Uccisa in Abruzzo l’orsa Amarena, madre dell’orso Juan Carrito: un’altra perdita annunciata su cui riflettere

Uccisa orsa Amarena
Foto PNALM risalente all’estate 2021

Uccisa in Abruzzo l’orsa Amarena, madre dell’orso Juan Carrito, l’orso confidente più famoso di Europa, morto a seguito di un investimento stradale nel gennaio di quest’anno. La storia di Amarena parte da molto lontano ed è quella di un’orsa diventata confidente a causa delle continue interazioni con gli uomini. Quando un orso come Amarena perde la naturale e auspicabile diffidenza nei confronti dell’uomo, diventa un fenomeno da baraccone per troppi, nonostante l’incessante lavoro del Parco per proteggerla. Raggiungendo il culmine della pressione nell’estate del 2020, quando Amarena partorì ben 4 cuccioli e nella zona dei paesini della Marsica scoppiò il caos.

L’orsa fu messa sotto assedio da turisti a caccia di una foto, ma anche dai fotografi professionisti che non volevano rinunciare a documentare questo evento eccezionale. E così Amarena già nota per le sue incursioni nei paesi come Rocca dei Marsi, San Benedetto e altri, si abituò sempre più agli uomini. La nostra specie risultava infinitamente meno pericolosa degli orsi maschi, che per le femmine con cuccioli rappresentano il pericolo più grande. I maschi di orso tendono, infatti, a uccidere i cuccioli, per far andare nuovamente in estro le femmine.

In un contesto diverso, come il Trentino, un’orsa come Amarena sarebbe già stata catturata o uccisa, ma in Abruzzo la gestione è diversa. E diversa è anche l’accettazione delle persone nei confronti degli orsi, che non può essere messa in discussione per il gesto criminale di un singolo. La comunità abruzzese conosce l’importanza degli orsi, sia sotto il profilo ambientale che economico. Gli orsi, in Abruzzo, sono una fonte di ricchezza, grazie anche a un ente parco che fa tantissime attività divulgative e educative. Facendo comprendere l’importanza di un patrimonio unico come quello degli orsi marsicani.

Uccisa in Abruzzo l’orsa Amarena, una perdita per la biodiversita e una sconfitta per gli uomini

Ancora prima di conoscere l’esatta ragione che ha portato un residente a sparare a Amarena si è già messo in moto il solito circo mediatico. Fatto di attacchi a 360°, di affermazioni a effetto fatte senza nemmeno conoscere ancora la realtà. Dove tutto si focalizza sulle responsabilità di chi ha sparato e sull’odio che la politica, e questo governo in particoolare, cavalcano per interesse elettorale. Con la solita invocazione a pene e processi esemplari, che non ci saranno perché i giudici possono solo applicare la legge, non possono inventarsela. E le leggi a tutela della fauna sono da sempre fatte per non punire troppo severamente cacciatori e bracconieri.

Certamente chi ha ucciso Amarena andrebbe punito in modo esemplare. Non può essersi trattato di un atto di legittima difesa perché il responsabile del gesto poteva restare chiuso in casa. Ma le colpe, come accadde per Juan Carrito, sono tante e eticamente non meno gravi, in senso ovviamente relativo, di quelle dello sparatore. Non possiamo dimenticare, e facendolo non aiuteremmo certo gli orsi e gli animali selvatici in generale, delle responsabilità di quella moltitudine di umani che hanno comportamenti sbagliati. Talvolta per una mancata riflessione, per assenza di educazione naturalistica, altre volte per ragioni meno nobili.

Ci sono persone che hanno atttirato deliberatamente, con azioni o omissioni, Juan Carrito e Amarena nei paesi, lasciandogli cibo, non gestendo i rifiuti, usando in qualche caso esche attrattive per fare fotografie. Una realtà denunciata da tempo, sulla quale non si è riusciti a incidere in modo importante. Come la gestione dei rifiuti che molte amministrazioni comunali non hanno ancora reso sicura, con strutture che impediscano ai selvatici di nutrirsi della frazione umida.

