, depurato dagli eccessi emotivi che raramente si traducono in voti, per dar vita a una strategia politica che possa contribuire efficacemente al cambiamento.
Lollobrigida, l'Europa e la carne coltivata: cautela o calcolo elettorale? Cosa giustifica tanto attivismo e ostilità verso un prodotto ottenuto da replicazione cellulare? Non sarà proprio in prossimità della tornata elettorale di primavera? Per quale motivo si osteggia un prodotto che è stato già autorizzato anche negli Stati Uniti, dove la carne di pollo ha superato i rigidi standard americani sulla sicurezza dei cibi? Domande che solo apparentemente non hanno risposta, ma sufficienti a ottenere due risultati pratici, basati su diffidenza e convenienza.
La diffidenza che in questo momento si cerca di stimolare è quella dei cittadini, che vengono confusi ad arte da un'informazione manipolata e confusa. Grazie alla quale la carne coltivata, ottenuta per replicazione cellulare, viene raccontata, invece, come un alimento sintetico. Che come tale viene identificato come possibile causa di grandi rischi per la salute pubblica. La convenienza invece è quella elettorale, che in questo momento mette a rischio il futuro dell'Europa per come è stata pensata dai costuenti.
Lollobrigida sulla carne coltivata vuole l'Europa fuori da un mercato che potrebbe ridurre emissioni e crudeltà
La carne coltivata è un prodotto alimentare ottenuto dalla crescita di cellule animali in un laboratorio anziché in un allevamento. Grazie a una tecnologia emergente, che potrebbe definitivamente rivoluzionare la produzione di proteine. Consentendo un miglior uso di quelle vegetali, che potrebbero essere interamente o quasi destinate all'alimentazione umana. Con la possibilità di poter disporre di proteine animali ottenute senza sofferenza e con ridotte emissioni, migliorando così anche il contrasto ai cambiamenti climatici.
Il 21 giugno 2023, la Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha approvato la vendita di carne coltivata di pollo di due aziende: GOOD Meat e UPSIDE Foods. Questa data sarà ricordata in futuro come una delle pietre miliari nella storia della carne coltivata, aprendo le porte di un modo del tutto nuovo di produrre cibo. Risulta evidente che, una volta aperta la strada al pollo coltivato negli USA, presto arriveranno sul mercato anche altre produzioni di derivazione animale.
Il tentativo del ministro dell'agricoltura Lollobrigida è quello di agglutinare intorno al divieto un numero sempre crescente di stati membri, a partire da Francia e Austria. Nazioni molto importanti nell'assetto delle politiche europee, ma anche grandi produttori e consumatori di carne. Un'attività posta in essere invocando un principio di cautela troppo spesso ignorato, invece, per difendere gli interessi agricoli. Come dimostra la recente proroga concessa sull'uso del glifosato in agricoltura, un erbicida non selettivo e potenzialmente pericoloso.
Le emissioni degli allevamenti intensivi e l'uso delle proteine vegetali per produrre carne sono rischi concreti per la salute
Allo stato delle cose sembra che nessuna richiesta di autorizzazione sia ancora arrivata all'ente europeo per la sicurezza alimentare (EFSA). Ragionevolmente è lecito pensare che le eventuali nuove richieste potranno essere valutate solo dopo le elezioni europee. Esattamente come il cambio della legislazione europea per il comparto allevamenti. Ma per qualcuno che continua a sollevare dubbi sulla carne coltivata vi sono certezze relative ai danni ambientali e quindi per la salute, causati dal comparto allevamenti.
Le attività umane hanno un impatto forte sul cambiamento climatico e rappresentano una minaccia seria per il pianeta e i suoi abitanti. L’ allevamento contribuisce per il 14,5% alle emissioni totali di gas serra globali, secondo i dati della FAO. Produrre carne intensivamente libera gas a effetto serra lungo tutta la catena produttiva.
