Lupo impiccato da bracconieri nel Parco del Gargano: una sfida allo Stato compiuta con metodi malavitosi

Lupo impiccato da bracconieri

Lupo impiccato da bracconieri e lasciato penzolare da un albero, nel Parco del Gargano. Un’immagine atroce che non si può pubblicare, per non dare ulteriore visibilità agli autori di questo gesto criminale. Un’azione che sembra fatta per intimidire, per sfidare le istituzioni in un territorio dove il lupo non viene visto solo come una pestilenza. Ma anche come una preziosa risorsa secondo gli stessi allevatori, come avviene nel Parco nazionale dell’Alta Murgia.

cani falchi tigri e trafficanti

In questo periodo si stanno moltiplicando le uccisioni di lupi e gli allarmi lanciati dai media, per quella che viene indicata come una presenza pericolosa. Capace di mettere in pericolo non solo l’allevamento ma anche l’incolumità delle persone. Una girandola di notizie e di informazioni che sarebbero smentite dai dati degli esperti, che però non trovano posto con la stessa frequenza sui media. Che preferiscono cercare click con titoli a effetto, accontentando spesso i politici di riferimento o le associazioni di categoria.

Una narrazione, falsa e esagerata, che va avanti da anni, facendo presa sull’opinione pubblica meno informata sui temi naturalistici. Quella che ancora crede che i lupi e le vipere siano state lanciate dagli ambientalisti con gli elicotteri. Una falsità assoluta che oramai si è trasformata in una credenza diffusa. Dimostrando quanto possa essere pericoloso condividere informazioni sui social senza verificarne la veridicità.

Il lupo impiccato dai bracconieri è la conseguenza della disinformazione e del senso di impunità

Chi da anni si occupa di predatori, come ad esempio il dottor Rosario Fico, racconta esperienze completamente diverse. Potendo vedere il problema a tutto tondo come responsabile del Centro di Referenza Nazionale di Medicina Veterinaria Forense. Così, dati alla mano, si dimostra quanto le predazioni sugli animali d’allevamento siano poca cosa. Spesso ingigantite dagli interessi degli allevatori legati alla ricezione degli indennizzi. Una giostra alimentata dal denaro, dal consenso elettorale e dal mondo della caccia. Che da sempre vorrebbe un paese invaso dai cinghiali ma senza lupi. Eppure la realtà è molto diversa e non desta allarme, come si può capire guardando questo video.

Da tempo, poi, si è in attesa di un inasprimento delle pene per chi compie atti di bracconaggio, ma sembra sempre che il traguardo si sposti ogni giorno. Promesse non mantenute dalla politica, che è sempre in bilico fra tutela della natura e interessi elettorali. In un paese che viene chiamato alle urne o cambia governo con una velocità disarmante, incomprensibile per i cittadini. Che però sono gli elettori di quella classe politica che sembra rappresentarli sempre meno.

Per identificare i responsabili occorre che le scene del crimine non siano contaminate da chi rinviene gli animali uccisi

Bisogna sapere che molte volte l’impossibilità di identificare i responsabili deriva dall’inquinamento della scena del crimine. Che porta a perdere, per sempre, prove importanti e indispensabili, ad esempio per l’individuazione del DNA. La miglior operazione che deve essere fatta dalle persone non qualificate è quella di fare, stando a distanza, una serie di riprese fotografiche. Prima di ogni altra cosa: i rilievi sono spesso lo strumento principale per cristallizzare lo stato dei luoghi e preservarlo come si trova.

Successivamente, senza toccare nulla, tantomeno il corpo dell’animale, bisogna chiedere l’intervento dei Carabinieri Forestali, dei Guardiaparco o comunque di personale specializzato. In grado di raccogliere indizi (impronte digitali, ma anche di scarpe o di pneumatici, mozziconi, bossoli e qualunque altro materiale presente), che potranno poi essere oggetto di analisi. La medicina veterinaria forense opera a livello di quella umana ed è in grado di trasformare particolari apparentemente insignificanti in prove. Indispensabili per individuare il criminale e provare le sue responsabilità.