Amarena è stata uccisa perché “orso confidente”, cioè un morto che cammina, come sa bene chi si occupa di convivenza con i grandi carnivori

Amarena è stata uccisa da un criminale, ma non è morta per questo. E’ morta perchè era stata resa confidente, Se non si riesce a comprendere la causa e si continua a guardare solo all’effetto non faremo grandi passi avanti nella coesistenza. L’anello debole della catena non è chi ha sparato, ci saranno sempre folli e delinquenti, ma chi ha reso Amarena un’orsa che portava a spasso i suoi cuccioli nei paesi. Certo l’indignazione ha sempre più presa del ragionamento e essere forcaioli paga sempre in termini di consensi.

Un colpevole soddisfa, lava le cattive coscienze e permette ragionamenti semplici, come quelli contenuti in molti comunicati stampa che sto ricevendo in queste ore.

Se però si vede un obiettivo di periodo sarebbe più utile interrogarsi sui motivi di questa nuova sconfitta. Comprendendo che prima della rigorosa applicazione della legge sarebbe necessario far capire, anche a chi invoca la forca, che l’unica reale difesa della fauna è il rispetto, delle regole e degli animali. Occorre un cambiamento di rotta perché gli orsi non sono belli e non sono peluche. Non bisogna comportarsi come fossero personaggi dei cartoni animati, diversamente ci scappa il morto.

La natura selvatica è meravigliosa ma perché continui a esistere va osservata a distanza, come ospiti rispettosi che entrano a casa d’altri, non come vocianti spettatori che entrano al circo. Bisogna capire i contesti, occorre una cultura nuova e molto più profonda di quella attuale. La vita sul pianeta non è un gigantesco social, dove tutto si fonde e perde contorno. Occorrono separazioni nette e consapevolezza, se no è davvero inutile piangere sul sangue dell’orsa Amarena. E ora vediamo cosa si potrà fare per salvare i suoi cuccioli, ancora troppo piccoli per essere autonomi. Un altro enorme danno per la popolazione veramente esigua di orsi marsicani.

La morte dell’orso Juan Carrito deve aprire strade nuove verso il cambiamento

morte orso Juan Carrito
Foto tratta dal sito del Parco della Majella in occasione della sua traslocazione

La morte dell’orso Juan Carrito non deve essere inutile: l’orso più famoso del mondo a causa delle sue scorribande ci lascia innumerevoli spunti su cui riflettere. Riflessioni che devono andare oltre all’impatto emotivo perché, per chi ha seguito la sua storia, è stato come se fosse venuto a mancare qualcuno che si conosceva bene. In fondo un esempio di determinazione nel perseguimento degli obiettivi, seppur indotti da comportamenti umani sbagliati.

Non amo umanizzare gli animali, trovo che sia un po’ come sottrar loro qualcosa che è nell’essenza di ogni essere vivente. Il rispetto e l’affetto non sono dovuti solo agli uomini, ma soprattutto il rispetto è un sentimento che bisogna provare, come compassione ed empatia, verso tutti gli abitanti di questo fantastico e bistrattato pianeta.

M20, al secolo Juan Carrito, è uno dei quattro cuccioli nati nella primavera del 2020 nel Parco d’Abruzzo dall’orsa Amarena, una madre fantastica ma purtroppo confidente. Un’orsa che ha avuto un parto eccezionale con ben quattro cuccioli, evento rarissimo, riuscendo a farli crescere tutti. Un evento ancora più eccezionale del parto, considerando le mille insidie che popolano la vita di tutti i cuccioli, in particolare quelli di orso. Piccoli orsetti che corrono sempre il rischio di venire uccisi dai maschi della loro stessa specie, costringendo la madre a tenerli lontani dai pericoli.