La carne sintetica rivoluzionerà il comparto produttivo delle proteine, proprio come le grandi innovazioni che hanno caratterizzato l'avvento dell'industrializzazione. Non si capisce la ragione per la quale alcuni cambiamenti siano ritenuti ineluttabili, come l'avvento dell'intelligenza artificiale, mentre altri vengano presentati come dannosi e evitabili. Su un pianeta dove 8 miliardi di persone, dato in costante crescita, hanno necessità di essere sfamate oggi come nel futuro. Se vogliamo evitare migrazioni catastrofiche e guerre.
"Nella ddl sul cibo sintetico, noi vietiamo la produzione non la ricerca e i due fenomeni non sono collegati. Noi non siamo reazionari, ma conservatori. Conservatore è colui che non rifiuta l'innovazione ma sa agganciarla a dei valori che non cambiano", così il ministro dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, intervenendo nel corso della discussione generale sul disegno di legge sugli alimenti sintetici iniziata oggi alla Camera dei deputati. "Noi vogliamo coinvolgere tutta l'Europa - ha detto Lollobrigida - e fare da capofila in un processo simile a quanto già accaduto con gli OGM, quando li abbiamo vietati sul nostro territorio".
Se è incredibile la scelta del governo, che ha ben presente quanto la strada intrapresa rischi di portare a una bocciatura della legge appena votata, ancor più incredibile è l'astensione del PD. Il partito che dovrebbe essere progressista ha deciso di non scontentare quella parte del mondo agricolo che costituisce il suo sempre più risicato bacino elettorale. Quando sarà promulgata la norma, perché prima o poi anche il Quirinale dovrà costituzionalmente desistere, non si potranno più fare riferimenti alla carne anche per tutti i prodotti che costituiscono le alternative vegetali.
Carne coltivata vietata per legge, una farsa che l'Europa ci renderà davvero indigeribile
La normativa appena votata dai due rami del parlamento prevede il divieto di produzione, importazione e commercializzazione di ogni prodotto realizzato attraverso la coltivazione cellulare. Ufficialmente la norma vorrebbe tutelare consumatori e tradizioni ma, di fatto, sembra essere maggiormente orientata a non tradire gli elettori di Coldiretti. Che oggi hanno manifestato sotto il palazzo della Camera per festeggiare la decisione del governo. Rischiando di creare incidenti con quella parte politica, come +Europa e Movimento 5 Stelle che hanno votato contro questo provvedimento.
Il ministro Lollobrigida dice che conservatore è colui che non rifiuta l'innovazione ma sa agganciarla a dei valori che non cambiano. Evidentemente dimentica o fa finta di dimenticare che i valori non cambiano, quando fa comodo, ma le temperature del pianeta sì e in modo tanto rapido quanto preoccupante. Grazie anche a una fetta importante di emissioni clima alteranti prodotto da quelle fabbriche di carne che chiamiamo allevamenti intensivi.
"Primo perché ancora la carne coltivata non è in commercio in Europa, quindi vieta la vendita di qualcosa che fino a future approvazioni è di fatto già vietato. Secondo perché quando verrà approvata a livello UE l'Italia non potrà vietare l'importazione di carne coltivata, e quindi la tutela del consumatore tanto sbandierata non ha senso. Così come non potrà vietare l'importazione di prodotti vegetali con le denominazioni vietate alle aziende italiane. Terzo perché l’Italia ha ufficialmente ritirato la notifica TRIS di questo disegno di legge alla Commissione europea, una procedura prevista per tutte le norme che possono limitare il libero commercio delle merci. Questo con lo scopo di evitare una probabile bocciatura che ne avrebbe frenato i lavori. E la giurisprudenza dice che una disposizione nazionale non notificata può essere considerata inapplicabile, e proprio per questo motivo inoltre l'Europa potrebbe perfino aprire una costosa procedura di infrazione verso l’Italia."