A patto che chi rinviene il cadavere dell’animale non alteri il luogo del ritrovamento, calpestando o distruggendo le tracce, toccando il cadavere dell’animale, specie a mani nude (anche per evitare rischi sanitari). L’ingresso nella scena del crimine è una tecnica di polizia giudiziaria fondamentale per il reperimento degli indizi che possono poi portare a identificare i responsabili. Per questo è di fondamentale importanza che la curiosità del rinvenitore non crei un danno irreparabile.

Il pregiudizio è molto più pericoloso per l’uomo del lupo, lo dimostrano i dati scientifici

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Foto Wolf Apennine Center

In un mondo che si alimenta di fake news il pregiudizio fa più danni della realtà. Facendo percepire da troppi il lupo come un pericolo, basandosi anche sulla leggenda della sua reintroduzione, falsa ovviamente. Come falsa è quella che riguarda la sua pericolosità per l’uomo, considerando l’assenza di aggressioni dimostrate da oltre 150 anni. Purtroppo la favola di Cappuccetto Rosso e quelle create da certa stampa e dal mondo venatorio hanno alterato il modo di percepire il lupo.

Come è stato scritto e detto più volte il lupo, al pari di tutti gli altri animali, non è buono o cattivo. Fa soltanto la sua vita, quella per il quale l’evoluzione lo ha plasmato. Ponendolo al vertice della catena alimentare, che sin dai primordi è costituita da predatori e prede. Che sono restate in armonico equilibrio sino a quando noi uomini abbiamo smesso di essere cacciatori raccoglitori, molti millenni fa.

MirCo Lupo (Minimizzare l’Impatto del Randagismo canino sulla COnservazione del lupo in Italia) in questi anni si è occupato di studiare contrastare l’ibridazione fra lupi e cani. Un fenomeno preoccupante per il patrimonio genetico lupino. Che nasce da una pessima gestione del vagantismo dei cani di proprietà. Ora il progetto, che ha fatto molto per cercare di contrastare falsi miti ma anche di creare ponti fra le varie categorie interessate al problema, sta per terminare. Lasciando un vuoto di comunicazione e di divulgazione che dovrà essere riempito, in modo efficace e realistico.

Il pregiudizio che vede il lupo come pericoloso è duro a morire, mentre il bracconaggio imperversa

Secondo le stime dei ricercatori che hanno seguito in questi anni il progetto MirCO Lupo, gestito dal Parco nazionale dell’Appennino tosco Emiliano, il bracconaggio incide in modo pesante sulla popolazione del predatore, senza fortunatamente compromettere la sua esistenza. Il lupo è un animale adattabile, opportunista, intelligente e con grande mobilità sul territorio. Capace di avanzare se l’ambiente è favorevole, ma anche di ripiegare quando le condizioni non gli consentono scelta.

Lo ha già dimostrato nel dopoguerra, quando dopo essere stato perseguitato in ogni modo, anche mettendo taglie sulla sua testa che venivano incassate dai cosiddetti lupari, cacciatori pagati per sterminarli. In quegli anni bui per la specie il lupo si è rifugiato nelle foreste dell’Abruzzo e della Calabria, resiliente e paziente. Per poi tornare a colonizzare lo stivale. Quando l’abbandono della montagna e l’abbondanza di prede, che i cacciatori con ripopolamenti sconsiderati gli avevano messo a disposizione, avevano consentito la sua ripresa. Grazie anche alle misure di protezione che negli anni ’70 vennero garantite alla sua specie, da allora ritenuta particolarmente protetta.

Ora il lupo vive in pianura come in montagna e si avvicina all’uomo quando questo crea le condizioni favorevoli. Magari aprendo una mensa per il predatore, che essendo versatile bilancia volentieri la sua dieta fra prede e carogne. Approfittando delle carcasse degli animali che troppi allevatori smaltiscono illegalmente. Ma anche mettendo fine alla vita di animali morenti che vengono buttati ancora vivi nelle concimaie, per risparmiare sui costi di abbattimento e smaltimento. Pratiche illegali, certo, ma chi conosce questo mondo sa quanto siano diffuse.