La morte dell’orso Juan Carrito è stata una sorta di appuntamento a Samarcanda, voluto dagli uomini però

Amarena, già abituata a entrare nei paesi per cercare piante da frutto, in particolare proprio le ciliegie, ha iniziato a vivere sempre più vicino ai paesi. Per evitare ai suoi cuccioli incontri mortali, non immaginando quanto gli uomini sappiano, spesso, essere molto più pericolosi degli orsi maschi. Così nell’estate del 2020 Amarena è stata assediata ogni giorno da centinaia di turisti. Che volevano vederla, fare un video o una foto da postare sui social. Un assedio incessante che nemmeno i Guardia Parco e i Carabinieri Forestali sono riusciti a impedire.

Più Amarena e i suoi cuccioli venivano pressati, inseguiti e perseguitati più era facile che questa vicinanza potesse diventare fonte di problemi. Così il più intraprendente dei suoi cuccioli, che sono come quelli di uomo uno diverso dall’altro per carattere e temperamento, ha cominciato a imparare che non aveva motivo per aver paura delle persone. Una pessima visione del mondo, questa, per un animale selvatico, che per vivere bene deve avere paura di noi e non vederci come creature diverse ma socievoli. Una condizione, quella di provare paura nei confronti degli uomini che spesso rappresenta la sottile frontiera fra vita e morte. Oppure fra vita libera e una destinata a essere vissuta da prigioniero, come successo all’orso trentino M49.

Così, crescendo, Juan Carrito, che deve il suo nome proprio all’omonimo paese del Parco, ha cominciato a visitare fattorie e pollai, senza disdegnare apiari e altri insediamenti umani. Per poi iniziare a frequentare il centro di Roccaraso, arrivando perfino a entrare in una pasticceria del centro. Per queste e altre incursioni finì per essere catturato e portato in montagna, nella speranza che potesse restarci. Nulla da fare, dopo pochi giorni o settimane Carrito tornava a Roccaraso. Questo anche perché qualcuno lasciava cibo per attirarlo e il Comune non aveva messo in sicurezza i bidoni dei rifiuti.

La morte di Juan Carrito dovrebbe insegnarci ad avere più attenzioni verso il capitale naturale

Il Parco, anzi i parchi visto che Carrito faceva il pendolare fra il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, quello del Gran Sasso e dei Monti della Laga e l’area protetta della Majella, hanno fatto sempre il possibile per proteggerlo. Qualcuno potrà anche dire che non è stato fatto abbastanza, ma la realtà è che quando il danno è fatto non sempre è possibile ripararlo. Una volta diventato confidente Juan Carrito aveva, in fondo, solo due possibilità: morire da orso libero a causa di un incidente o finire la sua vita da orso prigioniero, in cattività, come per fortuna non è stato.

In Italia manca l’educazione sul modo di rapportarsi con le varie componenti naturali, che bisogna imparare a conoscere e a rispettare. Nessun animale selvatico deve essere antropomorfizzato, riconoscendo che le vite di uomini e animali si possono intersecare nella condivisione dei territori e delle risorse, ma senza sovrapporsi. Mondi che devono restare separati, nei quali gli uomini devono imparare a entrare e uscire in punta di piedi. Con la consapevolezza che la cosa più importante non è vedere o farsi una foto con l’orso, ma riconoscere la sua importanza senza interferire, nei limiti del possibile, con la nostra presenza.

Occorre poi frammentare quelle barriere continue costituite dalle nostre infrastrutture: strade e ferrovie non devono diventare ostacoli pericolosi e insormontabili. Occorre costruire corridoi ecologici, sottopassi, ponti e strutture idonee che consentano agli animali di potersi spostare senza essere costretti ad attraversare strade e autostrade. In Italia se ne parla da decenni ma la loro realizzazione resta sempre ferma al palo, mentre si continuano a teorizzare di opere faraoniche inutili e dannose, come il ponte sulla Stretto di Messina.