Dichiarazioni di Claudio Pomo, responsabile sviluppo di Essere Animali
La carne coltivata è il futuro e questa mossa è solo propaganda elettorale, considerando la vicinanza delle elezioni europee
In attesa di vedere quali saranno le decisione del Quirinale, che potrebbe rinviare la legge alle Camere, vedremo quali saranno nei prossimi giorni i commenti della Commissione Europea. Che certo non potrà gradire questa fuga in avanti del nostro governo, in una materia che sarà regolamentata dall'Unione. Insomma un pasticcio nel pasticcio, che rischia di costare caro al nostro paese, che non aiuterà nella inevitabile transizione verso un maggior consumo di proteine vegetali.
Allevatori condannati per aver maltrattato e causato la morte di alcuni maiali in un'azienda del gruppo Amadori, dopo un'inchiesta di Essere Animali trasmessa su Report RAI nel 2016. L'inchiesta, realizzata da Sabrina Giannini con il team investigativo di Essere Animali aveva portato alla luce condizioni disumane di allevamento.
Poco tempo dopo la messa in onda del video di Essere Animali, ENPA con l'aiuto di Animal Equality aveva presentato una denuncia alla magistratura. Le condizioni di allevamento mostrate nell'inchiesta erano state viste da due milioni e mezzo di persone, dopo essere andate in onda su Report, allora condotto da Milena Gabanelli.
Sulla base di quanto diffuso dalla RAI la Procura di Forlì, a cui si era rivolta ENPA, aveva aperto un fascicolo per maltrattamento di animali. A seguito della denuncia furono disposti accertamenti che portarono alla recente sentenza. Sul banco degli imputati sono finiti l'amministratore delegato e il gestore dell'impianto, ma altri sembrano mancare all'appello. Quanti avevano il compito di controllare e lo hanno svolto male oppure con grande superficialità.
La condanna degli imputati, che hanno scelto di patteggiare, peserà come un macigno su Amadori
Il Giudice per le indagini preliminari di Forlì ha accolto le richieste di patteggiamento presentate dagli imputati. Condannando il rappresentante legale dell'azienda a 3 mesi di reclusione, pena sospesa, e 22.500 Euro di multa. La persona che aveva in custodia gli animali è stata condannata invece a un'ammenda di 1.600 Euro. Pene basse rispetto a quanto succedeva e alle sofferenze patite dagli animali. Ma il massimo possibile considerando lo sconto di pena per il patteggiamento e la normativa attuale.
La condanna ha riguardato un'allevamento intensivo di proprietà del Gruppo Amadori, che non potrà dire di non conoscere le condizioni in cui i maiali venivano tenuti. In gabbie piccolissime, con lesioni, senza arricchimenti ambientali e in condizioni talmente afflittive da causarne in alcuni casi la morte.
ENPA nel 2019 aveva già ottenuto dal Garante per la Concorrenza e il Mercato un provvedimento che obbligava Amadori a modificare la sua comunicazione pubblicitaria, ritenuta non conforme al disciplinare. Questa volta non si trattava di suini ma di polli, pubblicizzati scorrettamente. Il benessere animale negli allevamenti intensivi viene spesso usato per convincere i consumatori dell'attenzione del marchio nella produzione, senza che questo corrisponda realmente al vero.
I consumatori non devono credere che sia vero tutto quello che racconta il marketing
Il consumatore deve stare sempre molto attento a verificare quanto dichiarato dalle aziende, per non cadere in una trappola che garantisce solo maggiori introiti ai produttori.
Quando si parla di benessere animale, peraltro, questo non deve far supporre che gli animali conducano una vita secondo i loro bisogni, ma solo che sono allevati seguendo le normative. Negli allevamenti intensivi il benessere, nel senso completo del termine, non esiste. Nella maggior parte dei casi può esserci soltanto solo una condizione di minor sofferenza.
Per questo è importante avere consumatori attenti e informati, che non si facciano rapire dalle sirene della pubblicità. Racconti spesso ingannevoli, come le espressioni sorridenti dei maiali sui camion di certi salumifici.
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