Si stima che il bracconaggio incida sulle cause di morte dei lupi per una percentuale che varia dal 20 al 30%

Sulla base di queste stime, ancora imperfette, i ricercatori ritengono che che il rinnovamento della popolazione dei lupi avvenga mediamente ogni tre anni. Ma l’incidenza del bracconaggio è sottostimata: essendo reato uccidere i lupi spesso i bracconieri applicano la regola delle tre “S”: spara, scava, seppellisci. Sottraendo le prove sulle che testimonierebbero uccisioni illecite.

I tempi sono maturi per rivedere le necessità della comunicazione e guardare a ogni progetto come un singolo anello di una lunga catena. Comunicando l’importanza di vedere il nostro capitale naturale in modo olistico, interconnesso come in effetti lo è sul serio. Non serve la difesa di una specie se questa viene vista come una realtà a se stante. Occorre capire che l’ambiente deve essere mantenuto in equilibrio. Senza demandare la gestione alla politica e al mondo venatorio, troppo legati, troppo interessati, nel caso del lupo, a alimentare la paura verso i predatori.

Allevatori altoatesini verso grandi predatori: vogliono solo quest’orso

Allevatori altoatesini verso grandi predatori

Allevatori altoatesini verso grandi predatori, con grandi falò accesi sulle montagne dell’Alto Adige per chiedere la rimozione di orsi e lupi. Che tradotto significa volere l’abbattimento indiscriminato di tutti i grandi predatori, pericolosi secondo loro per animali e uomini.

Guardando il video di ANSA sui falò anti predatori ci si sente impotenti di fronte a tanti luoghi comuni e a tante strumentalizzazioni, ma anche di fronte a convinzioni medievali. Spesso il mondo agricolo e i cacciatori accusano i cittadini di essere favorevoli alla presenza dei predatori perché non conoscono nulla della natura.

Non rendendosi conto che con queste dichiarazioni sono proprio loro a dimostrare di non conoscere la natura e i ruoli ricoperti dai predatori nel mosaico dell’equilibrio naturale. Orsi e lupi non sono un capriccio degli ambientalisti, sono parte di un ecosistema e sono bioregolatori importanti.

Parlare di rimozione dei grandi predatori in quanto pericolosi per gli uomini e per gli animali degli alpeggi è una storia trita e ritrita. Che ha sempre visto gli uomini combattere i predatori con ogni mezzo: veleno, trappole, fucilate e con personaggi come i “lupari”, premiati ad ogni uccisione del carnivoro. Storie davvero d’altri tempi.

Fino al 1977 la fauna era solo selvaggina e comprendeva ancora gli “animali nocivi” , che erano poi quasi tutti i predatori. Lo prevedeva il Testo unico delle norme per la protezione della selvaggina e per l’esercizio della caccia del 1939. Rimasto in vigore sino al 1977.

Il Testo Unico sulla caccia del 1939

REGIO DECRETO 5 GIUGNO 1939, n.1016

Art. 4. – agli effetti della presente legge sono considerati nocivi:
A) fra i mammiferi: il lupo, la volpe, la faina, la puzzola, la lontra, il gatto selvatico;
B) fra gli uccelli: le aquile, i nibbi, l’astore, lo sparviero e il gufo reale.
Nelle bandite, nelle riserve e nelle zone di ripopolamento e cattura sono, altresì, considerati nocivi la martora, la donnola, i rapaci diurni e notturni, i corvi, le cornacchie, la taccola, la gazza, la ghiandaia e le averle. Sono parimenti considerati nocivi gli aironi e i marangoni dove si esercita l’industria della pesca.

È equiparato ai nocivi il gatto domestico vagante oltre 300 metri dallo abitato.
Il cinghiale e l’istrice sono considerati nocivi quando si introducano nei fondi coltivati o negli allevamenti e vi producano danni.
(…)