Impariamo ad avere coscienza delle nostre azioni, con la consapevolezza di poter creare grandi problemi alla biodiversità

L’orso marsicano è una sottospecie unica, un patrimonio importante costituito da poche decine di esemplari che devo essere considerati preziosi. Perdere un orso, anche un solo orso, rappresenta un enorme danno fatto alla biodiversità, considerando che proprio gli orsi sono considerati una specie ombrello fondamentale per il mantenimento dell’equilibrio naturale. Difendere gli animali selvatici parte dall’avere comportamenti responsabili: guidare con attenzione e moderando la velocità specie di notte, non alimentando gli animali grazie anche a una corretta gestione dei rifiuti. Ma anche tenendo i cani sempre al guinzaglio quando si fanno escursioni in natura, senza inseguire mai gli animali per fare una foto.

Cerchiamo di veicolare solo informazioni corrette, diffondiamo le buone pratiche come quella di non alimentare e non interagire con i selvatici. Chiediamo ai politici che votiamo di attivarsi per la costruzione dei corridoi ecologici, per dare maggiori risorse in uomini e mezzi alle aree protette. Cerchiamo di essere tutti una componente attiva per la difesa dell’ambiente e di tutte le forme di vita, non fermiamoci a considerare solo gli animali “simpatici”. Ogni essere vivente è importante, ogni organismo ha un suo posto nella natura, anche se spesso non siamo in grado di conoscere quale sia.

Juan Carrito è diventato un simbolo che resterà nel cuore di tutti le persone che si sono in qualche modo occupate di lui. Non lasciamolo diventare un’icona vuota e priva di contenuti, ma trasformiamolo in un animale che è stato capace di indicarci i nostri errori, di insegnarci che non c’è amore senza rispetto e che ogni animale ha caratteristiche uniche e inimitabili. Non esistono animali buoni o cattivi, mentre esistono individui profondamente diversi fra loro, per carattere e comportamento, proprio come lo siamo noi, senza però avere fini diversi che non siano il perseguimento della propria esistenza e della perpetuazione della specie.

Juan Carrito torna a Roccaraso, dopo 18 giorni dalla sua traslocazione sul massiccio della Majella

Juan Carrito torna Roccaraso
Foto Parco Nazionale della Majella

Juan Carrito torna a Roccaraso, lasciando i boschi in cui aveva passato buona parte dei giorni trascorsi in montagna dopo la sua traslocazione. Una possibilità che tutti temevano, una realtà che era vista come molto probabile. Dopo aver passato alcuni giorni in montagna, comportandosi da orso e nutrendosi del cibo a disposizione e non dei rifiuti, Carrito ha ripreso la strada di Roccaraso. Troppo forte il condizionamento subito, che ora gli esperti stanno valutando se sia possibile far regredire.

Ora più che mai sul futuro di questo giovane orso si addensano nubi nere, foriere di una captivazione che potrebbe diventare permanente. L’orso, con il suo comportamento indotto, sta galoppando dall’essere un animale confidente verso il diventare un orso problematico. Che non riesce a stare lontano dagli ambienti urbani, che si sono dimostrati un irrinunciabile fast food. Ma un orso, anche se di indole pacifica, resta sempre un orso e non può convivere con gli uomini all’interno di un centro abitato.

Ora si prevede una nuova cattura, con la quarta sedazione in pochi mesi, e il suo ricovero probabilmente presso il centro di Palena. Una struttura del Parco della Majella dove era stato già ospitato prima dell’ultimo trasferimento in montagna. Con lo scopo di essere sottoposto a un programma di rieducazione, che sembrava essere già stato messo in atto, prima della smentita dell’ente parco. Un percorso difficile, ruvido e pieno di incognite.