Art. 25. – L’uccisione e la cattura degli animali nocivi al pari della presa e della distruzione di uova, di nidi e di piccoli nati degli stessi sono permesse dove la caccia sia comunque aperta per una qualsiasi specie di selvaggina e possono essere compiute nelle ore notturne anche col fucile previa autorizzazione scritta dal comitato provinciale, che ne stabilisce le necessarie cautele. L’uccisione e la cattura, nonché la presa e la distruzione di cui sopra sono, altresì, permesse ai rispettivi concessionari e ai dipendenti agenti nelle bandite, nelle riserve e nelle zone di ripopolamento e cattura in ogni tempo e con qualsiasi mezzo, compresi i lacci, le tagliole e le trappole, con esclusione dell’arma da fuoco impostata con scatto procurato dalla preda.
In tempo di divieto la caccia col fucile a tali animali è esercitata dagli agenti di vigilanza di cui all’art. 68 della presente legge. Può, tuttavia, essere autorizzata dal prefetto, su proposta del comitato provinciale della caccia, a persone da questo nominativamente designate e con modalità da determinarsi.
La uccisione e la cattura degli animali nocivi può essere fatta con lacci, tagliole, trappole e bocconi avvelenati anche nei luoghi facilmente sorvegliabili.
(omessa la pena)
Non è punibile chi abbia ucciso animali rapaci o nocivi per difesa della propria o dell’altrui persona, ovvero di averi propri o di cui abbia la custodia.
Il ministro per l’agricoltura e per le foreste, sentito il comitato centrale, può limitare od anche sospendere in una o più località e per periodi di tempo determinati la caccia o la cattura di una o più specie di nocivi, nonché la presa dei piccoli e la distruzione dei nidi.

Vogliono tornare al concetto di animali nocivi

Sembra che il tempo sia trascorso invano, che le conoscenze naturalistiche acquisite si siano fermate al 1800, che nessun progresso culturale sia stato possibile. Tutto questo grazie alla paura, all’incultura che viene seminata nella collettività con una perseveranza senza fine. Per calcolo, per consenso elettorale, per fare disinformazione.

Leggendo il Testo Unico sulla caccia del 1939 vengono alla mente le disposizioni che il nostro ministro dell’Interno Salvini ha subito dato ai Prefetti, a poche ore di distanza dalla pubblicazione del Piano Lupo fatto dal Ministero dell’Ambiente guidato da Sergio Costa. Facendo credere agli italiani che i lupi siano una questione di pubblica sicurezza.

Il pericolo per gli uomini non esiste e non è reale, considerando che in Italia non si registrano episodi di aggressione dei lupi da oltre un secolo. Mentre per gli orsi dolomitici si parla di scaramucce, molte delle quali dubbie e provocate da comportamenti sbagliati delle persone.

Gli orsi abruzzesi, invece, convivono con la popolazione, che ha ben compreso il loro valore, anche in termini economici, grazie agli introiti dell’ecoturismo. Certo ci sono episodi di intolleranza e bracconaggio, ma l’ostilità della popolazione verso i predatori non è così diffusa come nel Nord del paese.

Chi alleva animali deve attrezzarsi, viene ripetuto fino allo sfinimento, con recinti elettrici, cani da guardiania e pastori presenti sul pascolo. Il valore dell’equilibrio naturale e la tutela dell’ambiente sono interessi collettivi che superano quelli di alcune categorie. Che devono smettere, con la complicità della politica, di versare benzina sul fuoco.

Il piano per la gestione del lupo

piano gestione lupo

Il piano per la gestione del lupo è stato finalmente pubblicato e avrà una durata di cinque anni, quindi sino al 2024. La prima considerazione che viene da fare, al termine della lettura del piano, è il complessivo apprezzamento per l’intero impianto. La seconda, la più importante, è quella che se si sgombra il campo dagli interessi corporativi l’analisi è concreta. Non viziata da pregiudizi.

Se la questione lupo viene affrontata con buon senso, se si cerca di analizzare non i luoghi comuni ma la realtà scientifica, il problema prende un’altra forma. Cambiando così anche gli strumenti per la gestione del predatore, che è utile se non indispensabile alla corretta conservazione ambientale.

Questo piano, per il quale bisogna rendere onore al ministro Costa, analizza la questione a tutto tondo. Mettendo il lupo al centro ma andando finalmente a stanare anche molte problematiche che sono state ignorate per troppo tempo. Nonostante fossero sollevate con quotidiana pervicacia da associazioni e persone che si occupano delle problematiche faunistiche.