Juan Carrito torna a Roccaraso e questo rappresenta la conferma della potenza del condizionamento da rifiuti

In Trentino un orso come Carrito sarebbe già stato catturato o abbattuto, mentre in Abruzzo stanno facendo più del possibile per un futuro diverso. Ma è evidente che la buona volontà non è sempre sufficiente per ottenere il risultato sperato. Specie quando parliamo di animali intelligenti, con un comportamento alterato da una lunga teoria di errori commessi dagli uomini. Qualcuno potrebbe pensare che non si possa impiegare così tanto tempo e risorse per risolvere un problema che riguarda un solo orso. Una chiave di lettura sbagliata.

Gli orsi marsicani appartengono a una sottospecie, un unicum endemico di questa zona e per questo importantissimo. La popolazione è composta da un numero basso di esemplari, che per ragioni etologiche, faticano a disperdersi sul territorio. Per questo il rischio che questa sottospecie possa scomparire, scendendo sotto il numero minimo di esemplari, è più che concreto. Una ragione per la quale non è possibile pensare di poter rinunciare anche a un solo orso.

Una situazione che avrebbe dovuto portare a comportamenti più responsabili delle istituzioni e degli stessi cittadini e turisti. Invece nonostante i tavoli in in Prefettura e le continue sollecitazioni dei Parchi coinvolti nella tutela dei marsicani, troppe questioni sono rimaste senza risposta. La prima e la più importante resta sempre quella della messa in sicurezza dei rifiuti. Una carenza di troppe amministrazioni comunali che non hanno voluto investire su questo con progetti e risorse. Dal Trentino all’Abruzzo corre un filo rosso di inadempienze e sottovalutazioni che hanno causato problemi seri. Non solo agli orsi ma a tutte le specie selvatiche.

Juan Carrito dovrebbe diventare il simbolo che riunisce tutti gli errori commessi dagli uomini

Il ritorno di Carrito a Roccaraso è il risultato di un cocktail di ingredienti avvelenati, che nemmeno gli sforzi dei due Parchi nazionali coinvolti sono riusciti a mitigare. Eppure l’impegno profuso è stato davvero molto, ma non è bastato a scongiurare il peggio. I parchi non hanno potere impositivo sulle amministrazioni, hanno bisogno di avere la loro collaborazione e questa è mancata. Possono invece porre divieti e limitazioni nelle aree che amministrano per residenti e turisti, ma non possono mettere un Guardia Parco a ogni svolta di strada.

La voglia di natura mai come in questi anni ha portato i turisti a rifugiarsi nelle aree protette, ma questa pressione non porta sempre risultati positivi. Aiuta l’economia del territorio ma conduce anche a eccessi, a ricerche di facili guadagni, cercando di attirare gli animali selvatici per farli vedere, fotografare. Senza porsi troppe domande, senza saper prevedere i danni che da questi comportamenti potevano derivare. Ora molti sono in pena per la sorte di Juan Carrito, ma se non impariamo a rispettare prescrizioni e divieti questa storia purtroppo si ripeterà.

Con la bella stagione le invasioni del territorio degli animali selvatici saranno all’ordine del giorno. Troppe persone non rispettano l’obbligo di restare sui sentieri, di non lasciare in giro rifiuti, di non alimentare gli animali selvatici. Anche prescrizioni banali, come quelle di tenere i cani al guinzaglio, sono viste con fastidio perché per troppi andare a camminare nei boschi significa di poter godere di tutte le libertà. Senza i vincoli imposti dalla città. Un errore che causa danni enormi e che può essere evitato solo se si è educati a rispettare la natura che ci ospita.

Juan Carrito rinchiuso a Palena: la mancanza di informazioni non lascia tranquilli

Juan Carrito rinchiuso Palena

Juan Carrito è rinchiuso a Palena, centro per gli orsi gestito dal Parco della Majella, in attesa di verdetto sulla sua reimmissione in libertà. Nella più completa mancanza di informazioni: il parco non ha rilasciato più informazioni dalla cattura dell’orso e dall’ingesso nel centro. Un cambiamento di passo drastico rispetto a quanto sempre fatto in questi anni dal Parco Abruzzo, Lazio e Molise. Che ha sempre agito con grande trasparenza e con un costante flusso informativo sulle attività intraprese.