I cacciatori vedono il lupo come un nemico

Nel piano è scritto a chiare lettere che il rapporto conflittuale fra lupo e cacciatori è dovuto proprio alla visione di questi ultimi, che identificano nel lupo un competitor per le prede. Alimentando e soffiando sul fuoco dei pregiudizi che hanno portato a tratteggiare la ricomparsa del lupo come un problema per la sicurezza.

Il piano per la gestione del lupo questo lo indica in modo molto chiaro, mettendo nero su bianco quello che molti sostengono da troppo tempo, inascoltati.

La caccia ai mammiferi ungulati può entrare in conflitto con la presenza del lupo: buona parte del mondo venatorio percepisce il lupo come un competitore che, con la sua predazione, influisce sulla produttività
delle popolazioni selvatiche e sottrae una parte della disponibilità per l’esercizio venatorio. Questa percezione, pur non supportata da dati scientificamente attendibili, porta ad uno stato di tensione che può
indurre fenomeni di bracconaggio. Inoltre, metodi di caccia come quello della braccata (ad esempio, nella caccia al cinghiale) sono molto diffusi ed hanno un impatto negativo, a volte anche involontario, sul lupo.

Tratto dal Piano per la gestione del lupo 2019

Il piano affronta anche il problema delle predazioni sul bestiame, individuando la necessità di adottare misure di prevenzione che rendano complicata la vita dei lupi nel compiere attacchi. Aumentare la resilienza è un imperativo che speriamo possa essere presto adottato anche in altri contesti, in alternativa a impossibili piani di eradicazione.

Cani da guardiania, recinti elettrificati, presenza costante degli allevatori e rispetto delle normative sul pascolo sono fra le misure individuate. Unitamente anche alla corretta concessione di indennizzi che vanno riconosciuti a chi ha subito perdite economiche a causa dei lupi.

Non sono previsti abbattimenti

Nel piano lupo 2019 non sono previste uccisioni, né di lupi né di ibridi fra lupo e cane. Andranno messe in atto tutte le azioni necessarie per limitare l’ibridazione, anche attraverso operazioni di cattura, sterilizzazione e rilascio degli esemplari ibridi. Il piano lupo prevede anche un cambio di passo nei confronti della gestione del randagismo.

Individuando nel vagantismo canino e nella mala gestio dei cani da parte dei proprietari uno dei maggiori problemi, unito a pratiche di contrasto del randagismo insufficienti e mal coordinate. Chiedendo anche che vengano riviste le normative per la prevenzione del randagismo in tempi brevi. Scrivendo che le prescrizioni imposte dalle norme non si sono tradotte in azioni concrete per l’ottenimento del risultato.

Fra le attività previste per contrastare il bracconaggio dei lupi, ma anche per tutelare in generale la fauna e gli animali domestici, il piano lupo individua anche la necessità di rivedere la vendita dei veleni. Quest’ultimo punto è da anni richiesto a gran voce da chiunque abbia un minimo di buon senso. I danni collaterali dei veleni in libera vendita superano di gran lunga i benefici.

Ora bisognerà aspettare di vedere i risultati che il ministro Sergio Costa otterrà dal parlamento, dalle regioni e dalle amministrazioni interessate. Quel che è certo è che per la prima volta un piano di gestione faunistica non è fatto a fucilate. Grazie ministro!

Lupo e orso nel mirino della provincia di Trento

Lupo e orso nel mirino della provincia di Trento

Lupo e orso nel mirino della provincia di Trento che ripresenta un disegno di legge che consente l’abbattimento di orsi e lupi.

Resta sempre difficile la convivenza di orsi e lupi con l’amministrazione della provincia autonoma di Trento, che vuole ottenere l’autorizzazione alla cattura o all’abbattimento.

Di tutti gli animali che creano danni all’agricoltura e questo nonostante gli studi recentemente conclusi da EURAC, un istituto indipendente di ricerca di Bolzano, abbiano dimostrato che uccidere un lupo crea problemi al branco. Aumentando la possibilità di predazione del bestiame.

Lupo e orso nel mirino della provincia di Trento che non intende cambiare politiche, ignorando volutamente ogni studio. La protezione dei grandi carnivori non sono fantasie da cittadini, come le liquida l’ex alpinista Reinhold Messner, cacciatore da sempre. Lo dicono i risultati di complessi studi scientifici condotti in tutta Europa che dimostrano l’inutilità degli abbattimenti, pur selettivi. (leggi qui)

La giusta logica dovrebbe essere quella di aumentare la resilienza degli agricoltori nei confronti dei predatori, tornati a ripopolare il nostro territorio. Durante i secoli scorsi gli allevatori erano abituati a convivere con il lupo e con l’orso, prima di arrivare a portarli sulla soglia dell’estinzione.

Questi animali erano visti solo come feroci avversari, ma allora si conosceva davvero ancora troppo poco sull’importanza dei predatori per il mantenimento dell’equilibrio ambientale. Oggi le informazioni scientifiche sono disponibili, se solo fossero valutate con attenzione.

Invece il presidente del Trentino ha ottenuto l’approvazione di un disegno di legge che gli consentirebbe, una volta “acquisito il parere dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), limitatamente alle specie Ursus arctos e Canis lupus, (di) autorizzare il prelievo, la cattura o l’uccisione, a condizione che non esista un’altra soluzione valida e che il prelievo non pregiudichi il mantenimento, in uno stato di conservazione soddisfacente, della popolazione della specie interessata nella sua area di ripartizione naturale“.

Nella speranza, della provincia di Trento, che questo DDL possa trovare un’apertura anche da parte del Ministero dell’Ambiente, per poter dare il via agli abbattimenti o alle catture e alla riduzione in cattività. Per un lupo ma anche per un orso un’alternativa peggiore della morte.

Ma già nel 2017 era chiaro, leggendo il dossier di EURAC , quanto la stampa e, aggiungo io, la componente venatoria, avessero il potere di condizionare l’opinione pubblica, portando il livello di allarme della popolazione ai massimi livelli pur non essendoci una ragione per temere la presenza del’orso e del lupo.

“Negli ultimi anni la stampa ha spesso cavalcato con sensazionalismo queste paure. Molti quotidiani locali e nazionali utilizzano frequentemente la parola “minaccia” o “attacco” riferendosi al lupo: ‘Quando il lupo diventa una minaccia‘ (Le Iene, trasmissione TV) ‘Al lupo! Al lupo!‘ (Striscia la Notizia, trasmissione TV) ‘Provincia: se il lupo è pericoloso’ (L’Adige) ‘Lupi all’attacco‘ (L’Arena) ‘Lupi: cacciatori pronti a sparare‘ (Alto Adige) “. (Dossier EURAC sil lupo)

Così vengono enfatizzati i problemi senza valorizzare i vantaggi di una pacifica convivenza, che certo non sono pochi. Dalla regolazione efficace delle popolazioni di ungulati, con conseguenti benefici anche per il capitale naturale, alle molteplici forme di eco turismo che la presenza di orsi e lupi portano sul territorio, con una ricaduta economica importante sulle comunità locali.

Senza informare l’opinione pubblica che oggi la tecnologia consente di adottare misure per prevenire le predazioni, come i recinti elettrici per difendere le arnie delle api e le greggi, oppure possono essere impiegati metodi antichi ma efficaci come i cani da guardiania, che hanno dato ottimi risultati in Appennino e non soltanto.

Nessuno dice, poi, che il controllo delle popolazioni fatto con il fucile non è mai servito a ottenere un equilibrio, ma solo a portare alcune specie sull’orlo dell’estinzione, come accaduto per i grandi carnivori come lupo e orso, ma anche per uccelli utili come gli avvoltoi, a torto ritenuti, per ignoranza, non necrofagi ma predatori.

La gestione della fauna messa in atto per risolvere a fucilate ogni problema è stata sempre diffusa e raccontata dai cacciatori, capaci di creare leggende su ogni animale ma anche grazie alla favola che sono loro i custodi del territorio, gli unici capaci di conoscere e equilibrare.

Purtroppo nella realtà la caccia, invece, ha esposto il nostro capitale naturale a grandi pericoli proprio grazie ai comportamenti irresponsabili del mondo venatorio. Uno per tutto i ripopolamenti fatti con i cinghiali balcanici, più grossi e più prolifici di quelli presenti in Italia. Ma di questo se ne parla poco. Rimangono però lupo e orso nel mirino della provincia di Trento!