Qualcuno potrebbe dire che sono scelte, considerando che ogni area protetta è autonoma, ma questo non basta a spiegare il buco nero informativo. Nessuna notizia sulle modalità di riabilitazione, sulle tempistiche e sul working in progress che riguarda Juan Carrito. Forse perché questa vicenda sembra destare molto meno preoccupazione di quanto non sia successo quando son stati imprigionati gli orsi in Trentino. Probabilmente confidando sul fatto che in precedenza sia stato fatto di tutto, da parte del PNALM, per evitarne la cattura.

Attenzione che non è stata certo ricambiata da parte di molte amministrazioni comunali del territorio. Che poco o nulla hanno fatto, come si vede nella foto, per mettere in sicurezza i rifiuti. Ora però, secondo le scarne informazioni date dal Parco della Majella, l’orso dovrebbe essere sottoposto a un condizionamento alla rovescia. Che lo tenga lontano da centri abitati e rifiuti.

Juan Carrito, ora rinchiuso a Palena, tornerà mai a essere un orso libero?

Con le poche informazioni date dal Parco bisognerebbe avere qualità divinatorie, piuttosto che nozioni di comportamento animale per prevedere il suo futuro. Una scommessa quindi molto difficile. Che vede Carrito involontario protagonista di una complessa gestione che sino dall’inizio suscitava molti interrogativi. Certo sarebbe opportuno che il Parco spiegasse meglio cosa intende fare per riabilitare Carrito. Quali siano i metodi applicati per disabituarlo all’uomo e quali le tempistiche previste.

Senza continuare a lasciare questa vicenda avvolta nella nebbia, facendo temere il peggio. Nell’ambito delle attività di conservazione la comunicazione verso il pubblico è davvero importante. Crea una differenza che riduce la diffidenza, che impedisce di fare ipotesi, magari fantasiose ma plausibili. I metodi, gli esperti in campo, la trasparenza dovuta ai cittadini sono tutti argomenti su cui il Parco della Majella rischia di scivolare su una pelosissima buccia di banana: Carrito.

L’esperienza insegna che gli strumenti di dissuasione dai comportamenti sgraditi possono essere spesso spiacevoli. Specie quando il soggetto è molto testardo, e su questo Carrito risulta imbattibile, e si hanno a disposizione tempi brevi. Un giovane orso non può restare in cattività a lungo prima di essere liberato, per una lunga serie di ragioni. Un orso confidente a maggior ragione, considerando anche le dimensioni ristrette del centro che lo ospita a Palena. Per questo la preoccupazione è legittima e basterebbe poco per fugare i dubbi e rassicurare l’opinione pubblica.

L’importanza di ogni singolo orso marsicano per la conservazione della specie richiederebbe maggior informazione

Partendo dal presupposto che ogni patrimonio collettivo, orsi marsicani inclusi, appartiene a tutti i cittadini è difficile non essere critici sulle modalità informative del Parco. Questa è la ragione che marca fortemente la valutazione su due diversi modi di gestire il flusso di informazioni: quello del PNALM, che si espone anche a critiche a causa delle molte informazioni date, e quello molto, troppo criptico del Parco della Majella. Una strategia di comunicazione che meriterebbe di essere riconsiderata, per dovere e per rispetto.

La primavera è alle porte e questo aumenterà sempre più la mobilità degli orsi sul territorio. Che si è sempre auspicato potesse diventare, per l’orso marsicano, sempre più vasto per aumentare il numero di esemplari. Un’espansione che deve essere gestita, con corridoi faunistici idonei e con una grande attenzione alla gestione dei rifiuti alimentari. Non soltanto per gli orsi, ma per tutti i selvatici presenti sul territorio che non devono essere invogliati a entrare nei paesi. Soltanto in questo modo, insieme al rispetto che devono avere le persone, si evitano conflitti con l’uomo, pericoli e situazioni che possano portare alla possibilità di doverli rimuovere dal territorio.

Il ragionamento, di per se, è molto semplice, ma purtroppo è l’applicazione pratica che difetta. Anche in quei Comuni che si fanno vanto di essere immersi in una natura incontaminata e che poi, nella pratica, sembrano dimenticarsi dei doveri di attenzione che questo comporta. Ora però la cosa più importante è conoscere la sorte di Juan Carrito e mancano molto le lunghe stories che il PNALM faceva regolarmente sui social.

Trasferito l’orso Juan Carrito lontano dai centri abitati, per cercare di salvarlo da un futuro incerto

trasferito orso Juan Carrito
Foto F.Lemma / PNALM

Trasferito l’orso Juan Carrito, portato in elicottero lontano dai centri abitati nella speranza di fargli cambiare comportamento e abitudini. Il giovane orso maschio, uno dei quattro figli dell’orsa Amarena, era diventato, negli ultimi tempi, un frequentatore abituale dei paesi della zona di Roccaraso. Una scelta fortunatamente non così comune fra gli orsi marsicani, in parte causato dall’essere figlio dell’orsa Amarena, l’orsa confidente più nota in Italia. Questa mattina presto l’animale è stato catturato, nella zona di Roccaraso ed è stato portato in una zona impervia del Parco.

Il tentativo mira a ottenere un radicale cambiamento delle abitudini del giovane orso. Sperando di risolvere quell’eccesso di confidenza indotto dagli uomini. Juan Carrito in passato è stato al centro di molte operazioni condotte dai Guardia Parco e dai Carabinieri Forestali. Messe in atto con lo scopo di rendere l’orso meno confidente nei confronti dell’uomo, dopo che era stato sorpreso in pollai e centri urbani, attirato dal cibo. Un comportamento in parte dovuto a quello della madre Amarena, in parte causato da curiosi e turisti che hanno braccato l’intera famiglia per un’intera estate, l’anno della sua nascita.

Tutti volevano fare una foto o un video di Amarena e di Juan Carrito con i fratelli, un comportamento irresponsabile che il Parco ha contrastato con ogni mezzo. Senza riuscire a evitare le conseguenze di questa vicinanza, che ha avuto il suo epilogo, prevedibile, nella cattura di questa mattina. Dopo diversi tentativi di dissuasione anche con l’uso di proiettili di gomma per portarlo a evitare i centri abitati. Senza ottenere il risultato auspicato. Fortunatamente gli altri tre figli dell’orsa Amarena non hanno seguito l’esempio del loro fratello, perché ogni orso ha la sua natura, proprio come succede per le persone.

Trasferito l’orso Juan Carrito dai dintorni di Roccaraso a una località impervia, per cercare di tenerlo lontano dai guai

Il cibo e l’assenza di timore per l’uomo sono i due principali fattori che stanno alla base di comportamenti non graditi, messi in atto dai plantigradi. Che anche se attuati in una regione da sempre tollerante nei confronti degli orsi e dei selvatici, rischiavano di creare situazioni di reciproco pericolo. L’ultima scorribanda che ha avuto quest’orso confidente come protagonista è stata, infatti, un’incursione in una pasticceria di Roccaraso. Episodio finito su tutti i social, che purtroppo non ha contribuito, come altri fatti, a educare le persone a un maggior rispetto verso gli orsi. Alla necessità di non invadere il loro territorio.

L’orso è diventato una star e le persone facevano qualsiasi cosa per cercare di poterlo avvicinare. Creando un danno che non si riesce a far comprendere, perché alla fine un orso confidente è destinato a essere spostato, catturato oppure ucciso. Proprio per colpa dei comportamenti umani, messi in atto senza preoccuparsi delle conseguenze. Per evitare il peggio è stato quindi necessario trasferire Juan Carrito in un’area impervia, per impedire che la sua presenza potesse alla fine portare a qualche episodio spiacevole. Mettendo in pericolo le persone e l’orso.

Roccaraso è una rinomata stazione sciistica, che per tutto l’inverno sarà affollata di turisti: una situazione incompatibile con la presenza dell’orso. Bisogna dire che la colpa tuttavia non è solo delle persone, ma anche delle amministrazioni come quella del Comune di Roccaraso, che non ha ancora messo in sicurezza i cassonetti dei rifiuti, creando una grande disponibilità che attira gli orsi nei centri urbani. Una replica davvero indesiderata di quanto da anni avviene in Trentino. Costituendo la causa scatenante che ha portato alla carcerazione permanente di M57, ma anche a quella del famoso orso M49/Papillon, che si era troppo avvicinato alle malghe dove erano stati lasciati rifiuti alimentari.

Stagione e luogo di traslocazione non sono ideali per garantire che Juam Carrito vada in letargo

Nel comunicato stampa è la stessa amministrazione del Parco, a cui bisogna dare atto di essere sempre molto trasparente, a giudicare non ideale la località di trasferimento. Giustificando però la scelta con necessità pratiche, probabilmente legate alla stagione fredda e anche amministrative, che impedivano il rilascio in Comuni esterni all’area protetta. Occorreva infatti sia spostare Juan Carrito rapidamente, che portarlo in una località dove la neve non fosse ancora troppo alta da impedirgli di trovare una tana in cui passare il periodo di letargo. In un territorio che doveva ricadere entro i confini del PNALM.

Il Parco ha affermato che in altre realtà nazionali o internazionali Juan Carrito sarebbe già stato catturato o abbattuto. Un fatto difficilmente contestabile, anche alla luce dei comportamenti trentini. Il PNALM invece ha sempre cercato di fare tutto il possibile per dissuadere l’orso ritenendolo un dovere, nel tentativo di evitare soluzioni estreme. Quello che appare certo è che, ancora una volta, siano i comportamenti errati di persone e amministrazioni a mettere in pericolo la vita degli animali. Per incuria o per un malinteso senso di amore verso gli orsi, per quanto riguarda le disponibilità alimentari, per stupido egoismo quando la motivazione è quella di volere un’immagine dell’orso.

Juan Carrito sarà monitorato nel periodo invernale da parte degli uomini del Parco, che cercheranno di assicurarsi che l’orso sia in buone condizioni. Un aiuto in questo senso verrà dal radiocollare indossato dal plantigrado, che fornirà costanti segnali sulla sua posizione. Nella speranza non solo che possa avere un buon letargo, ma anche che non ritorni rapidamente nella zona di Roccaraso. Bisogna ricordare che in una sola notte un orso è in grado di percorrere decine di chilometri e che gli animali scelgono dove vivere. Inconsapevoli del fatto che in questo caso una scelta sbagliata potrebbe rivelarsi fatale.

Se tenete alla salvezza dei selvatici non dategli da mangiare: il cibo rappresenta sempre una fonte di condizionamento

Lo sanno i cacciatori e ancora meglio i bracconieri, ma è un fatto ben noto anche agli etologi. Le disponibilità alimentari offerte dall’uomo, volontariamente o involontariamente, creano una dipendenza. Fanno abituare gli animali agli odori e alla presenza dell’uomo, diminuendo il naturale senso di timore nei confronti della nostra specie. Dal fornire cibo è nato il rapporto dei nostri antenati con il lupo, e da questo comportamento il cane nel corso di millenni è diventato il migliore amico dell’uomo.

Offrire cibo agli animali, in particolare ai predatori, li mette in pericolo, incrina la loro diffidenza, li avvicina a noi mettendoli in pericolo. Come è successo a Juan Carrito, ma anche come succede ogni giorno con le volpi, che hanno imparato a mendicare cibo dagli automobilisti. E che per questa ragione, per il loro restare in attesa delle macchine, molto spesso vengono investite, specie nelle ore notturne.

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